Riluco di lei.

Accade in una notte che non sembra del tutto reale, quando l’aria vibra come un velo d’acqua e le forme si sfumano ai bordi. È allora che lei appare...semplicemente affiora, come un’immagine che il sogno decide di trattenere un istante in più. La stanza si piega attorno alla sua presenza, il tempo si assottiglia, e ogni gesto diventa un segno che non si interpreta ma si attraversa

SR
Silver Rea

12 ore fa

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Quando lei appare sulla soglia, l’aria cambia consistenza, sembra farsi più densa, come una bruma che si raccoglie attorno a una figura che non vuole essere trattenuta.

La sua postura ricorda il profilo di un’antico lituus, quello che serviva a scrutare i presagi nel cielo.

Ogni suo movimento è un auspicio, un piccolo moto cosmico che riorganizza la stanza.

La luce le scivola addosso come un drappo di canapa lunare, e il suo volto, quando si volge verso di me, ha la stessa calma delle statue votive ritrovate nei fondali marini, un enigma che il tempo non ha saputo consumare.

Non sorride, si schiude, come fanno certe corolle notturne che si aprono solo quando nessuno le osserva davvero.

Rimane lì, immobile eppure in viaggio, come una costellazione che ha dimenticato la propria orbita.

E io, nel vederla, comprendo che ogni storia inizia così, con un’apparizione che non chiede permesso, con un istante che si posa sul mondo come un sigillo.

Le sue gambe si sfiorano appena, come due filamenti di un astrolabio che cercano l’allineamento perfetto prima di indicare una direzione.

Non è un gesto di pudore né di sfida, è un modo di abitare lo spazio, di delimitare un centro invisibile che solo lei conosce.

C’è un ritmo in quella postura, un’oscillazione minima, simile al battito di certe farfalle notturne che si posano e ripartono senza mai decidersi davvero.

Il suo busto, raccolto in un intreccio quieto, ha una compostezza elegante.

Le braccia, incrociate con naturalezza, sembrano custodire un lume interiore, una brace che non si mostra ma che illumina comunque i contorni.

E sopra, le curve dei suoi seni portano la stessa grazia delle anfore mediterranee che conservano aromi lontani, frutti maturi, resine calde, spezie portate da navi che non esistono più, linee morbide, nette, che trattengono un’energia ancora in divenire.

I suoi capezzoli rigidi sono dolci torture.

Le sue areole, nella luce, assumono una tonalità che ricordano certi impasti di cacao e nocciola lavorati a freddo dai maestri cioccolatieri, venature morbide, sfumature calde, una dolcezza che non è sapore ma memoria.

Non c’è tentazione, solo immaginazione, il modo in cui la mente associa colori, consistenze, ricordi e promesse di conforto.

Lei rimane lì, sospesa tra il rivelarsi e il trattenersi, come una delicatezza preziosa che non si tocca ma si contempla.

Un mistero che non chiede di essere risolto, ma solo attraversato con lo sguardo.

Sei radiosa.

Fra le sue gambe c’è qualcosa che non si lascia definire, una lieve prominenza, come il rigonfiarsi di una vela quando il vento la sceglie.

Lì, proprio lì, un piccolo avvallamento sembra custodire un arcano, un punto d’ombra che ricorda gli occhielli delle conchiglie raccolte sulle spiagge dopo le mareggiate.

È un corpo che non ostenta, ma contiene una promessa di viaggio, un richiamo di terre tropicali che non ho mai visto ma che riconosco come se le avessi respirate in un’altra vita.

Quando lei si offre alla mia presenza, non è un gesto fisico è un’apertura del tempo.

Una disponibilità silenziosa, come quando una porta socchiusa lascia intravedere un giardino interno che nessuno ha mai calpestato.

C’è un’intensità che non ha bisogno di essere nominata, un calore che non cerca conferme.

Sei magnetica.

Lo penso senza dirlo, perché certe parole, se pronunciate, rischiano di spezzare l’incanto. Rimangono sospese nell’aria, come polvere dorata che si posa solo dove vuole.

Si sei magnetica.

C’è un momento in cui il suo volto si inclina e qualcosa, appena percettibile, si schiude come il margine di un petalo che avverte l’arrivo dell’alba.

Non è un sorriso, non è un respiro è un movimento che ricorda il modo in cui certe gemme di quarzo si fendono alla luce, lasciando intravedere una vena interna che nessuno aveva notato prima.

Le sue cosce, vicine come due lembi di un sipario antico, custodiscono un chiarore che non si mostra mai del tutto.

È un gioco di soglie, un alternarsi di ombra e bagliore, simile alle fenditure delle stalattiti quando l’acqua filtra e crea riflessi che sembrano provenire da un altro mondo.

Non c’è rivelazione, solo un’oscillazione che trattiene il mistero.

Il suo volto si contrae con un mio gesto lieve, quasi un fremito di concentrazione, e i suoi occhi brillano come schegge di alabastro immerse in una sorgente.

È un lampo breve, un bagliore che non appartiene alla tensione dell’istante.

Il mio movimento circolare con le dita, invisibile, una spirale lenta, simile al moto delle galassie giovani quando ancora non hanno deciso la propria forma.

Un’energia che non tocca il corpo ma lo attraversa, come un richiamo che risale dalle profondità.

Sei magnetica.

La parola ritorna, ma dentro di me cambia consistenza, diventa un sigillo, un marchio di luce che si posa su ciò che non può essere spiegato.

Lei chiude gli occhi, e il mondo attorno sembra arretrare di un passo.

Il suo respiro cambia ritmo, come se un vento sotterraneo avesse trovato un varco per emergere.

Le sue dita si serrano attorno sulla mia spalla con la stessa forza con cui le radici trattengono la terra durante un temporale improvviso.

Un tremito la attraversa, non del corpo ma dell’anima, come un’onda che risale da profondità che non hanno nome.

Sei bellissima.

La sua voce, quando affiora, non è un lamento è un sibilo, simile ai richiami delle sacerdotesse che un tempo invocavano la pioggia sulle terrazze dei templi.

Le sue labbra cercano le mie, e il contatto diventa un sigillo, un patto silenzioso.

Le nostre lingue non si intrecciano, danzano, come due nastri di seta mossi da un tiepido libeccio, una coreografia che ricorda le cerimonie orientali in cui ogni gesto è un presagio.

Il suo corpo si lascia andare, non per abbandono ma per fiducia.

Si distende come una pergamena che finalmente può essere letta alla luce giusta.

La mia bocca sfiora la sua pelle con la cautela degli scribi che tracciano i primi segni su un foglio grezzo, lasciando ombre e chiaroscuri che sembrano nati dal carbone e dalla notte.

Le sue forme si trasformano in paesaggi, il suo seno diventa una collina al crepuscolo, il suo ventre un altopiano caldo, il suo centro un vortice di ombra, simile ai pozzi artesiani da cui sgorga l’acqua più pura.

Non c’è contatto solo percezione, un richiamo magnetico, che guida il mio volto come una bussola antica che segue la linea del meridiano.

E in quel punto, dove la luce non arriva, nasce un movimento invisibile, una spirale che sembra risucchiare ogni pensiero superfluo.

Non è piacere, è trance, è culto, è l’invenzione di un linguaggio che esiste solo tra noi due.

Sei bellissima.

Inclina il capo e lascia scivolare la complicità dagli occhi, come fanno certe figure dipinte nei manoscritti miniati, custodi di enigmi che si rivelano solo a chi sa leggerli.

Il suo passo, lieve e deciso, mi invita a seguirla tra i rami penduli del suo glicine, dove l’aria ha il colore delle promesse non dette e le foglie della passione ardono di rossi che sembrano colati da un crogiolo alchemico.

E io, per lei, divento un’altra creatura questa notte.

Prostrato davanti a lei, la punta della mia lingua sfiora la sua corolla, con la lentezza di un pennello che prepara un colore, profondo come un tramonto equatoriale.

Mi posa sulle sue labbra come un voto, un gesto che non seduce, ma consacra.

Tutto attorno a lei respira.

I suoi umori formano un tappeto che sembra un mosaico di un tempio perduto, e ogni stilla produce un fruscio simile al sussurro di stoffe preziose.

S’inarca appena, e la sua figura, avvolta da quelle sfumature incandescenti, assume la grazia di un’ancella che mi guida attraverso un labirinto di profumi.

Il mio volto, ormai segnato dal suo odore, diventa una maschera votiva, pronta ad entrare nella scena che lei ha aperto.

In quell’istante, mentre la mia lingua muove i grappoli di glicine come lampade sospese, capisco che la notte non ci chiede di agire, ma di interpretare.

Per accendere ciò che vibra sotto la sua pelle, mi preparo ad accogliere la sua più intima essenza.

Mi osserva dall’alto, nei suoi occhi si accende un chiarore che sembra provenire dalla più luminosa alba.

Il mio volto, ancora intriso di gocce sottili, brilla come una pietra levigata dalla pioggia.

L’umidità scivola lungo il mio mento in rivoli minuscoli, simili a filamenti di vetro fuso che catturano ogni bagliore.

Non è acqua, è un velo sacro, un sigillo.

L’anelito che indosso scende con la lentezza di un sipario rituale, rivelando non la carne, ma la complicità.

La luce delle candele si riflette sul mio viso, creando ombre che sembrano ideogrammi in movimento.

M’inoltro dentro di lei con tocchi lenti.

La mia lingua, una creatura serpentina color corallo, si anima ad ogni suo respiro, come se custodisse una folata millenaria.

Le mani, sollevate fino ai suoi seni, disegnano traiettorie lente, elargendo aromi di resine e spezie che saturano lo spazio di un calore primordiale.

Il suo corpo animato di tremolii di fiammelle, diventa un glifo vivente, un presagio, un’invocazione, un frammento di leggenda.

E quando lei si arrende a me, sento che l’alchimia è compiuta.

Il suo volto si illumina come se un’onda segreta la attraversasse dall’interno.

Un fremito le percorre la sua pelle, sottile come il passaggio di una cometa dietro una nube.

Le labbra si socchiudono in un respiro che sembra un canto trattenuto, un’eco che vibra nel petto prima di uscire.

Gli occhi, chiusi appena, custodiscono un bagliore che non appartiene alla luce ma all’emozione che la invade.

E in quell’istante, il suo piacere diventa un’aurora, silenziosa, inevitabile, assoluta.

Non sono più l uomo che ero un istante fa, sono un’apparizione, un segno, una figura nata dalla notte.

E in questa forma nuova, in questa luce che non appartiene a nessuno, riluco di lei.

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