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Scopami Piano, Non Svegliare Nessuno — ESTATE
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Racconto55 min di lettura

Scopami Piano, Non Svegliare Nessuno — ESTATE

In una villetta troppo piena e troppo calda, due nemici storici finiscono nello stesso divano letto. Tra salsedine, battute cattive e corpi troppo vicini, l’odio smette di fare rumore e diventa desiderio.

Asiadu01
3 mesi fa · 1.1k letture · 2

La villetta era più piccola delle foto.

Non “leggermente diversa”, non “eh vabbè, dal vivo rende meno”.

Più piccola.

Tipo che nelle foto il salotto sembrava un posto in cui potevi respirare, litigare, innamorarti e magari anche sopravvivere a Ferragosto. Dal vivo era un parallelepipedo bollente con otto persone dentro, dodici buste della spesa buttate a terra, due casse d’acqua già calde come brodo ospedaliero e un ventilatore piazzato su una sedia che girava a vuoto con l’aria colpevole di chi sa di non servire a niente.

Entrai per ultimo, ovviamente.

Non per colpa mia.

Cioè, anche per colpa mia, ma non completamente. Il minimarket aveva una fila da processo penale, il ghiaccio era finito, poi era ricomparso, poi il sacchetto aveva deciso di suicidarsi lentamente nel bagagliaio. Quando varcai la soglia, avevo in mano una busta che gocciolava sul pavimento come un cadavere appena ripescato.

Dentro casa c’era già il caos.

Michele stava cercando di infilare una confezione di birre in un frigorifero grande quanto un comodino. Ludo aveva preso possesso della cucina come una regina ubriaca, anche se erano le quattro del pomeriggio e non aveva ancora bevuto. Serena, seduta su una valigia, guardava tutto con quella faccia da “io l’avevo detto” che nelle vacanze di gruppo dovrebbe essere considerata un documento legale.

Nel lavandino c’era un’anguria intera.

Non tagliata. Non lavata.

Appoggiata lì, enorme, lucida, come se qualcuno l’avesse trovata morta sulla spiaggia e avesse deciso di darle degna sepoltura in cucina.

Sulle sedie erano già stesi costumi umidi, asciugamani, una maglietta che non riconobbi e un reggiseno di costume nero che feci finta di non vedere con la stessa naturalezza con cui un ladro finge di essere entrato in banca per controllare l’orario.

Le infradito erano ovunque. Una sotto il tavolo, una vicino al bagno, una inspiegabilmente sopra il microonde. Le finestre erano spalancate, ma invece di far entrare aria facevano entrare solo altro caldo, insieme all’odore del mare: sale, crema solare, muri scaldati, sabbia infilata nelle fughe delle piastrelle.

E poi c’era Arianna.

Al centro del disastro.

Naturalmente.

Era in piedi vicino al tavolo, con un quaderno aperto in mano e una penna tra le dita, come se il problema principale di quella casa fosse la mancanza di una costituzione scritta. Aveva i capelli castani raccolti male, lunghi e mossi, già sfuggiti all’elastico in ciocche umide che le cadevano sul collo e sulle guance. Portava gli occhiali, e questo era sempre un problema.

Perché senza occhiali Arianna era bella in quel modo un po’ scostante, con il viso delicato, le labbra piene spesso piegate in un’espressione imbronciata e gli occhi grandi, profondi, quasi sempre troppo seri per la quantità di stupidaggini che dicevamo noi altri.

Con gli occhiali, però, diventava pericolosa.

Più silenziosa. Più misteriosa. Più irritante, anche. Sembrava una che ti stava già giudicando, ma con abbastanza classe da non comunicartelo subito. Aveva quell’aria da ragazza alternativa, un po’ dark, una che probabilmente ascoltava musica triste anche quando faceva la doccia, ma addosso aveva l’estate in modo fisico, quasi sfacciato.

Un top scuro le aderiva al busto, tirato dal caldo e dall’umidità. Sotto, il costume doveva essere ancora bagnato, perché il tessuto le segnava il seno pieno, naturale, evidente senza bisogno di fare niente. Era una di quelle cose che notavi anche se cercavi di non notarle, e infatti io non le notai.

Per rispetto.

Per maturità.

Perché Serena mi stava guardando.

Poi Arianna si chinò per spostare una busta della spesa dal pavimento e il mio rispetto morì come il ghiaccio nella mia mano.

Aveva un corpo morbido, femminile, reale. Spalle piene il giusto, braccia chiare scaldate dal sole, vita armoniosa, fianchi presenti. Non era una di quelle bellezze costruite per sembrare sempre in posa. Arianna sembrava pericolosa proprio perché non sembrava provarci. La sensualità le usciva addosso per sbaglio: dalla pelle ancora salata, dal top troppo aderente, dai tatuaggi che spuntavano quando si muoveva, dalla curva piena del sedere sotto gli shorts leggeri.

Una sensualità pigra, imbronciata.

Da stanza buia con la finestra aperta.

Da telefono acceso sul comodino.

Da “non guardarmi” detto mentre sa benissimo che la stai guardando.

Infatti alzò gli occhi su di me.

E mi beccò.

Naturalmente.

«Avevi un solo compito.»

Io sollevai la busta del ghiaccio mezzo sciolto, cercando di darle dignità. «Portare il ghiaccio.»

Arianna guardò la plastica gocciolante. Una goccia cadde proprio in quel momento sul pavimento, con una puntualità drammatica.

«E sei riuscito a portare acqua fredda.»

«Sempre meglio dell’acqua calda che stai facendo tu da quando siamo entrati.»

Il silenzio durò un secondo.

Uno di quei secondi belli pieni, densi, durante i quali capisci che forse potevi dire una cosa più intelligente, più educata, più utile alla convivenza civile.

Poi Michele scoppiò a ridere dentro il frigorifero.

«No, vabbè,» disse Ludo, con una confezione di piatti di plastica in mano. «Siete qui da trenta secondi.»

Serena si portò una mano agli occhi. «Io vi giuro che mi butto dal terrazzo.»

Arianna non rise.

Mai subito.

Lei prima ti guardava. Ti lasciava cuocere. Ti faceva credere di aver vinto, poi ti apriva in due con una frase detta piano.

Si avvicinò, scalza, evitando una ciabatta abbandonata. Aveva i piedi un po’ sporchi di sabbia e le caviglie sottili, la pelle chiara già dorata dal sole. Quando mi arrivò davanti, sentii il suo odore: non profumo. Mare. Crema solare. Sudore pulito. Quel misto di caldo e salsedine che in una persona normale è solo odore di vacanza, mentre su Arianna sembrava una provocazione organizzata.

Mi tolse la busta del ghiaccio dalle mani.

Le sue dita mi sfiorarono per un istante. Fresche per il contatto con la plastica bagnata, ma il resto di lei sembrava emanare calore.

«Fenomeno,» disse.

«Principessa del regolamento.»

«Almeno io so leggere una lista.»

«Io so improvvisare.»

«Tu sai arrivare tardi con una perdita.»

«Detta così sembra quasi una cosa grave.»

«Con te tutto sembra una cosa grave dopo che l’hai fatta.»

Michele rise di nuovo. «Questa era bella.»

«Tu zitto,» dissi. «Stai cercando di mettere le birre nel cassetto delle verdure.»

«Le birre sono verdure emotive.»

Arianna posò la busta nel lavandino accanto all’anguria, che ormai sembrava parte dell’arredamento, poi tornò al suo quaderno. Aveva scritto nomi, stanze, turni doccia, spesa, non so cos’altro. Forse anche i nostri peccati.

«Allora,» disse, battendo la penna sul foglio. «Ricapitoliamo. Due camere matrimoniali che non sono matrimoniali, una stanza con due letti singoli che sono praticamente letti per ostaggi, un divano letto in salotto, un bagno solo, e qualcuno ha già messo i costumi bagnati sulle sedie.»

Ludo alzò una mano. «Ero io, ma con amore.»

«L’amore non asciuga.»

«Nemmeno tu, però scaldi parecchio,» dissi, senza pensare.

Serena fece un verso strozzato.

Arianna si voltò lentamente.

E lì ebbi la conferma che quell’estate sarebbe stata una condanna.

Perché era irritata, sì. Ma non solo. Aveva le guance appena arrossate dal caldo, le labbra ferme in quella piega seria, lo sguardo sfidante dietro le lenti. E sotto il top scuro il suo respiro si era mosso appena più forte, quasi impercettibile, ma abbastanza perché io lo notassi e mi odiassi per averlo notato.

Lei fece due passi verso di me.

«Dario.»

«Arianna.»

«In questa casa ci sono otto persone, un bagno solo e già zero pazienza.»

«Quindi siamo partiti bene.»

«Se provi a renderti utile, magari sopravviviamo.»

«Io sono utilissimo.»

«Hai allagato l’ingresso.»

Guardai in basso. In effetti dietro di me c’era una piccola scia d’acqua.

«È atmosfera marina.»

«È incuria.»

«È realismo.»

«È che sei un cretino.»

Sorrisi. «Però ti mancavo.»

Quella frase uscì più leggera di quanto fosse.

E forse proprio per questo cadde male.

Arianna mi guardò per mezzo secondo di troppo. Mezzo secondo in cui la stanza sembrò restringersi ancora di più, il ventilatore diventare più inutile, il caldo più appiccicoso. Gli altri continuarono a muoversi intorno a noi: buste che frusciavano, bottiglie che rotolavano, Ludo che chiedeva dove fossero i bicchieri, Michele che bestemmiava contro il frigorifero.

Ma Arianna restò ferma.

Poi sorrise appena.

Non un sorriso buono.

«Mi mancava avere qualcuno da correggere.»

«Romantica.»

«Non ti allargare.»

«Difficile, qui dentro.»

Lei abbassò gli occhi sulla mia maglietta. Era incollata al petto per il sudore, le spalle ancora calde di sole, il costume basso sui fianchi perché avevo guidato due ore con l’aria condizionata rotta e la dignità abbandonata al primo autogrill.

Quando il suo sguardo tornò su, aveva qualcosa di più tagliente.

«Metti quelle casse d’acqua fuori dalla porta.»

«Subito?»

«No, Dario. A Natale.»

Presi una delle casse. Era tiepida, pesante, e naturalmente tagliava le dita.

Passandole accanto, cercai di non sfiorarla.

Fallii.

Il mio braccio urtò appena il suo fianco. Niente di che. Un contatto stupido, casuale, da casa piena e spazio inesistente.

Solo che Arianna si irrigidì.

E io pure.

Perché la sua pelle, in quel punto lasciato scoperto tra top e shorts, era calda. Liscia. Umida di estate.

Lei mi guardò.

«Spazio personale.»

«Non c’è. L’hai scritto sul quaderno?»

«Lo scrivo adesso.»

«Mettimi vicino alla finestra, almeno muoio ventilato.»

«Ti metto fuori.»

«Con te?»

«Con l’anguria.»

«Mi sembra una vacanza migliore di quanto promesso.»

Arianna scosse la testa, ma stavolta le scappò quasi un sorriso. Quasi. Una crepa minuscola. La odiavo anche per quello: per il fatto che non concedeva mai una risata intera. Ti dava un frammento e ti lasciava lì a fare la fame.

Portai la cassa fuori, poi rientrai.

Prima di andare avanti…

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