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Erotika
Niente è quel che appare · Cap. 3
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Capitolo 3 di 4 17 min di lettura

Niente è quel che appare 3 Elettra e Giuditta

Madre e figlia assorbono con difficoltà la sorpresa del ricongiungmento col figlio e fratello; ma in fondo sono abbastanza felici ed inamorati da rimettere tutto sui binari della logia e decidono di ricominciare su basi nuove e diverse

geniodirazza
1 anno fa · 477 letture · 1

“Cia, perché non racconti anche a Giuditta la favola dei ragazzi di Montevarchi venti anni fa? Sono certo che la interesserà e forse saprà trarne la morale giusta; ti sei iscritta a psicologia, no?”

“Sei una piccola meravigliosa carogna; sei bravo a passare la patata bollente o il cerino; ricordi, Elettra, il gioco del cerino e quante volte hai fatto penitenza? Bene, Giuditta, sappi che venti anni fa c’era a Montevarchi un gruppo di universitari sfaccendati che s’inventavano qualunque cosa per riempire il tempo; soprattutto, cercavano l’amore; uno era più grande degli altri; laureato in legge, lavorava con suo padre nella loro tenuta a carciofi e olivi; per questo, lo chiamavamo ‘il contadino’.

Era il villano più bello e più affascinante che si potesse immaginare, l’uomo di cui tutte eravamo innamorate, non solo quelle esperte e mature come me che, per i miei costumi ‘licenziosi’, ero definita ‘la troia’ con moltissima cattiveria perché non avevo fatto che qualche superficiale esperienza di sesso; ma saprai che è proprio dei piccoli e dei giovani essere terribilmente cattivi anche quando dicono la verità; anch’io ero innamorata del contadino.

Ma soprattutto ne era innamorata la più giovane del gruppo, una ragazzina di diciotto anni; io ne avevo venti; la chiamavamo ‘la contessina’ perché era di origine nobile e si proponeva sempre con la puzza al naso; era bellissima, dolcissima, ingenua, disarmata e disarmante; le volevo un bene dell’anima, ero la sua più grande amica e mi raccontava tutto, soprattutto delle difficoltà che incontrava su due fronti, con noi che ironizzavamo e con i suoi che le rimproveravano le frequentazioni.”

Giuditta la interrompe.

“Cia; posso chiamarti anch’io cosi? Non mi stai raccontando una favola; ho capito che la contessina era Elettra; chi era ‘il contadino’? Ormai, vale la pena che esci dalle allegorie e mi racconti i fatti; anch’io ho diciotto anni e un padre che si sente nobile ma non lo è nell’animo; ed io non sono Elettra, non gli permetto di censurare le mie amicizie, i miei sentimenti; se capisco di essere innamorata davvero di lui, non sarà la pseudo nobiltà di mio padre a impedirmi di amarlo. E’ a questo che ti riferivi, Tancredi, quando mi parlavi di amore e di forza?”

“Dolcissima bambina, aspetta e stammi prima a sentire. Il contadino era Giancarlo, mio marito e padre di Tancredi, che non è mio figlio naturale, perché sono sterile dalla nascita; forse lo hai capito dalla meraviglia dimostrata da tua madre in pasticceria; lui non è e non poteva essere mio figlio; l’ho sposato insieme a suo padre che l’aveva avuto da un’altra … “

“Oh, mio dio, no; Tancredi, dimmi che non è vero, che non sei mio fratello!”

Posso solo abbracciarla per le spalle; scappa via piangendo e si rifugia in una camera che credo sia la sua; Cia mi fa segno di seguirla; Elettra sa solo piangere.

“Ele, smettila di piangerti addosso; è il momento del coraggio; non voltare le spalle anche adesso; andiamo dai ragazzi e cerchiamo di riportare le cose alla giusta dimensione … “

Entrano nella camera e la madre va a carezzare la figlia che singhiozza sul letto; allunga una mano verso di me che mi avvicino e mi siedo anch’io sul letto, accanto a lei; accarezzo i capelli di Giuditta che volta la testa dalla mia parte e mi stringe una mano fino a farmi male.

“Lo sapevo che eri più di un amico, per me; pensavo di essere la tua ragazza, di amarti come una donna deve amare il suo uomo; è meraviglioso sapere che sei il mio fratellone, credimi; ti voglio ancora più bene di prima; ma è come se mi si fosse spezzato qualcosa dentro; devo ancora metabolizzare troppe cose; scusami.”

“Giudy, non stare a fasciarti la testa; non esprimere giudizi; lo so come ti senti; anch’io ho dovuto digerire che mia madre era la mia matrigna e nessuno mi voleva dire il nome di quella naturale; anch’io ho scoperto, in pasticceria, che amavo mia sorella e che non riesco a odiare mia madre, perché una donna meravigliosa, che ha accompagnato prima i miei genitori e poi me, è riuscita a farmi capire che di si è trattato solo di fatalità.

“Perché parli di fatalità? Qui c’è stata stupidità e vigliaccheria … “

“Stai parlando da futura psicologa? Cominciamo da un dato; io sono un contadino, figlio e nipote di contadini; se il raccolto salta perché grandina, è fatalità; se una ragazzina di diciotto anni perde la testa e fa una pazzia, è fatalità non peccato o colpa; se resta incinta al primo rapporto completo, evento più unico che raro, è fatalità; se decide di non abortire, è fatalità; se va in Spagna con l’amica del cuore, è fatalità; se ha paura all’ultimo momento e lascia il figlio, è fatalità.

Pensa però che poteva affidarmi a un brefotrofio; avrei per cognome un numero e non sarei qui in vista della laurea in architettura; la fatalità ha voluto che, quando ha avuto paura ed è scappata, c’erano l’amica del cuore e l’uomo che amava; mi ha affidato a loro che, per fatalità, hanno deciso di sposarsi; la faccia di Elettra quando l’ha saputo dimostra che nessuno ci avrebbe mai creduto, data la condizione contadina del territorio e la fama che Cia si era acquistata.

Tu hai tutte le spiegazioni logiche, etiche e metafisiche che vuoi; per me è il Fato, non negativo né positivo, che mi ha fatto incontrare, fra tante belle ragazze che mi corteggiano all’Università, l’unica i cui cromosomi attiravano i miei; ho creduto che fosse amore, ma era affetto di fratello; perché respingi questa realtà? Solo per salire sul pulpito e giudicare tua madre? Io non giudico mio padre, forse vigliacco anche lui, che non è andato sotto le finestre dei nobili a reclamare la sua donna.

Quante cose pensi che siano condannabili in me, in Cia, in te stessa? Non m’interessano; io amo Cia qualunque cosa abbia fatto; io voglio bene a Elettra pur sapendo che ha sbagliato come madre; io ti voglio bene da ‘fratellone’ e sono pronto a essere il tuo fratello maggiore, anche se non potremo fare mai sesso, perché mi turberebbe anche solo pensarlo; incontrerai un altro che ti farà palpitare ed io ti rimprovererò l’irruenza, l’incoscienza, dimenticando che da quell’errore stesso sono nato io.

Perché non cerchi di meditare anche su questo, mentre metabolizzi le terribili novità di questa giornata; io vi voglio bene, al di là delle etichette; e spero che Cia non si senta defraudata perché non odio e non condanno mia madre; tuo padre potrà ancora crogiolarsi nella sua presunzione di nobiltà; ma Elettra è mia madre ed è stato il primo grande amore di mio padre, questo è dato di fatto, è fatalità; però é soprattutto con te che voglio parlare a lungo, sempre.”

“Senti, amore mio, io non sono defraudata di niente da nessuno; Elettra è stata e rimane la migliore amica della mia giovinezza; il suo utero è stato quello che ti ha partorito; io ti prendo per quello che sei, il mio figlio putativo, il mio amore, il mio amante, il mio tutto; e non penso neanche per un attimo di giudicare nessuno; hai ragione; è stata soprattutto fatalità; ma adesso tu la smetti di massacrare questa povera ragazza e lasci che pianga sulla sua disillusione, che s’interroghi su sua madre

Io sono pronta a giurare che lo slancio d’amore che Elettra ebbe a diciotto anni la colpirà assai più che avere per fratello l’uomo più corteggiato dell’università; io ti suggerirei di lasciarle da sole a raccontarsi quello che devono e vogliono; noi andiamo a casa e cerchiamo di fare quello che ci fa stare bene.”

Prima di andare avanti…

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