Poi spinsi la mazza in fondo, accompagnandola con la lingua che lambiva tutto, sbattei la punta verso il palato per farla discendere verso l’ugola e spaziare in tutta la cavità orale per deliziare la cappella e per godere di quel contatto che copriva tutti i punti sensibili; lui mi prese la testa e copulò con forza in bocca, spingendo l’asta fino al limite possibile della gola; si fermò perché lo frenai, non resistendo a conati e a sensazioni di soffocamento.
Feci appello a tutta l’esperienza maturata da adolescente e successivamente nei frequentissimi coiti orali che Franco mi chiedeva prima della penetrazione; riuscii immediatamente a sconvolgere la determinazione del mio amante e ad imporgli la fellazione che preferivo, tutta giochi di lingua lungo la mazza, fino ai testicoli, succhiate profonde che tiravano su l’anima dal sesso e copule stratosferiche sulle gote e contro l’ugola; in breve, lo sentii urlare di piacere; mi fermai per non farlo eiaculare.
Era molto emotivo, il tipo, e rischiava orgasmi troppo veloci; ma con la mazza che si ritrovava e ben educato poteva essere un ottimo amante; mi proposi di svezzarlo e di goderci al massimo; non ritenevo di umiliare il mo coinquilino, mentre copulavo con l’altro, ma solo di mettere in pratica la libertà che da lui esigevo e che in quella seduta di solo sesso trovava la più gratificante soddisfazione.
Il collega mi sfilò il sesso dalla bocca, forse per non arrivare all’orgasmo, e mi spinse a salire ginocchioni sul letto, mi piegò carponi e prese a ricambiare la cortesia leccando la vagina da dietro; con larghe spatolate della lingua, percorse più volte il tratto dal monte di venere al coccige, insinuando ad ogni passaggio la lingua in vagina e ‘tastando’ l‘ano di cui avvertì immediata la sicura abitudine al rapporto per le condizioni delle pieghe che si aprivano alla lingua che penetrava.
Ero abituata ai lunghissimi preliminari di Franco che spesso esauriva la carica sessuale proprio in quelle pratiche; apprezzai comunque la prestazione del ragazzo che per più di un’ora si ‘perse’ tra leccate profonde, titillamenti e stimolazione con le dita; non contai gli orgasmi e lui riuscì a controllarsi fino a che, in una fellazione particolarmente ricca e sapiente, non resse e mi scaricò in gola una violenta esplosione di sperma che ricevetti con gioia ed ingoiai devotamente.
Si riprese assai più rapidamente di quanto avevo sperato; mi fece stendere supina al centro del letto, mi montò sopra e mi penetrò alla missionaria; lo accolsi con entusiasmo, seguendo con passione la penetrazione del sesso in vagina, centimetro per centimetro; per accentuare la fusione dei corpi, gli passai le gambe intorno ai fianchi e usai i piedi per spingerlo contro di me; capii che era assai profondamente immerso nella vagina quando i testicoli colpirono l’ano fremente.
La copula durò a lungo; io ebbi una serie di orgasmi squassanti mentre lui mi sfondava da sopra o di lato, sollevando la gamba libera mentre mi penetrava; quando mi dispose a pecorina e mi sbatté in corpo la mazza, ritrovai il piacere mentale dello ‘sciaff’ del ventre contro le natiche e mi esaltai, implorandolo di spingere, di possedermi, di farmi sentire nello stomaco la mazza.
Affascinato dal mio sedere, mentre possedeva la vagina da dietro, lui spostò un poco la cappella verso l’alto e fece sentire la punta sull’ano; lo fermai, prelevai dal comodino il tubetto di gel e glielo passai; felicissimo, mi unse abbondantemente il foro e, con un dito, il canale rettale; infilò più dita e le ruotò, per abituarmi; ma ero ben avvezza a ricevere nel retto la mazza dei miei amanti e non feci una piega.
Quando lui spinse il fallo nell’intestino, mi limitai a godermelo lussuriosamente e a catturarlo coi muscoli anali per ‘succhiarlo’ fino a farlo eiaculare; non ci volle molto, abituata com’ero a quella pratica; il ragazzo si trovò di colpo, suo malgrado, a scaricare nell’intestino la più grossa eiaculazione che ricordasse; accolsi lo sperma con gioia e mi rammaricai solo di non potere assistere allo spruzzo, cosa che amavo particolarmente.
Passarono forse troppo in fretta le poche ore che avevamo a disposizione; uscendo dal motel, salutai con uno sberleffo i miei pedinatori e andai tronfia a casa, alla faccia del mio cornuto; nel corso degli anni, la scena si ripeté infinite volte; non mi presi mai la briga di manovrare per sottrarmi allo spionaggio degli uomini di Franco, perché ero ormai decisa a fargli sapere con chiarezza che ero padrona assoluta del mio sesso; a lui, concedevo l’elemosina del sabato sera senza nessun impegno; per tutto il tempo residuo, io ero mia e lui poteva solo assumere il ruolo che gli competeva di schiavo al servizio di una donna calda e desiderosa di trasgredire.
Non ebbi la forza morale, non capivo nemmeno io perché, di portarmi un amante nella nostra casa, nel nostro letto; per quell’oltraggio, in qualche modo definitivo, volevo qualcosa che gli restasse impresso per sempre nella memoria; se dovevo mettere a rischio la ‘gallina dalle uova d’oro’, in pratica l’uomo che mi garantiva benessere e ricchezza, volevo che fosse per qualcosa che valesse la pena.
Per le pratiche di ‘ordinaria amministrazione’, copule senza limiti, dalle sveltine nei bagni ai soggiorni in hotel nei viaggi a bella posta inventati ‘per lavoro’ fino alle ammucchiate più terrificanti, per la mentalità del mio compagno, sapevo ormai che potevo impunemente fare quello che mi girava per la testa; e riprese video di cui avevo precisa coscienza potevano valere solo per lo stupido guardone che a casa aspettava me e le relazioni che i suoi incaricati gli facevano.
Venti anni sono decisamente lunghi e difficili da trascorrere, in una situazione di stallo come quella che avevo realizzato e in cui solo io godevo dei massimi vantaggi per il mio spirito libertino; Franco accettava, o sopportava, tutto con la massima indifferenza solo perché era ancora ‘tre volte buono, quindi sciocco’; se c’era in lui una vena di cornuto contento, di slave o anche addirittura di omosessuale latente, non mi aveva mai dato occasione di accorgermene; e, comunque, non mi interessava.
Si avvicinava il ventesimo anniversario di un avvenimento centrale alla nostra vita; io la consideravo e l’avevo sempre definita la nostra convivenza; Franco più volte, molto decisamente e talora con accesa rabbia, mi aveva fatto osservare che non avevamo condiviso niente, meno che mai il sesso, visto che lo davo a tutti senza discernimento ma lo lesinavo a lui; al massimo potevo parlare di parassitismo, visto che mi facevo mantenere squallidamente da lui.
Forse anche per rimbeccargli questa affermazione, decisi che avrei celebrato l’anniversario, quale che fosse, facendo l’ultimo gesto significativo del disprezzo nei suoi confronti, portarmi nel ‘talamo’ un giovane amante, calpestando l’ultimo tabù che gli era rimasto della sua cultura, per me cavernicola; non potevo sapere che stavo per smuovere un sasso da cui si sarebbe scatenata una valanga che avrebbe sommerso tutti, me per prima.
Individuai il ragazzo che mi andava a genio nel bar che frequentavo per soddisfare le mie voglie di sesso veloce e giovane, vale a dire le sveltine in bagno; sapevo che si chiamava Vittorio, che aveva venti anni, che si stava laureando in economia e che era fidanzato con una diciottenne di nome Ginevra, figlia di un piccolo imprenditore locale; dai loro battibecchi avevo dedotto che lei si era rifiutata di ‘dargliela’ se lui non decideva di andare a convivere.
