La Suite del Professore

una coppia di maturi coniugi milanesi, a Barcellona per un congresso, incontra, in Hotel, un giovane e brillante professore universitario coreano

58 visualizzazioni

Capitolo 1 - La Suite del Professore

Massimiliano, 55 anni, ed Anna, 50 anni, coniugi milanesi, si trovano a Barcellona, per tre giorni. Il marito partecipa ad un importante congresso internazionale sul targeting molecolare, un argomento di cui si occupa anche l'azienda di cui Massimiliano è uno dei massimi dirigenti. Durante le ore dl congresso Anna fa la turista per Barcellona, in giro da sola, poi si incontrano al termine dei lavori congressuali. La sera del primo giorno, dopo cena, Anna e Massimiliano si rilassano nella hall del loro Hotel.

Il maxischermo della hall trasmetteva le immagini del telegiornale della BBC con il volume quasi azzerato, le parole inghiottite dal basso ronzio di conversazioni e dal tintinnio lontano di qualche bicchiere. Anna e Massimiliano erano sprofondati in due poltrone di velluto bordeaux, i piedi stanchi dopo una giornata intensa – lui tra i pannelli congressuali del Centro de Convencions, lei per i vicoli del Barri Gòtic e poi lungo la Barceloneta fino a quando le gambe avevano detto basta.

Massimiliano stringeva il suo Scotch con la noncuranza di chi ha finalmente posato il peso della giornata. Anna sfogliava distrattamente una rivista in catalano, di cui capiva appena una parola su cinque, ma le immagini erano belle e questo bastava.

Fu allora che Massimiliano lo vide.

Seduto a poca distanza, solo, con un tablet sulle ginocchia e l'aria di chi sta ancora lavorando anche quando non dovrebbe, c'era il giovane professore coreano. Lo aveva ascoltato quella mattina per quasi quarantacinque minuti: una relazione sul targeting molecolare nei carcinomi resistenti alle terapie convenzionali, dati freschi, metodologia rigorosa, conclusioni coraggiose. Uno di quegli interventi che si ricordano.

Massimiliano si alzò quasi senza pensarci.

«Excuse me – Professor Kwok?»

L'uomo alzò lo sguardo. Aveva forse trentotto anni, o forse di meno, con quella difficoltà europea a decifrare l'età dei volti asiatici. Portava ancora il badge del congresso appeso alla giacca scura.

«Yes?»

«My name is Massimiliano Ferri. I attended your presentation this morning. I simply wanted to tell you – it was quite remarkable.»

Il professore si alzò con un gesto preciso, quasi coreografato, e si inchinò leggermente prima di tendere la mano. «Eun-woo Kwok. You are very kind, Mr. Ferri. Please – » indicò le poltrone vicine con un gesto aperto. «Your wife, perhaps?»

Anna aveva già posato la rivista.

Il professore Kwok parlava un inglese quasi privo di accento, con una costruzione della frase curata, lievemente formale, come chi ha imparato la lingua sui libri prima che per strada. Si presentò con la precisione di un curriculum: Università di Seoul, poi tre anni a Boston, poi ancora Zurigo. Ora guidava un laboratorio di ricerca che Massimiliano conosceva benissimo di fama.

Ordinò un cocktail per tutti e tre con una discrezione che non ammetteva rifiuto, e la conversazione scivolò naturalmente verso il congresso. Massimiliano aveva domande precise – era del mestiere, o almeno abbastanza vicino al mestiere da sapere dove stavano le domande difficili – e il professore rispondeva con evidente piacere, quel piacere particolare di chi trova finalmente un interlocutore che regge il passo.

A un certo punto Eun-woo si rivolse ad Anna con una cortesia che non aveva nulla di condiscendente. «Forgive me – we must be terribly boring for you.»

«No, per niente,» disse Anna, e lo disse con sincerità. «Capisco meno della metà, ma mi basta guardare come ne parlate.»

Il professore sorrise per la prima volta in modo davvero spontaneo. «Your wife is very perceptive, Mr. Ferri.»

«Lo so,» disse Massimiliano, «è il motivo per cui non riesco a mentirle da trent'anni.»

Anna gli lanciò un'occhiata divertita.

Il bar stava abbassando le luci con quella discrezione un po' tirannica che hanno i bar degli hotel alle undici e mezza di sera. Un cameriere iniziò a raccogliere i bicchieri vuoti dai tavoli vicini con movimenti che erano un invito, educato ma inequivocabile.

«I have a rather well-stocked minibar in my suite,» disse Eun-woo, con un tono che era un'offerta e non una pressione. «If you would like to continue – I confess I am not ready to end the evening.»

Ci fu un momento – brevissimo, ma reale – in cui Anna e Massimiliano si guardarono.

Non era sospetto, quello sguardo. Era qualcosa di più sottile: la consultazione silenziosa di due persone che dopo trent'anni insieme hanno sviluppato un linguaggio fatto di millimetri. Un sopracciglio, l'angolo della bocca, una microinclinazione della testa. Che ne pensi? – Non lo so, e tu? – Sembra una brava persona. – Già. – È tardi però. – È vero. – Ma la serata è bella. – Anche questo è vero.

Tutto questo in meno di due secondi.

«With pleasure,» disse Massimiliano.

Anna raccolse la giacca leggera dallo schienale della poltrona. «Lead the way, Professor.»

La suite era al settimo piano, con una finestra che si apriva sulla città ancora viva, le luci della Diagonal che si perdevano verso il mare. Eun-woo aprì il frigobar con la stessa precisione metodica con cui probabilmente apriva i dossier di ricerca, elenco mentale degli ingredienti, possibilità, preferenze degli ospiti.

Parlarono ancora per quasi un'ora. Di scienza, sì, ma anche di Barcellona, di Seoul che Eun-woo descriveva come una città che non dorme mai davvero, di Milano che Massimiliano amava con quella fedeltà critica dei milanesi purosangue, di come Anna avesse passato il pomeriggio a perdersi deliberatamente nel Raval e avesse trovato una libreria antiquaria dove un vecchio signore vendeva cartoline degli anni Cinquanta.

«Ho comprato quella di una donna in bikini davanti alla Sagrada Família ancora in costruzione,» disse Anna. «Non so perché, ma mi sembrava importante non lasciarla lì.»

Eun-woo la guardò con quella sua attenzione precisa. «In Korea we say – 어떤 물건은 주인을 찾는다.» Si fermò. «Some objects look for their owner. Not the other way around.»

Anna annuì lentamente. «Sì. Esatto. Proprio così.»

Massimiliano guardò sua moglie, poi il professore, e sentì quella soddisfazione rara che si prova quando una serata supera quello che ti aspettavi di trovare.

Si congedarono poco dopo mezzanotte. Eun-woo li accompagnò fino all'ascensore con la stessa formalità cortese dell'inizio, si inchinò leggermente, li ringraziò come se fossero stati loro a fare un favore a lui.

Nell'ascensore Anna appoggiò la testa alla spalla di Massimiliano.

«Bella serata,» disse.

«Sì.»

«Non ti aspettavi di trovare anche lui qui stasera.»

«No,» ammise Massimiliano. «Certe cose non si pianificano.»

Le porte si aprirono al quinto piano. Percorsero il corridoio in silenzio, uno di quei silenzi pieni che non hanno bisogno di essere riempiti. Massimiliano aprì la porta della stanza, Anna entrò, le luci della città filtravano attraverso le tende socchiuse.

Da qualche parte, su un tavolo della suite al settimo piano, un professore coreano aveva probabilmente già riaperto il suo tablet.

Certe serate finiscono, ma non del tutto.

Capitolo 2 - La vigilia del ritorno

La hall aveva la stessa luce ambrata della sera prima, gli stessi divani di velluto bordeaux, lo stesso brusio discreto di un hotel che sa di ospitare persone che hanno cose importanti da fare e preferiscono non disturbarsi a vicenda. Anna e Massimiliano avevano scelto istintivamente le stesse poltrone, come se fossero diventate loro nel giro di ventiquattr'ore.

Ma questa volta gli occhi vagavano.

Non lo dicevano, non esplicitamente. Anna sfogliava il menu dei cocktail senza leggerlo davvero. Massimiliano controllava il telefono con la frequenza di chi non aspetta nessun messaggio. Di tanto in tanto uno dei due lanciava uno sguardo verso l'ingresso, verso l'ascensore, verso i divani più lontani.

«Non c'è,» disse Anna alla fine, con una semplicità che era anche una piccola resa.

«È l'ultimo giorno di congresso. Probabilmente ha una cena di chiusura.»

«Probabilmente.»

Ordinarono lo stesso Scotch della sera prima – Massimiliano – e un Aperol Spritz – Anna – con quella abitudine coniugale che trasforma le scelte in rituali senza che nessuno se ne accorga. Parlarono della giornata. Anna aveva visitato la Fundació Joan Miró, si era seduta a lungo davanti a un quadro che non riusciva a spiegarsi e forse era per questo che le piaceva così tanto. Massimiliano aveva assistito alle sessioni conclusive del congresso, strette di mano, promesse di collaborazione, il solito finale un po' malinconico di ogni convegno scientifico.

La serata stava prendendo la piega tranquilla e lievemente sottotono delle vigilie di partenza.

«Good evening.»

La voce arrivò alle loro spalle, precisa e familiare.

Anna si girò di scatto, e il sorriso le apparve sul viso prima ancora che potesse deciderlo. Massimiliano si alzò con un calore che non aveva bisogno di essere recitato.

Kwok era lì, ancora con la sua giacca scura, il badge del congresso finalmente sparito. Sembrava leggermente diverso – più leggero, forse, come chi ha consegnato l'ultimo documento di una lunga pratica.

«Professor Kwok.» Massimiliano gli tese la mano. «Non speravo più di rivederla.»

«I almost didn't come down,» disse Eun-woo con quella sua onestà misurata. «But then I thought – it would be a pity.»

Si guardarono tutti e tre per un momento, con quella complicità rapida che si forma tra persone che hanno trascorso insieme una buona serata e sanno già che si capiscono.

«The bar again?» disse Anna.

Eun-woo scosse leggermente la testa. «I think we go directly upstairs. The congress is over. Tomorrow I fly back to Seoul.» Fece una pausa. «Tonight I would like to enjoy the company properly.»

La suite aveva una luce diversa. La sera prima Eun-woo aveva acceso tutto, era una serata di conversazione, di chiarezza. Questa volta le lampade erano ridotte al minimo, solo quella sul tavolo vicino al frigobar e il bagliore della città che entrava dalla grande finestra come un terzo ospite silenzioso.

Anna andò direttamente alla finestra, com'era andata la sera prima, ma questa volta si fermò più a lungo. Barcellona di notte aveva quella qualità particolare delle città mediterranee che non si spengono mai del tutto – luci lontane, il profilo della Sagrada Família appena visibile verso nord, qualche sirena lontanissima che poteva essere ovunque.

Massimiliano accettò il bicchiere che Eun-woo gli porgeva.

Fu allora che il professore si avvicinò un passo di più, abbassò leggermente la voce – non un sussurro, ma qualcosa che non era destinato alla finestra – e chiese, con la stessa compostezza con cui avrebbe posto una domanda scientifica:

«Are you and your wife in a swingers lifestyle?»

Lo sguardo era fermo. Non c'era malizia, non c'era imbarazzo, non c'era il minimo segno di chi teme di aver detto una cosa sbagliata. Era la domanda di qualcuno che ha imparato, a proprie spese o per carattere, che la chiarezza è sempre più gentile dell'ambiguità.

Massimiliano non rispose subito. Prese mezzo secondo – un secondo intero, forse – sentendo il peso preciso di quello che stava succedendo.

«No,» disse infine. «For us it would be a first time.»

Eun-woo annuì, lentamente, come se la risposta confermasse qualcosa che aveva già intuito.

«This is not a problem,» disse. «We can try to create the right situation tonight.»

Lo disse con una calma tale che la frase non suonava come una proposta indecente. Suonava come quello che era: un'offerta onesta, fatta da un adulto a un altro adulto, in una stanza dove nessuno era obbligato a essere lì.

Massimiliano rimase in silenzio qualche istante, gli occhi che andavano quasi involontariamente verso Anna, ancora davanti alla finestra, ignara, la schiena sottile nella sua blusa color sabbia, i capelli scuri che le sfioravano le spalle.

Trent'anni. Ne sapeva tutto. E non sapeva come cominciare quel discorso. Non c'era modo di avviarlo in modo naturale, non adesso, non qui, non con lei a tre metri di distanza e il professore accanto. Qualunque cosa avesse detto sarebbe suonata come un piano, come una trappola, come qualcosa di architettato alle sue spalle – e non era quello.

Meglio lasciare che la serata si muovesse da sola. Meglio fidarsi di trent'anni di storia comune, di quello sguardo nell'ascensore la sera prima che aveva detto tutto in due secondi, di Anna che sapeva leggere una stanza meglio di chiunque altro conoscesse.

Incrociò le dita, mentalmente.

Eun-woo si spostò verso il piccolo impianto audio collegato alla televisione, cercò qualcosa con la precisione metodica di sempre, e poi la suite cambiò ancora una volta atmosfera.

Come prima, più di prima – Massimiliano riconobbe la melodia prima ancora di identificarla. Un lento degli anni Ottanta, quelli che non chiedevano niente, che esistevano solo per occupare lo spazio tra due persone che volevano stare vicine.

Eun-woo si avvicinò alla finestra.

Anna si girò, con quella sua espressione leggermente sorpresa che era in realtà la sua faccia da curiosità soddisfatta.

«Would you like to dance?»

Lo disse con una grazia che era orientale nel rigore e mediterranea nel calore, una combinazione che in bocca a lui sembrava del tutto naturale. Non era una seduzione esplicita. Era un invito, con tutti i crismi della galanteria.

Anna rise – una risata breve, genuina, il tipo di risata che precede una decisione già presa. Poi cercò Massimiliano con gli occhi.

Lui era appoggiato al bordo del tavolo, il bicchiere in mano, e la guardava. La guardava con quell'attenzione piena che aveva imparato a darle nei momenti che contavano. Annuì – un movimento piccolo, appena percettibile, ma lei lo conobbe subito.

Sì. Se vuoi. Siamo qui insieme.

Anna tese la mano al professore.

«With pleasure,» disse.

E Barcellona continuò a brillare fuori dalla finestra, indifferente e bellissima, mentre nella suite al settimo piano la serata prendeva la sua nuova, delicata direzione.

Capitolo 3 - Il Momento

Il professore ballava come pensava: con precisione che non escludeva il calore, con una presenza fisica che non aveva nulla dell'impaccio che spesso tradisce gli uomini abituati a vivere nella testa. Guidava Anna con una mano sulla schiena che era ferma senza essere pesante, e lei si lasciava guidare con quella naturalezza che hanno le donne che hanno fiducia nel proprio corpo.

Le parole che le sussurrava erano poche e scelte. Non complimenti generici. Osservazioni – su come si muoveva, su come la luce della città le cadeva sui capelli, su qualcosa che aveva detto la sera prima e che lui evidentemente non aveva dimenticato. Ogni frase era precisa come una citazione, e forse era questo che le rendeva difficile da ignorare.

La mano che le accarezzava la schiena si muoveva lentamente, con una discrezione che era al tempo stesso rispettosa ed eloquente.

Anna non parlò. Ascoltò.

Massimiliano stava fermo con il bicchiere in mano che aveva smesso di essere un appoggio e stava diventando qualcosa a cui aggrapparsi. Guardava.

Ogni volta che Anna cercava i suoi occhi lui annuiva – piccoli cenni, coerenti, continui, come una bussola che conferma la direzione. Sì. Ancora sì. Sono qui.

Ma dentro stava succedendo qualcosa di più complicato della semplice approvazione.

Poi Eun-woo si fermò.

Si girò verso Massimiliano con quella sua grazia deliberata, e si inchinò – un inchino breve, rispettoso, preciso. Non era una formalità vuota. Era un riconoscimento. So chi sei. So cosa sta succedendo. Ti guardo negli occhi mentre lo faccio.

Poi prese la mano di Anna.

E la condusse verso la porta della camera da letto.

Sto camminando.

Per Anna era il pensiero più semplice possibile, e forse per questo era l'unico che riusciva a formarsi con chiarezza. Il resto era una stratificazione densa, quasi impossibile da separare.

La mano di Eun-woo era asciutta e ferma. La musica continuava in sottofondo – un lento che non aveva mai sentito prima, o forse sì e non lo ricordava. I suoi passi sul parquet erano silenziosi.

Trent'anni di matrimonio.

Non come un peso. Come una misura. Trent'anni di conoscersi in ogni variante possibile – la stanchezza, la gioia, la malattia, il successo, le mattine senza trucco e le sere di gala, i litigi che duravano tre giorni e le riconciliazioni che duravano tre minuti. Trent'anni di sapere che quell'uomo seduto là con il bicchiere in mano la conosceva meglio di chiunque altro al mondo.

E l'aveva guardata. E aveva annuito.

Non era un permesso – la parola le sembrò subito sbagliata. Era qualcosa di più generoso del permesso. Era fiducia. Era la forma più matura di amore che conoscesse: ti vedo, e non ho paura di quello che sei.

Aveva paura? Cercò la parola giusta. No. Non paura. Qualcosa di più simile alla vertigine che si prova sul bordo di una piscina prima del tuffo – non terrore, ma la consapevolezza acuta e fisica che tra un momento l'aria attorno a te cambierà completamente.

Eun-woo era un uomo che non conosceva. Era gentile, era intelligente, era presente in un modo che non aveva nulla di ordinario. Non era una storia. Non era una promessa. Era questa notte, questa città, questa finestra spalancata su Barcellona che continuava a vivere per conto suo, indifferente e bellissima.

Sono curiosa.

Lo ammise con se stessa, semplicemente. Senza giudizio, senza dramma. Era curiosa. Era viva. Era lì.

L'ultima cosa a cui pensò prima che la porta si aprisse fu la cartolina degli anni Cinquanta, la donna in bikini davanti alla Sagrada Família ancora incompleta. Alcune cose cercano il loro proprietario, aveva detto Eun-woo.

Forse anche alcune serate.

Massimiliano

Rimase immobile per qualche secondo dopo che la porta si fu chiusa.

Il bicchiere era ancora in mano. Lo posò sul tavolo con una lentezza che non aveva niente di pratico – era solo il modo in cui il corpo guadagna tempo mentre la testa prova a capire quello che sta vivendo.

È successo davvero.

Nei giorni precedenti – nelle ore prima di cena, nella hall, persino durante qualche momento del congresso in cui la testa aveva vagato – aveva immaginato questo momento in modo vago, come si immagina qualcosa che non si crede davvero possibile. Un'ipotesi. Un pensiero che ci si permette proprio perché sembra irreale.

Ora era reale.

E lui stava in piedi nel salotto di una suite di Barcellona, solo, con la musica che continuava e le luci basse e la città fuori, e sua moglie era oltre quella porta con un uomo che fino a trentasei ore prima non aveva mai visto.

Cosa sentiva?

Provò a inventariarlo, come avrebbe fatto con dati di laboratorio. Con quella parte di sé che era sempre il dirigente, l'uomo metodico, il professionista abituato a nominare le cose per controllarle.

C'era eccitazione – sì, inutile negarlo, stava lì chiaramente, mescolata a tutto il resto.

C'era una tenerezza strana, quasi dolorosa, per Anna. Per come aveva cercato i suoi occhi ogni volta. Per quella domanda silenziosa e continua – sei ancora lì? – Sono ancora lì – che era la loro lingua da trent'anni. Anche stanotte, anche in questo, non avevano smesso di parlarsi.

C'era qualcosa che assomigliava all'orgoglio, e questa era la cosa più inaspettata. Non possesso. Qualcosa di più sottile e più difficile da spiegare: la consapevolezza che quella donna straordinaria era sua moglie, e che era straordinaria indipendentemente da lui e nonostante i trent'anni e forse anche grazie ad essi.

E c'era attesa.

Non ansia – almeno non solo ansia. Attesa. La stessa sensazione delle ore prima di un risultato importante, quando non si sa ancora cosa troverà, ma si sa che quello che troverà sarà vero.

Si sedette sulla poltrona accanto alla finestra.

Barcellona brillava, come sempre, come se niente.

Massimiliano la guardò, e aspettò.

Capitolo 4 - La Soglia

La porta non fece rumore.

Massimiliano si era alzato dalla poltrona con una lentezza che non aveva niente di esitazione – era qualcosa di più simile al rispetto, al senso istintivo che certi momenti vanno approcciati come si approccia un luogo che ha le sue regole proprie, non scritte, ma reali.

Il parquet non scricchiolò.

La luce nella camera era quasi nulla – solo il bagliore filtrato delle tende, la città che continuava a fare il suo lavoro di sfondo luminoso. Ci volle qualche secondo perché gli occhi si adattassero.

Li vide.

Si avvicinò senza pensare. Non era una decisione razionale – era qualcosa di più antico, il movimento di chi sa dove deve andare senza doversi chiedere perché. Allungò la mano e la posò sulla spalla di Anna, con delicatezza, come si posa la mano su qualcosa di prezioso.

Lei si girò subito.

Si guardarono.

In quel frammento di secondo che non aveva durata misurabile, si dissero tutto quello che non aveva parole. Non era la prima volta che si parlavano così – era la stessa lingua dell'ascensore, dello sguardo in hall, del cenno appena percettibile durante il ballo. Ma questa volta la lingua stava dicendo cose più profonde, più nude, più vere di qualunque conversazione avessero mai avuto.

Sei qui. — Sono qui. — Stai bene? — Sto bene. E tu? — Anch'io. Siamo noi, ancora. — Ancora. Sempre.

Poi Anna chiuse le palpebre.

E tornò a baciare il professore.

Anna

Massimiliano è qui.

Era il pensiero che occupava tutto, che colorava tutto il resto di una tinta che non aveva nome preciso – sollievo non era la parola giusta, né conforto, né sicurezza, anche se c'erano anche quelle. Era qualcosa di più specifico.

Era integrezza.

Non stava tradendo. Non stava scappando. Non stava fingendo che quell'uomo accanto a lei fosse qualcosa che non era. Stava vivendo una cosa reale, in una stanza reale, con il marito presente – presente davvero, non solo consenziente in astratto ma lì, con la mano sulla sua spalla, caldo e familiare nel mezzo di tutto questo nuovo e sconosciuto.

Trent'anni di matrimonio non si azzeravano. Si portavano.

Eun-woo era diverso da tutto ciò che conosceva – il modo in cui si muoveva, il modo in cui la guardava, persino il modo in cui taceva aveva una qualità straniera e precisa che non assomigliava a niente del suo mondo ordinario. Era Barcellona, era il congresso, era la cartolina trovata per caso, era quella categoria di cose che accadono una volta e non si ripetono e forse è per questo che hanno quel sapore così netto.

Ma Massimiliano era la mano sulla spalla.

Lui mi ha portata qui, pensò, e intendeva qualcosa di molto più lungo di quella serata – intendeva tutto il percorso, tutti gli anni, tutta la costruzione paziente di una fiducia abbastanza solida da reggere anche questo peso senza rompersi.

Forse soprattutto questo.

Chiuse gli occhi più stretti e smise di pensare.

Massimiliano

La vide chiudere le palpebre.

La vide tornare al bacio.

La vide poi cercare con le sue labbra il membro del Professore.

E rimase lì, la mano ancora sulla sua spalla, mentre capiva una cosa che non aveva mai formulato prima in modo così netto – una cosa che trent'anni di vita comune avevano costruito pezzo per pezzo senza che lui se ne accorgesse.

Amarla non significa tenerla.

Non l'aveva mai posseduta. L'aveva scelta, ogni giorno, e lei aveva scelto lui, e quella scelta non era una gabbia – era una radice. Le radici non impediscono all'albero di crescere verso direzioni nuove. Lo rendono possibile.

Quello che stava guardando non era perdita.

Era lei, intera, libera, presente, bellissima nella sua libertà – e quella bellezza era in parte sua, nel senso più vero della parola: non perché la controllasse, ma perché ne faceva parte, perché senza la storia che si erano costruiti insieme lei non sarebbe stata qui in questo modo, sicura abbastanza da chiudere gli occhi.

Sentì qualcosa che non si aspettava.

Gratitudine.

Verso di lei, per averlo guardato e poi aver scelto di fidarsi. Verso Eun-woo, per la sua onestà, per quell'inchino preciso e rispettoso che aveva detto so chi sei e non ti tolgo niente. Verso Barcellona, assurda e indifferente fuori dalla finestra.

Eun-woo la penetrò delicatamente e guardò Massimiliano negli occhi, in quel momento preciso.

Siamo ancora noi, pensò Massimiliano.

Dopo un tempo non definibile il Professore, lentamente, si rialzò, rivolgendosi a Massimiliano con un inchino "I think you like now clean up your Wife".

Massimiliano si inginocchiò e, con calma, meticolosamente, pulì Anna dal seme del Professore..

Siamo ancora noi, e questo non finisce qui. Questo comincia da qui.

Capitolo 5 - Sul Volo del Ritorno

Il Vueling per Milano era partito in orario, come raramente accade e come quella mattina sembrava necessario – una piccola grazia, il tempo che si comporta bene quando già tutto il resto è delicato.

Avevano fatto i bagagli in silenzio, non un silenzio teso ma uno di quelli densi, abitati, che non hanno bisogno di essere riempiti. Avevano fatto colazione in camera, caffè e croissant, guardando Barcellona ancora una volta dalla finestra – il cielo stava diventando bianco verso il mare, sarebbe stata una bella giornata per chi rimaneva.

Nessuno dei due aveva nominato la notte.

Non all'hotel, non nel taxi, non in aeroporto tra i tabelloni e i caffè in piedi e i trolley che sfioravano le caviglie. Era come se ci fosse un accordo tacito – prima di parlarne bisognava atterrare, bisognava che la cosa avesse il suo spazio, che non venisse compressa dentro i non-luoghi del viaggio.

Ora erano in quota. Le nuvole sotto di loro. La Spagna che diventava piccola e poi spariva.

Massimiliano tenne la mano di Anna per tutto il decollo. La tenne ancora dopo, quando l'aereo si stabilizzò e l'hostess cominciò il suo giro con acqua e succhi. La tenne come si tiene qualcosa che si conosce così bene da dimenticarsi spesso di stringerlo, e poi ogni tanto ci si ricorda e allora si stringe con una consapevolezza nuova.

La accarezzò.

Poi le chiese, a voce bassa, senza girarsi del tutto verso di lei:

«Cosa hai provato?»

Anna non rispose subito.

Guardò fuori dal finestrino per qualche secondo – il cielo bianco, il niente pulito delle nuvole. Poi si girò verso di lui, e lui capì che stava cercando le parole giuste, non le parole rassicuranti. Quelle vere.

Cominciò piano, quasi sussurrando, come se le parole fossero fragili e ad alta voce si potessero rompere.

Disse che all'inizio aveva sentito soprattutto lui – Massimiliano, la sua presenza, la mano sulla spalla. Che era stato quello il centro di tutto, il punto fermo attorno a cui il resto aveva potuto ruotare senza diventare caos. Senza quella mano, disse, non sarebbe stata la stessa cosa. Sarebbe stato qualcosa di diverso, forse di meno.

Poi disse del professore. Della sua diversità – non esotismo, precisò, non era quello. Era la qualità di uno sguardo che non la conosceva, che non aveva trent'anni di abitudine con cui filtrarla. Uno sguardo che la vedeva tutta intera, lì, quella sera, senza storia e senza futuro. Disse che era strano quanto potesse essere liberatorio essere visti così – non meglio, non peggio del modo in cui la vedeva Massimiliano, ma diversamente. Come una luce diversa sullo stesso paesaggio.

Disse che aveva pensato molto. Che non aveva mai smesso di pensare, neanche nei momenti in cui avrebbe potuto o voluto smettere. Disse che forse era fatto così, il suo cervello, e rise piano – una risata piccola, appena un soffio.

Disse che non si era sentita in colpa. Lo disse con una franchezza che era costata qualcosa, si capiva. Aveva aspettato la colpa, quasi si era preparata ad accoglierla, e invece non era arrivata. C'era qualcosa che assomigliava alla meraviglia, nella sua voce, mentre lo diceva. Come chi si aspetta pioggia e trova il sole e non sa bene se fidarsi del cielo.

Disse che si era sentita intera. Che era la parola più precisa che riusciva a trovare. Non divisa, non doppia, non tradita e non traditrice. Intera – tutte le parti di sé presenti e coerenti, anche quelle che di solito teneva in qualche cassetto chiuso a chiave senza nemmeno ricordarsi dove aveva messo la chiave.

Poi tacque per un momento.

Le nuvole scorrevano sotto di loro.

«Potrà succedere ancora?» chiese. Voce bassissima, quasi senza fiato. Non era una richiesta. Era una domanda vera, aperta, che non sapeva già la sua risposta.

Massimiliano rimase in silenzio qualche secondo.

Sentiva la sua mano nella sua. Sentiva il ronzio dei motori, il respiro dell'aereo attorno a loro, la distanza ancora da coprire prima di Milano.

Pensò a Eun-woo che si era inchinato nel buio della camera. Pensò a se stesso in piedi sulla soglia, la mano sulla spalla di Anna, quella cosa che aveva capito e che non aveva ancora trovato le parole per dire – amarla non significa tenerla.

Pensò ai trent'anni di matrimonio. Non come peso, non come merito, ma come materiale. La sostanza di cui erano fatti.

Poi si girò verso di lei.

«Non lo so,» disse. E lo disse senza esitazione, perché era la risposta più onesta e lui aveva imparato, nel tempo, che l'onestà con Anna valeva più di qualunque risposta rassicurante.

«Non lo so se succederà ancora. Non lo so se deve succedere ancora.» Fece una pausa. «Ma so che quello che è successo non ci ha tolto niente. E questo non me lo aspettavo così chiaramente.»

Anna lo guardava.

«Avevo paura,» continuò, «non durante – durante stavo bene, ero presente, ero lì con te. Avevo paura prima. La paura di chi non sa cosa trova dopo una porta. E dopo quella porta ho trovato te, ancora. Diversa di qualcosa, forse. Di qualcosa che non riesco ancora a definire. Ma tu.»

Silenzio.

«Quindi se mi chiedi se può succedere ancora,» disse Massimiliano, «ti rispondo che dipende da noi. Da come staremo. Da cosa vorremo. Non da regole nuove, non da accordi. Da noi, come è sempre dipeso tutto.»

La strinse la mano un po' più forte.

«Se una sera, in qualche posto del mondo, ci guardiamo e vogliamo – allora sì. Può succedere ancora.»

Anna abbassò lo sguardo per un momento. Poi lo rialzò, e c'era qualcosa nei suoi occhi che lui conosceva bene – quella luce specifica, non felicità esattamente, qualcosa di più quieto e più solido della felicità.

«Bene,» disse soltanto.

Tornò a guardare fuori dal finestrino.

Massimiliano non le lasciò la mano per tutto il resto del volo.

L'aereo scese verso Milano attraverso le nuvole, e la città apparve lentamente dal basso, grigia e familiare e loro, come sempre, come sempre sarebbe stata.

Potrà succedere ancora ?

Commenti (0)

Per favore accedi per lasciare un commento.

Ancora nessun commento su questo racconto, sii il primo a commentare!