Anna chiamò Nicoletta e le chiese se fosse disposta a ospitarla casa sua; ‘anche per tutta la vita’ fu la risposta quasi ovvia di lei, che era addolorata per quanto capitava ma che si rendeva conto che era inevitabile quella soluzione; Giorgio, tornato dal lavoro, trovò la sorpresa del messaggio che sua moglie aveva lasciato scritto e il cuore, ancora una volta, gli si fermò per un attimo; il sangue gli salì alla testa e gli sembrò di impazzire.
Chiamò immediatamente i suoceri; gli rispose Nicola che lo liquidò in poche battute; si era comportato da maschio arrogante e presuntuoso; non aveva nessun diritto su donne libere e sulle loro scelte; si rassegnasse ad essere solo e non si azzardasse ancora a turbare la loro quiete; si abbatté sconfortato su una sedia e si prese la testa tra le mani; il suo vantato harem si era dissolto e non poteva neppure riversare sul figlio l’amore che, nonostante tutto, nutriva profondo per sua moglie e per la madre.
Cadde in una profonda depressione, che si fece molto cupa quando ebbe notizie che ambedue le donne amate avevano scelto la libertà, anche col divorzio; quando, agli inizi dell’autunno, seppe da alcuni colleghi che avevano chiesto il trasferimento in due province diverse e lontane, si rassegnò, cercò e trovò conforto in un nuovo amore al quale si affidò con maggiore umiltà per non perdere ancora il treno della vita.
Le due donne invece trovarono immediatamente una intesa perfetta che consentì loro, per alcuni mesi, di vivere un rapporto quasi perfetto; occuparsi del bambino non era difficile, con due donne a farlo, così come non era molto problematico tenere il ritmo del lavoro nella scuola dove insegnavano ambedue; una buona soluzione palliativa lo trovavano a letto, dove vaghe ansie saffiche facevano scatenare la loro libidine in rapporti sessuali.
Non ci mise molto, Anna, a capire che alla sua amica neppure questo bastava; Nicoletta dopo un paio di settimane le disse con chiarezza che aveva bisogno di qualche serata libera per sostituire ortaggi e dildi con un cazzo vero, senza niente togliere alla dolcezza del loro amore, anche fisico, lei non riusciva ad impedirsi di provare quei pruriti di figa che da sempre avevano caratterizzato la sua vita ed i rapporti con l’altro sesso.
Alla sbalordita concubina spiegò che il bisogno di una mazza vera, di carne, che riempisse figa, culo e bocca e insomma tutti i buchi praticabili non era una sua deformazione patologica; Agnese, sua madre, aveva scelto di surrogare il cazzo, inutilizzabile, di suo marito con quello del genero, che aveva una bella dotazione; Emilia, sua sorella, aveva cercato lo steso cazzo per rimediare alla distrazione del marito legittimo che non la soddisfaceva.
Alle rimostranze di Anna che contrapponeva il suo bisogno di amore che non riusciva a cancellare, Nicoletta rispose ricordandole che non aveva scelto un cazzo qualsiasi per farsi ingravidare, ma quello di Giorgio perché per lui provava un sentimento assi vicino all’amore e che l’unico suo tormento era la coscienza che lui era il padre di suo figlio, anche se certi atteggiamenti emersi le avevano imposto di scegliere l’atteggiamento giusto e corretto.
“Quindi anche tu continui ad essere un poco innamorata di lui?”
“Anna, non ho mai detto che ho cancellato l’amore per Giorgio; ho lasciato la casa di un maschilista oppressivo, arrogante e tiranno; non ho smesso di amare il padre di mio figlio; credi mi costi poco non poter fare conoscere a mio figlio il modello maschile a cui volevo assomigliasse, prima di scoprire quanto fosse piccino, in realtà? Purtroppo, i fatti depongono contro di lui e la rilettura dice che forse non meritava e forse non merita quel che gli abbiamo dato.”
“Io non riesco a dimenticare di averlo amato sin da quando ero ragazzina.”
“Amore mio, questa storia è cominciata con una vendetta; tu volevi giocare col sesso lasciando l’amore a tuo marito; lui non ti ha lasciato spiegare e mi ha cercata per concupirmi; questa è vendetta di un maschio prepotente; non è la razionalità che in lui ammiravo; io ne ero invaghita, ma mi tenevo indietro perché era tuo marito; lui non era innamorato di me, forse nemmeno un poco, perché ti amava e forse ti ama al di là e al di sopra di tutto.
La sua vendetta si è arricchita di un elemento quando ha capito che mi ero fatta mettere incinta da lui; poi ha amato l’idea di un figlio con me; non ha amato e forse non ama me; ama la donna che gli ha dato un figlio; questo cambia le prospettive, non ci vuole molto a capire; ha accettato la logica di tuo padre perché ama la logica e la rispetta; ma l’obiettivo era sempre l’harem e soprattutto le schiave; lui ci voleva a decoro della sua mascolinità.
Ora è chiaro che io non ci sto; e forse neppure tu ci stai; per me, lui è diventato il cazzo da cui ho fatto spruzzare lo spermatozoo giusto; per lui, dovrei essere l’ancella del suo cazzo; ma io sono libera e glielo dimostro, oltre a dirglielo; se ho voglia di cazzo, me lo prendo e non rendo conto a nessuno; tu, se vuoi rimanere fedele al tiranno, fai pure; io proclamo, difendo e dimostro la mia libertà.”
Il sabato successivo, Nicoletta avvertì Anna che avrebbe passato la notte fuori e si godette la sua notte di splendide scopate con un ragazzo, molto giovane, di passaggio in città, che aveva abbordato al solito bar; l’amica passò gran parte della notte a badare al bambino ma soprattutto a smanettarsi e a masturbarsi con una zucchina fantasticando su quello che nello stesso momento stava facendo la sua amica.
Le sue fantasie più ardite, però, non raggiunsero la realtà di quel che Nicoletta riuscì fare con un cazzo giovane, quasi vergine e carico di ormoni, disposto a bruciare il mondo per godersi una figa inaspettata, straordinariamente bella e matura, ma soprattutto molto esperta e in grado, alla fine, di strappargli piacere, libidine e sperma dai coglioni fino quasi a stramazzare; quando, al mattino, si risvegliò col cazzo duro che lei stava succhiando con vigore, le esplose in bocca l’ultima volta.
Anna, totalmente presa dalla sua smania di un grande amore sognato, vissuto, accartocciato e messo via, ma che sperava di ricostruire ancora con un altro partner, se necessario, si trovò ad accettare malvolentieri il modo di vita dell’amica che di tanto in tanto sentiva il bisogno di incontri occasionali; eluse con garbo la corte di qualche amico e collega che individuava come semplice desiderio di una scopata senza impegno con una divorzianda; chiese il trasferimento ad una provincia lontana.
Anche Nicoletta prese coscienza che, quanto meno, la ‘piazza era ormai satura’; stanca anche di ricorrere a mille sotterfugi per cercarsi la scopata giusta al primo prurito di figa, decise di dedicarsi tutta e solo a suo figlio; anche lei però arrivò alla conclusione che trasferirsi lontano da tutti, soprattutto da Anna, era l’unica via per una autentica rinascita; presentò anche lei domanda di trasferimento, non a caso in una provincia in posizione diametralmente opposta a quella richiesta da Anna.
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Erano passati venti anni dagli eventi raccontati; Giorgio, dopo il divorzio, aveva sposato una collega dalla quale aveva avuto una figlia, Marina; aveva progredito in carriera e gli era stata affidata la direzione di un’agenzia della Banca per cui lavorava da decenni; era rimasto tonico e sportivo, invidiabile da qualsiasi giovane nonostante i quarantacinque anni portati con molta eleganza; sua figlia, diciotto anni, era cresciuta nei più ampi principi di libertà e di autonomia, proprio quelli cari a Nicoletta.
Sua moglie era venuta a mancare, per un tumore micidiale; lui si era dedicato totalmente a sua figlia e non aveva preso più in considerazione ipotesi di matrimonio; ma, grazie al suo fascino, trovava facilmente chi desiderasse passare con lui una serata di incanto tra cena e dopocena; Marina aveva rapidamente imparato a non impacciare le sue manovre quando se le portava a casa, non importa se per una notte o se per una settimana.
Lei era diventava abilissima a lavorare al computer ed entrava in molte chat dove conosceva sempre nuovi amici; due in particolare l‘avevano colpita, ambedue fuori sede di architettura a Milano; Edoardo, che frequentava il secondo anno era di tre anni più grande di lei, proveniva da Perugia, dove sua madre insegnava; del padre, non faceva nessun cenno; Nicola, proveniente da Salerno, aveva due anni più di lei e frequentava il primo anno sempre di architettura.
Uno degli elementi determinanti per la loro amicizia era stata la notizia che le madri di ambedue i ragazzi erano originarie di Milano ed avevano per qualche anno insegnato nello stesso Liceo, ma non si conoscevano ed era difficile stabilire se si ricordassero l’una dell’altra; a completare l’informazione, Marina fece osservare che anche la prima moglie di suo padre, precedente sua madre, aveva insegnato in quel Liceo.
