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Quello che non potevamo più essere – ESTATE
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Racconto34 min di lettura

Quello che non potevamo più essere – ESTATE

Michael e Awa sono cresciuti insieme, legati da un affetto puro e fraterno. Ma quando, dopo cinque anni di lontananza in Senegal, lei torna in Italia per passare le vacanze estive a Ostia, tutto cambia. La ragazzina insicura di un tempo ha lasciato il posto a una donna bellissima e magnetica, capace di mandare in cortocircuito il ferreo autocontrollo di Michael. Fino a quando le barriere crolleranno, rivelando la loro nuova, travolgente realtà.

Michael035
2 mesi fa · 562 letture · 2

Eravamo tutti e tre in giardino, ad aspettare, protetti dalla poca ombra del portico.

Mia madre non faceva che sventolarsi con un volantino piegato, divorata da quell'ansia felice di chi sta per riabbracciare una figlia. Mio padre, vicino al cancello, sorrideva con le braccia conserte. Io mi passavo una mano tra i capelli, ormai umidi di sudore, lo sguardo fisso in fondo alla strada.

Aspettavamo Awa.

Non l'avevo mai vista come non più di una migliore amica. Era cresciuta nella nostra cucina, nel nostro giardino, nei pomeriggi persi sul divano a guardare i cartoni finché qualcuno non ci sgridava.

Awa era la sorella minore che non avevo mai avuto — un ruolo che le stava cucito addosso, e a me altrettanto, al punto da rendere impensabile qualsiasi altra versione della storia. Non ci avevo mai giocato nemmeno col pensiero. Perché avrei dovuto?

Non la vedevamo dal vivo da sei anni. Sei estati fa, quando aveva appena tredici anni, sua madre aveva preso la difficile decisione di tornare in Senegal. Fino a quel momento avevamo condiviso praticamente tutto. La madre di Awa si spaccava la schiena con doppi turni in un'impresa di pulizie per tirare avanti e, per non lasciarla sola in un quartiere che a volte sapeva essere spietato, la lasciava da noi. I miei genitori l'hanno sempre considerata una di famiglia. Mia madre le comprava qualcosa di nuovo al mercato, spacciandolo sempre per un regalo casuale, per non ferire l'orgoglio di sua madre, a cui volevano un bene dell'anima.

Ricordo ancora il pomeriggio della partenza — Awa aggrappata alla maglietta di mia madre come se potesse restare in Italia solo tenendola stretta abbastanza forte, e io, tredicenne anch'io, con la gola chiusa, a prometterle che l'avrei aspettata. Una promessa da ragazzino, fatta senza sapere bene cosa significasse mantenerla per sei anni.

Per me, Awa era semplicemente un'estensione della mia quotidianità. Un'amica, una sorella minore, appunto. Alle medie la prendevano spesso di mira — magrolina, tutta occhi e gomiti spigolosi, sempre con addosso vestiti di seconda mano un po' informi. Se ne stava per conto suo, ai bordi del cortile. Quando un gruppetto di ragazzi più grandi aveva iniziato a tormentarla, ero intervenuto io.

Pratico karate da quando ero piccolo, avevo un fisico reattivo già all'epoca. Non avevo dovuto alzare le mani: mi era bastato bloccare il capobranco contro la rete del campetto, una presa al bavero, per far capire a tutti che Awa non si toccava.

Da quel giorno, sull'erba di questo stesso giardino, avevo iniziato a insegnarle le basi dell'autodifesa.

«Piedi ben piantati, baricentro basso. Non avere paura del contatto», le ripetevo. Lei rideva, timida, e finivamo per rotolarci a terra a provare le prese, finché mia madre non ci chiamava per cena.

Ovviamente, in questi anni non eravamo rimasti tagliati fuori dal mondo. I social esistono: ci sentivamo su WhatsApp, e avevo seguito la sua evoluzione su Instagram. Sapevo che i lineamenti si erano fatti più adulti, che aveva lasciato crescere una chioma afro magnifica. Ma Awa non era mai stata tipo da mettersi in mostra: le sue foto erano quasi sempre primi piani del viso, paesaggi di Dakar, o scatti con addosso vestiti larghi e colorati che non lasciavano immaginare granché.

Nella mia testa, insomma, ero preparato. Sapevo chi stava per scendere da quel taxi.

Mi sbagliavo di grosso.

Lo schermo di un telefono appiattisce la realtà. Nessun pixel avrebbe mai potuto prepararmi a quell'impatto.

Il rumore della ghiaia sotto gli pneumatici ci ha fatto scattare tutti sull'attenti. Un taxi bianco si è fermato davanti al cancello.

Mia madre si è precipitata in avanti prima ancora che il motore si spegnesse. La portiera posteriore si è aperta.

La prima cosa che ho visto sono stati i capelli: una nuvola di ricci fieri e voluminosi, che catturavano la luce delle due del pomeriggio come se fossero fatti apposta per quello. Poi Awa si è alzata in piedi, e il fiato mi si è fermato a metà gola, in un punto scomodo, quasi doloroso.

Portava un top color senape, leggero, aderente, che le disegnava addosso un corpo che non riconoscevo — che non poteva essere lo stesso corpo che ricordavo. Sotto, uno short di jeans a vita alta su gambe lunghe e toniche, e una sicurezza nei movimenti che non aveva niente a che fare con la ragazzina tutta gomiti e sguardo basso di cinque anni prima. Per un istante ho provato a catalogarla tutta con lo sguardo clinico di chi rivede una vecchia amica. L'operazione è durata forse mezzo secondo, prima di fallire miseramente.

Non c'era più traccia della ragazzina insicura di un tempo. Si muoveva con una grazia quasi involontaria, una sicurezza che sembrava non aver notato nemmeno lei. Il sole di mezzogiorno le accendeva la pelle scura di riflessi caldi, e ogni centimetro di lei sembrava trasmettere una femminilità che non stava cercando di mostrare a nessuno — ci riusciva e basta.

«Awa! Tesoro!» ha strillato mia madre, spalancando il cancello e travolgendola in un abbraccio che le ha quasi tolto il fiato.

Quando si è staccata, le ha preso il viso tra le mani, gli occhi lucidi.

«Ma guardati!... Fatti guardare! Ammazza che donna che sei diventata, uno schianto!»

Awa ha riso — un suono caldo, vibrante, profondo, che non c'entrava niente con la risata cristallina e timida di cinque anni prima.

«Anche tu sei sempre bellissima, Giulia. Mi siete mancati da morire.» disse, con un italiano arrugginito

Mio padre l'ha abbracciata forte, poi ha girato intorno all'auto per aiutare il tassista con il borsone e la valigia.

A quel punto, gli occhi scuri ed enormi di Awa si sono posati su di me.

Il sorriso le si è allargato. «Myke»

Mi sono mosso in automatico, riducendo la distanza tra noi — il corpo che seguiva i riflessi di mille abbracci identici fatti da bambini. È Awa, mi sono detto. La stessa di sempre.

La frase mi è scoppiata in mano come una bugia, nel momento stesso in cui ci siamo stretti.

Il suo corpo contro il mio non era più fatto di spigoli e ossa sottili, ma di curve piene, morbide, calde. Un profumo di cocco e burro di karité mi è arrivato addosso insieme a un pensiero fuori luogo, quasi ridicolo, su quanto tempo fosse passato dall'ultima volta.

Sono rimasto piantato lì, i muscoli della schiena tesi, il cuore che martellava a un ritmo che non mi apparteneva. L'istinto fraterno che avevo coltivato per anni — proteggerla, farle da scudo, insegnarle a piantare bene i piedi — è stato investito in pieno da qualcosa di molto meno nobile e molto più fisico. Le ho accarezzato la schiena per ricambiare l'abbraccio, sentendo la pelle nuda appena sopra l'orlo dei jeans, e ho capito, con un misto di terrore e vergogna, che l'estate tranquilla e familiare che avevo immaginato non sarebbe mai esistita.

I primi due giorni sono stati strani, inutile girarci intorno.

La prima sera, a cena, ci siamo ritrovati a passarci il pane con la cortesia forzata di due colleghi d'ufficio. Mia madre, che di certe cose si accorge sempre, ci guardava a turno con la faccia di chi sta cercando di risolvere un rebus.

«Ma perché siete così impettiti, voi due?» ha sbottato a un certo punto, versando l'acqua.

«Fino a qualche anno fa eravate un corpo e un'anima.»

Awa è arrossita — o almeno, l'ho interpretato come un rossore, sotto quella pelle bruna— e io mi sono concentrato sul piatto con un'attenzione che le patate al forno non meritavano.

Il giorno dopo è andata pure peggio. L'ho incrociata in corridoio appena uscita dalla doccia, un asciugamano stretto addosso, e per un attimo siamo rimasti bloccati sulla soglia delle rispettive stanze, senza sapere chi dovesse passare per primo.

«Dopo di te», abbiamo detto all'unisono. Siamo scoppiati a ridere, ma è stata una risata che non ha sciolto niente — se mai, ha solo messo in evidenza quanto fosse diventato complicato un gesto che un tempo era automatico.

Quell'estate ho iniziato a passare più tempo del solito al dojo. Lei, più tempo del solito chiusa in camera, al telefono — con qualche amica di Dakar, probabilmente, o forse con nessuno, semplicemente per avere una scusa buona per non dover inventare conversazioni a tavola. Ci evitavamo con la cortesia di due sconosciuti costretti a dividere lo stesso bagno, e nessuno dei due aveva il coraggio di chiedersi perché.

Alla terza sera ho deciso che ne avevo abbastanza. L'ho beccata in cucina, verso le sei, che si versava un bicchiere d'acqua.

«Stasera usciamo», le ho detto, senza troppi preamboli. «Io e te.»

Lei si è voltata, sospettosa. «Cioè?»

«Cioè ti porto a mangiare una pizza vera, non quella robaccia col cheddar che vi rifilano a Dakar.»

Awa è scoppiata a ridere — la prima risata vera da quando era tornata, mi sono reso conto.

«Tu non sai neanche di cosa parli.»

«Alle otto sei pronta, o ti carico di peso sullo scooter.»

«Va bene, va bene. Alle otto.»

Siamo finiti in una pizzeria alla buona vicino al lungomare, tavoli di legno all'aperto, tovaglie di carta. Awa ha ordinato una bufala con il cornicione alto e l'ha praticamente divorata, chiudendo gli occhi a ogni morso.

«Tu non hai idea», ha detto, pulendosi un angolo della bocca col tovagliolo, con un tono così drammatico che mi ha fatto ridere.

«A Dakar fanno delle cose assurde e le chiamano pizza. Ci mettono sopra di tutto, pure il cheddar. Mi mancava questo sapore. Mi mancava da morire.»

Guardarla mangiare così, con gusto sincero, senza filtri, ha spazzato via un bel po' di quell'imbarazzo stupido dei primi giorni. Indossava un vestito nero leggero, spalline sottili sulle spalle nude e toniche, e ogni volta che rideva la stoffa si tendeva sul petto, e io dovevo fare uno sforzo di volontà da cintura nera per guardarla dritta in faccia senza scendere più in basso con gli occhi.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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