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Una bellissima crociera.  - ESTATE
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Racconto30 min di lettura

Una bellissima crociera.  - ESTATE

Come spesso avviene NON tutti i mali vengono per nuocere.

pennabianca
2 mesi fa · 2.7k letture · 1

Mi chiamo Paolo, ho 45 anni sono un bel maschio di media statura, occhi marroni, capelli scuri un po' striati di bianco ed un fisico in forma, non palestrato. Sessualmente parlando sono abbastanza sopra la media per dimensioni. Ho sempre condotto una vita tranquilla come impiegato di banca, diviso tra ufficio e famiglia. Sei mesi fa, la mia routine è andata in frantumi: mia moglie, una splendida quarantenne, dopo più 23 anni di matrimonio, mi ha lasciato per un ragazzo ventenne. Un fulmine a ciel sereno, che mi ha sprofondato nell'angoscia. Mi sentivo tradito, un cornuto ignaro e deriso. Per non pensare, mi son rifugiato nel lavoro e nell'isolamento domestico. A prendersi cura di me, in questo torpore, è mia figlia Katia, 22 anni, che vive ancora con me. Katia è la copia identica di sua madre alla stessa età: alta, bionda, occhi chiari ed un fisico mozzafiato. Nel tentativo di scuotermi dalla depressione, una sera è tornata a casa con una proposta che inizialmente non volevo nemmeno ascoltare: fare una crociera insieme.
«Papà, è ora di dire basta! Mamma si è comportata in modo orribile, lo sappiamo tutti, ma devi smettere di continuare a tormentarti ed aver sensi di colpa. Tu non c'entri nulla, lei ti ha tradito ripetutamente e tu nemmeno te ne rendevi conto; devi voltare pagina e reagire. Ti prego, vieni con me: ho preso i biglietti per una crociera alle Baleari: ti aiuterà a dimenticare.»
Alla fine, mi ero lasciato convincere. Adesso, però, ero qui che fissavo il mare da una poltrona della nave, stringendo un drink con il cuore pieno di malinconia. Pensavo a quanto fosse stato un errore partire; avrei voluto solo il silenzio di casa mia. Decisi di rendermi quasi invisibile dal resto dei passeggeri, per restare solo con i miei cupi pensieri. Avevo sempre fatto una vita tranquilla, forse anche monotona, ma, in ogni caso, la ritenevo soddisfacente almeno per me, ma non per mia moglie. Rimuginavo su tante cose, che solo ora avevano un senso, una spiegazione. È proprio vero che i cornuti i dettagli li notano sempre dopo. Ero consapevole che, per andare avanti, avrei dovuto trovare una nuova distrazione. Disteso sul ponte a prendere il sole, osservavo da dietro i miei occhiali scuri, donne e ragazze in bikini succinti, con capezzoli turgidi e culi in bella mostra, e questo avrebbe potuto esser già un motivo di distrazione valido per vincere la mia malinconia, ma, invece, non funzionava. All’improvviso, una bella donna si è avvicinata ed ha iniziato a parlare.
«Ti piace il viaggio?»

L’ho osservata, sorpreso. Solo per cortesia ho risposto, cercando di tagliare corto.
«Non proprio: lo trovo un po' noioso; preferirei esser altrove.»
La mia apatia non l’ha smontata affatto.
«Vuoi bere qualcosa? Forse possiamo sederci e parlare?»
Sempre per non esser scortese, ho declinato l'invito.
«No, grazie. Preferisco restare qui da solo a rilassarmi.»
Mi ha guardato con aria critica, poi ha sentenziato:
«Bruttissima rottura? Quanto ti brucia?»
Indispettito, son scattato sulla difensiva.
«E tu come lo sai? Ti ha mandato Katia?»
Mi ha fissato stupita.
«Chi è Katia? No, sono una psichiatra e so leggere sul volto delle persone. Hai l'aria di uno che sta passando un brutto momento.»
Ero decisamente scocciato. Con uno sforzo, mi son mantenuto su di un tono educato, ma fermo nel voler chiudere il discorso.
«Katia è mia figlia. Mi ha convinto lei a far questa crociera. Scusami, ma sto bene così. Voglio solo sedermi qui, prendere il sole da solo ed in santa pace.»
Lei, però, ha affondato il colpo.
«Sì, dura. Una rottura molto dura. Allora: qual è il piano? Restar seduto qui a commiserarti ed a far sentire in colpa tua figlia per averti portato in viaggio? Pensi davvero di venirne fuori così?»
Ho reagito di scatto, offeso nel profondo.
«Come ti permetti? Ma chi sei? Che vuoi? Cosa ti importa di quello che faccio? Per favore, vattene e lasciami in pace!»
Lei ha alzato le mani, in segno di resa.
«Ok, calma! Ho esagerato. Scusa: parliamo e basta!»
A quel punto mi ero incazzato davvero.
«Senti, non ho bisogno di una strizzacervelli, ok? Non voglio esser scortese, voglio solo esser lasciato in pace.»
La fissavo, infastidito dalla sua insistenza. Lei ha scosso il capo e, finalmente, ha desistito.
«Ok, mi dispiace averti disturbato. Non volevo farti arrabbiare. Ti chiedo scusa ancora una volta.»
Se n'è andata. Dentro di me, però, quelle parole avevano già aperto una crepa nella mia solitudine. Ho cominciato a riflettere sul fatto che mia figlia aveva fatto tutto questo per me, mentre io riuscivo solo a commiserarmi. A pranzo, ho raccontato a Katia l'accaduto. Mi ha guardato sbalordita.
«Papà, perché non le hai parlato? In fondo, cosa avevi da perdere?»
Ho reagito d’impulso anche con lei.
«No! È stata invadente a pressarmi per parlare dei miei problemi e dei miei sbagli. Non la conoscevo, l’avevo appena vista e ci eravamo appena parlati. Devo forse raccontare i fatti miei a chiunque? Dimmi la verità: hai organizzato tu questo incontro?»
La sua risposta non mi ha convinto affatto. Era evidente che nascondeva qualcosa.
«Io? No! Non ne sapevo nulla, finché non me lo hai raccontato tu.»
Era certo che stava mentendo; ci son andato giù pesante.

«Che cosa sta succedendo qui? Che ti sei messa in testa? Non voglio vederla né uscirci! Sono stato chiaro? Non mi serve uno psicologo. Ho chiuso con tua madre e l'ho superata. Questa è la peggiore idea che potessi farti venire! Lasciami in pace e non farmi pentire di aver accettato questo viaggio. Ci siamo capiti?»
In quel momento la strizzacervelli si è riavvicinata e, con un sorriso, ha fatto l’ennesima battuta.
«Giustissima la mia prima impressione! Sei cosi arrabbiato che se qualcuno non si prende cura di te, proprio non sai come uscirne!»
Infastidito, mi son alzato, ho chiesto scusa e me ne sono andato. Poco dopo ho notato che Katia si era arrabbiata e il distacco che mostrava nei miei confronti mi faceva male. L’ho raggiunta per chiederle cosa le andava di fare una volta attraccati alle Baleari, ma il suo sguardo era spento, profondamente deluso. Mi ha dato un'occhiata, ha stretto le spalle delusa.
«Non mi interessa! Penso che rimarrò a bordo. Non ho nessuna voglia di scendere, adesso.»
Cercando di decifrare la sua reazione, ho tentato di andare al sodo, spinto dal dubbio che mi tormentava.
«È per via della tua amica dottoressa, vero? Perché ci tieni così tanto che io le parli? Che bisogno c'era di inventarsi questo stratagemma della crociera per farmela incontrare? Non potevi semplicemente dirmi: "Papà, c'è una persona che vorrei farti conoscere"?»
La sua risposta, detta con un filo di voce, mi ha spiazzato.
«Credo che dovresti solo ringraziarla. Questi biglietti ce li ha regalati lei. La compagnia di navigazione gliene offre spesso come benefit, dato che il suo studio si occupa della selezione e della valutazione psicologica del personale di bordo. Il nostro studio si occupa della sua contabilità ed è per questo che le ho parlato tanto di te, delle tue giornate tutte uguali e così ha deciso di regalarmeli. Inoltre sapevo che era single... ho solo pensato che avreste potuto trovarvi bene insieme.»
Davanti al suo viso intristito, ho compreso di aver esagerato. Sentendomi in colpa, ho cercato subito di rimediare.
«Va bene, d'accordo. Se la incrocio le chiederò scusa e la ringrazierò formalmente, ma non succederà nulla di più. Anche perché, da come mi son comportato, sarà già un miracolo se mi rivolgerà ancora la parola.»
Katia ha abbozzato un sorriso amaro, scuotendo la testa con rassegnazione.
«Mi dispiace per come è andata, papà. Forse avrei dovuto farmi i fatti miei. Ma ti stavi spegnendo giorno dopo giorno, chiuso in quella casa. Eri sprofondato in una depressione così cupa che poteva risolversi solo dandoti una scossa. Pensavo che questo viaggio ti avrebbe aiutato a respirare di nuovo.»
Cercando di ripianare del tutto le cose, le ho fatto una promessa.
«Senti, domani scenderemo a terra io e te. Passeremo la giornata insieme e faremo qualcosa di bello. Sarà il nostro primo vero passo per ritrovare il buonumore, va bene?»

Lei ha annuito, accettando la tregua. Poi, però, ho commesso l'errore di aggiungere una domanda di troppo.
«Ma tu sei ancora in contatto con lei? Vi dovete vedere? Quella dottoressa ti aspetta di nuovo per cena? Perché, se è così, quando la vedo, le faccio le mie scuse e chiudiamo la faccenda.»
Katia si è irritata all'istante e mi ha fulminato con lo sguardo, di nuovo furiosa.
«Si chiama Ingrid, papà! Ingrid! E visto che ci tieni tanto a farle le tue scuse, posso chiederle se vuole cenare con noi?»
Ho alzato le braccia in segno di resa ed ho annuito.
Alla fine è venuta a cena con noi. Cogliendo l'occasione, le ho chiesto scusa per come mi ero comportato dovuto all'incomprensione e lei ha fatto lo stesso. L'ho ringraziata per i biglietti, spiegandole la verità.
«Pensavo che li avesse comprati Katia per noi».
Contro ogni aspettativa, la cena è trascorsa tra chiacchiere piacevoli e mi son reso conto di trovarmi davvero bene in sua compagnia. Così, anche per rimediare alla mia iniziale scortesia, ho azzardato: «L'offerta per bere qualcosa insieme è ancora valida?».
Ha accettato. Più passava il tempo, più Ingrid mi incuriosiva. Son rimasto stupito anche di me stesso, di come mi son lasciato sedurre dal suo modo carino di parlare, dalla sua espressione solare che, senza rendermene conto mi ha conquistato. Nonostante fosse una bellissima donna, ho preferito non correre; anche se avevo l'impressione di piacerle molto, ho evitato qualsiasi approccio affrettato. Il giorno successivo siamo scesi a terra ed abbiamo trascorso l'intera giornata insieme. Cominciava a piacermi sul serio ed il suo lato seducente non faceva che aumentare l'attrazione. I nostri sguardi si sono incrociati sempre più spesso, carichi di intesa. Una volta tornati a bordo, abbiamo cenato di nuovo insieme. Poi, con un altro drink tra le mani, siamo rimasti svegli, quasi fino all'alba, a parlare. Mi sembrava di conoscerla da una vita. Sentendo che tra noi si era creato un feeling fortissimo, ho deciso di rischiare e, quando l’ho riaccompagnata, sulla soglia della cabina, le ho chiesto se mi faceva accedere nel suo alloggio. Lei, però, mi ha guardato, ha sorriso ed ha scosso la testa.
«Scusami, ma non posso accettare di farti entrare per due motivi: il primo è che non ho ancora capito se sono io la tua terapeuta o tu il mio. Il secondo è che non cerco una botta e via. Per me è fondamentale chiarire questi aspetti, anche se tu, allo stato, non puoi capire.»
L’ho guardata confuso. Ho provato a spiegarmi.
«Non ho mai pensato a una sola notte di sesso con te».
Lei sorrise poco convinta.
«Vorresti farmi credere che mi chiamerai anche al nostro ritorno? Che inizieremo a frequentarci sul serio? Non ne sono sicura. È meglio approfondire e capire cosa proviamo davvero. Inoltre, sai ancora pochissimo di me: potrei stupirti molto più di quanto credi. Aspettiamo, per ora è la scelta migliore.»

Prima di andare avanti…

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