Mi chiamano un taxi, perché nessuno mi vuole accompagnare per quanto odoro di sborra. Esco, salgo sul taxi e mi faccio condurre nel parcheggio, dove è ferma la mia auto. Il tassista, un tizio abbastanza anziano, mi guarda e, mentre viaggia, mi scruta attraverso lo specchietto. Cerco di pulirmi un po' e vedo che lui annusa: è chiaro che ha capito che son tutta piena di sborra. Il tragitto è breve e, quando arriva, gli chiedo l'ammontare della corsa. Lui scende dalla vettura, mi apre lo sportello e, mentre scendo, gli regalo la visione delle mie cosce nude. Lui mi blocca fra il sedile e lo sportello, mi guarda e mi dice che, se voglio, posso pagare anche diversamente. Io per un attimo non capisco, ma quando lui mi presenta davanti alla faccia il suo cazzo duro, resto sorpresa ed a bocca aperta, che subito viene riempita dal suo cazzo. «Dai, troia, succhia anche il mio, succhia, puttana!» Sono stordita e quasi non mi rendo conto che lui mi tiene la testa e mi scopa velocemente in bocca. Fortunatamente sborra poco dopo e mi inonda bocca e viso di crema densa e acidula. Ho un colpo di tosse, perché me ne va un po' di traverso. Lui sorride e mi fornisce dei fazzolettini. «Cazzo, sei davvero piena! Ti devono aver scopato tantissimo per riempirti così. Dai, pulisciti, che fai quasi schifo!» Scendo e, malferma sulle gambe, entro nella mia vettura e torno a casa. Per fortuna, Paolo non è ancora tornato e solo allora vedo un messaggio sul cellulare che mi informa di aver avuto un'emergenza al lavoro, che si è recato alla centrale e che tornerà appena possibile. Mi faccio una doccia e butto via sia le autoreggenti, rotte e inzuppate di sperma, che il perizoma, che è fradicio allo stesso modo del vestito, che ripongo in una busta, nascosto per non farglielo vedere. Lunedi lo porterò a lavare. Sono distrutta con i buchi che tumefatti ed irritati, li sento aperti e dilatati e ho terrore che non si richiudano, permettendo che Paolo possa accorgersene. Mi addormento sfinita. Quando mi sveglio, la mattina dopo, mi rendo conto che non ho sentito tornare Paolo, che dorme accanto a me. Lo guardo e tornano in me sentimenti di colpa nei suoi confronti. Non si merita quello che sto facendo, decido che, in qualche modo, devo aiutarlo. Silenziosamente mi vesto. Indosso i miei collant, jeans, un maglioncino e scarpe da ginnastica e vado a riprendere i miei figli. Ad aspettarmi, trovo solo Anna, perché Angelo ha portato i bambini al parco che si trova vicino casa loro; mi offre un caffè e, mentre lo stiamo sorseggiando, mi assale di nuovo quel disagio, perché ancora, dentro di me, son presenti le forti sensazioni che ho provato la sera precedente. Lei mi osserva e, forse, se ne accorge: la cosa mi intimidisce e, nello stesso tempo, mi fa tremare ancor di più. Tengo lo sguardo abbassato e cerco di sviare i suoi occhi, ma lei mi si avvicina e mi chiede, con voce calma e pacata, com'è stata la mia serata. Io, sempre con lo sguardo basso, le rispondo che è andata abbastanza bene, considerando il fatto che le persone con cui son uscita, in fondo, le conosco quasi da sempre, anche se vi erano altre due persone nuove. In ogni caso, abbiamo parlato molto ed a lungo di lavoro. Lei sorride e, dopo avermi sollevato il viso, agendo con le dita sul mento, mi fissa dritto negli occhi e la sua voce continua ad esser calma e tranquilla, ma le sue parole sono decisamente dirette. «Sharon, figlia mia, capisco che di certo la serata deve essersi conclusa molto tardi, perché hai un'aria stanca e affaticata, e, detto fra noi, son convinta che, nel “tuo letto”, ci sei tornata molto tardi.» Il suo tono è allusivo ed io continuo a tenere lo sguardo basso, cercando di non incrociare i suoi occhi, ma lei continua ad insistere. La guardo, annuisco dicendo che, sì, è stata abbastanza faticosa. Lei mi sorride e dice che devo, in qualche modo, mascherare le profonde occhiaie che ho sul volto, indice di qualcosa di più di una serata stancante. La guardo, mentre sento tremare il mio cuore e, brividi di paura percorrono il mio corpo. Lei intuisce che ho i sensi in tumulto, mi abbraccia e mi rassicura. «Gioia mia, nella vita bisogna far dei sacrifici per mantenere una famiglia e son sicura che, se lo hai fatto, e son certa che lo hai fatto, era giusto così e, quindi, non starò qui né a rimproverarti né a farti la morale, ma vorrei solo sapere come sono andate le cose.» La guardo ed avverto un profondo disagio, perché capisco che sono alle strette e dovrò confessare tutto ciò che è successo e questo mi preoccupa non poco. Lei mi vede titubante e continua ad insistere.
«Paolo ti ha vista in queste condizioni? Spero di no! Perché la tua faccia è tipica di una persona che ha avuto molto da divertirsi fino allo stremo.» La guardo e dai miei occhi due lacrime scendono e mi rigano il volto. Lei intuisce il mio stato d'animo ed il disagio da cui sono attanagliata, allora mi abbraccia e, tenendomi per mano, mi porta sul divano. Sedute una accanto all'altra, lei mi invita a raccontarle tutto quello che è successo. «Sharon, dai, sfogati un po', altrimenti sarà tutto più difficile. Stai tranquilla che non è successo niente di grave e, anche se hai scopato con qualcuno, come ho detto prima, sicuramente la cosa doveva presentarsi necessaria. Ora raccontami tutto, per filo e per segno, senza tralasciare nulla; voglio sapere tutto nei minimi dettagli, perché ho la netta sensazione che tu stai vivendo un momento molto particolare e, considerata la tua totale inesperienza, non vorrei che tu commettessi degli errori irreparabili. Fidati, gioia mia, perché hai bisogno di qualcuno con cui sfogare i tuoi dubbi, le tue incertezze. Tuo marito non è ancora un cornuto consapevole, come tuo suocero e, essendo molto geloso, non vorrei che ti trovassi nei casini.» Appoggio la mia testa sulla sua spalla e, con voce incerta, le descrivo tutta la serata, di come mi hanno scopato, di come ho goduto, di come mi hanno aperto il culo e anche del bocchino fatto al tassista. Lei mi guarda, mi stringe a sé e mi dice che non mi devo rimproverare di nulla, perché quello che avrei fatto è stato per una giusta causa: era la cosa giusta da fare in quel momento. «Anch'io, al tuo posto, mi sarei comportata così, come hai fatto tu. Adesso dobbiamo solo valutare come mettere a profitto il sacrificio fatto.» Lei mi guarda e mi chiede se ho qualche idea su come agire in conseguenza del discorso suggerito da Augusto. «Che idea ti sei fatta, soprattutto sul discorso di aiutare Paolo, come ti ha suggerito Augusto?» La guardo e prendo atto che forse è proprio questo il modo per alleggerire i miei sensi di colpa nei confronti di mio marito, cioè aiutarlo a poter vivere e lavorare in maniera più tranquilla e serena, quindi mi dichiaro disponibile ad incontrare questa persona altolocata, ma non ho la più pallida idea di come organizzare la cosa. Lei mi guarda, mi conferma che era certa della mia disponibilità, così, in un certo qual modo, aveva già predisposto qualcosa finalizzata alla realizzazione di quanto necessario. «La persona che dobbiamo incontrare si chiama Alberto; è un grandissimo amico di Augusto. Naturalmente tutto dev'esser fatto in maniera discreta e molto riservata.
In tal senso, mi son permessa di studiare un po' come metter in pratica questa cosa; ho chiesto ad Alberto quale potrebbe esser il giorno giusto per giungere a questo incontro. Augusto mi ha riferito che, mercoledì sera, sarebbe perfetto.» La guardo e le chiedo che fare per organizzarmi, in considerazione anche dei turni che avrà Paolo quella sera. Lei mi risponde che, in pratica, è già tutto organizzato, perché Alberto è sicuro che Paolo quella sera sarà impegnato nel lavoro fino a tardi e, per quanto riguarda i figli, non ci sono problemi in quanto, quando io uscirò dal lavoro, andrò direttamente a casa loro e Angelo porterà i bimbi a casa, dove lo raggiungerò una volta che la serata si sarà conclusa. «Così avremo casa libera e potremo organizzare l'evento in maniera perfetta.» La guardo e le rispondo che mi sembra una buona idea, ben strutturata. L'unica cosa è che dovrò portare il vestito, il migliore che ho, in lavanderia, perché a seguito dei fatti accaduti si era alquanto sporcato. Lei mi guarda e mi chiede in che modo si è sporcato. Mi imbarazza risponderle ma lei insiste, così le dico che l'ho nascosto in macchina, dentro una busta. Lei insiste che lo vuol vedere e così lo vado a prendere. Quando glielo faccio vedere, mi guarda un po' stupita e mi rivolge una domanda secca e precisa. “Sharon, ma quanti cazzi ti sono venuti addosso, ieri sera?” La guardo sbigottita, lei insiste ed io, abbassato lo sguardo, le rispondo con un fil di voce: tutti e quattro! Ora è lei a guardarmi decisamente sbigottita. Aggiunge che non posso portare il vestito in lavanderia, perché ciò che ha intuito lei, lo capirebbe anche la lavandaia e sarebbe come sputtanarsi. «Non ti preoccupare per questo vestito, ci penserò io a farlo tornare lindo e pulito per mercoledì. Intanto, però, tu vieni con me, fammi dare un'occhiata, perché, se ti sei fatta scopare da quattro cazzi, di certo i tuoi buchi hanno bisogno di un serio ed approfondito controllo.»
