Scopami Piano, Non Svegliare Nessuno — ESTATE
In una villetta troppo piena e troppo calda, due nemici storici finiscono nello stesso divano letto. Tra salsedine, battute cattive e corpi troppo vicini, l’odio smette di fare rumore e diventa desiderio.
La villetta era più piccola delle foto.
Non “leggermente diversa”, non “eh vabbè, dal vivo rende meno”.
Più piccola.
Tipo che nelle foto il salotto sembrava un posto in cui potevi respirare, litigare, innamorarti e magari anche sopravvivere a Ferragosto. Dal vivo era un parallelepipedo bollente con otto persone dentro, dodici buste della spesa buttate a terra, due casse d’acqua già calde come brodo ospedaliero e un ventilatore piazzato su una sedia che girava a vuoto con l’aria colpevole di chi sa di non servire a niente.
Entrai per ultimo, ovviamente.
Non per colpa mia.
Cioè, anche per colpa mia, ma non completamente. Il minimarket aveva una fila da processo penale, il ghiaccio era finito, poi era ricomparso, poi il sacchetto aveva deciso di suicidarsi lentamente nel bagagliaio. Quando varcai la soglia, avevo in mano una busta che gocciolava sul pavimento come un cadavere appena ripescato.
Dentro casa c’era già il caos.
Michele stava cercando di infilare una confezione di birre in un frigorifero grande quanto un comodino. Ludo aveva preso possesso della cucina come una regina ubriaca, anche se erano le quattro del pomeriggio e non aveva ancora bevuto. Serena, seduta su una valigia, guardava tutto con quella faccia da “io l’avevo detto” che nelle vacanze di gruppo dovrebbe essere considerata un documento legale.
Nel lavandino c’era un’anguria intera.
Non tagliata. Non lavata.
Appoggiata lì, enorme, lucida, come se qualcuno l’avesse trovata morta sulla spiaggia e avesse deciso di darle degna sepoltura in cucina.
Sulle sedie erano già stesi costumi umidi, asciugamani, una maglietta che non riconobbi e un reggiseno di costume nero che feci finta di non vedere con la stessa naturalezza con cui un ladro finge di essere entrato in banca per controllare l’orario.
Le infradito erano ovunque. Una sotto il tavolo, una vicino al bagno, una inspiegabilmente sopra il microonde. Le finestre erano spalancate, ma invece di far entrare aria facevano entrare solo altro caldo, insieme all’odore del mare: sale, crema solare, muri scaldati, sabbia infilata nelle fughe delle piastrelle.
E poi c’era Arianna.
Al centro del disastro.
Naturalmente.
Era in piedi vicino al tavolo, con un quaderno aperto in mano e una penna tra le dita, come se il problema principale di quella casa fosse la mancanza di una costituzione scritta. Aveva i capelli castani raccolti male, lunghi e mossi, già sfuggiti all’elastico in ciocche umide che le cadevano sul collo e sulle guance. Portava gli occhiali, e questo era sempre un problema.
Perché senza occhiali Arianna era bella in quel modo un po’ scostante, con il viso delicato, le labbra piene spesso piegate in un’espressione imbronciata e gli occhi grandi, profondi, quasi sempre troppo seri per la quantità di stupidaggini che dicevamo noi altri.
Con gli occhiali, però, diventava pericolosa.
Più silenziosa. Più misteriosa. Più irritante, anche. Sembrava una che ti stava già giudicando, ma con abbastanza classe da non comunicartelo subito. Aveva quell’aria da ragazza alternativa, un po’ dark, una che probabilmente ascoltava musica triste anche quando faceva la doccia, ma addosso aveva l’estate in modo fisico, quasi sfacciato.
Un top scuro le aderiva al busto, tirato dal caldo e dall’umidità. Sotto, il costume doveva essere ancora bagnato, perché il tessuto le segnava il seno pieno, naturale, evidente senza bisogno di fare niente. Era una di quelle cose che notavi anche se cercavi di non notarle, e infatti io non le notai.
Per rispetto.
Per maturità.
Perché Serena mi stava guardando.
Poi Arianna si chinò per spostare una busta della spesa dal pavimento e il mio rispetto morì come il ghiaccio nella mia mano.
Aveva un corpo morbido, femminile, reale. Spalle piene il giusto, braccia chiare scaldate dal sole, vita armoniosa, fianchi presenti. Non era una di quelle bellezze costruite per sembrare sempre in posa. Arianna sembrava pericolosa proprio perché non sembrava provarci. La sensualità le usciva addosso per sbaglio: dalla pelle ancora salata, dal top troppo aderente, dai tatuaggi che spuntavano quando si muoveva, dalla curva piena del sedere sotto gli shorts leggeri.
Una sensualità pigra, imbronciata.
Da stanza buia con la finestra aperta.
Da telefono acceso sul comodino.
Da “non guardarmi” detto mentre sa benissimo che la stai guardando.
Infatti alzò gli occhi su di me.
E mi beccò.
Naturalmente.
«Avevi un solo compito.»
Io sollevai la busta del ghiaccio mezzo sciolto, cercando di darle dignità. «Portare il ghiaccio.»
Arianna guardò la plastica gocciolante. Una goccia cadde proprio in quel momento sul pavimento, con una puntualità drammatica.
«E sei riuscito a portare acqua fredda.»
«Sempre meglio dell’acqua calda che stai facendo tu da quando siamo entrati.»
Il silenzio durò un secondo.
Uno di quei secondi belli pieni, densi, durante i quali capisci che forse potevi dire una cosa più intelligente, più educata, più utile alla convivenza civile.
Poi Michele scoppiò a ridere dentro il frigorifero.
«No, vabbè,» disse Ludo, con una confezione di piatti di plastica in mano. «Siete qui da trenta secondi.»
Serena si portò una mano agli occhi. «Io vi giuro che mi butto dal terrazzo.»
Arianna non rise.
Mai subito.
Lei prima ti guardava. Ti lasciava cuocere. Ti faceva credere di aver vinto, poi ti apriva in due con una frase detta piano.
Si avvicinò, scalza, evitando una ciabatta abbandonata. Aveva i piedi un po’ sporchi di sabbia e le caviglie sottili, la pelle chiara già dorata dal sole. Quando mi arrivò davanti, sentii il suo odore: non profumo. Mare. Crema solare. Sudore pulito. Quel misto di caldo e salsedine che in una persona normale è solo odore di vacanza, mentre su Arianna sembrava una provocazione organizzata.
Mi tolse la busta del ghiaccio dalle mani.
Le sue dita mi sfiorarono per un istante. Fresche per il contatto con la plastica bagnata, ma il resto di lei sembrava emanare calore.
«Fenomeno,» disse.
«Principessa del regolamento.»
«Almeno io so leggere una lista.»
«Io so improvvisare.»
«Tu sai arrivare tardi con una perdita.»
«Detta così sembra quasi una cosa grave.»
«Con te tutto sembra una cosa grave dopo che l’hai fatta.»
Michele rise di nuovo. «Questa era bella.»
«Tu zitto,» dissi. «Stai cercando di mettere le birre nel cassetto delle verdure.»
«Le birre sono verdure emotive.»
Arianna posò la busta nel lavandino accanto all’anguria, che ormai sembrava parte dell’arredamento, poi tornò al suo quaderno. Aveva scritto nomi, stanze, turni doccia, spesa, non so cos’altro. Forse anche i nostri peccati.
«Allora,» disse, battendo la penna sul foglio. «Ricapitoliamo. Due camere matrimoniali che non sono matrimoniali, una stanza con due letti singoli che sono praticamente letti per ostaggi, un divano letto in salotto, un bagno solo, e qualcuno ha già messo i costumi bagnati sulle sedie.»
Ludo alzò una mano. «Ero io, ma con amore.»
«L’amore non asciuga.»
«Nemmeno tu, però scaldi parecchio,» dissi, senza pensare.
Serena fece un verso strozzato.
Arianna si voltò lentamente.
E lì ebbi la conferma che quell’estate sarebbe stata una condanna.
Perché era irritata, sì. Ma non solo. Aveva le guance appena arrossate dal caldo, le labbra ferme in quella piega seria, lo sguardo sfidante dietro le lenti. E sotto il top scuro il suo respiro si era mosso appena più forte, quasi impercettibile, ma abbastanza perché io lo notassi e mi odiassi per averlo notato.
Lei fece due passi verso di me.
«Dario.»
«Arianna.»
«In questa casa ci sono otto persone, un bagno solo e già zero pazienza.»
«Quindi siamo partiti bene.»
«Se provi a renderti utile, magari sopravviviamo.»
«Io sono utilissimo.»
«Hai allagato l’ingresso.»
Guardai in basso. In effetti dietro di me c’era una piccola scia d’acqua.
«È atmosfera marina.»
«È incuria.»
«È realismo.»
«È che sei un cretino.»
Sorrisi. «Però ti mancavo.»
Quella frase uscì più leggera di quanto fosse.
E forse proprio per questo cadde male.
Arianna mi guardò per mezzo secondo di troppo. Mezzo secondo in cui la stanza sembrò restringersi ancora di più, il ventilatore diventare più inutile, il caldo più appiccicoso. Gli altri continuarono a muoversi intorno a noi: buste che frusciavano, bottiglie che rotolavano, Ludo che chiedeva dove fossero i bicchieri, Michele che bestemmiava contro il frigorifero.
Ma Arianna restò ferma.
Poi sorrise appena.
Non un sorriso buono.
«Mi mancava avere qualcuno da correggere.»
«Romantica.»
«Non ti allargare.»
«Difficile, qui dentro.»
Lei abbassò gli occhi sulla mia maglietta. Era incollata al petto per il sudore, le spalle ancora calde di sole, il costume basso sui fianchi perché avevo guidato due ore con l’aria condizionata rotta e la dignità abbandonata al primo autogrill.
Quando il suo sguardo tornò su, aveva qualcosa di più tagliente.
«Metti quelle casse d’acqua fuori dalla porta.»
«Subito?»
«No, Dario. A Natale.»
Presi una delle casse. Era tiepida, pesante, e naturalmente tagliava le dita.
Passandole accanto, cercai di non sfiorarla.
Fallii.
Il mio braccio urtò appena il suo fianco. Niente di che. Un contatto stupido, casuale, da casa piena e spazio inesistente.
Solo che Arianna si irrigidì.
E io pure.
Perché la sua pelle, in quel punto lasciato scoperto tra top e shorts, era calda. Liscia. Umida di estate.
Lei mi guardò.
«Spazio personale.»
«Non c’è. L’hai scritto sul quaderno?»
«Lo scrivo adesso.»
«Mettimi vicino alla finestra, almeno muoio ventilato.»
«Ti metto fuori.»
«Con te?»
«Con l’anguria.»
«Mi sembra una vacanza migliore di quanto promesso.»
Arianna scosse la testa, ma stavolta le scappò quasi un sorriso. Quasi. Una crepa minuscola. La odiavo anche per quello: per il fatto che non concedeva mai una risata intera. Ti dava un frammento e ti lasciava lì a fare la fame.
Portai la cassa fuori, poi rientrai.
La casa era ancora più calda. Il pavimento già bagnato in più punti, le finestre spalancate sul niente, il mare invisibile ma presente nei muri, nei capelli, nelle borse, nella pelle scoperta di tutti. Sembrava che l’estate fosse entrata prima di noi e avesse deciso di non uscire più.
Arianna era tornata a comandare.
«Serena e Ludo nella stanza piccola. Michele e Fede in quella con i letti singoli. Io prendo il divano se serve.»
«Generosa,» dissi.
«Responsabile.»
«Autoritaria.»
«Funzionante.»
«E io?»
Lei alzò gli occhi dal quaderno.
Lenti. Precisi.
«Tu vediamo.»
«Che bello essere una priorità.»
«Tu sei un problema logistico.»
«Mi hanno definito peggio.»
«Sì, ma mai con tanta precisione.»
Mi appoggiai allo stipite della porta, guardandola mentre cercava di rimettere ordine in una casa che si rifiutava fisicamente di essere ordinata. Arianna contro Ferragosto. Arianna contro otto persone sudate. Arianna contro il ventilatore inutile, le infradito ovunque, l’anguria nel lavandino e me.
Soprattutto me.
Non sapevo ancora che quella casa ci avrebbe traditi.
Che il salotto sarebbe diventato troppo piccolo.
Che il divano letto avrebbe cigolato.
Che a un certo punto avremmo dovuto imparare a litigare piano.
Per ora sapevo solo che Arianna era lì, scalza, accaldata, con gli occhiali sul naso, il top scuro incollato al corpo, il mare addosso e quella faccia da ragazza che non perdeva mai il controllo.
E io, da bravo idiota, avevo già voglia di vederla perdere.
La spiaggia aveva una sola qualità evidente: era vicina.
Per il resto sembrava progettata da qualcuno che odiava l’umanità, le vacanze e in generale il concetto di pelle non ustionata. Sabbia rovente, ombrelloni troppo bassi, bambini che correvano urlando con palette assassine, venditori ambulanti che passavano ogni tre minuti gridando “cocco bello” con la disperazione di chi ha visto cose.
Il mare, però, era bello.
Azzurro sporco vicino alla riva, più scuro al largo, pieno di riflessi bianchi. Quel mare da cartolina economica che appena ci entri ti dimentichi per dieci secondi del caldo, della casa microscopica, del frigorifero inutile e del fatto che in otto persone avevamo portato ventisette asciugamani ma nessuno un ombrellone decente.
Ci sistemammo in una specie di accampamento abusivo.
Ludo piantò l’ombrellone con la tecnica raffinata del “finché non cade va bene”. Michele aprì una birra alle undici e venti e disse che in vacanza l’orario era una convenzione borghese. Serena spalmò crema solare a tutti con la serietà di un’infermiera militare.
Arianna, naturalmente, cercava di coordinare.
«Non mettete le borse sulla sabbia bagnata.»
«Ari, siamo al mare,» disse Michele.
«Appunto. C’è sabbia ovunque. Non serve invitarla dentro le borse.»
«Io la inviterei,» dissi, sdraiandomi sull’asciugamano. «Sembra più simpatica di te.»
Lei si voltò verso di me con il flacone della crema in mano.
Aveva tolto gli occhiali e questo avrebbe dovuto renderla meno pericolosa. Invece no. Senza lenti il suo sguardo era ancora più diretto, più nudo, più cattivo. I capelli castani le cadevano sulle spalle in onde disordinate, già gonfie di salsedine. Il costume era azzurro chiaro, e le stava addosso con quella crudeltà che hanno certi costumi quando sembrano semplici ma poi decidono di raccontare tutto.
Il seno pieno era raccolto dalla stoffa bagnata in modo naturale, senza artificio, ma con una presenza quasi offensiva. Non c’era niente di teatrale in lei. Era quello il problema. Arianna non posava. Arianna esisteva, e il suo corpo faceva il resto: spalle calde, pelle chiara appena dorata, fianchi morbidi, vita armoniosa, il sedere pieno valorizzato dal costume senza che lei sembrasse minimamente interessata a valorizzarlo.
Sembrava annoiata.
E questa era la cosa peggiore.
Una ragazza così, con quel corpo lì, con quell’espressione lì, come se il mondo intero fosse una seccatura e tu il modulo sbagliato da compilare, aveva un potere erotico profondamente ingiusto.
Mi guardò.
«Ti serve la crema o preferisci morire spellato come un serpente?»
«Mi spalmi tu?»
«Preferisco spalmarti sotto la sabbia.»
«Kinky.»
«Cretino.»
Serena, che stava sistemando gli occhiali da sole sulla testa, sospirò. «Ragazzi, almeno il primo bagno fatelo senza omicidi.»
«Io sono pacifico,» dissi.
Arianna rise senza ridere. «Tu sei pacifico come un motorino senza marmitta.»
«Sempre meglio che essere un vigile urbano in bikini.»
Ludo fece un fischio. «Vigile urbano in bikini è un’immagine che non dovevi regalarmi.»
Arianna le lanciò un’occhiata. «Tu non incoraggiarlo.»
«Io incoraggio l’arte.»
«Questa non è arte. È disagio con le spalle larghe.»
Mi tirai su sui gomiti. «Hai notato le spalle?»
Lei mi guardò come se avessi appena confessato un crimine minore.
«Ho notato che occupi spazio.»
«È diverso.»
«Non tantissimo.»
Michele rise, poi prese un pallone sgonfio dalla borsa. «Beach volley?»
«Quel coso è morto,» disse Serena.
«È solo emotivamente provato.»
Cinque minuti dopo stavamo giocando a una versione illegale del beach volley, senza rete, senza regole e senza alcuna dignità. La linea del campo era “da quella ciabatta a quell’altra ciabatta”, misura ufficiale delle vacanze italiane. Ludo urlava anche quando non toccava palla. Michele si tuffava male apposta. Serena rideva da seduta, perché aveva dichiarato di avere “un rapporto maturo con la fatica”, cioè nessun rapporto.
Arianna giocava contro di me.
Ovviamente.
Non per scelta mia. Perché la vita, quando vuole, sa essere volgare.
Lei era competitiva in modo quasi erotico. Non faceva scenate, non urlava, non si agitava troppo. Peggio. Si concentrava. Abbassava le spalle, si mordeva appena il labbro, seguiva la palla con gli occhi stretti e poi si muoveva veloce, decisa, con quel corpo morbido che nel movimento diventava ancora più vivo. Ogni volta che saltava, il costume le aderiva di più. Ogni volta che atterrava, la sabbia le sporcava le gambe, il sedere, le caviglie.
Io cercavo di essere una persona civile.
Fallivo con metodo.
A un certo punto Michele alzò una palla altissima, una roba più simile a una preghiera che a un passaggio. Arianna scattò verso di me per prenderla. Io feci lo stesso. Ci scontrammo quasi al centro, spalla contro spalla, fianco contro fianco.
La palla cadde.
Nessuno dei due la guardò.
Per un secondo sentii il suo corpo contro il mio: caldo, umido di mare e sudore, il respiro veloce, la pelle liscia del braccio contro il mio. Aveva l’odore della crema solare scaldata dal sole e di quella salsedine che ti resta addosso anche quando pensi di esserti asciugato.
Lei alzò il viso.
«Mi stavi venendo addosso.»
«Tecnicamente era la palla.»
«Tecnicamente sei tu che non sai stare al tuo posto.»
«Da quando esiste un mio posto?»
«Il più lontano possibile.»
«Sempre così romantica.»
«Sempre così vicino.»
La frase rimase lì.
Troppo vera.
Dietro di noi, Ludo disse: «Raga, la palla è caduta tipo mezz’ora fa.»
Mi spostai per primo.
Arianna no.
O meglio, lo fece subito dopo, ma abbastanza tardi da farmi venire voglia di prenderla in giro e abbastanza presto da impedirmelo.
«Punto nostro,» disse.
«Ma se è caduta dalla tua parte.»
«Io ho deciso che no.»
«Ah, funziona così?»
«Quando sono più intelligente degli altri, sì.»
«Deve essere faticoso vivere circondata da inferiori.»
«Tu non hai idea.»
Le sorrisi.
Lei non sorrise.
Poi mi tirò la palla nello stomaco.
Non forte. Abbastanza.
«Ahi.»
«Scusa, mi è scivolata.»
«Sei una persona orribile.»
«Grazie.»
Dopo dieci minuti di quel massacro, decidemmo tutti che il mare era l’unica soluzione legale. Corremmo verso l’acqua come profughi del caldo. La sabbia bruciava sotto i piedi, Michele urlava, Ludo saltellava, Serena entrò piano facendo versi da anziana tradita dalla vita.
Io mi buttai subito.
Il mare mi chiuse addosso freddo e salato, e per qualche secondo non esistette niente. Solo acqua nelle orecchie, luce spezzata, il corpo che finalmente smetteva di cuocere. Riemersi tirandomi indietro i capelli, sputando sale e dignità.
Arianna era a qualche metro da me.
Stava entrando più lentamente, perché naturalmente anche l’acqua doveva ricevere istruzioni. Le onde le arrivavano prima alle caviglie, poi alle cosce, poi ai fianchi. Quando l’acqua le raggiunse il busto, lei trattenne il fiato per un istante, socchiudendo gli occhi. Una smorfia piccola, involontaria.
Umana.
Quasi dolce.
Brutta cosa, scoprire che Arianna aveva anche momenti umani.
«Fredda?» chiesi.
«No, sto facendo training autogeno.»
«Vuoi che ti aiuti?»
«Se mi tocchi ti affogo.»
«Volevo solo schizzarti.»
«Appunto.»
La schizzai.
Non tanto.
Il giusto.
Lei mi fissò con una calma terribile.
Poi sparì sott’acqua.
Questo, col senno di poi, avrebbe dovuto preoccuparmi.
Riemerse alle mie spalle e mi spinse giù con entrambe le mani sulle spalle. Non con cattiveria vera, ma con una precisione vendicativa che rispettai. Finì che tornammo entrambi sott’acqua, confusi, ridendo senza volerlo, spingendoci come due cretini.
Quando riemersi, lei era vicina.
Molto.
Troppo.
Aveva i capelli tirati indietro dall’acqua, il viso scoperto, le ciglia bagnate, le labbra lucide di sale. Il costume le aderiva al corpo in modo indecente per quanto era semplice. Il mare le scivolava dal collo, seguiva la linea delle clavicole, si fermava un attimo sulla curva alta del seno prima di perdersi nella stoffa azzurra già tesa e scura d’acqua.
Guardarla era una pessima idea.
Infatti la guardai.
Lei mi beccò dopo mezzo secondo.
«Ti serve una foto o riesci a memorizzare da solo?»
Mi passai una mano sulla faccia, cercando di sembrare offeso e non colpevole. «Stavo guardando se avevi ancora il cartellino del costume. Sai, con te tutto sembra appena comprato.»
Arianna inclinò appena la testa.
«Con te invece tutto sembra usato male.»
Ludo, a tre metri, scoppiò a ridere. «Oddio, seppellitemi qui.»
Michele applaudì dall’acqua bassa. «Questa vince.»
«Non incoraggiate il bullismo,» dissi.
«Non è bullismo se è accurato,» disse Serena.
Arianna mi passò accanto nuotando piano, con un sorriso quasi invisibile. L’acqua le muoveva intorno al corpo, sollevandole i capelli, addolcendo per un istante quella sua aria sempre dura. Mi superò senza toccarmi, ma abbastanza vicina da farmi sentire la scia fredda della sua pelle nell’acqua.
«Comunque,» disse senza voltarsi, «se proprio devi fissare, almeno fallo meglio. Così sembri un turista tedesco al primo topless.»
«Sto prendendo appunti mentali.»
«Bruciali.»
«Sono impermeabili.»
Lei mi schizzò di nuovo.
Quello fu il momento in cui, molto stupidamente, cominciammo una guerra.
Non una guerra seria. Una di quelle cose da mare, infantili e fisiche, in cui nessuno ammette di divertirsi ma tutti stanno sorridendo. Michele provò a fare l’arbitro e fu affondato da Ludo. Serena si limitò a stare in acqua fino alla vita e a dichiarare che eravamo tutti “emotivamente dodicenni”.
Arianna era pericolosa anche lì.
Non perché fosse forte. Perché non perdeva mai del tutto il controllo. Anche mentre rideva, anche mentre mi schizzava, anche mentre cercava di spingermi giù, c’era sempre quella sfida nello sguardo. Come se ogni gioco fosse una prova, ogni contatto un’accusa.
Io le presi le mani per bloccarla quando provò a buttarmi acqua in faccia.
Lei si fermò.
Le nostre dita rimasero intrecciate un istante.
Troppo poco per essere qualcosa.
Troppo per essere niente.
L’acqua ci arrivava al petto. Intorno gli altri urlavano, ridevano, facevano casino. Ma Arianna smise di muoversi. Io sentii i suoi polsi sotto le dita, sottili, freschi, la pelle liscia resa scivolosa dal mare.
Lei abbassò lo sguardo sulle nostre mani.
Poi lo rialzò su di me.
«Stai barando.»
«Sto sopravvivendo.»
«Lasciami.»
La lasciai subito.
Non per paura.
O forse sì.
Lei arretrò di mezzo passo, e per mascherare qualcosa mi schizzò di nuovo in faccia con una violenza assolutamente non proporzionata.
«Vedi?» dissi tossendo. «Questa è aggressività repressa.»
«Non è repressa. È precisa.»
Uscimmo dall’acqua poco dopo, perché Michele aveva fame, Ludo voleva fare foto e Serena aveva decretato che il sole “stava diventando personale”.
Io arrivai al nostro accampamento prima degli altri e mi buttai sull’asciugamano, con la pelle che friggeva appena nell’aria. La sabbia mi si incollava ai gomiti, il costume gocciolava, il sole mi batteva sulle palpebre chiuse.
Stavo quasi bene.
Poi sentii Ludo dire: «Ari, girati un attimo che ti faccio una foto, sei assurda.»
Errore.
Aprii gli occhi.
Arianna stava uscendo dall’acqua.
E lì il mondo, che già di suo non era un granché come posto equilibrato, diventò francamente scorretto.
Camminava verso di noi con il mare che le scivolava addosso. I capelli erano tirati indietro, scuri e pesanti, il viso lucido, le labbra appena dischiuse per il respiro. La pelle chiara brillava sotto il sole, puntinata di gocce. Il costume azzurro le aderiva come una seconda pelle, più scuro dove era bagnato, incollandosi al seno pieno, ai fianchi, alla pancia morbida e viva.
Non era una visione elegante.
Era peggio.
Era estate allo stato fisico.
Acqua marina sulla pelle. Sale sulle clavicole. Sabbia che già le si attaccava ai piedi. Il corpo lasciato in evidenza senza sforzo, senza posa, senza quella volgarità costruita che ti permette di difenderti pensando “sta facendo apposta”.
Arianna non stava facendo apposta.
Arianna stava solo tornando dall’acqua.
E io ero un idiota.
Feci finta di guardare il telefono.
Il telefono era spento.
Lei lo notò, ovviamente.
Mi passò davanti, prese l’asciugamano dalla sedia pieghevole e disse, senza nemmeno guardarmi:
«Hai la schermata nera molto interessante.»
«Stavo riflettendo.»
«Sulle mie tette?»
Michele sputò quasi la birra.
Serena alzò lentamente gli occhiali da sole. «Oh.»
Io tossii. «Sul senso della vita.»
Arianna si strizzò i capelli sulla sabbia. L’acqua cadde in una piccola pioggia scura vicino ai miei piedi.
«Allora sì,» disse. «Sulle mie tette.»
«Ti piacerebbe.»
Lei finalmente mi guardò.
Lì c’era il sole, il mare, gli amici, le urla dei bambini, la musica orrenda del lido accanto. Eppure per un istante mi sembrò di sentire solo il rumore dell’acqua che le cadeva addosso.
«No, Dario,» disse. «A te piacerebbe.»
Il problema di Arianna era che quando voleva colpire, colpiva basso.
E spesso prendeva bene.
Mi misi seduto. «Hai un’autostima ammirevole.»
«Ho occhi funzionanti.»
«Anch’io.»
«Lo so. Li usi male.»
Ludo, sdraiata a pancia in giù, sollevò un pollice. «Io vi shippo, ma in modo tossico.»
«Tu non shippare niente,» disse Arianna.
«Tanto prima o poi vi baciate urlandovi addosso.»
«Prima o poi lo sotterro nella sabbia.»
«Romantico anche quello,» dissi.
Arianna mi passò accanto per andare verso la borsa. Aveva l’asciugamano in mano. Io ero ancora seduto, lei troppo vicina. Forse fu intenzionale. Forse no. Con Arianna il problema era sempre quello: ogni incidente sembrava programmato e ogni provocazione sembrava negabile.
L’asciugamano bagnato mi colpì in pieno petto.
Freddo. Pesante. Una frustata morbida di acqua e sale.
«Oh.»
Lei si voltò con aria innocente.
«Scusa.»
«Ti è scivolato?»
«Sì.»
«Dalla mano al mio sterno?»
«Traiettoria complicata.»
Mi alzai per riflesso, più divertito che arrabbiato. Lei fece per superarmi di nuovo, ma l’asciugamano mi colpì una seconda volta, stavolta sul fianco.
E lì le presi il polso.
Non forte.
Non per farle male.
Solo abbastanza da fermarla.
La spiaggia continuò a fare spiaggia intorno a noi. Bambini, onde, palloni, risate, il venditore del cocco che gridava come se stesse annunciando un colpo di stato.
Ma noi restammo fermi.
Mezzo secondo.
Uno.
Forse due.
Le tenevo il polso tra le dita. La sua pelle era fredda di mare e calda di sole insieme, una cosa impossibile e concreta. Liscia, umida, viva. Sotto il mio pollice sentii il battito leggero, o forse me lo inventai perché ero già abbastanza cretino da romanticizzare un’aggressione con asciugamano.
Arianna guardò la mia mano.
Poi me.
E stavolta non sorrideva.
Nemmeno io.
Aveva gli occhi scuri, profondi, il viso ancora bagnato, le labbra ferme. Una goccia le scese dalla tempia alla guancia e poi giù, lungo il collo. Seguii quel movimento per una frazione di secondo e quando tornai ai suoi occhi lei lo sapeva già.
Lo sapeva tutto.
Sempre.
«Non toccarmi.»
La lasciai immediatamente.
«Mi hai colpito tu.»
Lei si massaggiò il polso, anche se non le avevo fatto niente. Gesto teatrale. Accusa sottile.
«Appunto. Era autorizzato solo quello.»
«Ah. Quindi tu puoi colpirmi.»
«Sì.»
«E io?»
«Tu puoi subire con dignità.»
«Mi stai chiedendo troppo.»
«Lo so.»
Tra noi passò un altro secondo.
Quello non lo vide nessuno, credo.
O forse Serena sì.
Serena vedeva cose anche quando sembrava dormire.
Arianna abbassò lo sguardo sul punto del mio petto dove l’asciugamano mi aveva colpito. La maglietta non c’era, ovviamente. Solo pelle bagnata, sale, il segno freddo dell’acqua. Poi tornò al mio viso.
«Ti sei offeso?»
«Moltissimo.»
«Bene.»
«Dovrai farti perdonare.»
Lei fece un sorriso piccolo, cattivo, quasi pigro.
«Aspetta sdraiato.»
«Già fatto.»
«Allora continua.»
Mi superò.
Questa volta senza colpirmi.
Però, mentre passava, la sua spalla sfiorò la mia.
Un contatto minimo.
Inutile.
Volontario, forse.
Mi lasciò addosso un odore di mare, crema solare e pelle bagnata che restò lì anche quando lei si sedette sul suo asciugamano, infilò gli occhiali da sole e fece finta che io fossi una zanzara particolarmente insistente.
Michele mi lanciò una patatina.
«Oh, Dà.»
«Che vuoi?»
«Stai perdendo sangue dal cuore?»
«Sto benissimo.»
Ludo rise. «No, secondo me gli ha rotto qualcosa.»
Serena, senza abbassare il libro che stava fingendo di leggere, disse: «Arianna rompe sempre qualcosa.»
Arianna non si mosse.
Solo le labbra le si piegarono appena.
«Solo quello che merita.»
Io mi sdraiai di nuovo, guardando il cielo bianco di caldo.
Il mare faceva rumore a pochi metri. La sabbia mi entrava ovunque. Il sole mi cuoceva la pelle. Gli altri ridevano, parlavano di pranzo, di aperitivo, di chi aveva dimenticato le carte, di chi avrebbe dormito dove.
Io pensavo ancora al suo polso nella mia mano.
A quella pelle fredda di acqua e calda di sole.
Al modo in cui aveva detto non toccarmi senza arretrare subito.
E al fatto che, per essere due persone che si odiavano da anni, ultimamente ci stavamo toccando un po’ troppo spesso.
Quando tornammo alla villetta, la casa ci accolse come una punizione.
Il sole del pomeriggio aveva trasformato i muri in termosifoni, il pavimento in una piastra, il salotto in una prova di resistenza morale. Appena aprii la porta, l’odore di chiuso, mare e buste della spesa dimenticate mi colpì in faccia con la delicatezza di uno schiaffo educativo.
«Questa casa sta sudando,» disse Michele, entrando dietro di me con la borsa frigo vuota.
«Questa casa ci odia,» disse Serena.
«Questa casa ha ragione,» aggiunsi.
Arianna passò accanto a noi con il passo di una che aveva deciso di non crollare solo per non darci soddisfazione. Aveva ancora il costume addosso sotto un vestitino nero leggero, di quelli che sembrano buttati lì senza pensiero e invece fanno danni. Il tessuto le si era incollato alla pelle in più punti: sulle spalle, sotto il seno, lungo i fianchi. I capelli umidi le cadevano in ciocche scure sul collo e sulla schiena, lasciando piccole macchie d’acqua sulla stoffa.
Era stanca.
Accaldata.
Bellissima in modo irritante.
«Doccia fuori,» decretò, lasciando la borsa su una sedia già occupata da tre costumi, due asciugamani e una ciabatta senza proprietario. «Una alla volta. Niente sabbia in bagno.»
«Sissignora,» disse Ludo, alzando due dita alla tempia.
«Tu ridi, ma sei quella che ieri ha intasato un lavandino con i glitter.»
«Erano glitter emotivi.»
Arianna la ignorò e indicò me. «Tu non entrare in casa con i piedi così.»
Guardai i miei piedi. Sabbia ovunque, in effetti. Anche tra le dita, luogo in cui la sabbia decide di trasferirsi stabilmente come certi parenti dopo le feste.
«Sto portando il mare dentro.»
«Tu porti sempre dentro qualcosa che nessuno ha chiesto.»
«Tipo il buonumore?»
«Tipo problemi.»
Sorrisi. Lei no.
Però aveva le labbra più morbide quando era stanca. Meno taglienti, almeno all’apparenza. Il sole le aveva scaldato la pelle, le guance, il petto scoperto dal vestito. Aveva ancora la salsedine addosso, sulle clavicole, sul collo, in quei piccoli punti lucidi dove la luce entrava e si fermava.
Mi accorsi che la stavo guardando.
Lei pure.
«Cosa c’è?»
«Niente.»
«Hai la faccia di uno che sta per dire una stronzata.»
«Allora mi conosci meglio di quanto ammetti.»
«Ti conosco abbastanza per prevenirti.»
«Che intimità.»
«Che disgrazia.»
A quel punto Ludo passò tra noi con due asciugamani in braccio. «Io mi faccio la doccia per prima prima che Arianna istituisca i turni con il timbro.»
«Troppo tardi,» disse Serena, indicando il quaderno lasciato sul tavolo.
Sul quaderno, ovviamente, c’era già scritto: docce.
Con orari.
E frecce.
E probabilmente una nota contro di me.
«Tu sei malata,» dissi ad Arianna.
«Tu sei sporco. È peggio.»
«Vuoi lavarmi tu?»
Lo dissi per battuta.
Davvero.
Nel mio cervello doveva suonare leggero, stupido, innocuo. Invece uscì un filo più basso. Più secco. Più vicino al pensiero di quanto avrei voluto.
Arianna rimase ferma mezzo secondo.
Mezzo secondo soltanto.
Poi mi sorrise con quella sua calma cattiva. «Non ho abbastanza disinfettante.»
Michele scoppiò a ridere così forte che gli cadde una bottiglia d’acqua dal braccio.
Io annuii. «Giusto. Igiene prima di tutto.»
«Finalmente dici qualcosa di sensato.»
«Me lo segno, così succede di nuovo tra altri sei mesi.»
La doccia esterna era sul retro della villetta, in un angolo del giardino delimitato da due muretti bassi, una pianta spelacchiata di bouganville e un telo da mare appeso male a un filo. Il telo era rosso scolorito, con una fantasia di limoni che forse all’inizio doveva essere allegra e adesso sembrava una minaccia. Si muoveva al vento caldo, lasciando intravedere a tratti pezzi di corpo, schizzi d’acqua, gomiti, ginocchia, profili.
Prima Ludo. Che cantò.
Poi Michele. Che urlò perché l’acqua era fredda, poi disse che era “un’esperienza spirituale”, poi uscì ancora pieno di sabbia.
Poi Serena, rapida e composta, come se anche sotto una doccia da giardino conservasse una forma di superiorità.
Arianna andò dopo.
Io, in teoria, dovevo andare a prendere una birra dal frigo esterno.
In teoria.
Il frigo esterno era davvero lì, a due metri dalla doccia. Una di quelle coincidenze architettoniche che sembrano scritte da un uomo solo, sudato e con problemi di gestione del desiderio.
Presi tempo in cucina, poi uscii in giardino con l’andatura più casuale che riuscii a produrre. Che, conoscendomi, doveva sembrare quella di un ladro di biciclette durante un interrogatorio.
L’acqua era già aperta.
Scrosciava contro le piastrelle ruvide del piccolo angolo doccia, poi cadeva sul cemento, trascinando via sabbia, sale, fili d’erba. Il telo ondeggiava piano. Non abbastanza da mostrare tutto. Abbastanza da rovinarmi la vita.
Vidi una spalla.
Poi la linea del collo.
Poi il profilo di Arianna, voltata di tre quarti, con il viso inclinato all’indietro sotto il getto. I capelli castani erano tirati su con una mano, pesanti d’acqua, lasciandole scoperta la nuca. Il costume azzurro era abbassato sulle scapole, non fino a renderla nuda davvero, non in modo sporco o rubato, ma abbastanza perché la pelle scoperta sembrasse una cosa proibita anche se era solo schiena.
Una schiena morbida, chiara, bagnata.
Le gocce le scivolavano lungo le spalle, seguivano la curva delle scapole, correvano giù verso il punto in cui il costume tornava a coprirla. Ogni tanto il telo si muoveva e mostrava il profilo del seno contenuto dalla stoffa bagnata, la linea piena del fianco, la pancia morbida che si tendeva appena quando alzava il braccio per insaponarsi.
Non vidi nulla che non avrei dovuto vedere.
Però vidi abbastanza.
Abbastanza per capire che il mare non le era rimasto solo addosso: sembrava entrato nel modo in cui si muoveva, lento, pesante, salato. L’acqua le rendeva la pelle lucida, più viva. Il sole, anche lì dietro la casa, sembrava non volerle uscire dal corpo.
Aprii il frigo esterno.
Il frigo fece un rumore ridicolo.
Arianna si immobilizzò.
Il telo si mosse.
Io presi una birra a caso, con la stessa naturalezza di un prete in un sexy shop.
«Sei sempre dove non dovresti essere.»
La sua voce arrivò da dietro il telo. Bassa. Ferma.
Io chiusi il frigo. «È casa piccola.»
«Il giardino è enorme.»
«E tu fai casino come una fontana rotta.»
Per un secondo sentii solo l’acqua.
Poi il telo si spostò appena e Arianna mi guardò da sopra la spalla.
Aveva i capelli bagnati tirati da un lato, una ciocca incollata alla guancia, gli occhi scuri più seri del solito. Le gocce le correvano sul collo e si fermavano nel piccolo incavo della clavicola. Non aveva gli occhiali, e senza occhiali sembrava meno controllata. Più pericolosa, quindi.
«Stai prendendo una birra o stai facendo il guardiano del faro?»
Sollevai la bottiglia. «Birra.»
«Allora cammina.»
«Non volevo disturbare.»
«Tu disturbi anche quando respiri.»
«Hai mai pensato che magari respiro per te?»
«Ho pensato a cose peggiori.»
«Su di me?»
«Soprattutto.»
Lei si girò appena, abbastanza da nascondersi meglio dietro il telo, ma abbastanza anche da far muovere la stoffa del costume sulla sua pelle bagnata. Mi imposi di guardarla in faccia. Grande scelta etica. Durò due secondi e mezzo.
Poi il bagnoschiuma mi arrivò addosso.
Lo presi al volo per miracolo.
«Ehi.»
«Già che sei lì, renditi utile. Passamelo.»
«Me l’hai appena lanciato.»
«Sì. Ora restituiscilo.»
«Questa è una relazione tossica con gli oggetti.»
«È una relazione tossica con te.»
Mi avvicinai di un passo.
Non troppo.
Giusto quanto bastava per allungare il braccio verso il telo. Lei mise fuori una mano bagnata. Le dita erano sottili, scivolose, le unghie senza smalto, naturali. Quando prese il flacone, sfiorò la mia mano. Un contatto brevissimo. Acqua fredda contro pelle calda.
Arianna non ritirò subito la mano.
Nemmeno io.
Il getto continuava a scendere alle sue spalle. Il telo si gonfiava piano con il vento e le aderiva a tratti al corpo, disegnando più di quanto coprisse. Sentivo l’odore del sapone, ma sotto c’era ancora lei: sale, crema solare scaldata dal pomeriggio, pelle bagnata, doposole, un fondo dolce e sporco di estate.
Arianna non profumava di profumo.
Sapeva di mare.
Non in senso poetico, non da frase scritta sui muri dei lidi o sulle magliette vendute a dieci euro. Sapeva proprio di sale rimasto sulla pelle, di acqua marina asciugata male, di costume bagnato portato troppo a lungo, di sole entrato nei capelli e nel collo. Era una cosa stupida, quasi volgare da pensare, ma mi passò per la testa così, senza permesso: perfino il suo seno, sotto quel costume ancora umido, doveva sapere di mare.
Quel pensiero mi fece odiare me stesso per circa mezzo secondo.
Poi mi piacque troppo per continuare a odiarmi.
Arianna strinse il flacone.
«Dario.»
«Sì?»
«Stai guardando.»
«Sto passando il bagnoschiuma.»
«Il bagnoschiuma è nella mia mano.»
Guardai il flacone. Poi lei.
«Allora sto supervisionando.»
«Se vuoi ti supervisiono io con una ciabatta.»
«Strumento sottovalutato.»
«Su di te no. Sarebbe perfetto.»
Sorrisi, ma lei no.
O meglio, la sua bocca non sorrise.
Gli occhi sì.
Poco.
Quel tanto che bastava per farmi capire che la linea tra irritarla e piacerle era sottile, mobile, probabilmente illegale.
«Ti lascio alla tua fontana,» dissi.
«Bravo.»
Feci due passi indietro.
Poi lei aggiunse: «Dario.»
Mi voltai.
Il telo le copriva quasi tutto, ma non il volto. Aveva la testa piegata appena di lato, l’acqua che le batteva sulle spalle, la bocca rilassata in quell’espressione seria e imbronciata che ormai cominciava a sembrarmi meno un carattere e più una tortura personale.
«La prossima volta bussa.»
«Al telo?»
«Alla decenza.»
«Non sapevo abitasse qui.»
«Infatti con te non si sente al sicuro.»
«La proteggerò.»
«Da te stesso?»
«Missione impossibile.»
Per la prima volta, Arianna rise.
Piano.
Una risata corta, quasi trattenuta, subito coperta dall’acqua. Ma la sentii. E fu peggio di qualsiasi cosa avessi visto.
Perché vederla era già complicato.
Sentirla cedere un millimetro era pericoloso.
Rientrai in casa con la birra in mano e una sensazione addosso che non c’entrava niente con il caldo. Michele mi guardò dal divano.
«Tutto bene?»
«Sì.»
«Hai preso una birra calda.»
Abbassai gli occhi.
La bottiglia era tiepida.
«Era per coerenza con la casa.»
Serena, seduta sul tavolo con i piedi su una sedia, mi guardò sopra il bordo del bicchiere.
Non disse niente.
Peggio.
Sorrise come una persona che aveva capito troppo.
La cena iniziò tre ore dopo, quando eravamo tutti più cotti, più affamati e meno educati.
La veranda era una trappola.
Un tavolo stretto, sedie di plastica instabili, zanzare con ambizioni criminali, tovaglioli che si appiccicavano agli avambracci, bicchieri di vino bianco già tiepido dopo quattro minuti. Sopra c’era di tutto: bruschette con pomodori che cadevano ovunque, cozze, pasta in una ciotola enorme, pane, anguria finalmente tagliata, patatine, una bottiglia di olio lasciata al sole e diventata arma chimica.
Il mare si sentiva anche lì, anche senza vederlo. Entrava dall’aria, dal rumore lontano delle onde, dalle infradito mollate vicino alla porta, dai capelli umidi di tutti, dai segni dei costumi sulle spalle.
Arianna uscì dalla stanza con un vestito leggero color sabbia sopra il costume.
E gli occhiali.
Male.
Malissimo.
Gli occhiali la rendevano di nuovo padrona di sé. Solo che io ormai l’avevo vista dietro il telo, senza quella barriera sottile, con le spalle bagnate, il costume abbassato sulle scapole e l’acqua che le scendeva addosso. Quindi gli occhiali non la rendevano più solo intelligente e misteriosa.
La rendevano una che stava fingendo.
E io avevo visto una crepa.
«Posto libero qui,» disse Ludo, battendo la mano sulla sedia accanto alla mia.
Arianna guardò la sedia.
Poi me.
«No.»
«Ari, è una cena, non un matrimonio.»
«Appunto.»
«Dai, siediti,» disse Serena. «Così vi controllo.»
«Non siamo bambini.»
«No,» disse Michele. «I bambini sono meno rancorosi.»
Arianna sospirò e si sedette accanto a me con la faccia di una martire costretta a morire per una causa stupida.
La sedia era troppo vicina.
Il tavolo era troppo basso.
La veranda troppo calda.
La sua coscia sfiorò la mia appena si sedette.
Nessuno dei due disse niente.
Questo fu il primo problema.
Il secondo fu che lei profumava ancora di doccia, ma sotto il sapone c’era lo stesso odore di prima. Mare. Doposole. Pelle. Quell’odore mi arrivava ogni volta che si sporgeva per prendere il pane, ogni volta che alzava il bicchiere, ogni volta che si passava una mano tra i capelli ancora umidi alla nuca.
«Passami il sale,» disse, senza guardarmi.
«Sei sicura che ti serva? Ne hai già parecchio addosso.»
Lei girò appena la testa.
«Era una battuta sul carattere o sulla spiaggia?»
«Mi piace essere ambiguo.»
«Ti piace essere fastidioso.»
«Sono multiforme.»
«Come la muffa.»
Michele rise con la bocca piena. Serena gli tirò un tovagliolo.
«Non ridere mentre mastichi, che sembri un tricheco in crisi.»
«Io amo questa compagnia,» disse Ludo. «Siamo una famiglia, ma con più traumi.»
Arianna prese il sale da sola, sfiorandomi il braccio con il suo.
Non era necessario.
Lo fece lo stesso.
O forse no.
Con lei stavo impazzendo: ogni movimento poteva essere casuale, ogni casualità poteva essere un avvertimento.
«Hai finito di fissare il mio bicchiere?» mi chiese.
«Controllavo se bevevi abbastanza.»
«Da quando ti interessa la mia idratazione?»
«Da quando potresti scioglierti e lasciarci finalmente in pace.»
Lei bevve un sorso di vino, senza staccarmi gli occhi di dosso.
Poi si leccò appena il labbro inferiore.
Solo per togliere una goccia.
Sicuramente.
Certo.
«Che premuroso.»
«Sono pieno di qualità nascoste.»
«Tienile nascoste.»
«Perché? Hai paura di scoprirle?»
Arianna posò il bicchiere.
«Io di te non ho paura.»
Lo disse piano, ma abbastanza perché lo sentissi solo io.
Il tavolo continuava a parlare sopra di noi. Michele raccontava una storia senza finale. Ludo rideva. Serena tagliava l’anguria con un coltello troppo grosso, lanciandoci ogni tanto occhiate laterali.
Sotto il tavolo, il ginocchio di Arianna toccò il mio.
Poco.
Poteva essere lo spazio.
Poteva essere la sedia.
Poteva essere la veranda costruita da un architetto sadico.
Non si spostò.
Nemmeno io.
Il contatto era stupido, minuscolo. Pelle contro pelle, perché eravamo entrambi in pantaloncini/costume, ancora caldi di sole. Eppure mi fece più effetto di quanto fosse ragionevole. Sentivo il suo ginocchio contro il mio, fermo, ostinato. Come lei. Come una frase non detta.
Arianna continuava a mangiare.
Serena continuava a fingere di non guardare.
Io presi il bicchiere e bevvi troppo vino.
Poi, sotto il tavolo, il piede nudo di Arianna sfiorò il mio.
Lì la guardai.
Lei aveva gli occhi sul piatto.
Troppo innocente.
Troppo preparata.
«Hai bisogno di tutto questo spazio?» disse, senza alzare lo sguardo.
«No.»
Il suo piede rimase vicino al mio. La caviglia leggera, la pelle calda, un granello di sabbia ancora attaccato al dorso.
«Mi piace invadere il tuo.»
Arianna alzò finalmente gli occhi.
Per un secondo non ci fu battuta.
Non subito.
Il suo sguardo si fece più fermo, meno sarcastico. Le labbra si aprirono appena, poi tornarono chiuse. Mi guardò come se avessi detto qualcosa di troppo vero e lei stesse decidendo se punirmi o tenerlo.
«È la frase più onesta che ti abbia mai sentito dire.»
Mi mancò una risposta.
Evento raro, da segnalare alla protezione civile.
Per fortuna Michele intervenne con la grazia di un camion.
«Voi due prima o poi vi ammazzate o vi sposate.»
Ludo alzò il bicchiere. «Io voto matrimonio tossico.»
«Io voto omicidio passionale,» disse Serena.
«Io voto che mi passiate il pane,» disse Fede dall’altra parte del tavolo.
Arianna si appoggiò allo schienale, recuperando il controllo come una che richiude una porta appena in tempo.
«Prima lo ammazzo.»
«Quindi c’è un dopo,» dissi.
Il gruppo rise.
Lei no.
O meglio, rise troppo poco.
Il suo ginocchio era ancora contro il mio.
E quando provai a spostarmi leggermente, fu lei a seguirmi di un centimetro.
Quasi niente.
Abbastanza.
La cena proseguì in quella forma di degrado felice che hanno solo le vacanze riuscite male: vino tiepido, cozze divorate, bruschette cadute sui vestiti, Michele punto da una zanzara sulla fronte, Ludo che voleva organizzare un falò anche se non avevamo legna, Serena che diceva “no” a tutto e poi veniva comunque.
Arianna diventava più morbida con il vino.
Non dolce.
Mai dolce.
Ma meno armata. Rideva un po’ di più. Si sistemava i capelli dietro l’orecchio più spesso. Ogni tanto dimenticava di essere in guerra e mi passava una bottiglia, un tovagliolo, una fetta d’anguria, sfiorandomi sempre appena.
O forse ero io a leggere tutto male.
Il desiderio è una pessima lente: ingrandisce le cose piccole e rende erotica anche una forchetta.
A un certo punto le cadde una goccia di succo d’anguria sul polso.
Lei la guardò.
Io pure.
Poi se la portò alle labbra e la tolse con un gesto rapido, distratto.
Doveva essere niente.
Assolutamente niente.
Invece mi tornò in mente la doccia. L’acqua sulle spalle. Il costume bagnato. Il pensiero idiota del mare sulla sua pelle.
Arianna mi vide guardare.
Di nuovo.
«Ti serve un’altra foto?»
«No. Questa l’ho memorizzata.»
Si fermò.
Quella volta non rispose subito.
«Almeno stai migliorando.»
«Grazie, prof.»
«Non chiamarmi prof.»
«Principessa?»
«Nemmeno.»
«Ari?»
Le uscì uno sguardo diverso.
Più rapido.
Più scoperto.
Il soprannome era scivolato fuori senza pensarci, e forse proprio per questo fece più rumore delle battute. Lei si voltò verso il piatto, prendendo un’altra forchettata di pasta.
«Non ti allargare.»
«Troppo tardi.»
«Lo so.»
E sotto il tavolo il suo piede sfiorò di nuovo il mio.
Questa volta non per errore.
Dopo cena uscimmo.
Prima gelato, poi passeggiata sul lungomare, poi mezzo tentativo di falò finito male perché nessuno aveva un accendino funzionante tranne Michele, che lo usò per aprire una birra e lo perse nella sabbia. La notte era calda e viva, piena di motorini, musica dai lidi, ragazzi sudati, coppie appoggiate ai muretti, odore di fritto, mare nero e doposole.
Arianna camminava davanti a me con Serena e Ludo.
Il vestito le ondeggiava sulle cosce, leggero, traditore. Ogni tanto il vento lo muoveva appena e mostrava la linea piena dei fianchi, il profilo del sedere, le gambe scaldate dal giorno. Lei non si voltava mai.
Tranne quando lo faceva.
Una volta soltanto, davanti a una gelateria, mentre Ludo litigava col gusto pistacchio perché “non era abbastanza verde”.
Arianna si girò verso di me.
Io avevo un cono in mano e probabilmente la faccia di uno che stava pensando troppe cose non adatte a un luogo pubblico.
«Che c’è?» chiese.
«Niente.»
«Tu hai sempre un niente colpevole.»
«È il mio niente migliore.»
Lei si avvicinò di mezzo passo e mi rubò un assaggio di gelato dal cono. Senza chiedere. Senza avvisare. Lingua rapida, labbra appena chiuse sul bordo, poi via.
Io rimasi fermo.
«Ehi.»
«Era autorizzato,» disse.
«Da chi?»
«Da me.»
«Funziona sempre così?»
«Con te sì.»
Mi restituì uno sguardo serio, poi tornò dalle altre.
Michele mi diede una gomitata. «Fratello, ti ha appena dominato il cono.»
«Non parlare mai più.»
Quando rientrammo alla villetta era oltre mezzanotte e la casa sembrava ancora più piccola. O forse eravamo noi più grandi di sudore, vino, sabbia e stanchezza.
Il salotto era un campo profughi.
Borse aperte, vestiti ovunque, telefoni in carica, bottiglie mezze vuote, asciugamani appesi a sedie che ormai avevano perso la loro identità. Il ventilatore girava lento e disperato. Dal bagno arrivava il ronzio di una zanzara che sembrava pilotata.
«Allora,» disse Arianna, recuperando il quaderno dal tavolo. «Camere.»
«No,» gemette Michele. «Ti prego, no la burocrazia del sonno.»
«Qualcuno deve decidere.»
«Lasciamo decidere al destino.»
«Il destino ti ha fatto perdere un accendino nella sabbia.»
«Era un sacrificio.»
Ludo si buttò sul divano. «Io dormo dove cado.»
«Non puoi,» disse Arianna.
«Perché?»
«Perché sei caduta sul divano letto.»
«Perfetto.»
«È per due persone.»
«Io valgo due.»
Serena entrò dalla camera piccola con una faccia strana. «Problema.»
Tutti ci voltammo.
«Quale dei tanti?» chiesi.
«Il materasso gonfiabile è bucato.»
Michele alzò una mano. «Non sono stato io.»
«Nessuno ti aveva accusato.»
«Mi sembrava corretto anticipare.»
Serena continuò: «E nella camera con i letti singoli c’è un’invasione di zanzare. Tipo documentario.»
«Non esagerare,» disse Ludo.
In quel momento Fede uscì dalla stanza grattandosi un braccio. «Io lì non ci dormo. Mi hanno preso per buffet.»
Arianna chiuse gli occhi.
Potevo quasi sentire il suo sistema nervoso scricchiolare.
«Okay. Riorganizziamo.»
«La parola più erotica della serata,» dissi.
Lei mi indicò con la penna. «Tu taci.»
«Vedi? Dominante.»
«Dario.»
«Taccio.»
Non tacqui davvero, ma l’intenzione valeva qualcosa.
La discussione degenerò in otto minuti di caos: Ludo voleva dormire in veranda “come nei film”, Serena rifiutava per motivi di zanzare e dignità, Michele sosteneva di poter dormire nella vasca anche se non c’era una vasca, Fede aveva già occupato mezzo letto matrimoniale con la tecnica del corpo morto.
Alla fine la situazione era questa: una camera a Serena e Ludo, una a Michele e Fede, una specie di materassino a terra per chi aveva perso ogni speranza, e il divano letto in salotto.
Il divano letto.
Quel coso.
Lo guardammo tutti come si guarda un animale ferito.
«Ari,» disse Ludo, già mezza addormentata contro il muro. «Tu dormi lì.»
Arianna alzò la testa. «Io?»
«Sì. Sei piccola.»
«Non sono piccola.»
«Sei organizzata, è simile.»
«Non ha senso.»
«Dario pure.»
Silenzio.
Io mi voltai lentamente verso Ludo.
Arianna fece lo stesso.
Serena, dietro di lei, smise perfino di bere.
«No,» dissi.
«No,» disse Arianna nello stesso momento.
Troppo veloce.
Troppo insieme.
Ludo sorrise con l’aria ubriaca e geniale di chi ha appena rovinato una vita e ne è fiera.
«Tanto vi odiate, quindi non succede niente.»
Michele esplose in una risata. «Logica perfetta.»
«Non è logica,» disse Arianna. «È demenza.»
«È vacanza,» disse Ludo. «In vacanza la demenza è logica.»
«Io dormo per terra,» dissi.
Serena guardò il pavimento. C’erano sabbia, briciole, una ciabatta capovolta e qualcosa che sembrava una patatina ma poteva anche essere un reperto archeologico.
«Auguri.»
«Dormo fuori.»
«Ci sono le zanzare.»
«Dormo in macchina.»
«Hai lasciato i finestrini aperti,» disse Michele.
Lo fissai.
«Perché lo sai?»
«Perché ci ho messo le infradito.»
«Tu sei un problema sociale.»
Arianna incrociò le braccia.
Errore.
Il vestito leggero le si tese sul seno e io guardai altrove con la delicatezza di un colpevole.
Lei se ne accorse.
Naturalmente.
«Io non dormo con lui.»
«Grazie,» dissi. «Detto così sembra che io sia un’infezione.»
«Non volevo offenderti.»
«Ah no?»
«Volevo essere precisa.»
Ludo batté le mani. «Perfetto, avete già il mood da coppia sposata.»
«Prima lo ammazzo,» disse Arianna.
«Quindi c’è un dopo,» ripetei.
Questa volta non rise nessuno subito.
Perché la frase era già successa a cena.
Perché sotto il tavolo il suo piede aveva toccato il mio.
Perché dietro il telo della doccia lei mi aveva guardato da sopra una spalla bagnata.
Perché, forse, ormai le battute avevano cominciato a ricordarsi delle cose.
Serena ci guardò entrambi.
E capì.
Non so cosa, ma capì.
«Ragazzi,» disse con calma. «È una notte. Il divano è grande. Siete adulti.»
«Lui no,» disse Arianna.
«Io sono adultissimo.»
«Hai detto “birre emotive” due ore fa.»
«Era Michele.»
«Peggio. Lo hai apprezzato.»
Michele alzò la mano dalla stanza. «Le birre emotive sono una filosofia.»
Arianna sospirò.
Io sospirai.
Entrambi troppo forte.
Ludo indicò il divano letto. «Apritelo, almeno.»
Lo aprii io, perché a quanto pare nella vita esistono momenti in cui un uomo deve affrontare il proprio destino e tirare fuori un materasso da un divano Ikea senza bestemmiare davanti a sette testimoni.
Bestemmiai lo stesso.
Il divano cigolò.
Si bloccò a metà.
Michele provò ad aiutarmi e peggiorò tutto.
Serena lesse le istruzioni trovate sotto un cuscino, che non erano di quel divano ma di un tostapane.
Arianna, dopo tre minuti di sofferenza, si avvicinò.
«Spostati.»
«So farlo.»
«Lo stai aggredendo.»
«Lui ha iniziato.»
«Spostati, Dario.»
Mi spostai.
Lei si chinò davanti al divano, afferrò la struttura e tirò nel punto giusto. Il meccanismo scattò subito.
Naturalmente.
Il materasso uscì con un gemito metallico, si aprì storto e rimase inclinato leggermente verso il centro.
Arianna si rialzò, sistemando il vestito sulle cosce.
«Visto?»
«Hai sedotto il divano.»
«Qualcuno doveva farlo funzionare.»
«Io l’avevo quasi convinto.»
«Tu lo stavi traumatizzando.»
Mi avvicinai per controllare il materasso. Era sottile, vecchio, coperto da un lenzuolo che Serena aveva appena lanciato sopra con pietà.
Mi sedetti su un bordo.
Il materasso sprofondò.
Poi scivolai leggermente verso il centro.
Arianna lo vide.
Io la vidi vedere.
Nessuno disse niente.
Poi lei si sedette dall’altro lato per provare.
Anche lei scivolò appena verso il centro.
Le nostre gambe si avvicinarono di qualche centimetro senza che nessuno dei due facesse nulla.
Il letto ci aveva appena traditi.
Subito.
Senza nemmeno aspettare il buio.
«No,» disse Arianna.
«Non ho fatto niente.»
«Lo so. È questo il problema.»
Ludo rise dal corridoio. «Vedete? Vi odiate benissimo.»
«Ludo,» disse Arianna, «domani ti affogo.»
«Prima colazione però.»
Serena prese il suo cuscino e passò accanto a me. Sottovoce, senza farsi sentire dagli altri, disse:
«Comportati bene.»
«Sempre.»
Mi guardò.
«Meglio di così.»
Poi guardò Arianna.
Non disse niente a lei.
Peggio.
Le sorrise.
Arianna distolse lo sguardo troppo in fretta.
Il salotto si svuotò lentamente. Uno alla volta sparirono tutti nelle stanze, portandosi dietro risate, asciugamani, caricabatterie, bottiglie d’acqua, minacce di morte e la stanchezza appiccicosa della giornata. Restammo io, Arianna, il divano letto inclinato e il ventilatore che girava come un testimone inutile.
Lei prese un cuscino e lo mise al centro del materasso.
Una barriera.
Ridicola.
Offensiva.
«Davvero?» chiesi.
«Confine.»
«Sembra Berlino, ma con meno cemento.»
«Se serve, domani aggiungo filo spinato.»
«Hai paura che invada?»
Arianna si fermò con le mani sul lenzuolo.
Era in piedi dall’altra parte del divano, il vestito leggero, i capelli ormai asciutti a metà, gli occhiali tolti e appoggiati sul tavolino. Senza occhiali sembrava più giovane, più stanca, più vera. Ma non più innocua.
Mi guardò.
«Hai detto tu che ti piace invadere il mio spazio.»
La frase tornò tra noi.
Calda.
Precisa.
Sotto la pelle.
Io aprii la bocca per fare una battuta.
Per una volta, non uscì subito.
«Era a cena,» dissi.
«Era vero.»
Il ventilatore fece un giro inutile.
Da fuori arrivò il rumore dei grilli, una moto lontana, qualcuno che rideva in strada. Il mare era invisibile, ma l’odore c’era ancora. Nei muri, nei capelli, nel lenzuolo ruvido, sulla pelle di Arianna.
Lei si sdraiò per prima, voltandomi le spalle.
«Non russare.»
«Non russo.»
«Non respirare forte.»
«Vuoi una lista?»
«Ce l’ho già.»
Mi sdraiai anch’io, dal mio lato della barriera.
Il materasso cigolò.
Scivolai di nuovo appena verso il centro.
Anche lei.
Il cuscino tra noi si piegò.
Arianna rimase immobile.
Io fissai il soffitto.
«Questo letto è fatto male,» sussurrai.
«No,» disse lei, senza voltarsi. «È solo coerente con te.»
«Quindi irresistibile?»
«Difettoso.»
«Ma presente.»
Lei non rispose.
Però nel buio caldo del salotto, con il lenzuolo leggero sulle gambe e l’odore del mare ancora addosso, sentii il suo respiro cambiare.
Poco.
Quasi niente.
Abbastanza per farmi capire che la giornata non era finita.
Era solo diventata più silenziosa.
Il salotto, di notte, sembrava più piccolo.
Non so se fosse colpa del buio, del caldo, del fatto che eravamo tutti mezzi morti o della quantità indecente di corpi adulti sistemati in una stanza pensata al massimo per due pensionati e un cruciverba. Però era così: il salotto si era ristretto.
Michele russava sul materasso a terra con la bocca aperta e un braccio buttato fuori dal lenzuolo, come un naufrago felice di aver rinunciato alla dignità. Serena dormiva o fingeva di dormire, che con Serena era sempre una questione aperta sul divano piccolo, rannicchiata sotto un telo leggero. Ludo era avvolta in un telo mare a righe, abbandonata su un cuscino come una mummia da stabilimento balneare.
Qualcuno aveva lasciato un telefono in carica vicino alla presa, con lo schermo che ogni tanto si illuminava da solo, azzurro e indiscreto.
La finestra era aperta.
Da fuori entravano i grilli, il caldo, il rumore lontano di un motorino, l’odore del mare che sembrava essersi infilato nei muri e non volersene più andare. Il ventilatore, appoggiato su una sedia, muoveva appena le tende. Non rinfrescava. Osservava.
Io ero sdraiato sul lato destro del divano letto.
Arianna sul sinistro.
Tra noi c’era un cuscino messo lì da lei con la stessa energia morale con cui si costruiscono i confini tra Stati ostili.
Solo che il divano letto era inclinato verso il centro.
Naturalmente.
Perché anche i mobili, quella sera, avevano deciso di avere una posizione.
All’inizio stavamo schiena contro schiena. O meglio: cercavamo di stare schiena contro schiena senza toccarci, che era un esercizio impossibile, una forma avanzata di yoga per persone represse.
Lei aveva una maglietta larga addosso, chiara, morbida, messa sopra il costume o forse sopra qualcosa di ancora più leggero. Non lo sapevo. Non volevo saperlo. Anzi, volevo saperlo moltissimo, ed era proprio quello il problema.
Io avevo solo i boxer.
Il lenzuolo era sottile, inutile, appiccicato alle gambe. La pelle mi sapeva ancora di sale. Sentivo granelli di sabbia in punti in cui la sabbia non dovrebbe mai essere invitata. La schiena di Arianna era vicina alla mia, calda, ferma, ostinatamente presente.
Lei si mosse appena.
Il materasso cigolò.
«Non occupare tutto,» sussurrò.
«Sto respirando.»
«Fallo più in là.»
«Sei insopportabile anche in orizzontale.»
«Tu sei ingombrante anche da fermo.»
«È un talento.»
«È un problema.»
Poi silenzio.
Un silenzio strano.
Non quello comodo delle persone che dormono. Quello teso delle persone sveglissime che fingono di non esserlo. Sentivo Michele russare, Ludo sospirare ogni tanto, Serena muoversi appena sul divano piccolo. Sentivo il ventilatore grattare l’aria. Sentivo Arianna respirare.
Soprattutto quello.
Il corpo, quando non puoi parlare, diventa maleducato.
Dice tutto.
Ogni piccolo movimento sembrava enorme. Il lenzuolo che scivolava sul fianco. Il materasso che si abbassava di mezzo centimetro. Il calore della sua schiena a pochi centimetri dalla mia. L’odore della sua pelle, ancora sporca di mare e doccia, che arrivava a ondate lente, mischiato al cotone della maglietta e al doposole.
Provai a sistemarmi meglio.
Errore.
Il divano letto mi fece scivolare verso il centro.
Il mio braccio sfiorò il suo fianco.
Arianna si irrigidì.
«Dario.»
«Non ho fatto niente.»
«Appunto. Continua così.»
Sorrisi nel buio.
Non dovevo.
Sorrisi lo stesso.
Passarono trenta secondi.
Forse meno.
Forse molti di più.
Poi fu lei a muoversi.
La sua gamba scivolò indietro di poco, abbastanza da sfiorare la mia sotto il lenzuolo. Pelle contro pelle. Calda. Liscia. Ancora appena salata.
Mi si bloccò il respiro.
«Arianna.»
«Non ho fatto niente.»
«Appunto. Continua così.»
La sentii trattenere un sorriso.
Non lo vidi.
Lo sentii.
E fu peggio.
Perché fino a quel momento avevamo litigato con le parole, con gli sguardi, con il tono. Ma lì, nel buio del salotto, con quattro persone che dormivano intorno a noi, il gioco era cambiato. Non potevamo più alzare la voce. Non potevamo fare scenate. Non potevamo fingere troppo.
Il corpo aveva iniziato a parlare al posto nostro.
E il corpo di Arianna era molto meno diplomatico di lei.
Il materasso cedette ancora.
Il cuscino tra noi si piegò, schiacciato.
La sua schiena arrivò contro il mio petto.
Non completamente.
Non subito.
Prima un contatto lieve, quasi evitabile. Poi un altro. Poi il calore pieno della sua pelle attraverso la maglietta sottile. Lei rimase immobile. Io pure.
Fu la cosa più rumorosa che non facemmo.
Sentivo il suo respiro cambiare, appena più corto. Sentivo il mio, ridicolo, troppo presente. Il lenzuolo ci copriva fino ai fianchi. Sotto, le nostre gambe si sfioravano ogni volta che il divano decideva di ricordarci la sua pessima costruzione.
«Sai qual è il tuo problema?» sussurrai.
Lei non si voltò.
«Che sono finita a dormire con te?»
«Che fai sempre finta che non ti piaccia vincere.»
«A me piace vincere.»
«No. A te piace costringere gli altri ad ammettere che hanno perso.»
Tacque.
Il silenzio dopo quella frase fu diverso.
Meno divertito.
Più vicino.
Poi Arianna chiese piano:
«E tu hai perso?»
Avrei potuto fare una battuta.
Una buona, forse.
Qualcosa sul divano, sulla guerra, sul fatto che lei barasse sempre. Avrei potuto salvarmi come facevo ogni volta, rovinare tutto un attimo prima che diventasse serio.
Invece dissi:
«Da anni.»
Arianna si mosse.
Poco.
Ma lo sentii.
La sua spalla ruotò appena. Il profilo del suo viso apparve nel buio, vicinissimo. Non mi guardava del tutto, ma non mi dava più le spalle. Il telefono vicino alla presa si illuminò per un istante e le disegnò la bocca, il naso, la linea morbida della guancia. Senza occhiali sembrava più scoperta. Più vera.
Non ci baciammo.
Il che, in quel momento, fu quasi peggio.
Le sfiorai il fianco.
Non per errore.
Non più.
Piano.
Con due dita appena, sopra la maglietta. Sentii il calore della sua pelle sotto il cotone leggero, la curva morbida del corpo, il punto in cui il respiro le si fermò.
Arianna mi prese il polso.
Poteva spostarmi.
Avrebbe dovuto spostarmi.
Invece tenne la mia mano lì.
Ferma.
Contro di lei.
«Sei scemo?» sussurrò.
«Sì.»
«Sono tutti qui.»
«Lo so.»
Mi guardò finalmente.
Da vicino i suoi occhi sembravano più scuri. Più arrabbiati. O forse spaventati dal fatto che non lo fosse abbastanza.
«Allora non fare rumore.»
Il suo pollice si mosse appena sul mio polso.
Poi disse, ancora più piano:
«Non svegliare nessuno.»
Fu lì che smisi di respirare bene.
Non perché fosse un ordine.
Perché era un permesso.
Arianna aveva aperto la porta e, da brava Arianna, lo aveva fatto facendola sembrare una minaccia.
Mi avvicinai lentamente. Così lentamente che sentii ogni millimetro diventare una scelta. Il mio petto contro la sua schiena. Il naso vicino ai suoi capelli. Il profumo del mare ancora dentro le ciocche. Le labbra a un soffio dal suo collo.
Quando la baciai, lei fece la prima cosa ragionevole della serata: mi piantò le dita nel braccio per fermarmi.
Solo che non mi fermò.
Mi tenne.
Aveva la pelle calda, tesa, ancora salata. La baciai piano, una volta, poi un’altra, sotto l’orecchio, lungo il collo, dove il sapore della doccia non era riuscito a cancellare il mare. Arianna inclinò appena la testa, come se si odiasse per averlo fatto. Il suo respiro uscì più forte e lei lo ingoiò subito, mordendosi il labbro.
«Ti odio,» sussurrò.
«Lo dici sempre quando ti piace qualcosa?»
«Lo dico quando voglio che tu stia zitto.»
La baciai ancora.
Questa volta non risposi.
Le mie dita rimasero sul suo fianco, poi salirono piano, sotto la maglietta, trovando pelle calda, morbida, umida di notte. Arianna si irrigidì per un istante. Non per rifiutarmi. Perché stava perdendo terreno. E lei odiava perdere terreno.
Mi prese la mano e la guidò lei.
Non molto.
Abbastanza.
Abbastanza da farmi capire dove potevo stare. Abbastanza da ricordarmi che, anche lì, anche nel buio, anche con il respiro spezzato, Arianna non diventava passiva. Arianna decideva.
Il suo corpo era un contrasto continuo: il calore della pelle, il fresco rimasto del mare, la morbidezza piena sotto il tessuto, la tensione delle dita sul mio braccio. Quando la mia mano arrivò più in alto, lei chiuse gli occhi. Sentii il suo petto muoversi contro il mio tocco, il respiro trattenuto, la stoffa sottile della maglietta che si tendeva appena.
Non c’era spazio per la fretta.
Non c’era spazio per niente, in realtà.
Il divano cigolava a ogni movimento. Michele russava a due metri. Serena era un’ombra immobile sul divano piccolo. Ludo dormiva avvolta come un involtino da spiaggia.
E proprio perché non potevamo fare quasi nulla, ogni cosa sembrava enorme.
Il mio pollice sulla sua pelle.
Il suo ginocchio che premeva contro la mia gamba.
La sua schiena che cercava il mio petto anche quando la sua bocca avrebbe negato tutto.
Arianna si voltò un poco di più verso di me.
I nostri nasi si sfiorarono.
Restammo così.
Un secondo.
Due.
Poi mi baciò lei.
Non dolce.
Non romantica.
Mi baciò come se fosse arrabbiata per aver aspettato tanto. Una mano mi prese il viso, l’altra si chiuse sulla mia spalla. Il bacio fu basso, trattenuto, affamato ma senza rumore. Lingue appena accennate, respiri rubati, labbra che si cercavano e si punivano.
Mi morse piano il labbro.
«Piano,» sussurrai.
«Non comandare.»
«Sto cercando di non farci scoprire.»
«Allora impegnati.»
Scivolò più vicina.
O forse fu il divano a spingerla.
O forse ormai era comodo dare la colpa al divano.
I nostri corpi aderirono sotto il lenzuolo, caldi, sudati, troppo svegli. Il contatto fu immediato, inevitabile, una pressione lenta e piena che ci fece restare entrambi immobili. Arianna chiuse gli occhi e nascose il viso contro la mia spalla per soffocare un suono troppo vero.
Io smisi di scherzare.
Di colpo.
Non per scelta eroica.
Per incapacità.
Il suo corpo contro il mio aveva cancellato ogni battuta. C’era solo il caldo, il lenzuolo ruvido, il sale sulla pelle, il profumo di doposole, la paura che qualcuno si svegliasse e il desiderio assurdo che nessuno lo facesse.
Arianna si mosse appena.
Un movimento piccolo.
Lento.
Quasi impercettibile.
Ma bastò.
Le sue dita mi afferrarono il braccio. Io affondai la bocca contro il suo collo per non fare rumore. Lei si fermò, poi ripeté quel movimento, più piano, più controllato, come se stesse testando una nuova forma di crudeltà.
«Arianna,» sussurrai.
«Zitto.»
«Tu sei—»
«Zitto.»
Mi baciò di nuovo, togliendomi la frase dalla bocca.
Il divano cigolò.
Tutti e due ci bloccammo.
Michele smise di russare.
Il silenzio diventò gigantesco.
Arianna rimase immobile sotto il lenzuolo, il corpo contro il mio, il respiro spezzato e trattenuto. Io non mi mossi nemmeno per deglutire. Dal divano piccolo, Serena si girò su un fianco. Il telefono vicino alla presa si illuminò di nuovo. Una bottiglia vuota, da qualche parte sotto il tavolino, rotolò piano e cadde con un toc secco.
Ludo mormorò qualcosa nel sonno.
Forse “pistacchio”.
Forse una bestemmia.
Non lo sapremo mai.
Arianna mi affondò il viso nella spalla, mordendo piano il tessuto della mia pelle per non ridere, o per non respirare troppo forte, o per non fare entrambe le cose. Io le tenni una mano sul fianco, fermo, senza stringere.
Passarono dieci secondi.
Venti.
Michele ricominciò a russare.
Il rumore fu così brutto e così liberatorio che quasi lo ringraziai.
Sussurrai contro i capelli di Arianna:
«Possiamo smettere.»
Lei alzò appena il viso.
Mi guardò come se l’avessi insultata.
«Adesso?»
C’era rabbia nella sua voce.
Ma non solo.
C’era desiderio. C’era orgoglio ferito. C’era quella cosa folle e bellissima per cui Arianna, che passava la vita a controllare tutto, non voleva essere salvata dal controllo proprio nel momento in cui aveva scelto di perderlo.
Mi prese la mano e la riportò su di sé.
«Niente battute,» sussurrò.
La guardai.
Era vicina, spettinata, accaldata, con le labbra gonfie di baci trattenuti e gli occhi lucidi nel buio. Aveva perso l’aria intoccabile. Non il potere. Quello no. Ma la distanza sì.
«Non ne ho,» dissi.
E fu vero.
Arianna rimase ferma un istante.
Poi mi baciò con una dolcezza cattiva, quasi incredula.
Da lì tutto divenne più lento.
Più basso.
Più silenzioso.
Ci muovevamo come se il salotto fosse pieno di vetro. Come se bastasse un respiro troppo forte a rompere tutto. Le mani impararono prima della bocca. La mia scivolò sotto la sua maglietta, lungo la schiena, sui fianchi, sulla curva morbida del busto. La sua mi cercò il petto, le spalle, il collo, con una fame trattenuta male.
Quando le baciai la gola, lei si aggrappò al mio braccio.
Quando scesi appena più giù, sul punto caldo tra la clavicola e il tessuto della maglietta, lei chiuse gli occhi e piegò la testa indietro, lasciandomi spazio con un sospiro muto. Sentivo il suo corpo reagire prima di lei: un tremito piccolo, la schiena che si incurvava, le dita che stringevano, le gambe che cercavano le mie sotto il lenzuolo.
La maglietta salì piano.
Non abbastanza da trasformare tutto in fretta.
Abbastanza da scoprire pelle.
Da vicino Arianna non era un’immagine. Non era la ragazza in costume uscita dal mare, non era quella dietro il telo, non era la stronza col quaderno e la penna. Era calore, sale, pelle morbida, respiro spezzato. Il suo corpo aveva il sapore dell’estate nel modo più concreto e meno elegante possibile: crema solare, sudore, acqua marina, lenzuola calde e rabbia trattenuta troppo a lungo.
La baciai dove la stoffa lasciava spazio.
Lei soffocò un gemito contro la mia spalla.
«Piano,» sussurrò.
«Sto andando piano.»
«Non abbastanza.»
«Vuoi che mi fermi?»
Mi prese il viso tra le mani.
Lo fece con forza.
Con chiarezza.
«No.»
Una parola sola.
La più importante.
Poi mi baciò ancora.
Il divano cigolò più di noi.
Per fortuna.
La notte andò avanti così: a piccoli assalti trattenuti, a pause improvvise, a respiri nascosti dentro la pelle dell’altro. Arianna mi spinse una volta sulla schiena con un gesto secco, infastidita dal fatto che la stessi guidando troppo. Si mise sopra di me senza fare rumore, le ginocchia ai lati dei miei fianchi, la maglietta storta, i capelli che le cadevano sul viso.
Nel buio sembrava una cosa impossibile.
Arianna sopra di me, nel salotto pieno di gente addormentata, con la bocca socchiusa e gli occhi duri.
«Non guardarmi così,» sussurrò.
«Così come?»
«Come se avessi vinto.»
Le misi le mani sui fianchi.
«Non ho vinto.»
Lei abbassò il viso sul mio.
«Bravo.»
Poi mi baciò.
E fu lei a muoversi.
Piano.
Con una lentezza quasi crudele.
Ogni volta che il materasso scricchiolava, si fermava. Ogni volta che Michele cambiava respiro, si immobilizzava. Ogni volta che tutto tornava sicuro, ricominciava più vicina, più calda, più ostinata.
Io avevo le mani sulla sua schiena, sul fianco, tra i capelli.
Lei aveva il viso nascosto contro il mio collo.
A un certo punto rise piano, senza suono, solo con il respiro.
«Che c’è?» chiesi.
«Questo divano fa schifo.»
«È il nostro complice.»
«È il nostro problema.»
«Uno dei tanti.»
«Tu sei il principale.»
«Eppure sei qui.»
Mi morse la spalla.
Forte abbastanza da farmi capire che avevo parlato troppo.
Non abbastanza da farmi desiderare che smettesse.
Più tardi — non so quanto più tardi, perché il tempo aveva smesso di funzionare — finimmo di nuovo su un fianco, stretti sotto il lenzuolo. Non c’era più il cuscino tra noi. Non so quando fosse caduto. Probabilmente aveva capito di essere inutile e si era arreso.
Arianna aveva una gamba tra le mie, la fronte contro il mio petto, il respiro caldo sulla pelle. Io le accarezzavo i capelli, piano, quasi senza volerlo.
Quello fu il momento peggiore.
Non il più erotico.
Il peggiore.
Perché non stavamo più solo facendo attenzione a non far rumore.
Stavamo facendo attenzione a non dirci qualcosa.
Lei lo capì.
Naturalmente.
«Non fare quella faccia,» sussurrò.
«È buio.»
«La sento.»
«Senti la mia faccia?»
«Purtroppo sì.»
Sorrisi contro i suoi capelli.
«Ari.»
«Non chiamarmi così.»
«Perché?»
«Perché detto da te sembra una cosa seria.»
Non risposi.
Lei alzò appena il viso.
Mi guardò.
Per la prima volta quella notte, non aveva una battuta pronta. Nemmeno una cattiva. Nemmeno una piccola.
Le sfiorai la guancia con le dita.
Lei non si ritrasse.
Poi mi baciò piano.
Non per provocarmi.
Non per vincere.
Perché voleva.
E quella fu la cosa più intima.
Il resto successe nel modo in cui succedono le cose quando sono state trattenute troppo a lungo: senza rumore, ma non senza forza. Il corpo di Arianna si strinse al mio sotto il lenzuolo, cercandomi con una fame più lenta, più profonda, più sincera. Ogni movimento era controllato e disperato insieme. Ogni respiro doveva morire prima di diventare suono. Ogni bacio serviva a coprire qualcosa.
Lei mi prese la mano e la intrecciò alla sua sopra il cuscino.
Poi se la portò alla bocca e la morse piano quando il piacere le spezzò il respiro.
Io la tenni stretta senza stringerla davvero, con il terrore di farle male e quello, peggiore, di non bastarle. Arianna tremò contro di me, il viso nascosto nel mio collo, il corpo teso come se stesse combattendo contro se stessa e perdendo finalmente apposta.
«Dario,» disse, quasi senza voce.
Non era una battuta.
Non era un rimprovero.
Non era nemmeno il mio nome, non del tutto.
Era una resa detta male.
La baciai tra i capelli.
«Ci sono.»
Lei mi strinse più forte.
Il divano cigolò ancora, ma ormai sembrava lontano. Il salotto, gli amici, il caldo, il mare, le zanzare, tutto era diventato una cornice stretta intorno a noi. Sentivo solo lei: la pelle sudata, il respiro contro il collo, la bocca che cercava la mia ogni volta che stava per fare troppo rumore.
Quando la tensione si sciolse, Arianna mi affondò la faccia nella spalla e rimase lì, immobile, tremando piano. Io chiusi gli occhi e la tenni stretta, con il cuore che batteva troppo forte per una stanza piena di persone addormentate.
Nessuno parlò.
Per una volta, nemmeno io.
Dopo, restammo così a lungo.
Il ventilatore continuava a muovere appena le tende. Il telefono vicino alla presa non si illuminò più. Michele russava di nuovo con una regolarità offensiva. Ludo dormiva avvolta nel telo. Serena non si mosse.
Arianna era sdraiata accanto a me, il viso girato verso la finestra aperta, i capelli sparsi sul cuscino. Il lenzuolo le copriva una spalla sola. La pelle, alla luce scarsa della strada, sembrava ancora umida, ancora piena di mare.
«Non dire niente,» sussurrò.
«Non avevo battute.»
«Meglio.»
«Arianna.»
«Mh.»
«Ti odio anch’io.»
Lei rimase ferma.
Poi mi diede un colpo leggero sul petto.
«Scemo.»
Ma non si spostò.
Anzi.
Si avvicinò di un centimetro, appoggiando la fronte alla mia spalla.
E io capii che, tra tutte le cose assurde successe quella notte, quella era la più grave.
La mattina dopo, la luce entrò dalla finestra come una denuncia.
Mi svegliai con il collo storto, una gamba fuori dal lenzuolo e il divano letto che mi aveva spezzato la schiena in tre punti diversi. Arianna non era più attaccata a me. Naturalmente. Sarebbe stato troppo facile, troppo tenero, troppo compromettente.
Era seduta all’altro bordo del divano, già con la maglietta sistemata, i capelli raccolti male e gli occhiali addosso.
Il ritorno dell’autorità.
Mi guardò appena.
«Hai dormito malissimo, spero.»
«Come su una grattugia emotiva.»
«Bene.»
«Anche tu?»
«Io dormo bene quando gli altri soffrono.»
«Romantica già di mattina.»
«Non iniziare.»
«Non ho iniziato.»
«Hai respirato.»
In veranda c’erano già tutti.
O quasi tutti.
Caffè, fette biscottate, un barattolo di marmellata aperto, anguria fredda in una ciotola, costumi già addosso, occhiaie collettive, capelli da naufragio. Michele beveva da una tazza enorme con gli occhi semichiusi. Ludo stava cercando di capire se una fetta biscottata caduta a terra fosse ancora socialmente recuperabile. Serena tagliava l’anguria con una calma sospetta.
Io uscii per primo.
Arianna mi seguì due secondi dopo.
Troppo presto per non sembrare insieme.
Troppo tardi per sembrare casuale.
Serena alzò gli occhi.
Nessun altro notò nulla.
Forse.
Mi sedetti. Presi un caffè. Era cattivo, bruciato e meraviglioso.
«Qualcuno ha dormito di merda su quel divano,» dissi.
Arianna si sedette di fronte a me e prese una fetta d’anguria.
«Qualcuno occupava tutto il letto.»
«Qualcuno aveva costruito un muro di cuscini.»
«Qualcuno non rispetta i confini.»
«Qualcuno li sposta.»
Michele rise dentro la tazza. «Avete litigato pure dormendo?»
«Sempre,» disse Arianna.
«È il nostro sport,» aggiunsi.
Ludo sbadigliò. «Ve lo dico, prima o poi vi sposate.»
Arianna addentò l’anguria.
«Prima lo ammazzo.»
«Quindi c’è un dopo,» dissi.
Il gruppo rise.
Lei mi guardò.
Questa volta rise anche lei.
Poco.
Troppo poco per gli altri.
Abbastanza per me.
Serena, senza guardarci troppo, prese una fetta d’anguria dalla ciotola.
«Però siete stati bravi.»
Il tavolo si fermò.
Io tossii nel caffè.
Arianna si bloccò con il bicchiere in mano.
Michele guardò Serena. «In che senso?»
Serena addentò l’anguria.
Masticò piano.
Poi disse:
«Non avete svegliato nessuno.»
Silenzio.
Uno di quei silenzi estivi, caldi, pieni di mosche, vergogna e condanne definitive.
Arianna diventò rossa.
Non tanto.
Abbastanza.
Io cercai una battuta.
Una qualsiasi.
La migliore della mia vita.
Non la trovai.
Serena sorrise appena, guardando il mare oltre la veranda.
Arianna mi diede un calcio sotto il tavolo.
Piano.
Non abbastanza da farmi male.
Abbastanza da dirmi: zitto.
Io abbassai lo sguardo sul caffè.
E per una volta, obbedii.
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