Solo una volta salita in auto iniziai a realizzare. Stavo per buttarmi in un’esperienza nuova; per la prima volta, dopo anni, non sapevo con certezza ciò a cui stavo andando incontro. Avere l’ignoto davanti mi terrorizzava ma mi eccitava anche di più. Avrei visto un uomo dal vivo e lo avrei conosciuto. Certo, ad essere precisi, avevo trascorso un po’ di ore con mio nonno quand’ero piccolissima ma i miei ricordi a riguardo erano confusi. Mio nonno era appartenuto all’ultima generazione di uomini nati naturalmente prima che il cromosoma Y perdesse la capacità di trasmettersi per via ereditaria.
Contro ogni probabilità un cambiamento genetico di tale portata aveva interessato tutto il pianeta nello stesso momento. Forse i segnali c’erano già e non erano stati colti. Chissà. L’umanità ebbe comunque una sola generazione di tempo per decidere le strade da percorrere. Io rappresento una delle strade percorse e poi abbandonate: la gametogenesi in vitro. Mia madre scelse di concepirmi così sotto suggerimento di sua madre ovvero mia nonna, la quale le aveva sempre ripetuto “è una fortuna che non conoscerai mai un uomo”.
Mia madre mi aveva avuto a 26 anni, io avevo contemplato per la prima volta l’idea di avere una figlia un paio di mesi fa. Mi era stato insegnato di pensare anzitutto alla realizzazione professionale, una volta che avessi raggiunto una posizione sociale ed economica dignitosa il mio ultimo dovere verso la società sarebbe stato quello di crescere una bimba. A 32 anni era arrivato il momento. Però le mie colleghe in ufficio mi avevano insinuato nella testa un pensiero: per chi aveva raggiunto una certa serenità economica era ormai pratica comune una strada alternativa alla gametogenesi in vitro: si poteva adempiere ai propri doveri sociali ma divertirsi contemporaneamente, se si disponeva di abbastanza soldi e i soldi non costituivano un problema per me.
Quando scomparvero gli uomini da questo pianeta non per questo tutte le donne divennero omosessuali. Con il tempo s’iniziò quindi a cercare un modo di allevare uomini in laboratorio che avessero il preciso scopo di essere tori da monta intrattenenti. Vennero aperte strutture, enormi parco-giochi per donne adulte, dove poter acquistare esperienze e nello stesso tempo essere ingravidate. Naturalmente ne ero al corrente in teoria, ciò che non immaginavo è che uno di questi porco-giochi fosse aperto appena fuori Torino.
Mi ero decisa, avevo telefonato e preso appuntamento. Lì mi stavo dirigendo in auto. Avevo chiamato mia madre per comunicarle quanto stavo per fare, nella speranza di farla arrabbiare per una volta. La cosa non riuscì. Mia madre mi aveva risposto: “Ah, sapevo del parco-giochi per donne adulte aperto fuori Torino. Hai fatto bene, il sesso fa bene alla pelle e all’umore. Divertiti, Martina.”
Sentì le mutandine bagnarsi non appena valicai l’enorme cancello che dava alla struttura. Non potei fare a meno di richiamare alla mente i numerosi video fatti con la AI che avevo usato per masturbarmi. Mi domandavo se davvero gli uomini si comportassero a quel modo nell’intimità, se si muovessero a quel modo. Sovrappensiero parcheggiai l’auto e raggiunsi l’entrata della struttura. MI fermai un attimo a specchiarmi nella porta a vetro. I capelli erano a posto? Passai velocemente una mano a sistemarmi la frangia dritta. Il vestitino bianco? Ero incredibilmente riuscita a non macchiarlo a pranzo. Attraversai la porta a vetro.
Dall’altra parte mi attendeva la donna con cui avevo parlato al telefono. Al telefono si era presentata in maniera pomposa: “sarò il tuo Caronte, ti guiderò fino alle porte dell’inferno della lussuria e ti preparerò alle insidie che vi troverai” aveva detto. Dal vivo si presentò in maniera più prosaica con il suo nome e il ruolo aziendale: Arianna, receptionist e consulente. Era una ragazza più giovane di me, capelli ricci color carota, occhi verdi, nasino all’insu circondato da graziose lentiggini e labbra sottili.
Arianna mi fece accomodare su una poltroncina verde e iniziò a sfogliare un voluminoso libro illustrato. Il libro conteneva le esperienze che era possibile acquistare. Il suo compito non consisteva semplicemente nell’esporre alle clienti i servizi ma dopo una serie di domande consigliare qualcosa che facesse al loro caso, una cliente soddisfatta era pubblicità non pagata. In pratica, il libro era diviso in due sezioni: set e prototipi. Anzitutto, scegliemmo il set della mia esperienza in base all’avventura che volevo vivere.
Ricominciai a bagnarmi mentre Arianna mi elencava i set di cui disponeva la struttura. Erano una moltitudine. Per le amanti del sesso romantico c’erano per esempio la vasca idromassaggio, la lezione di yoga tantrico e la stanza d’hotel. Ognuno di questi set lo avevo visto, almeno una volta, in un video porno fatto con l’AI. Volevo qualcosa di più. Per le donne che desideravano vivere una fantasia più particolare c’erano lo studio medico, l’ufficio del boss, l’ascensore e l’orto botanico. Le cose iniziavano a farsi interessanti. Arianna mi pose alcune domande:
“Ami i giochi?”
“Si”
“Sei una tipa competitiva?”
“Si”
“Ti senti più stressata o più ansiosa?”
“Stressata”
Non ho ancora capito cosa l’ultima risposta l’avesse aiutata a capire ma sfogliò il libro fino alle ultime pagine della sezione set. “Ecco!” esclamò compiaciuta. Mi spiegò che forse potevano incuriosirmi giochi di ruolo un tantino più dinamici e intriganti e magari mi sarebbe piaciuto interpretare il ruolo della preda. Un brivido mi percorse la schiena, Arianna aveva tutta la mia attenzione. Seguì l’indice della ragazza muoversi sul foglio ed indicare le foto del set che andava a spiegarmi. L’ascoltai senza interromperla. Non ebbi dubbi quando fu il momento di scegliere: volevo giocare a nascondino con un clown sexy ed inquietante all’interno della giostra infestata; finì inavvertitamente per mordermi il labbro.
Passammo rapidamente alla scelta del prototipo, ovvero dell’uomo. Ce ne erano di tutti i tipi e di tutte le etnie. Era importante soprattutto perché avrebbe determinato il corredo genetico di mia figlia. Puntai quindi il dito sul più costoso: un coreano muscoloso e alto con i capelli tinti di viola.
Prima di chiudere la pratica e lasciarmi godere l’esperienza andava stabilita un’ultima cosa: standard o luxury experience? Quanto volevo che durassero le sessioni di gioco? 3 o 6 ore? Arianna mi consigliò una standard experience dal momento che ero vergine e senza alcuna esperienza pregressa con un uomo. Obiettai. Non capivo cosa c’entrasse il fatto che fossi vergine: non avremmo mica passato 6 ore a scopare, no?
Arianna mi accompagnò fin sulla soglia della giostra infestata. Avevano compiuto un gran bel lavoro per riprodurre una giostra abbandonata e corrotta da forze maligne. C’era una pista di autoscontro con un paio di macchinine ribaltate; la ruota della ruota panoramica era caduta; dalla casa stregata riecheggiavano risate finte.
Arianna mi consegnò uno spray al peperoncino in quanto il prototipo da me scelto poteva rivelarsi aggressivo. Alex, questo il suo nome, era stato dotato dall’ingegneria genetica di un olfatto assai sviluppato; era stato quindi addestrato affinché l’odore dell’eccitazione femminile scatenasse in lui l’istinto del cacciatore. Infine, Arianna mi diede anche un bigliettino augurandomi buon divertimento. Sul bigliettino era riportato il numero della sicurezza che avrei potuto contattare in caso di necessità. Misi il biglietto nella borsa e mi avviai.
Avevo 30 secondi per nascondermi prima che facessero entrare il clown cacciatore Alex. Occorreva scegliere in fretta un posto sicuro che non riuscisse a scoprire immediatamente. La caccia sarebbe terminata altrimenti troppo presto e io lo avevo prenotato per 6 ore. Dapprima pensai di nascondermi dentro quello che doveva rappresentare un negozietto di dolciumi. Cambiai idea, potevo metterlo maggiormente alla prova: perché non confondere il suo raffinato olfatto disseminando in diversi punti il mio odore?
Anzitutto, mi levai le scarpe e le abbandonai all’interno del finto negozio di dolciumi. Corsi fuori verso la pista di autoscontro. Lasciai scivolare a terra le mutandine. Era eccitante, il prototipo avrebbe di certo raccolto da terra le mie mutandine attirato dal mio odore. Mi chiedevo se il mio odore gli sarebbe piaciuto. Infine, con gesti rapidi mi tolsi il reggiseno per lanciarlo davanti a un distributore rotto di bevande. Avevo deciso dove nascondermi: dentro la casa stregata.
Avevo visto da ragazzina una casa stregata all’interno di un film noir ambientato in un luna park. Devo dire che quella riproduzione si avvicinava tantissimo. Più che una casa stregata si presentava come un castello. Le pareti di cartone rappresentavano quattro figure una accanto all’altra: una strega con il cappello a punta, un prete dallo sguardo psicopatico, uno scheletro vestito di un mantello nero e una regina pirata. Il castello stregato aveva due piani, attraverso una scala a chiocciola si entrava direttamente al secondo piano.
Mi fiondai sulla scala con il cuore a mille appena lo vidi comparire all’orizzonte. Ne avrei sbirciato i movimenti e solamente quando finalmente mi avesse individuato mi sarei inoltrata nel castello stregato. Dovetti ammettere però, una volta messo a fuoco, che Alex stava veramente male nei panni del clown. Il travestimento era curato nei dettagli, evocava senza dubbio il personaggio a cui era ispirato ovvero un certo clown ballerino. Addosso però a un uomo bello e muscoloso come lui risultava nel complesso grottesco. Allora pensai che fossi stata ridicola a scegliere un’esperienza così infantile.
Ad ogni modo, non volevo perdermi nei pensieri. Volevo prestare attenzione ad ogni movimento là fuori. Dopo aver annusato un po’ in giro, Alex si diresse verso la pista dell’autoscontro. Certo, le mutandine dovevano emanare un odore più forte. Lo vidi raccogliere da terra le mie mutandine e dopo un secondo sfrecciare nella mia direzione. Aveva ignorato tutte le altre tracce d’odore contenute sugli altri indumenti. Probabilmente era diventato capace di distinguere meglio l’odore della mia eccitazione.
