Dormivo, credo. Mi ha svegliato un dang.
Poi ho sentito ancora: dang.
Ho aperto gli occhi e ho chiesto a Eva: “Ma cos’è?”
Anche lei ha aperto gli occhi: meravigliosi, azzurro-estate, sotto le ciglia bionde. Occhi da slovacca. Occhi stanchi di donna che lavora tutta la notte, e che lavoro fa non servirà che te lo dica.
Io lavoro alla lap e lei di fuori, lei fa parecchi più soldi di me, ma io non ho coraggio. Lei è forte, io sono una coniglia.
***
Perciò mi piaceva Eva e spesso dormivo a casa sua. Vivevo da sola io, da sola lei, tranne quando venivano a trovarla i figli. Ci facevamo compagnia. Ma scusa, torno al presente. Cioè al passato. Ma quel passato a volte è così presente...
Mi manca Eva.
***
“Mio figlio alza i pesi”, ha detto, levandosi dalla fronte una ciocca di capelli.
È estate. Lei sta facendo la colazione a tutte e due e mi sta chiedendo come sono finita qui.
“Dai, un’altra volta”, dico.
È per via di mia madre che sono finita qui, perciò mi piaceva Eva. Per fare ordine, la donna che ho scaricato senza nemmeno dirle ciao al mio diciottesimo compleanno non era davvero mia madre, era un surrogato. Mia madre, quella vera, quella che mi ha partorita, l’unica vera madre... è una donna meravigliosa, come gli occhi di Eva, ha l’età di Eva. Forse è per questo che mi tengo compagnia con Eva. È per questo che riesco ad andare a lavorare.
La mia amica mi porta il caffè.
Grazie, Eva.
Ammiro la sua sensualità.
Il suo essere senza limiti.
Lei sì che è una vera donna, come mia madre.
Lei dice sempre: “Tu puoi fare tutto.”
La madre finta che ho scaricato diceva: “Questo non si fa, quello no e quell’altro no. La gente normale non si comporta così.”
Oh, ma a me la gente normale fa poco più che schifo.
Di sotto sono cessati i dang. Sento i passi sulle scale, ecco suo figlio, Eva mi presenta... gli dice che sono l’amica intima di sua madre.
Quando lui se ne va, lei mi chiede: “Ti piace mio figlio?”
E io dico: “Se lo avessi incontrato dieci anni fa avrei bruciato tutte le tappe per lui.”
Ed è vero, cazzo.
Ha occhi azzurri come quelli di Eva, mi supera in altezza di trenta centimetri almeno. È bianco come mio padre.
È giovane come era mio padre.
“Ricorda”, dice Eva, “a casa mia si può fare tutto. Io sono una puttana. Ma questo significa...”
“Che lui è un figlio di puttana”, dico io.
Ah, che scoppio di risate!
Non riderò mai più come rido qui con Eva.
“Proprio un figlio di puttana”, dice Eva, “ha preso tutto dal padre, il mio ex-marito. Ma può darti un’overdose continua di cazzo e godimento come non l’hai mai vista.”
Ah, se fosse vero!
Ho un fidanzato io, ma mi ha stufato da un anno e più.
Ha fatto tutto come si deve, mi ha comprato anche l’anello, ma c’è qualcosa che mi manca e io non so cos’è.
È quella cosa che mi manca ogni volta che passo del tempo noioso tra la noiosa gente normale che odora di vaniglia.
È quella che sento ogni volta che qualcuno rompe le palle al locale e i buttafuori devono fare a cazzotti. Io li guardo e sento un’ondata violenta di sangue venire su e una voglia indescrivibile di farsi spaccare.
“Veloce”, dice Eva, “mio figlio se ne va domani pomeriggio. Dimmi una cosa, la faresti una pazzità con me? Ci verresti a fare un viaggio con me?”
Io?...
Ho voglia di andare in vacanza e di fare tutto quello che è pazzo e che non si può fare. Quindi dico: “Sì, dimmi che pazzità prima e che viaggio dopo...”
Dal pacchetto di sigarette Eva stacca un pezzetto di carta e lo usa come stuzzicadenti.
“La pazzità è che ho quarantacinque anni e voglio scopare un ragazzo che ha gli anni di mio figlio, ma non per lavoro.”
E io dico: “Tutto qui?”
“Quel ragazzo che mi voglio scopare è il tuo ragazzo, Leonardo. Me lo daresti? In cambio ti do mio figlio. Non ho mai frequentato il mondo scambista, ma è roba che mi attira.”
Attira pure me, dico: “Ma lui lo vorrà?”
“Come no? Lo dico io, sono la mamma, lo fa e basta. Questa è casa mia, io pago il mutuo e io comando.”
Esatto!
I figli devono onorare il padre e la madre e scopare tutte le amiche della mamma se lei lo richiede.
Eva è la mia guida eretica, blasfema, una diavola!
Insegnami, trascinami, salvami.
Dico: “Ok.”
Eva incrocia le gambe sopra il tavolo: “Chissà se questo vale come scambio di coppia... senti, ma prima volevo farti una domanda.”
“Dimmi.”
“È tanto che ci penso, ma come sei arrivata tu qui?”
“Ah, non ne voglio parlare.”
Eva si attacca a una bottiglia, a volte inizia a bere alle sette del mattino. Ha le cosce lunghe e rosee. E anche le guance rosse, perché non si è ancora struccata, alle sette del mattino.
“Dimmelo, ti dirò il mio segreto più orrendo, basta che giuri.”
E io faccio un mezzo giro su me stessa e prendo dalla mia borsa le mie sigarette. “Che ti devo giurare?”
“Che non lo dirai a mio figlio.”
Giuro.
E lei racconta.
C’era un mercato al suo paese dove si trovavano le donne coi figli piccoli, andavano lì e facevano spese e passavano il tempo. Poi un giorno lei ci è andata, ma non c’era nessuna delle sue amiche, così è tornata a casa subito.
Dice che quella mattina ha dovuto reprimere un impulso omicida: spaccare il cranio di sua madre con una pesante bottiglia di liquore che aveva comprato al mercato.
Si era fermata davanti alla finestra che dava sul salotto, un momento per riprendere fiato e trovare le chiavi. Aveva già sentito tutto, perché la finestra era aperta. Sapeva che se avesse alzato gli occhi si sarebbe messa a piangere. Doveva uscire di lì il più in fretta possibile. Non poteva permettere che vedessero le sue lacrime.
Ma doveva anche guardare, per essere sicura. Così l’ha vista, sua madre, la grossa, cagna maiala...
L’aveva sentita grugnire mentre affondava nel divano, proprio mentre il cazzo del genero le usciva e le entrava dalla fica e lei teneva le cosce, uguali a quelle di Eva, sopra alle sue spalle.
“Quel giorno”, dice Eva, “ho attraversato il giardino, poi la strada e ho raggiunto l’asilo. Ho preso i miei due figli e ho deciso che avrei dormito sotto i ponti pur di non rivedere né mio marito né mia madre. Poi, quando si è fatto notte e stavo per mettermi a dormire sotto un ponte coi miei figli, ho udito qualcosa alle mie spalle.”
Si era voltata a guardare alle sue spalle. Il corpo ancora sudato e arrossato di sua madre le correva dietro, urlava: “Dai, posso spiegare tutto. Siamo due Eve, mi capirai.”
Anche sua madre si chiamava Eva.
“Ma le ho detto di non mettere mai più piede vicino a me, figlia di puttana! A pensarci oggi... la figlia di puttana sono proprio io”, finisce Eva.
