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Erotika
Formazione … deviata · Cap. 2
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Capitolo 2 di 6 15 min di lettura

La penetrazione anale

La moglie non vuole essere a meno delle amanti; gli chiee di romperle il culo; lui lo fa e la scopra assai più ricettiva di come pensava.

geniodirazza
1 anno fa · 402 letture · 1

“Peppe, domani è domenica; dopo pranzo, Laura va all’Università; il bagaglio è già pronto; domani a pranzo c’è pasta al forno già pronta, solo da infornare; stasera io e te copuliamo come gli amanti più appassionati e gli innamorati che siamo sempre stati; ci alzeremo domani solo per pranzare; se non saremo esausti, possiamo anche riprendere dopo pranzo e uscire dalla camera solo lunedì per andare al lavoro. Ci stai?”

“Prima di scatenarci nel sesso, posso confessare un piccolo turbamento? … Quello che mi hai detto, che nello scatenamento dei sensi il piacere ti sopraffà, mi fa temere che, in futuro, quando dovessimo avventurarci nella ‘zona proibita’ delle trasgressioni, potresti incontrare problemi, perdendo il controllo; vuoi che ne parliamo o affrontiamo i problemi di volta in volta?”

“Peppe, step by step vale per tutto; questi dubbi appartengono ad uno step ancora da venire; stasera in gioco c’è il mio sedere e il tuo fallo; vogliamo farli unire come sesso comanda?”

“Va bene; mettiti carponi … “

Si piegò a quattro zampe e mi offrì il meraviglioso sedere da guardare, da amare, da copulare con gioia; mi fermai ad ammirare con dolcezza il profilo limpido ed elegante della schiena, dalla nuca alle spalle armoniose, giù verso la vita che si stringeva in dolcissime curve per poi aprirsi nei fianchi larghi e carnosi; accarezzai lo spacco; un dito scivolò nel sedere e un altro in vulva; gemette di piacere; afferrai i glutei a mano piena e li strinsi con dolce violenza allargando le natiche.

Godeva molto e lo sentivo dai gemiti; le suggerii di infilarsi una mano tra le cosce e di masturbarsi; mi inginocchiai dietro di lei, le alzai il sedere al massimo e mi piegai col viso affondandolo nello spacco; la lingua guizzò quasi da sola a stimolare l’ano grinzoso; le piaceva e lo provava il rilassamento delle pieghe anali che facevano largo alla lingua; la spostai un poco più avanti e penetrai nella vagina; incontrai il dito di lei che martirizzava il clitoride.

Spingendola opportunamente con le mani, la feci sollevare in ginocchio e mi infilai sotto di lei finché la vulva fu sulla mia bocca; manovrai un poco per averla tutta a mia disposizione e lei trovò i movimenti per mettermi sulla bocca la vulva grondante mentre il didietro si impalava sul mio naso; leccavo e succhiavo come un’idrovora; urlò, gemette e si contorse ma non si muoveva di un centimetro dalla posizione conquistata.

Percorsi con la lingua a spatola dal pube all’osso sacro, giocando su tutto il percorso ed infilandola in vulva e nell’ano; usai le mani per accarezzarle sedere, inguine e vagina; mi dava un piacere spasmodico accarezzare la pienezza delle natiche e impastarle lussuriosamente; afferrai le anche e tiravo su di me tutto il sesso quando succhiavo la vulva con entusiasmo; accompagnava le mie manovre con gemiti e frasi monche che mi incitavano a possederla.

“Ti voglio nel sedere, prendimi a pecorina!”

Il suo era un grido di preghiera, quasi; staccai la bocca per avvertirla che non era una cosa facile; penetrarla a freddo sarebbe stato farle certamente male e rischiare che rifiutasse per sempre la pratica; mi chiese se sapevo come provvedere a rendere l’anale una copula diversa ma altrettanto meravigliosa; le ricordai ancora di non lasciarsi andare alla libidine; in bagno ci dovevano essere dei lubrificanti, per lo meno della vaselina; se avessimo fatto le cose con pazienza, sarebbe stato solo piacere.

La abbandonai per un attimo, per andare in bagno a recuperare la vaselina; tornando, la trovai languidamente distesa supina che mi aspettava ansiosa; mi fermai a guardarla ammirato di tanta bellezza; le mostrai la boccetta; si girò carponi e mi offrì il sedere meraviglioso; mi fiondai a leccare tutto e per un po’ svariai tra vulva e ano, spatolando con la lingua dal monte di venere al coccige; accarezzai le natiche, percorsi il vallo e le infilai un dito umettato con gli umori della vulva.

Dopo un attimo di resistenza, cedette alla pressione e si lasciò penetrare dal medio; lo ruotai più volte nel canale rettale strappandole gemiti di piacere, cominciava già ad assaporare le gioie del fallo nel retto; feci cadere qualche goccia del liquido lubrificante sulle dita della stessa mano e, disinvoltamente, due penetrarono nel foro, il medio e l’indice; con l‘altra mano catturai il clitoride e la masturbavo, mentre abituavo l’ano alla violazione.

Quando mi resi conto che ormai lo sfintere si era abituato allo stupro che inesorabilmente stavo praticando, tirai fuori le dita, spinsi uno dell’altra mano in vulva per accentuare il piacere e di nuovo forzai il retto, stavolta con tre dita a cuneo; la vaselina fece egregiamente il suo dovere e capii che Carmen era tanto concentrata sul piacere in vagina da non accorgersi, quasi, che il sedere veniva violato da una massa vicina a quella del fallo che stava per sfondarla.

Sempre accarezzandole le natiche e stimolandole il clitoride, passai il lubrificante sul medio e lo distribuii abbondantemente nel canale rettale e sull’ano; ne versai un poco e lubrificai il fallo che, nella tensione dell’esperienza, era diventato una trave d’acciaio vogliosa di sfondare il retto alla mia donna; appoggiai la cappella all’ano, la presi per le anche e spinsi con dolcezza e lentamente; scivolò dentro e si bloccò all’altezza dello sfintere; lei gemette un ‘fermo!’ sussurrato e mi bloccai senza arretrare.

Sentii che la presa dell’ano si allentava e ripresi a spingere con determinata dolcezza; lei avvertiva ogni piccolo avanzamento della mazza nel canale rettale e sentivo che cercava di respirare regolarmente per superare il fastidio della forzatura; non doveva essere indolore, la penetrazione; ma assorbiva il fallo come si riappropriasse di qualcosa di suo; le mani dietro le natiche carezzavano la mazza che entrava, quasi a misurare quanto ancora mancasse.

Diede lei la spinta decisiva, picchiando col sedere sul ventre e assorbendo nel retto il fallo fino ai testicoli; quando li sentì picchiare sulla vulva, fu certa che l’avevo penetrata fino in fondo; si fermò ansante, riprese il respiro regolare e con i muscoli rettali strinse più volte il fallo; cominciò il più epico anale che avessi mai realizzato, forse perché vissuto con l’amore che ci univa; io pompavo nella maniera più classica, aiutandomi con le anche e con i seni che tiravo a me quando spingevo l’asta dentro.

Lei, invece, ogni volta che il fallo era profondamente immerso nell’intestino, mi bloccava e manovrava coi muscoli interni per mungerlo con infiniti brividi di piacere strabilianti, per me che cercavo di allontanare l’eiaculazione.

“Me l’hai fatto notare tu, che è il mio corpo a imprigionare la tua mascolinità; ora che ce l’ho dentro il ventre non ti lascio dominare; lo succhio io, per il tuo e per il mio piacere; vorrei che non finisse mai questo momento di dedizione e di possesso totale; ma voglio anche sentire il tuo sperma scoppiarmi nel corpo per darmi orgasmi violenti; avvertimi quando stai per venire; spero di farlo insieme a te.”

Cominciai la cavalcata più saporita che potessi immaginare; il fallo che scivolava nel sedere sempre più libero, sempre più bene accetto, le natiche che mi battevano sul ventre mettendo a subbuglio la mia libidine totale, le mani artigliate sulle anche fino a farle male o aggrappate ai seni tirati con dolorosa determinazione; tutto concorreva a rendere quell’anale un momento di piacere e di amore infinito; l‘orgasmo arrivò con spasmi continui alla prostata; l’avvertii che stavo per esplodere; godemmo insieme.

Mi abbattei sulla sua schiena, quasi svuotato dall’eiaculazione, leggermente intontito dal piacere; lei si adagiò bocconi sul letto, trascinando con il suo corpo il mio che le stava attaccato; non azzardavo a sfilare il fallo, ancora bello duro, perché sapevo che l’uscita era più dolorosa dell’entrata; respiravamo sempre più regolarmente; sentivo che il piacere si dissolveva, la mazza diventava barzotta poi sempre più floscia; la sfilai con un leggero ‘flop’ e mi rovesciai supino accanto a lei.

Quando si riprese, mi scivolò sul corpo e venne a baciarmi; ricambiai con passione; non c’era bisogno di parole; era stato davvero un momento di grande entusiasmo sessuale, di lussuria infinita e di libidine da incorniciare.

“Questo era proprio giusto che lo facessimo; non ho mai goduto tanto in vita mia; scommetto che c’è tanto da imparare sull’anale; nei prossimi step conoscerò ed applicherò le conoscenze. Sei tanto stanco, amore? O puoi ancora aprirmi la mente su qualcosa?”

“Carmen, bada che non esistono manuali sul fare sesso o sul fare l’amore; tutto nasce dalla testa, dal cuore e dall’inguine; quello che ti dettano, fai; al massimo si può suggerire qualcosa; per esempio, il tuo seno meraviglioso può essere utile a una copula che si chiama ‘spagnola’, non so perché, e si pratica col fallo fra i seni … “

“Mi fai provare?”

La feci sdraiare supina, le montai addosso e mi sedetti sullo stomaco; sistemai il fallo nel solco tra le mammelle e presi i globi tra le mani per portarli intorno all’asta; mi sostituì e strinse amorosamente l’asta tra i seni; io la feci scivolare, grazie anche ai residui di vaselina, portandola fino ad urtare il mento, visto che aveva abbassato la testa per ammirare; socchiuse la bocca e ricevette tra le labbra, a fine corsa, il fallo che leccava per rimandarlo poi indietro.

Giocammo per un poco tra i seni e lei espresse una gioia fanciullesca per una tecnica che sapeva di gioco più che di copula; mi avvertì che lo avremmo fatto spesso perché le piaceva un botto, masturbare con il seno il mio fallo; le sorrisi e la baciai, con acrobatici movimenti.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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