Niente è quel che appare 1
I convogli sulla tratta dal capoluogo al paese sono superaffollati nei giorni e nelle ore di movimento di studenti e lavoratori; ma in genere sono abbastanza vuoti, puliti e comodi; quella volta il percorso diventa più piacevole, fatto in una mezza mattinata quando sono in pochi a viaggiare.
Il mio nome è Tancredi, venti anni, fisico asciutto e muscoloso ma non palestrato; viaggio molto spesso su quella tratta per andare da casa, nella campagna intorno al paese, fino al capoluogo, per andare alla facoltà di Architettura dove sono iscritto al secondo anno; e quando torno alla cascina per effettuare i soliti cambi di abiti e di materiali vari che mi servono nella settimana che trascorro in città.
Stavolta viaggio leggero, perché non è il solito fine settimana; sto recandomi a casa per essere vicino ai miei; mio padre Giancarlo, quarantacinque anni molto ben portati, è vissuto da sempre in campagna, nonostante la laurea in legge, per occuparsi, come suo padre, della tenuta a ulivi e carciofi che è stata da sempre l’attività della famiglia; è convalescente da un brutto incidente capitatogli col trattore mesi prima e che ha comportato due settimane d’ospedale e una lunga convalescenza.
Mia madre Lucia, che tutti chiamavano Cia, ha quarant’anni, ma la sua bellezza è da copertina; il fisico tenuto in perfetta forma è asciutto ma non magro, con un seno molto ben modellato; i fianchi e il didietro fanno girare tutti gli uomini che incrocia, le gambe sono da ammirazione indiscussa; il viso dolce di mora, quasi aggressiva, sembra uscito delle maggiori tele rinascimentali dei pittori umbri o toscani.
Sono sposati da quasi vent’anni e si amano follemente anche alla loro età; so che hanno avuto un’attività sessuale assai intensa; da quando ho impattato i problemi del sesso, mi sono consumato masturbandomi ogni sera, perché nella camera adiacente i due si davano da fare con grandissima foga; il recente incidente ha avuto, come conseguenza più grave per Giancarlo, danni al bacino con asportazione della prostata e conseguente impotenza.
“Ciao, amore mio bellissimo, tutto bene?”
Cia è sempre larga di affettuosità; si avverte nelle sue espressioni qualcosa di torbido, quasi una sessualità espressa e dichiarata, come se mi trattasse da amante appassionato più che da figlio; rispondo con la stessa enfasi, perché sento verso di lei uno slancio davvero tutt’altro che filiale, una tensione amorosa che tracima nella sessualità pura; non a caso, negli ultimi quattro o cinque anni avevo cercato ogni momento di vederla nuda o quasi.
Anche quello, come tutti gli incontri alla stazione quando arrivo, è il ricompattarsi di una passione peccaminosa e ardente, un ritrovarsi di amanti che si cercano e non sembrano mai raggiungersi; spesso mi scopro a desiderare mia madre assai più che qualunque coetanea che frequento all’Università o in città; l’unico freno è questo legame che mi obbliga a spostare l’attrazione sul rapporto madre - figlio.
“Ciao, Cia; tutto bene. Ti vedo in forma come sempre … e bellissima; Giancarlo che fa?”
“E’ tornato sui campi; lui, senza lavorare, non sa vivere … “
“Ma adesso che lui è fuori uso, tu come te la cavi?”
“Impiccione; ti sembrano domande da fare? … Comunque, ci sono molti modi di preparare una pietanza e noi sappiamo arrangiarci, con mani, bocca e qualche giocattolo … “
“Non hai o non ti cerchi un amante? Credo che mio padre, intelligente com’è, non te ne farebbe una colpa … !”
“Svergognato e impiccione, ecco cosa sei. Non ho nessun amante, anzi ne ho uno solo, ideale, ma lui non ne sa niente … “
Siamo arrivati a casa e il discorso si arena su quella dichiarazione; ma una sorta di ammiccamento nello sguardo mi fa ritenere che forse c’è qualcosa di non detto, nel silenzio che segue, mentre lei manovra per mettere la macchina al riparo nello spazio coperto adattato a garage; vedo mio padre venire verso di noi, muovendosi con disinvoltura e recando in mano un fascio notevole d’insalata raccolta nel campo.
“Oh, giusto tu, meraviglioso bastone della mia vecchiaia; senti, ragazzo, domattina ci sarebbe da accompagnare Cia alla solita visita dal ginecologo; io ho un problema con la minaccia della fillossera; ti andrebbe di accompagnarla tu al mio posto?”
“Certo, babbo; sai bene che con Cia andrei anche all’inferno … “
“Parli proprio come un innamorato pazzo, di questa donna; devo ingelosirmi?”
“Se lei mi desse spago, avresti da temere … Ma è così legata a te che non ce n’è per nessuno … “
Continuiamo a scherzare mentre andiamo in casa; ma sappiamo tutti e tre, forse, che lo scherzo nasconde una voglia di peccato che è meglio non fare nemmeno trasparire; Lucia, che mi è proibito chiamare ‘mamma’ ed io non l’ho mai fatto da quando son nato, ‘fa sangue’ a chiunque; mio padre credo che sappia con certezza della mia sfrenata passione per lei, ma sa anche che la mia educazione, anche religiosa, m’impedirebbe di portare le cose di là dal desiderio astratto.
La mattina seguente montiamo in macchina e la porto in paese; mentre andiamo verso l’ambulatorio, mi cinge la vita e la sua destra si abbassa a carezzarmi una natica che stringe e palpa più volte; passo la mia sinistra intorno alle sue spalle e le vado a sfiorare il seno; si gira a guardarmi e mi bacia sulla guancia; se non fossimo in piena piazza, sono convinto che la violenterei lì stesso; e non sono certo che mi scaccerebbe; il fratellino tra le gambe alza un poco la testa, ma lo controllo.
Non è necessaria anticamera; quel medico fissa rigidamente poche prenotazioni ma precise; un’infermiera la invita a entrare; mi chiede di aspettare; non passano più di dieci minuti che la stessa infermiera m’invita a entrare anch’io; Cia è seduta su una sedia alla scrivania, di fronte al medico, una persona tra i sessanta e settant’anni, non riesco mai a imbroccare le età, che presumibilmente è il suo ginecologo da sempre; mi fa sedere sulla sedia accanto alla sua.
“Cia, lo sai bene qual è il tuo problema; le tue ovaie sono nate secche e non c’è niente che possa rivitalizzarle; però ti assicuro che non ci sono altre difficoltà; devo solo invitarti a continuare la cura di controllo e goderti la vita quanto puoi, giovane e bella come sei; ora anche questa disgrazia a tuo marito contribuisce a metterti in difficoltà, ma non devi deprimerti; le soluzioni, se volete, ve le potete comunque inventare; e i mezzi non vi mancano.”
La diagnosi non mi sconvolge tanto per la situazione che descrive, ma per i precedenti; se Cia è sterile dalla nascita, come può essere la mia madre naturale? La domanda mi si deve essere disegnata in volto, perché lei mi fa cenno con le mani, coperte al dottore dalla scrivania, che dopo ne parleremo e mi spiegherà; divento ansioso, a quel punto, di conoscere il mistero che si cela dietro la mia nascita; prende la prescrizione, salutiamo e usciamo.
Mentre andiamo al parcheggio, apertamente mi prende in vita e mi palpa le natiche con gusto; ricambio e non mi dirigo al seno, ma anch’io al suo sodo e bellissimo fondoschiena; mi sembra che s’illanguidisca e si stringa a me con più intenso affetto.
“Tesoro mio meraviglioso, ti rendi conto che stiamo amoreggiando apertamente?”
“Sei stata tu, a cominciare; io ti seguo dovunque … “
Non riusciamo a dare spettacolo perché siamo alla macchina; ma mi sto chiedendo cosa succederà lungo il percorso; al momento però altre domande mi urgono.
“Se sei sterile della nascita, come ha detto il dottore, come puoi essere la mia madre naturale?”
“Semplicemente non lo sono. Fermati su un’area di sosta qualsiasi e parliamo, prima di continuare.”
Trovo poco più avanti un’area di servizio chiusa e deserta; mi vado a parcheggiare in un punto isolato, spengo il motore, sgancio la cintura e mi giro verso di lei che a sua volta ha sganciato la sua.
“Io ti sono incontestabilmente madre per affetto, per amore, per dedizione, per cura; ti ho vissuto come un figlio e ti considero tale; ma l’utero che ti ha partorito non è stato il mio … “
“Cia, questa prima affermazione già mi chiarisce molte cose; non vuoi che ti chiami ‘mamma’ perché sono altro per te; ti riferivi a me quando parlavi del tuo amante ideale?”
“Io non sono forse l’amante dei tuoi sogni da quando avevi quindici anni? Non dedicavi a me tutte le tue masturbazioni; non era me che spiavi quando ascoltavi i nostri amplessi? Non era me che cercavi di vedere nuda? Ecco, tu sei stato e sei per me il mio amante ideale esattamente come io ero la donna dei tuoi desideri.”
“Io mi sentivo in colpa con mio padre, quando mi accorgevo di desiderare la sua donna … tu no?”
“No, amore mio, perché io glielo dicevo che avrei voluto tanto averti nel mio letto e impossessarmi di te, almeno di quella parte di te, visto che il resto lo avevo solo gestito e coccolato.”
“Non devi essere stata una difficile, tu!”
“Ti sbagli; da adolescente mi sono un poco sbizzarrita; questo mio handicap mi faceva sentire quasi autorizzata a giocare col sesso, visto che non rischiavo niente; ma, da quando Giancarlo ha scelto di sposarmi, sono stata sempre e solo sua … e tua, solo nel pensiero. Tuo padre sapeva che non averti partorito m’ispirava il desiderio di possederti e ne scherzava con me; ma non mi risulta che abbia mai fatto qualcosa per concupirti.”
“Concupire no, ma eccitare, sempre; e quello dipendeva solo da me … Giancarlo è mio padre? Chi è mia madre?”
