Sgancio la cintura ed esco dalla macchina. Il calore si solleva ancora dall’asfalto, per quanto il sole sia basso sopra le montagne. Mi passo una mano sulla fronte e mi tolgo le gocce di sudore che si sono formate, nonostante non sia stato io quello che ha imprecato per tutto il tempo della salita ad ogni tornante.
I miei genitori aprono le loro portiere ed escono dall’auto. Mio padre si appoggia alla carrozzeria e sbuffa: ha il viso rosso e le rughe profonde tra le sopracciglia. Non l’ho mai visto arrabbiato e agitato come durante la risalita.
Mia madre gli fa un sorriso. «Dai, che siamo arrivati. Guarda che bella baita che hanno restaurato.» Indica l’edificio davanti a noi.
La casa di montagna di Paolo è in mezzo ad un giardino grande quanto l’edificio scolastico dove ho appena dato gli esami di maturità, circondato da un muretto di pietra basso e pieno di pini e aiuole in fiore. Il profumo dell’erba appena tagliata riempie l’aria, e un uomo sta finendo di rastrellarla, mettendola in una carriola. Una serie di piattoni messi uno dopo l’altro conduce alla baita, un edificio di tre piani con sassi a vista e ricoperto in parte in assi di legno. Larghe vetrate si aprono sulla facciata che dà a sud, lasciando intravedere un grande salone dove persone vestite da camerieri posano piatti e posate.
«Questo ce li ha i soldi.» Mio padre chiude la portiera con un tonfo. «Tua sorella l’ha trovato il pollo che la mantiene.»
Mia madre gli scocca un’occhiata. «Fausto! Non parlare così di Alessia!»
Papà ha l’espressione solita che gli compare in viso quando sta per ricordare a mia madre il passato di zia, ma subito gli sfuma. Un sorriso falso ne prende il posto. «Buonasera, Paolo!»
Ci voltiamo. Da dietro il furgone del catering compare Paolo, camicia azzurra di ordinanza e pantaloni di stoffa neri. Sorride a sua volta sotto i baffi scuri. «Benvenuti nella mia baita!» Si avvicina a noi, le scarpe da trekking che fanno scricchiolare i sassolini sotto le suole. «Spero non abbiate avuto problemi con la strada.»
«No, no.» Mio padre scuote la testa.
«Siete arrivati un po’ presto.» Paolo ci fa segno di seguirlo. «Venite, mentre aspettiamo gli altri prendiamo un aperitivo.»
⁂
Un cameriere con una cascata di capelli ricci castani che gli scendono sulle spalle appoggia una coppetta di arachidi ed una di olive verdi sul tavolino in ferro battuto nero. Si allontana e una donna con un vassoio pieno di bicchieri alti con liquidi colorati prende il suo posto e inizia a servire.
Prendo il mio spritz e lo sollevo. La zia non guarda il proprio: i suoi occhi castani seguono il cameriere che si sta allontanando, gli angoli delle labbra sono appena tirati. Sembra trattenere una risata. Una mano passa tra i capelli rossi chiari e si sposta una ciocca oltre la spalla.
Indossa una maglietta grigia degli AC/DC che lascia immaginare il seno e il corpo scolpito dall’attività fisica. Posso quasi vederci attraverso, con tutte le foto che si scatta in palestra indossando completini striminziti che mostrano ogni curva e pantaloncini che le aprono le… Chiudo gli occhi e inspiro a fondo: il cazzo cresce nelle mutande, si riempie di un desiderio che scalda le vene e scioglie i muscoli. Zia Alessia nel bagno della palestra, appoggiata con le mani e la testa al muro, un piede per terra e l’altro sulla spalla di un uomo muscoloso, le sue tette che si muovono al ritmo della scopata, lei che geme e god—
«Allora, Andrea,» la voce di Paolo è una palla da demolizione che piomba sulla mia eccitazione, «cosa ne pensi?»
Spalanco gli occhi, il bicchiere di spritz è ancora nella mia mano, il cuore ha perso un colpo. Tutti gli altri quattro – papà, mamma, Paolo e la zia Alessia - al tavolo mi guardano. «Cosa, scusa?»
Paolo sorride. «Sei ancora distratto dal pensiero degli esami di maturità, eh?»
La zia Alessia grida mentre l’altro che la penetra fino in fondo e sborra le cola lungo una coscia. Annuisco. «Sì, è qualcosa che non riesco a togliermi dalla testa.»
«Non preoccuparti: il pensiero ti perseguiterà per anni, ma è passato.» Paolo beve un sorso di vino rosso. «In ogni caso, ti stavo dicendo: la mia azienda sta procedendo bene, e abbiamo richieste in Val Chiavenna e Val Bregaglia, ma abbiamo ancora un’infrastruttura di computer di dieci anni fa.»
Drizzo le orecchie. «E vuoi aggiornarla?»
«Negli ultimi mesi mi sono informato e sono andato a curiosare nei siti dei miei competitor, e ho notato che hanno tutta una serie di cose come tour virtuali delle case ristrutturate, bot di intelligenze artificiali per le risposte rapide anche di notte… cose così.»
Mando giù un sorso di spritz. Chi l’ha fatto deve essere un incapace. «Immagino.» Non so quanta gente possa andare sul sito di un’azienda di ristrutturazioni di case di notte a chiacchierare con un bot…
Paolo non ha i miei dubbi. «Pensavo che, visto che hai studiato queste cose, potresti pensarci tu a rimodernare i nostri sistemi.»
Mi fermo con il bicchiere alle labbra. «Cosa?»
La zia Alessia mi fissa con gli occhi ancora più sgranati dei miei. Il sorriso che le compare sulla bocca è quello di qualcuno che si è trovato uno stronzo sul piatto del pranzo della domenica e si sforza di credere che è uno scherzo divertente e non la condanna a mangiarlo per davvero. «Paolo… Andrea è… ha appena finito le superiori. Vorrà andare in vacanza.»
Paolo scaccia le parole della sua futura moglie con un gesto della mano. «Sono certo che, un mesetto, Andrea, lo passerebbe a vedere come siamo messi con i computer.» Si volta verso di me. «E poi le belle ragazze non vanno al mare prima del mese di agosto, giusto?»
Annuisco, il sorriso che si è installato sulla mia bocca è dovuto al pensiero che l’ufficio dell’agenzia di Paolo è lo stesso dove vivono lui e la Zia Alessia. Il pensiero viene sostituito dall’idea che avrei accesso alla casa e alla possibilità di nascondere telecamere ovunque… «Potrei farci un pensierino, Paolo. Grazie.»
Mamma appoggia sul tavolo la sua spuma. «È una cosa importante, Andrea. Sei sicuro?» La solita rompicoglioni…
Una Mercedes nera tirata a lucido rallenta sotto uno dei lampioncini oltre il muro di cinta. Il riflesso giallo corre sulla carrozzeria finché l’auto non si ferma. Le portiere si aprono e ne escono un uomo che assomiglia a Paolo, sebbene più grasso, ed una donna di una bruttezza che rasenta l’osceno. Due bambini balzano fuori dai sedili posteriori, gridando e mettendosi a rincorrere nel parcheggio.
Il nostro ospite si alza in piedi e solleva il bicchiere che ha in mano. «Nando, Priscilla! Ben arrivati.» Mi lancia un’occhiata. «Ne parliamo domattina…» Si rivolge ai miei. «…perché restate a dormire, giusto?»
Papà sorride. «Sei stato così gentile a invitarci, come potremmo rifiutare?» Soprattutto se poi deve affrontare la strada dell’andata di notte e magari con qualche bicchiere di troppo nello stomaco…
La zia Alessia non ci considera nemmeno: è troppo intenta a lanciare sguardi al cameriere di prima, il quale sbaglia a mettere i piattini del pane sulla tavolata perché la guarda a sua volta e le sorride con gli occhi.
Chissà se ce l’ha duro quanto me…
⁂
Il vociare attorno alla tavola è un brusio continuo che riempie le orecchie. Il salone è grande quanto il nostro appartamento a Monza, tutte le persone presenti sembrano aver respirato fino all’ultima boccata di ossigeno. Riempio i polmoni, aria pregna di odori e olezzi mi stringe la gola. Non conosco nessun parente di Paolo e nemmeno i suoi operai dispersi per le due tavolate. Gli unici sono la nonna Franca e lo zio Dario, ma lei parlotta di torte al grano saraceno con un’altra anziana che continua a correggerla sui tempi di cottura nemmeno stesse sbagliando durante un’operazione chirurgica, lui è ormai ubriaco e urla e impreca contro gli svizzeri che gli hanno bloccato i contributi per la pensione.
Quattro marmocchietti allo stato brado corrono e schiamazzano tra i due tavoli, sfrecciando a pochi centimetri dalle gambe di camerieri con vassoi che li fulminano con lo sguardo, le loro grida acute rimbalzano da un muro di sasso all’altro come il fracasso di una mitragliatrice.
Basta, sto impazzendo qui dentro! Afferro il tovagliolo e mi pulisco le labbra dal sugo del brasato, prendo il bicchiere e mi bevo le due dita di Fanta che sono rimaste.
Abbandono il tovagliolo accanto al piatto e al bicchiere e mi alzo. «Esco un attimo.» Non lo dico a nessuno in particolare, e nessuno mi considera: sono tutti intenti a farsi gli affari propri, e io non rientro in quelli di nessuno. Due dei tre bambini mi corrono accanto. La ragazza dai capelli castani che fa la quarta superiore dall’altra parte del tavolo fissa il cellulare.
