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Erotika
Conflitti · Cap. 3
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Capitolo 3 di 4 16 min di lettura

Conflitti 3 Si scontra con la realtà della subordinaione economica e si rivolge alla figlia che l'accoglie.

L'amante le spiega che suo marito è nel pieno diritto; telefiona al figlio che la respinge olgarmente; sua figlia la invita a casa e le chiede di fare chiareza sulle torppe cose che sono avvenute.

geniodirazza
1 anno fa · 312 letture · 0

Conflitti 3

Le accuse di mia figlia mi avevano decisamente turbato; ma il mio timone era ormai la tigna e la forza che mi spingeva era la presunzione che tutti interpretassero a mio danno i fatti, mentre solo io possedevo la verità; mio marito era stato sempre tanto innamorato di me da consentirmi qualunque capriccio; ad un certo punto, preso dal lavoro, mi aveva trascurato ed io stavo cercando, riempiendolo di corna, di farlo tornare ad essere quello di un tempo.

Dopo la scenata da cuckold e dopo quella vacanza con il mio amante abituale, poteva solo arrendersi, in forza dell’amore che aveva per me sin da quando mi aveva sverginata, ancora giovanetta; venticinque anni di matrimonio non gli consentivano di lasciarmi di colpo, solo per qualche scopata che mi ero fatta senza concedere amore; se così non fosse andata, avevo sempre la possibilità di costringerlo, dopo un quarto di secolo di convivenza e due figli grandi, ad obbligarlo a mantenermi.

Nessuna altra ipotesi era prevedibile, nella mia logica; non sapevo niente di giochi strani con società fittizie e speculazioni sul denaro; queste cose le sapeva fare benissimo Oscar e per me valevano solo perché potevo spendere senza badare ai cartellini dei prezzi; se qualche problema si fosse presentato, mi sarei rivolta ad amici avvocati che mi avevano già anche scopata e ci avrebbero pensato loro a far abbassare la cresta a mio marito.

Mentre riprendevo il contatto con la realtà del momento, sentivo che qualcosa dentro di me cambiava radicalmente; ripensando a quanto detto sulla società che gestiva i capitali di mio marito, ricordavo bene che avevo messo via, su richiesta di  Oscar, delle carte da cui risultava essere lui l’unico beneficiario della società e che il conto a cui si riferivano era su una banca in Centro America a nome di mio marito.

Chiesi ad Aurelio se la comunità di beni di due coniugi decadeva con la separazione; mi chiarì che i beni che erano stati comuni tra coniugi si diversificavano col divorzio ma rimanevano in stallo nella separazione; di solito si concordavano le scelte; quando accennai a conti off shore, mi avvisò che mio marito era un vero genio in quel genere di manovre, che organizzava per tutti i potenti della regione spesso al limite della legge; io per la legge ero socia anche di quei beni.

Mi appariva sempre più che a minacciarmi era la malafede di Oscar che usava la società, di cui ero contitolare a mia insaputa, per prospettarmi la galera e per vendere l’appartamento della nostra esistenza; mi rafforzai nella convinzione che dovesse arrendersi, chiedermi scusa e solo allora sperare di tornare con me, non solo per l’antico amore ma anche per le colpe oggettive; in pochi giorni dovevo passare dai capricci infantili alla coscienza della lotta feroce; decisi che avrei vinto.

Quasi a rafforzare questa mia convinzione, mi dedicai ad Aurelio con maggiore impegno, nel corso di quelle settimane; onestamente, ammettevo anche con me stessa che non era il massimo, scopare con un individuo mediocre in tutto, a cominciare dalla dimensione del cazzo, appena dentro la media di un individuo adulto; ma l’assoluta obbedienza ed una debolezza di carattere del tutto congenita consentivano di usarlo a mio piacimento e di soddisfare, almeno con lui, il bisogno di dominare.

Cominciai da quel momento ad infierire con sempre maggiore cattiveria; il fatto stesso che avesse rivelato di essere un amministratore del patrimonio di sua moglie e di non potermi garantire, quindi, un mantenimento adeguato se avessi rotto con mio marito, lo rendeva spregevole e da maltrattare; poiché il sesso era l’unico legame che ci tenesse avvinti, su quello cominciai a picchiare duramente trasformando ogni scopata in un divertente recita sadomaso in cui trasferivo a lui i caratteri di mio marito.

Il carattere principale delle scopate matrimoniali erano gli infiniti preliminari, in cui Oscar era un autentico maestro; mi trovai, paradossalmente, a recuperare tutti i riti a cui mi aveva abituato in quei lunghi anni di armoniosa convivenza, per trovarmi continuamente a confrontare le due prestazioni e verificare con rabbia e vergogna che non c’era gara tra quello che avevo disprezzato e sprecato e quel poco, invece, di cui mi trovavo ad accontentarmi per dare un senso qualsiasi alla mia ‘ribellione’.

I quattro o cinque centimetri che gli mancavano, di cazzo, rispetto alla mazza di Oscar, per un verso mi davano la possibilità di ingoiare fino a toccare con le labbra i peli del pube; e questo decisamente mi consentiva di affrontare il pompino con un’energia, con un’arroganza assoluta perché gli facevo fare quello che volevo io; leccavo per un tempo infinito e mi divertivo a strizzare i coglioni non appena avevo sentore di un orgasmo in arrivo; per altro verso, questo però frenava anche i miei orgasmi.

In venticinque anni di matrimonio, gli avevo fatto per lo meno un migliaio di pompini e mi riusciva quasi di ricordarli uno ad uno, tanto abile e determinante era il mio compagno quando accostava la mazza alle mie labbra e mi scopava, o mi incitava a scoparmi in bocca, percorrendo tutta la cavità orale e giocando a coinvolgere labbra, lingua e palato in una fellazione che raggiungeva toni apocalittici quando eravamo al massimo della lussuria.

L’idea stessa di vivere il pompino che stavo facendo al mio amante alla luce della nostalgia per quelli che facevo a mio marito mi indispettiva da morire; mi scatenavo con autentica violenza su quell’asta spingendola oltre ogni limite di buonsenso; arrivavo a stimolarmi occasioni di soffocamento e conati di vomito solo per poter dire a me stessa che con quel cazzo valeva la pena di fare le corna al maledetto uomo, incapace di capire le mie esigenze.

La mazza scivolava fluida fra le mie labbra, occupava e perlustrava tutta la cavità orale, mentre la lingua incessantemente la solleticava in tutti i punti più delicati, dal meato alla corona sotto la cappella, lungo l’asta fino ai testicoli che raccoglievo in bocca uno per volta sollecitandoli; il movimento con la testa per scoparmi in bocca era quasi perfetto e faceva impazzire di piacere me che praticavo la scopata e lui che la subiva.

Quando la pompa perse vigore e interesse, mi sdraiai supina al centro del letto e tirai la sua testa sul ventre; la bocca si trovò all’altezza della figa e finalmente colse che doveva leccarmi; dovetti guidare quasi ogni gesto, per ottenere il piacere a cui ero abituata nel cunnilinguo; alla fine riuscii a farmi stimolare nei punti giusti e godetti come una pazza; la memoria delle leccate di Oscar mi accompagnava mentre urlavo la mia sborrata più bella e gli sparavo in bocca uno squirt sesquipedale.

Lo stesso registravo quando decidevo di lasciarmi scopare; sentirlo entrare di colpo fino alla cervice dell’utero mi dava anche qualche momento di piacere, ma era niente a confronto con le penetrazioni lente, assaporate, quasi meditate con cui Oscar mi riempiva il canale vaginale stimolando la muscolatura periferica ad abbracciare la mazza e succhiarla in vagina, non era lui a penetrarmi ma io a succhialo in me; poche volte avevo trovato ragazzi capaci di darmi un’emozione simile o vicina.

Prima di andare avanti…

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