Sinestesia di un tango
Un uomo e una donna ballano un tango. Lei è tutta istinto e corpo. Lui è preso dalla mente. Tra loro c’è una tensione che non si scioglie.
4 ore fa
Misuro le coordinate dello spazio, saggio la superficie del pavimento, mi perdo nella profondità dello sguardo. Ma più che altro scruto dentro di me, c’è chi ancora crede all’improvvisazione. Non io. Ogni passo, ogni gesto, è già stato. E sarà ancora. Soppeso l’imponenza della struttura, l’elasticità dei raccordi. Calcolo la forza dell’impatto, la resistenza all’urto. Aspiro la polvere nell’aria, l’odore della stoffa e della brillantina. Chiudo gli occhi. Rinuncio. Mi abbandono.
I primi accordi del tango salgono dal grammofono come una lesione che si apre nel silenzio della sala. È un congegno massiccio, di legno scuro verniciato a lucido, con il padiglione a forma di tromba allargata che si apre verso l’alto come un fiore di metallo ossidato. Il braccio d’acciaio regge la puntina che scorre sul disco di bachelite nera, e ogni giro lascia un crepitio sottile, una voce di polvere e di tempo che si mescola alla melodia. La manovella laterale è ferma, ma il meccanismo continua a girare da solo, alimentato da una molla che non sembra voler cedere. Il disco gira, fruscia, e la melodia si avvolge su se stessa in un loop inesorabile, una spirale di violini e bandoneón che non conosce fine. La sala da ballo è vuota, illuminata solo dalla luce bassa dei lampadari di cristallo che tremolano come stelle moribonde. Pavimento di legno scuro, specchi affumicati lungo le pareti, odore di cera e di notte.
Avanzo dal fondo. I miei capelli neri, lunghi, densi come una cascata di onice, mi scendono giù oltre le scapole e si muovono con un ritardo mutevole a ogni passo. I miei occhi, del colore della malachite bagnata, assorbono la luce e la restituiscono come un bagliore interno. Il mio corpo formoso, una geologia di curve generose, seno pieno che solleva il tessuto, vita stretta che poi si apre in fianchi ampi e cosce che disegnano un’onda continua sotto la stoffa di un abito nero di seta opaca, tagliato basso sulla schiena fino all’inizio dei reni, con una fenditura laterale che rivela il movimento della mia gamba. Il tessuto aderisce come una seconda pelle, segnando ogni faglia, ogni respiro, ogni scossa che mi attraversa. Non cammino...pulso. Ogni movimento è epicentro. Le spalle si sollevano in un cataclisma dermico...i fianchi oscillano con la lentezza di un maremoto sotto pelle. Non penso. Esigo.
Lui mi osserva dall’ombra di una colonna. Alto, spalle larghe, capelli brizzolati tagliati corti sulle tempie e più lunghi sulla nuca, dove una ciocca ribelle sfugge. Occhi grigi, intensi, che sembrano scavare. Il volto ha linee nette, la bocca semichiusa in una tensione quasi intellettuale. Indossa un pantalone scuro, camicia bianca senza cravatta, maniche arrotolate fino agli avambracci. La sua mente è già una cattedrale di echi...lo sento nel modo in cui mi guarda, come se ogni mia curva fosse un enigma da risolvere con la lingua e con le ossa.
Ci incontriamo al centro. Il tango non è danza...è campo di forze. Lui mi prende per la vita, io gli affondo le dita tra le scapole. Oscillazione magnetica. Contesa di polarità. I petti si schiacciano, sterno contro sterno, e nasce una risonanza che vibra fino alle mie viscere. Ruotiamo. Lui guida, io rispondo con una resistenza carnale che non è rifiuto ma esigenza. I passi si fanno più stretti, le ginocchia si sfiorano, si aprono, si chiudono. Giro sotto il suo braccio, lui mi richiama a sé, e in un movimento sciolto, improvviso, si ritrova alle mie spalle. Il suo petto preme contro la mia schiena nuda, dove l’abito lascia scoperta la colonna. Le sue mani scendono lungo i miei fianchi, le dita seguono la linea della seta. Non mi volto. Continuo a pulsare, a esigere.
Da quella mossa il tango si spezza e diventa altro. Le sue mani cercano i lacci del mio abito, li sciolgono con una lentezza piretica. La seta nera scivola a terra come uno strato di terra che si stacca. Resto nuda, la pelle rilucente di un sudore fine, quasi minerale. Lui si sveste senza staccarsi da me, la camicia cade, i pantaloni seguono. Nudi, al centro della sala vuota, sotto il suono infinito del grammofono che continua a far girare il suo disco di bachelite e a far vibrare il padiglione di metallo.
Le lingue cominciano a percorrere. Lui abbassa il volto lungo la mia nuca, la lingua traccia una linea lenta dalla base dei miei capelli neri fino alla spalla, assaggia il sale e il calore, cerca le scosse telluriche sotto la mia pelle. Inclino la testa, gli offro più spazio, e la mia lingua risponde...giro il volto appena e cerco la sua bocca, le labbra si aprono, le lingue si incontrano in una sinestesia di saliva e metallo. Poi mi chino, la bocca scende lungo il suo petto, la lingua disegna cerchi intorno allo sterno, scende più in basso, esplora le linee dei muscoli, assaggia, pretende. Le mani di entrambi scrutano. Le sue dita percorrono la mia schiena, seguono ogni faglia, ogni depressione, ogni curva dei miei fianchi generosi, scendono lungo le cosce, risalgono all’interno, tracciano la geodesia del mio bacino come se volessero mapparlo. Le mie mani si aggrappano ai suoi fianchi, alle sue spalle, lo tiro più vicino, lo misuro con la pressione delle unghie.
Poi avanzo verso uno dei dai specchi.
Un passo dopo l’altro, lento, deliberato. Le piante dei piedi sentono il legno freddo del pavimento. Arrivo. Sollevo le braccia e appoggio i palmi. Il contatto è gelido, quasi doloroso, un disaccordo di calore che mi sale dalla schiena. Abbasso la testa tra le braccia. I capelli neri mi scivolano in avanti, pesanti, e mi cadono sugli avambracci come una cortina che mi separa dal resto della sala. Respiro. Aspetto.
Lui resta dietro. Lo vedo riflesso. Sento il suo respiro prima ancora del contatto. Poi il petto si posa contro la mia schiena, lentamente, centimetro dopo centimetro, finché non c’è più spazio tra di noi. Si fonde con me. Le sue mani scendono, mi cingono la vita, restano un istante ferme, pesanti, come se misurassero la distanza che sta per colmare. Poi scendono ancora. Le dita aprono, preparano, con una lentezza che è quasi una tortura. Ogni movimento è intenzionale. Ogni sfioramento è una piccola scossa corporale che mi attraversa.
Entra in me da dietro. Prima solo la pressione, il contatto iniziale, caldo e insistente. Poi l’avanzata, lenta, millimetrica, profonda. Non è solo unione...è un’invasione barbarica. Sento ogni centimetro di lui che occupa spazio dentro di me, che sposta, che riempie, che fa scricchiolare qualcosa di intenso e di vivo. Una scossa parte dal centro del mio corpo e si propaga in cerchi concentrici... alle anche, alla schiena, alle spalle, fino alle dita che premono più forte contro lo specchio. Emetto un respiro lungo, basso, che è quasi un maremoto. L’aria mi esce dai polmoni come se non volesse più restare.
Lui comincia a muoversi.
Spinge. Ritrae. Spinge ancora.
Il ritmo è lento all’inizio, quasi cerimoniale. Ogni spinta arriva fino in fondo e resta un secondo di più del necessario, come se volesse imprimere il suo nome nelle mie viscere. Ogni ritrazione lascia un vuoto che io colmo immediatamente, spingendo indietro le anche, cercandolo. Il battito del suo corpo diventa il mio battito. La frattura del ritmo diventa la mia frattura.
Le sue mani non restano ferme.
Una mi circonda il seno pieno. Lo stringe, lo pesa, lo solleva leggermente, poi lo lascia ricadere solo per riprenderlo di nuovo. Il pollice traccia cerchi lenti intorno al punto più sensibile, finché non diventa quasi insopportabile. L’altra mano scende più in basso. Cerca il punto esatto dove il piacere si concentra. Lo trova. Lo sfiora prima con la punta delle dita, poi lo preme con più decisione, lo fa vibrare a tempo con le sue spinte. Ogni contatto là sotto è un’eclissi di polso, una piccola apocalisse che si somma a quella più grande che mi sta invadendo da dietro.
Premo la fronte contro lo specchio, è freddo, ma la mia pelle è in fiamme. Le gambe si muovono incontro a lui senza che io le comandi...semplicemente rispondono, vogliono di più, più profondità, più scossa. I miei capelli mi coprono ancora il volto...riesco a intravedere solo un frammento di pavimento e la mia stessa ombra.
Le lingue non si fermano.
La tensione cresce.
Non più a ondate, ma in una salita continua, sinfonica, vibrante. I corpi si divorano in una risonanza che non conosce pace. Io pulso intorno a lui, lo stringo fino allo stremo. Ogni muscolo della mia schiena, delle mie cosce, del mio ventre lavora per tenerlo dentro, più a lungo. Lui mi guarda di lato mentre mi prende. Lo sento. Sento il tempio della sua mente frantumarsi in mille rifrazioni che non finiscono mai.
L’orgasmo arriva.
Prima in me.
È un cataclisma cutaneo che parte dal punto dove le sue dita premono e si allarga a ondate sempre più violente. La schiena si inarca da sola. La bocca si apre in un grido senza suono. Tutto il corpo si contrae e si scioglie nello stesso istante, in una serie di scosse che non sembrano voler finire.
Poi in lui.
Lo sento arrivare. Un’epifania di midollo che lo attraversa da capo a piedi. Il suo ritmo si spezza, diventa irregolare, quasi disperato. Si svuota dentro di me e nello stesso istante si riempie di qualcosa che non ha più nome.
Il bacio si completa allora, lento, profondo. Lingue che si cercano ancora, saliva e metallo, respiro condiviso. Ma il passo di tango resta sospeso a mezz’aria...un piede sollevato, un’anca ancora tesa, un movimento interrotto nel pieno della sua forza.
E restiamo così. Nudi. Esausti. Così vicini che l’aria tra i nostri corpi diventa materia viva e febbricitante, densa di calore, di odore, di risonanze che non si spengono. Il grammofono continua a girare, il padiglione di metallo ancora aperto verso il vuoto della sala, il disco di bachelite che non smette di ripetere la stessa lesione sonora e il tango che non finisce...
Commenti (0)
Per favore accedi per lasciare un commento.
Ancora nessun commento su questo racconto, sii il primo a commentare!
