Scoparmi la zia è il mio sogno di mezza ESTATE
La festa dal futuro marito di mia zia diventa più piacevole di quanto mi aspettassi.
4 ore fa
Sgancio la cintura ed esco dalla macchina. Il calore si solleva ancora dall’asfalto, per quanto il sole sia basso sopra le montagne. Mi passo una mano sulla fronte e mi tolgo le gocce di sudore che si sono formate, nonostante non sia stato io quello che ha imprecato per tutto il tempo della salita ad ogni tornante.
I miei genitori aprono le loro portiere ed escono dall’auto. Mio padre si appoggia alla carrozzeria e sbuffa: ha il viso rosso e le rughe profonde tra le sopracciglia. Non l’ho mai visto arrabbiato e agitato come durante la risalita.
Mia madre gli fa un sorriso. «Dai, che siamo arrivati. Guarda che bella baita che hanno restaurato.» Indica l’edificio davanti a noi.
La casa di montagna di Paolo è in mezzo ad un giardino grande quanto l’edificio scolastico dove ho appena dato gli esami di maturità, circondato da un muretto di pietra basso e pieno di pini e aiuole in fiore. Il profumo dell’erba appena tagliata riempie l’aria, e un uomo sta finendo di rastrellarla, mettendola in una carriola. Una serie di piattoni messi uno dopo l’altro conduce alla baita, un edificio di tre piani con sassi a vista e ricoperto in parte in assi di legno. Larghe vetrate si aprono sulla facciata che dà a sud, lasciando intravedere un grande salone dove persone vestite da camerieri posano piatti e posate.
«Questo ce li ha i soldi.» Mio padre chiude la portiera con un tonfo. «Tua sorella l’ha trovato il pollo che la mantiene.»
Mia madre gli scocca un’occhiata. «Fausto! Non parlare così di Alessia!»
Papà ha l’espressione solita che gli compare in viso quando sta per ricordare a mia madre il passato di zia, ma subito gli sfuma. Un sorriso falso ne prende il posto. «Buonasera, Paolo!»
Ci voltiamo. Da dietro il furgone del catering compare Paolo, camicia azzurra di ordinanza e pantaloni di stoffa neri. Sorride a sua volta sotto i baffi scuri. «Benvenuti nella mia baita!» Si avvicina a noi, le scarpe da trekking che fanno scricchiolare i sassolini sotto le suole. «Spero non abbiate avuto problemi con la strada.»
«No, no.» Mio padre scuote la testa.
«Siete arrivati un po’ presto.» Paolo ci fa segno di seguirlo. «Venite, mentre aspettiamo gli altri prendiamo un aperitivo.»
⁂
Un cameriere con una cascata di capelli ricci castani che gli scendono sulle spalle appoggia una coppetta di arachidi ed una di olive verdi sul tavolino in ferro battuto nero. Si allontana e una donna con un vassoio pieno di bicchieri alti con liquidi colorati prende il suo posto e inizia a servire.
Prendo il mio spritz e lo sollevo. La zia non guarda il proprio: i suoi occhi castani seguono il cameriere che si sta allontanando, gli angoli delle labbra sono appena tirati. Sembra trattenere una risata. Una mano passa tra i capelli rossi chiari e si sposta una ciocca oltre la spalla.
Indossa una maglietta grigia degli AC/DC che lascia immaginare il seno e il corpo scolpito dall’attività fisica. Posso quasi vederci attraverso, con tutte le foto che si scatta in palestra indossando completini striminziti che mostrano ogni curva e pantaloncini che le aprono le… Chiudo gli occhi e inspiro a fondo: il cazzo cresce nelle mutande, si riempie di un desiderio che scalda le vene e scioglie i muscoli. Zia Alessia nel bagno della palestra, appoggiata con le mani e la testa al muro, un piede per terra e l’altro sulla spalla di un uomo muscoloso, le sue tette che si muovono al ritmo della scopata, lei che geme e god—
«Allora, Andrea,» la voce di Paolo è una palla da demolizione che piomba sulla mia eccitazione, «cosa ne pensi?»
Spalanco gli occhi, il bicchiere di spritz è ancora nella mia mano, il cuore ha perso un colpo. Tutti gli altri quattro – papà, mamma, Paolo e la zia Alessia - al tavolo mi guardano. «Cosa, scusa?»
Paolo sorride. «Sei ancora distratto dal pensiero degli esami di maturità, eh?»
La zia Alessia grida mentre l’altro che la penetra fino in fondo e sborra le cola lungo una coscia. Annuisco. «Sì, è qualcosa che non riesco a togliermi dalla testa.»
«Non preoccuparti: il pensiero ti perseguiterà per anni, ma è passato.» Paolo beve un sorso di vino rosso. «In ogni caso, ti stavo dicendo: la mia azienda sta procedendo bene, e abbiamo richieste in Val Chiavenna e Val Bregaglia, ma abbiamo ancora un’infrastruttura di computer di dieci anni fa.»
Drizzo le orecchie. «E vuoi aggiornarla?»
«Negli ultimi mesi mi sono informato e sono andato a curiosare nei siti dei miei competitor, e ho notato che hanno tutta una serie di cose come tour virtuali delle case ristrutturate, bot di intelligenze artificiali per le risposte rapide anche di notte… cose così.»
Mando giù un sorso di spritz. Chi l’ha fatto deve essere un incapace. «Immagino.» Non so quanta gente possa andare sul sito di un’azienda di ristrutturazioni di case di notte a chiacchierare con un bot…
Paolo non ha i miei dubbi. «Pensavo che, visto che hai studiato queste cose, potresti pensarci tu a rimodernare i nostri sistemi.»
Mi fermo con il bicchiere alle labbra. «Cosa?»
La zia Alessia mi fissa con gli occhi ancora più sgranati dei miei. Il sorriso che le compare sulla bocca è quello di qualcuno che si è trovato uno stronzo sul piatto del pranzo della domenica e si sforza di credere che è uno scherzo divertente e non la condanna a mangiarlo per davvero. «Paolo… Andrea è… ha appena finito le superiori. Vorrà andare in vacanza.»
Paolo scaccia le parole della sua futura moglie con un gesto della mano. «Sono certo che, un mesetto, Andrea, lo passerebbe a vedere come siamo messi con i computer.» Si volta verso di me. «E poi le belle ragazze non vanno al mare prima del mese di agosto, giusto?»
Annuisco, il sorriso che si è installato sulla mia bocca è dovuto al pensiero che l’ufficio dell’agenzia di Paolo è lo stesso dove vivono lui e la Zia Alessia. Il pensiero viene sostituito dall’idea che avrei accesso alla casa e alla possibilità di nascondere telecamere ovunque… «Potrei farci un pensierino, Paolo. Grazie.»
Mamma appoggia sul tavolo la sua spuma. «È una cosa importante, Andrea. Sei sicuro?» La solita rompicoglioni…
Una Mercedes nera tirata a lucido rallenta sotto uno dei lampioncini oltre il muro di cinta. Il riflesso giallo corre sulla carrozzeria finché l’auto non si ferma. Le portiere si aprono e ne escono un uomo che assomiglia a Paolo, sebbene più grasso, ed una donna di una bruttezza che rasenta l’osceno. Due bambini balzano fuori dai sedili posteriori, gridando e mettendosi a rincorrere nel parcheggio.
Il nostro ospite si alza in piedi e solleva il bicchiere che ha in mano. «Nando, Priscilla! Ben arrivati.» Mi lancia un’occhiata. «Ne parliamo domattina…» Si rivolge ai miei. «…perché restate a dormire, giusto?»
Papà sorride. «Sei stato così gentile a invitarci, come potremmo rifiutare?» Soprattutto se poi deve affrontare la strada dell’andata di notte e magari con qualche bicchiere di troppo nello stomaco…
La zia Alessia non ci considera nemmeno: è troppo intenta a lanciare sguardi al cameriere di prima, il quale sbaglia a mettere i piattini del pane sulla tavolata perché la guarda a sua volta e le sorride con gli occhi.
Chissà se ce l’ha duro quanto me…
⁂
Il vociare attorno alla tavola è un brusio continuo che riempie le orecchie. Il salone è grande quanto il nostro appartamento a Monza, tutte le persone presenti sembrano aver respirato fino all’ultima boccata di ossigeno. Riempio i polmoni, aria pregna di odori e olezzi mi stringe la gola. Non conosco nessun parente di Paolo e nemmeno i suoi operai dispersi per le due tavolate. Gli unici sono la nonna Franca e lo zio Dario, ma lei parlotta di torte al grano saraceno con un’altra anziana che continua a correggerla sui tempi di cottura nemmeno stesse sbagliando durante un’operazione chirurgica, lui è ormai ubriaco e urla e impreca contro gli svizzeri che gli hanno bloccato i contributi per la pensione.
Quattro marmocchietti allo stato brado corrono e schiamazzano tra i due tavoli, sfrecciando a pochi centimetri dalle gambe di camerieri con vassoi che li fulminano con lo sguardo, le loro grida acute rimbalzano da un muro di sasso all’altro come il fracasso di una mitragliatrice.
Basta, sto impazzendo qui dentro! Afferro il tovagliolo e mi pulisco le labbra dal sugo del brasato, prendo il bicchiere e mi bevo le due dita di Fanta che sono rimaste.
Abbandono il tovagliolo accanto al piatto e al bicchiere e mi alzo. «Esco un attimo.» Non lo dico a nessuno in particolare, e nessuno mi considera: sono tutti intenti a farsi gli affari propri, e io non rientro in quelli di nessuno. Due dei tre bambini mi corrono accanto. La ragazza dai capelli castani che fa la quarta superiore dall’altra parte del tavolo fissa il cellulare.
Andatevene tutti al diavolo.
Rimetto la sedia sotto il tavolo e attraverso il salone, solo una cameriera mi lancia un’occhiata ma per un istante, prima di tornare ad occuparsi del vassoio pieno di verdura. Getto lo sguardo sulla zia Alessia per rifarmi gli occhi e immaginarmela in qualche posizione erot…
La sua sedia è vuota.
Sarà andata in bagno. Non importa: mi rifarò con le sue foto su Instagram.
Metto una mano in tasca, il mio nuovo telefono scorre sotto le dita. Sorrido.
Chissà se la zia ha un Onlyfan di cui non siamo a conoscenza… Non me ne meraviglierei, a sentire le mezze frasi che si lascia scappare papà quando pensa che io non sia a portata di orecchio e fa incazzare la mamma…
⁂
La sera è fresca, s’infila sotto la polo e mi fa respirare. Il profumo di erba falciata da poco riempie l’aria insieme al frinire dei grilli, così intenso che quasi è più forte del vociare degli invitati a cena. Le luci nella parte posteriore del giardino sono spente e solo la luna piena getta un lucore argentato sul prato e la Val Chiavenna.
Mi avvicino alla palizzata, larghe assi di legno lisce che sovrastano un muro di roccia che precipita in un alpeggio con l’erba alta e gialla ed una stalla con il tetto di lamiere arrugginite. Oltre i boschi che lo circondano si apre la valle, con il fondovalle attraversato dalle luci delle auto che vanno e vengono da Chiavenna, ridotta a una chiazza confusa di lampioni e traffico.
A sud, oltre le Orobie, le stelle sono coperte da nuvole nere illuminate a intervalli irregolari da lampi di luce. Il brontolio dei tuoni copre per lunghi istanti il canto dei grilli.
Prendo dalla tasca lo smartphone e lo accendo. La luce dello schermo è una pugnalata nei bulbi oculari.
Potrei andare davvero a vedere le foto da zoccola della zia – Paolo è d’accordo? Forse nemmeno sa che la sua futura moglie ha Instagram, o non se ne cura affatto – e… no, non è il caso di starsene qui fuori a segarmi nei pantaloni.
«Piuttosto,» giro il telefono in orizzontale e lo alzo davanti e me, «vediamo se è vero che fa dei video così buoni di notte, come dicevano su Internet.»
Premo l’icona della fotocamera e seleziono quella a forma di ingranaggio: il menù delle impostazioni si apre. La scritta “Notturno” appare in fondo alla lista. La seleziono e l’immagine della valle diventa verde, mostrando ogni particolare.
«Fantastico…»
Sollevo lo smartphone e lo muovo in una panoramica. Le montagne compaiono come se fossero in un vecchio videogioco su uno schermo ai fosfori, le luci dei lampioni sono punti luminosi sfuocati. I lampi sono delle esplosioni verdi che mandano in palla la compensazione della luminosità del sensore.
Forse è meglio cercare un soggetto con meno luce.
Mi allontano dalla palizzata e attraverso il giardino, alla ricerca di una zona più scura. Un paio di lucciole volteggiano pigre nell’aria e si posano su un cespuglio. Faccio qualche altro passo, magari c’è qualcosa di interessante da…
Mi fermo e trattengo il fiato. Qualcosa si muove poco più avanti, oltre quel pino. Emette un rumore soffocato, come se non volesse farsi sentire.
Potrebbe essere un animale? Magari un cervo che si è intrufolato nel giardino per… no, che cazza—
Una voce umana sussurra delle parole che non capisco. C’è una persona nascosta nel buio?
Le risponde un’altra voce. Una voce femminile…
Due camerieri si stanno concedendo una pausa sigaretta in giardino dopo una serata di lavoro? Paolo non sarà contento se gli lasciano le cicche sul prato falciato di fresco e…
Un gemito ed un ansimo mi bloccano sul posto. Nessuno fa quei versi quando sta fumando.
«Non fare casino, cretina!» Anche a basso volume, la voce maschile non nasconde l’allarme.
«Mi fai godere come una troia, amore!» La voce femminile… Cazzo, la riconosco!
Mi inginocchio e guardo sotto i rami del pino, appoggio una mano tra gli aghi secchi che pungono il palmo.
Illuminate dai raggi della luna, due persone sono accanto ad un tavolo in pietra. L’uomo è in piedi, i pantaloni abbassati alle ginocchia, ha l’inguine contro quello di una donna e spinge e ritrae in continuazione emettendo un suono viscido a stento udibile nel frastuono dei grilli. La donna è appoggiata con un gomito al piano del tavolo, il busto nudo inclinato su un lato, le gambe spalancate, una piantata a terra e l’altra posata sulla spalla dell’uomo. Le grosse tette ondeggiano ad ogni penetrazione.
Il viso affilato della donna è distorto da una smorfia, con le labbra arricciate e le sopracciglia strette come se stia soffrendo. O sia prossima a godere.
Mi gira la testa, devo respirare con la bocca.
La zia Alessia è davanti a me, il suo corpo stupendo quasi nudo, e sta per avere un orgasmo! Le labbra della sua figa sono spalancate per la presenza dell’uccello dell’uomo che si muove avanti e indietro con la potenza di un battipalo, lui le afferra una tetta e inizia a stringerla, con soddisfazione di entrambi.
Il cazzo mi si gonfia come mai prima d’ora, preme contro i jeans al punto da fare male. Lo afferro con la mano libera attraverso il tessuto dei pantaloni e inizio a premerlo e…
No! Cosa sto facendo‽
Appoggio un ginocchio a terra e sollevo lo smartphone. Quando mai mi ricapita di vedere la zia nuda e chiavata? Lo schermo mostra la scopata clandestina in toni di verde, le gocce di sudore, la macchia di pelo sull’inguine di Alessia, gli umori sull’asta che va avanti e indietro perfettamente distinguibili.
Avvio la registrazione con la lingua che mi passa tra le labbra.
Altroché le cicche delle sigarette gettate nell’erba, questo sì che farà girare le palle a Paolo!
L’uomo aumenta la velocità e la forza, il plop-plop-plop liquido del suo cazzo che fotte la vagina di zia diventa ipnotico. Le tette di Alessia – quanto diavolo sono grandi sbattono su e giù sul petto a tal punto che lei deve bloccarle con un braccio mentre l’altra mano si mette sulla sua stessa bocca per non farsi sfuggire i gemiti.
Ansimo a bocca aperta, inghiotto l’aria che sa di resina, il cavallo dei pantaloni mi strazia l’erezione e il cuore mi batte nelle orecchie. Altroché segarmi sui porno di Freya Mayer!
Appoggio due dita sul display del telefono e ingrandisco l’immagine, zoomando sugli inguini, l’asta di lui che scivola senza fatica dentro la figa di mia zia, le labbra del sesso di Alessia che sembrano fargli una pompa, bagnate degli umori che le escono ad ogni colpo.
Stacco la mano dal mio inguine, caldo e puzzolente di eccitazione, l’odore che sale a ondate asfissianti.
Sposto l’inquadratura sul volto della zia, diminuisco l’ingrandimento per catturare l’espressione di libidine sul viso e le grosse tette.
Mi sento svenire. Le seghe che mi sparerò su questo video… un senso di piacere infiamma l’interno del mio uccello, la mente si riempie di ovatta.
L’uomo pianta il suo cazzo in profondità nella figa di Alessia, ne restano visibili forse un paio di dita. Rimane così, con la testa spinta all’indietro, i denti stretti e le palpebre tanto serrate che devono dolere, rigido come se fosse di legno.
Emette un grugnito e i suoi muscoli perdono ogni vigore. Sospira e allontana l’inguine da quello di zia Alessia: il cazzo scivola fuori, ancora rigido e lungo, scorrendo sulle labbra. Esce la cappella, dall’imbocco nero della vagina, che resta ancora aperto, esce uno schizzo bianco che finisce e cola su una coscia di mia zia.
Trattengo un gemito di eccitazione, devo fare forza su me stesso per non massaggiarmi il cavallo dei pantaloni fino a sborrare nelle mutande a quella vista.
L’uomo prende la gamba della zia che ha su una spalla e le abbassa, fino a farla tornare a terra con il piede. Si alza i pantaloni e se li allaccia.
Alessia si solleva dal tavolo di pietra e gli sorride. Lo abbraccia. «Mi fai ancora godere come ai vecchi tempi, Michele.» Passa le mani nei capelli lunghi dell’uomo. È il cameriere di prima, quello che catturava tanto l’attenzione della zia?
Lui la bacia sulla bocca e le stringe le grosse tette. «Sei rimasta la troia di vent’anni fa…» La bacia… no, le scopa proprio la bocca con la lingua!
Una goccia di sudore mi cola dalla fronte su un sopracciglio. Quanto vorrei ci fosse il mio cazzo al posto della lingua. Soffoco un altro gemito.
I due smettono di limonare. Alessia si sposta una ciocca dal viso. «Li vedi ancora gli altri?»
Il cameriere si liscia la camicia bianca sulla pancia. Gli sarà rimasta qualche goccia di liquidi corporei sugli abiti? «A parte Nino che si sta facendo mantenere dallo stato a San Vittore e il Barba che l’ha ammazzato la celere, li sento un po’ tutti.»
«Dobbiamo vederci, una volta.» Alessia si pianta i denti nel labbro inferiore.
Michele sogghigna. «E il tuo futuro…» Una mano si chiude a pugno con il mignolo e l’indice eretti.
La zia solleva le spalle. «Con lui faccio la puttana per i soldi, con gli altri mi diverto. Parla solo di baite, muri da tirare giù e assi di legno da ordinare.» Sbuffa. «E adesso si è messo in testa di prendere a lavorare con lui quello stronzetto di mio nipote… mi fa venire il vomito ogni volta che mi guarda.»
Brutta troia… Lì, nuda, con la figa che rigurgita la sborra di uno che sembra uscito dalla parodia della Banda Bassotti, nel giardino del suo futuro marito, e mi insulta?
Termino la registrazione e la carico sul cloud. Ho idea che mi potrà tornare utile in futuro. In un futuro molto prossimo…
L’uomo dà un’ultima strizzatina alle tette di Alessia e se ne va. Attraversa il giardino e scompare oltre un angolo della baita, come se il suo cazzo non fosse umido per aver sborrato nella sorella di mia madre.
Quella troia della sorella di mia madre.
Adesso comprendo mio padre perché non voleva che la frequentassi da piccolo. Ma capisco anche perché tutti vogliono scoparsela.
E io non voglio essere escluso dalla lista – chilometrica, di certo – di quelli che non si sono limitati a segarsi pensando a lei.
Alessia si volta verso il tavolo, dov’è appoggiata la maglietta del AC/DC. Il suo culo è muscoloso, perfetto, ancora migliore di come appare nelle foto scattate in palestra e postate su Instagram. Si inchina in avanti per afferrare i pantaloni, i glutei si aprono e il buco del culo compare sopra la figa sborrata. Metterle una mano sulla testa per bloccarla a novanta sul tavolo, il cazzo che sprofonda nel suo retto e muovercelo dentro finché non si trova il piacere…
Un profondo respiro mi riempie il petto, il bisogno di godere dentro di lei mi sta facendo impazzire.
Stringo il telefono in mano e mi alzo in piedi. Giro attorno al pino e mi avvicino di soppiatto, il rumore che faccio nell’erba falciata è coperto dal frinire dei grilli.
Alessia si sta infilando la maglietta, il bordo inferiore scende a coprirle la schiena magra.
Mi fermo ad un paio di metri da lei e mi schiarisco la gola.
Lei sobbalza. Abbassa del tutto la maglietta con uno strattone e si volta con uno scatto tale che i capelli color carota si sollevano dalle sue spalle. Mi fissa a occhi spalancati per una frazione di secondo, ma subito un sorriso prova a nascondere lo spavento. È falsa da fare paura. «A— Andrea, come mai sei di fuori?»
Il mio sorriso è volutamente falso. «Sono uscito perché volevo un po’ di tranquillità, ma non pensavo di divertirmi così tanto.»
L’espressione felice della zia vacilla, sembra prossima ad un attacco di panico. «Perché, cosa c’è di co… così divertente, qui fuori?»
La lingua mi passa tra le labbra, un tremito mi attraversa l’uccello. «Vederti farti fottere da uno che non è il tuo futuro marito.»
Alessia sgrana gli occhi anche se il sorriso resta impietrito sulle labbra. Ma tutti i sorrisi femminili sono così posticci? «Non… non so di cosa stai… stai parlando…»
Mi giro il telefonino nella mano. Mi avvicino a lei con la testa. «Non prendermi per il culo,» sibilo, «eri qui con un cameriere, che a quanto pare conoscevi già… intimamente, e ti sei fatta scopare su quel tavolo.»
Il sorriso scompare, il fiato le si mozza. Mi fissa come se le avessi appena assestato una sberla, mostra i denti in un’espressione di disgusto. «Lurido schifoso! Sei un pervertito di merda, se gli altri sapessero che…»
Rido. «”Se gli altri sapessero…”, cosa? Che ti guardavo farti infarcire da uno che era in qualche banda criminale, di nascosto, nel giardino dell’uomo che vuole sposarti, troia?»
«Non permetterti di chiamarmi così, stronzetto!» Il petto di Alessia si solleva in respiri rapidi. Trema. «A chi pensi crederanno, gli altri? Ad un pervertito segaiolo come te o a…»
Sollevo davanti a lei lo smartphone. Sullo schermo scorre il video della scopata nello spezzone in cui inquadro prima la sua figa piena di cazzo e poi il suo volto distorto dal piacere. «Secondo me, crederanno a questo.»
L’espressione di Alessia si scioglie nello sbigottimento. Le spalle si abbassano e tutta la sua acredine scompare. «Non vorrai davvero… far vedere quel video a qualcuno?» Sembra soffocarsi.
Spengo lo smartphone e lo metto in tasca. «Se fai quello che dico io, resterà il nostro segreto.»
«E…» Le manca il fiato. «E cosa vuoi?»
Allungo una mano e accarezzo il volto di Alessia. La pelle è morbida, vellutata nonostante abbia quarant’anni. La mascella è contratta, lei trema e il mio cazzo si fa rigido nei pantaloni, preme contro la cerniera come se uno dei due dovesse spezzarsi.
«Fammi palpare le tue tette.» Parole con il mio tono di voce risuonano nell’aria.
I suoi occhi si sgranano. «Cosa? Sei pazzo?»
Picchio la mano un paio di volte sulla tasca con il telefono.
«Sei un pezzo di merda…» sibila. Afferra il fondo della maglietta e la solleva. «Vuoi segarti pensando al mio seno?»
Le bocce – una terza? Una quarta? – di mia zia compaiono davanti a me. Sono abbronzate quanto il resto del corpo – deve prendere il sole integrale, la troia. Alzo le mani, le afferro e le stringo.
Una bastonata di puro piacere mi colpisce alla nuca, qualunque goccia di sangue sembra defluire nel mio inguine, devo aprire e respirare con la bocca per non soffocare per l’eccitazione. L’odore della sborra del bastardo che si è scopato Alessia e quello dei suoi umori sono così intensi che è come leccarli dall’aria ad ogni respiro.
Lascio le tette e porto le mani ai pantaloni.
«Cos’hai intenzione…» La zia Alessia sgrana gli occhi, mi fissa sbottonarmi i jeans. «Non… non pensarci nemmeno a…»
La pressione dei pantaloni sui fianchi, e soprattutto sull’inguine, sparisce e li lascio calare lungo le gambe. Abbasso l’elastico delle mutande e afferro il cazzo in erezione. Sembra stirarsi, ora che è libero dalla costrizione dei tessuti, allungarsi ancora più, come quando si fa stretching appena alzati dal letto.
Sospiro. Che magnifica sensazione.
La zia si porta una mano alla bocca. «Sei pazzo?»
Scuoto su e giù l’uccello in tiro. «Per nulla. Mi ha sempre arrapato, zietta, e non voglio più limitarmi a spararmi le seghe.»
«Fai schifo, Andrea!»
«Finiscila e datti da fare, o tra poco il tuo futuro marito si trova a guardare un video con la donna che vuole sposare.»
Alessia si chiude le cosce come se dovesse tenerla perché il bagno è occupato. «Non ti permetto di…»
Le afferro il braccio che solleva per coprirsi la bocca e glielo abbasso. «Non ho intenzione di scoparmi la tua figa, troia. Quella è di proprietà privata di Paolo, e sta rigurgitando la bega dello stronzo che te l’ha appena infarcita. Piuttosto, mettiti in ginocchio e fammi venire nella tua bocca.»
La zia fa un passo indietro e sbatte con il culo contro il bordo del tavolo in pietra.
Mi inginocchio e prendo dalla tasca il cellulare. Premo un paio di volte lo schermo e lo volto a favore della zia: la chat di WhatsApp con Paolo è aperta e il video della scopata è pronto ad essere mandato. «Allora? Vuoi rendere più interessante la serata a tutti quanti dentro la baita o solo a me?»
Alessia emette un gemito strozzato, tentenna e si inginocchia. La sua voce è roca, a stento si sente sotto il brontolio di un tuono: «Sei un figlio di puttana…»
Le metto una mano sulla testa. «Sono figlio di tua sorella, non tuo.» E spero davvero che lei non abbia mai avuto la tua stessa tendenza libertina… Le pongo la cappella di fronte al viso. «E adesso fammi scoprire cosa sa fare una che si dev’essere scopata mezza valle.»
Un lampo si dirama nel cielo sopra di noi, ormai coperto, e illumina il viso di Alessia.
Lei socchiude le labbra, inspira a fondo e sospira.
«Forza, zietta, il mio dito è sul tasto di invio…»
Il tuono che crolla sul terreno con il rumore di una frana non riesce a coprire il “bastardo” che proviene da davanti il mio inguine.
Una mano della zia stringe l’asta rigida del mio cazzo e mi scappella. Si mette il glande in bocca e inizia a leccarlo. La lingua ruvida sul liscio della mucosa rossa strappa lampi di piacere ancora più intensi dei fulmini che baluginano tra le nubi nere gonfie di pioggia.
Un gemito mi sfugge dalle labbra. Le due ragazze che si erano mangiate il mio cazzo non avevano una briciola delle capacità di Alessia. «Brava, zietta…» Un brivido di piacere mi mozza il fiato.
Il bisogno di godere sta diventando insopportabile. Mi sono eccitato troppo prima, a guardarla farsi fottere…
Non voglio sembrare uno che viene troppo in fretta. «Ma è meglio se ti sbrighi, se non vuoi prendere la pioggia.» Abbasso alla sua vista il telefono con la sua prestazione sessuale pronta ad essere spedita a Paolo.
Le sue mani mi afferrano le chiappe, la punta di un suo mignolo sfiora il mio buco del culo, e inizia a pompare avanti e indietro con la testa. Un gluc-gluc-gluc si solleva dalla sua bocca, la mia cappella si sfrega contro la sua lingua e il palato.
Il prurito in punta è insopportabile, la pressione dalle palle è incontenibile. Metto una mano sulla testa rossa della zia e la blocco contro il mio inguine e abbandono ogni resistenza.
Lei spinge con una mano sulla mia pancia, geme come se stesse soffocando.
Schizzi di sborra bollente solleticano il mio meato, svuotano la mia testa più di quanto liberino le mie palle.
È il fatto che a inghiottire il mio seme sia la donna che ho sempre desiderato da quando mi tira rende tutto ancora più soddisfacente.
Un senso di benessere e stanchezza riempie ogni mio muscolo, mi sembra di dover crollare a terra da un istante all’altro. Lascio scivolare la mano dalla nuca di mia zia e lei cade seduta sul prato.
Tossisce, sputa un grumo di saliva e sborra e si passa il dorso di una mano sulle labbra. «Ti sei rincoglionito? Stronzo che…»
Faccio fatica a sollevare il telefono e a scuoterlo. «Ah… forse non è il caso di essere così volgare, troia.»
Lei stringe i denti e si rimette in piedi.
Una goccia di pioggia mi colpisce sulla fronte, un fulmine si scarica sulle montagne dall’altra parte della Val Chiavenna.
La zia Alessia si spazzola il culo dall’erba tagliata con le mani. «Adesso siamo pari. Cancella quel video, Andrea.»
Mi sollevo i pantaloni e mi metto il telefono in tasca. «Non cancello nulla, zietta. Questo me lo tengo per…» e muovo una mano a tubo davanti al mio inguine.
Lei fa una smorfia. «Sei disgustoso.»
«Secondo te, le foto che cerchi sui social, gli uomini per cosa le usano?»
La sua espressione si arricchisce di una punta di colpevolezza. «In ogni modo, siamo pari.»
Sorrido all’idea che mi sta nascendo nella mente. «No, c’è un’ultima cosa che devi fare.»
Lei mi fissa, gli occhi ardono di rabbia.
Scuoto la testa. «Non preoccuparti, non è nulla di sessuale.» Almeno, per il momento. Ma potrebbe essere ancora peggio…
⁂
Fare colazione con una fetta di torta avanzata la sera prima e mezza bottiglia di Fanta non renderà felice mia madre, ma oggi sono ospite e non c’è altro. Spero che a Paolo non dia fastidio che ho frugato nel frigorifero.
L’aria è fresca, e il tavolo di pietra non è troppo bagnato, nonostante il temporale di questa notte. Le gocce luccicano sulle foglie degli alberi del giardino e le montagne della Val Chiavenna sono di un verde scuro sotto il cielo terso del mattino.
Affondo i denti nella torta. Le fragole a pezzi e la gelatina sono fredde al punto tale che non si riconosce nessun sapore a parte una dolcezza stucchevole e la pasta sfoglia è un blocco umido. Mando giù un lungo sorso di Fanta e mi lascio sfuggire un rutto.
È tutto uno schifo, a parte… La cappella mi prude al ricordo del pompino di ieri sera, di come la sborra è schizzata fuori da me nella bocca della zia Alessia… La mano libera si posa sullo smartphone, accarezza il bordo per non avviare il video registrato ieri sera.
La porta finestra alle mie spalle stride. «Ma guarda chi c’è!» È la voce di Paolo.
Mi volto, passandomi le dita sulla bocca per pulirmela dalle briciole. L’uomo esce dalla porta sorridendo, Alessia alle sue spalle mi fissa come… beh, come se ieri sera avessi abusato della sua, di bocca.
Paolo si volta verso di lei. «Stavamo giusto parlando di lui. Che coincidenza.»
La donna impiega una mezza frazione di secondo per mettersi la maschera della zia devota. Come ogni maschera, copre il volto ma lascia scoperti gli occhi. «Già, amore.» La smorfia che mi rivolge dovrebbe essere un sorriso.
Il cuore mi batte nei timpani. «Scusate se ho approfittato degli avanzi.» Impiego un secondo di troppo prima di staccare lo sguardo dalla zia.
La sua espressione si fa più dura, le labbra si irrigidiscono.
L’uomo si avvicina. «Non preoccuparti.» Indica Alessia con un cenno. «Questa mattina tua zia e io abbiamo discusso della mia proposta di assumerti come… “consulente informatico”, diciamo.»
Sussulto. Allora gliene ha parlato davvero, come le avevo ordinato ieri sera, quando ha cominciato a piovere.
«E…» mi manca il fiato, «cosa vi siete detti?»
La zia Alessia mi fulmina con lo sguardo. È disgustata da quanto sta per dire il suo futuro marito.
«Siamo giunti alla conclusione che potrei prenderti prima come consulente e, tra qualche anno, se il lavoro ti piace, come socio nell’azienda.» Si volta verso la donna, la quale rimette la sua maschera e annuisce. Torna a guardare me. «Qualcuno che sappia usare i computer in modo competente servirà sempre più, e, se devo scegliere una persona, meglio che sia della famiglia.»
Balzo in piedi. «Sarebbe fantastico!»
Paolo annuisce. «Ne discuteremo meglio nei prossimi giorni. Adesso vado a farmi la mia camminata mattutina. Volete accompagnarmi? »
Scuoto la testa. «Grazie, ma devo vedere cosa decidono di fare i miei.»
Alessia appoggia una mano sul petto di Paolo e gli dà un bacio sulle labbra. Gli sorride con gli occhi. Potrebbe dare lezioni a Giuda.
E io fargli gli esami, in effetti.
«Resto un attimo con il mio nipote, poi arrivo.»
Paolo risponde con un altro bacio. «È bello vedere una famiglia così unita.» Ci saluta, torna in baita e chiude la portafinestra.
Alessia resta di spalle per qualche secondo, fin quando il suo futuro sposo non è scomparso nel corridoio, quindi si volta di scatto verso di me. La maschera è scomparsa, e l’odio che ha celato fino ad un istante prima è palese sul volto.
«Sei soddisfatto, stronzetto?» La sua voce sibila, ogni “s” è lo scuotersi della coda di un serpente a sonagli. «Prima ti sei scopato la mia bocca, e adesso hai un lavoro: spero vorrai fare anche la tua parte.»
Incazzata, la zia è ancora più sexy. Trattengo il sorriso al pensiero che vorrei restituirle il piacere di ieri sera inginocchiandomi a mia volta e leccandogliela fino a farla godere mentre mi insulta. Il cazzo mi si stiracchia nelle mutande. «Non preoccuparti, sono sempre onesto con chi mi succhia l’uccello.» Le faccio l’occhiolino.
«Stronzo…»
Prendo il telefono dal tavolo, lo sblocco e glielo tendo con la cartella del cloud che contiene la sua prestazione sessuale clandestina. L’originale, per lo meno.
Lei mi strappa di mano lo smartphone e traffica per un istante. Me lo restituisce con la cartella vuota. «Non ci sono delle copie, vero?»
Lo prendo e lo metto in tasca. «Non ci sono altri video con te come protagonista sul cloud, non preoccuparti.» Immagini modificate con l’intelligenza artificiale sì, ma la copia del video è su un altro.
La zia Alessia fa una smorfia nel vedere accanto al tavolo il luogo dove mi ha spompinato. «Vedi di farti vedere il meno possibile, quando lavorerai con Paolo, bastardello.»
«Ti voglio bene anch’io, zia. E sappi che mi arrapa sentirti insultarmi.»
Si trattiene appena dallo sputarmi in faccia. «Vaffanculo!» Si gira e se ne va, il suo splendido sedere che si muove nei jeans strappati.
Sorrido. Sono sicuro che farai qualche altra cazzata, zietta, e ti ritroverai il mio cazzo anche in mezzo a quelle due chiappe meravigliose.
Fine
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