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Erotika
Conflitti · Cap. 1
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Capitolo 1 di 4 16 min di lettura

Conflitti 1 Lo scontro

Dopo anni di quieta esistenza, lei si scatena nel desiderio di libertà e tradisce il marito con il suo datore di lavoro e decide di andare in giro con l'amante; prima i partire, decide di asestare un brutto colpo al matrimonio.

geniodirazza
1 anno fa · 711 letture · 1

Conflitti 1

Passai dalla palestra ma neppure scesi dall’auto; uno squillo e il mio ragazzo fu lesto a scendere le scale e affacciarsi al finestrino dell’auto; lo feci salire e mi sbrigai a partire per il solito motel; erano ormai sei mesi e più che uscivo due volte al mese con questo ragazzo di venti anni, meno di mia figlia Ada che ne aveva ventitré e meno ancora di Mario, mio figlio, che ne aveva venticinque ed era sposato da tre con Marika, giovane avvocato brillante ed ambizioso.

Caratterialmente, erano il nostro ritratto; mia figlia assomigliava tutta a me, che riassumevo le caratteristiche della ninfomane rancorosa con il marito che si occupava solo di soldi e non mi rivolgeva più un complimento per errore; mio figlio invece era tutto suo padre, meticoloso, preciso, attento al lavoro ed alla progressione sociale; per questo, sapevo poco di Ada che forse usava la figa a piacimento, ma non aveva, come me, il vincolo matrimoniale a renderla puttana, mentre Mario era un libro aperto.

Per tutti gli anni della fanciullezza e dell’adolescenza, mi ero preoccupata di educarli all’odio verso il padre, segnalandone pesantemente la ‘distrazione’ dagli affari familiari, preso com’era dal lavoro; ed ero riuscita ad allontanarli da lui perché fossero solo ‘cosa mia’ fedelissimi alla mamma e pronti a tutto per lei, ma altrettanto rancorosi col padre di cui non vedevano gli enormi sforzi per assicurargli vita serena, studi qualificati e risultati positivi.

A quel distanziamento acrimonioso ero arrivata istigata dai miei genitori che male vedevano il ‘piccolo ragioniere’ farsi largo nella società e raggiungere obiettivi da altri neppure sognati; col tempo, mi ero incancrenita nella violenza e negli ultimi due anni avevo cominciato a fargli le corna con sempre maggiore cattiveria e più dura convinzione; mentre parassitariamente sfruttavo la ricchezza che lui produceva, cercavo dovunque chi mi soddisfacesse a letto per il solo gusto di umiliarlo e offenderlo.

Anche le visite a quel motel erano strutturate per fargli tutto il male possibile; addirittura, le spese erano coperte da una carta di credito che mi aveva concesso e che usavo anche a sproposito, senza preoccuparmi se se ne rendesse conto; neppure mi sfiorava il dubbio che fare inviare le fatture alla società a cui la carta era intestata era pericoloso perché, come avrebbe dovuto essere evidente immediatamente, era mio marito che controllava quella società.

Ma la mia follia non aveva limiti; neppure mi resi conto che, col passare degli anni, i miei ‘ragazzi’ si erano smaliziati, avevano imparato a riconoscere il bene e il male, si erano presto convinti che era da papà che dipendevano totalmente, che lui si preoccupava delle cose veramente importanti, scuola e lavoro innanzitutto, e che la mamma invece si crogiolava nel suo parassitismo condito da una troiaggine che diventava sempre più evidente ed offensiva, per tutti tranne che per la mia vittima.

L’ultima mia ‘geniale invenzione’ era stata farmi assegnare un lavoro in un’azienda cittadina, ma solo perché ero diventata l’amante fissa del padrone che mi scopava ogni paio di settimane in albergo, ma soprattutto organizzava lunghi viaggi in cui gli facevo compagnia e passavamo settimane a girare il mondo e a scopare come scimmie; per onestà riconoscevo che non era gran che a letto; mio marito mi aveva dato, e ogni tanto mi dava, molto di più e di meglio; ma era umiliarlo che mi ingolosiva.

Per contrastare la sua arroganza e per arricchire il palco di corna del mio amato-odiato compagno di vita, ricorrevo a giovani quasi vergini che mi garantivano sedute straordinarie di sesso tempestoso; era esattamente la situazione in cui mi stavo immergendo e di cui ancora non ero annoiata, come spesso mi capitava coi miei capricci; il giovane stallone incontrato in palestra e ‘adottato’ immediatamente, da sei mesi, puntualmente mi faceva tornare a casa gongolante e con lo slip grondante di sborra.

Andai alla reception e chiesi la solita camera, ormai quasi mia per diritto; segnai il mio nome e quello del mio stallone, senza pensare a conseguenze; espletai le solite pratiche e feci spedire, come sempre, la ricevuta alla società; presi per i fianchi il ragazzo e mi diressi al primo piano, conoscendo perfettamente il percorso; anche quel corpo era ormai mio personale possesso e sapevo come baciarlo per sentire immediatamente il cazzo picchiarmi sulla figa, da sopra i vestiti, per cominciare ad eccitarmi.

Ormai i gesti seguivano un rito finanche monotono; sfilai il vestito, che si reggeva solo su due spalline, e lo lasciai scivolare a terra; restai in slip, avendo abbandonato altri indumenti; alle mutandine avevo deciso di non rinunciare mai perché, l’unica volta che ero venuta nuda sotto l’abito, al ritorno, dalla figa era debordata la sborrata che, per abitudine, lui mi scaricava dentro poco prima di lasciare la camera; il vestito e il sedile dell’auto ne risentirono e decisi di usare sempre lo slip per contenere la fuoruscita.

Lui era stato altrettanto rapido a spogliarsi del jeans, della maglietta e delle scarpe ed ora mi stava davanti, splendido nella sua bellezza apollinea col corpo giovane segnato da una muscolatura tonica ma non di palestra, da un cazzo che, barzotto, valeva quanto quello di mio marito duro, da una bellezza quasi angelica per i riccioli biondi a circondare un viso regolare, gli occhi intensi e la bocca carnosa; lo abbracciai e lo avvolsi in un bacio lussurioso.

Ricambiò l‘abbraccio con la foga della giovane età e sentii la lingua invadermi la bocca, riempirla e perlustrarla tutta provocandomi intensa lussuria ed eccitazione notevole, testimoniata dai capezzoli che si erano fatti duri come chiodi; non avevo scopato molto, quella settimana, e la voglia era sicuramente tanta; accostai il pube al suo e appoggiai con una mano il cazzo alla figa facendolo strusciare sul clitoride che reagì da par suo provocandomi un leggero orgasmo.

Per un lungo tempo mi abbandonai al piacere di sentirmi manipolare da lui che mi divorava letteralmente la bocca e la lingua, succhiandola come un piccolo cazzo, mentre le mani artigliavano i glutei e strapazzavano le natiche; un dito scivolò verso l’ano e sentii la prima piccola penetrazione della serata; continuai a baciarlo abbandonandomi al languore che il piacere mi suggeriva; mi spinse seduta sul bordo del letto e mi intimò.

“Succhiamelo!”

Mi piaceva sentirlo autoritario e impositivo, specialmente se, dentro di me, lo confrontavo con la sdolcinata arrendevolezza di Oscar, mio marito, che si perdeva in lunghissime ed estenuanti sedute di preliminari leccando, carezzando, titillando ogni punto erogeno fino a farmi sentire esausta e svuotata di ogni forza, prima di decidersi a mettermi nel corpo la sua mazza che restava, imperterrita, dura come cemento anche per ore.

Presi in mano il cazzo che mi inteneriva per come, al tempo stesso, appariva fragile e delicato per rivelarsi poi duro e spietato quando sfondava; lungo almeno una ventina di centimetri, roseo del colore di un neonato, al centro leggermente incurvato verso l’alto, scappellato offriva un glande a fungo di impressionante spessore che amavo moltissimo sentirmi penetrare in bocca e forzarmi la gola fino al vomito.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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