Il sapore della pioggia
A quarantotto anni pensi di aver già mappato tutto il territorio del tuo desiderio. Sai cosa ti piace, sai chi ti piace, e soprattutto sai cosa evitare. Io evitavo i casini. Ero direttrice di una piccola galleria d'arte, divorziata da un secolo, padrona assoluta del mio spazio e del mio silenzio. Finché non è arrivata Sofia.
1 ora fa
A quarantotto anni pensi di aver già mappato tutto il territorio del tuo desiderio. Sai cosa ti piace, sai chi ti piace, e soprattutto sai cosa evitare. Io evitavo i casini. Ero direttrice di una piccola galleria d'arte, divorziata da un secolo, padrona assoluta del mio spazio e del mio silenzio.
Finché non è arrivata Sofia.
Ventitré anni, un taglio di capelli disordinato e l'arroganza di chi non ha ancora capito che il mondo fa male. L'avevo assunta come assistente per l'allestimento di una mostra fotografica. Era caotica, brillante, e aveva il vizio insopportabile di invadere il mio spazio vitale. Se doveva passarmi un plico di documenti, le sue dita sfioravano sempre le mie. Se le spiegavo una bozza al computer, si appoggiava allo schienale della mia sedia, col respiro che mi solleticava il collo. Facevo finta di niente. Mi dicevo che era solo giovinezza maleducata.
Poi, un martedì sera di novembre, un temporale allagò mezza Milano. Rimanemmo bloccate in galleria, molto oltre l'orario di chiusura.
Io ero nel retrobottega, seduta sulla mia poltrona di pelle, a controllare le fatture. Sentivo il rumore dell'acqua sbattere contro i vetri oscurati. La porta dell'ufficio si aprì. Sofia entrò. Non aveva in mano nessuna cartellina. I capelli neri le ricadevano umidi sulle spalle, perché era uscita un attimo a fumare sotto il portico. Indossava un maglioncino grigio, leggero. Troppo aderente. E come al solito, i suoi capezzoli turgidi spingevano contro la stoffa, fieri della loro gravità perfetta.
Si fermò davanti alla mia scrivania. Mi guardò. Non c'era nessuna deferenza per il ruolo o per l'età. C'era solo una fame predatoria, scura.
"Non hai freddo, Sofia?" le chiesi, cercando di mantenere il tono professionale. "No," rispose lei, abbassando la voce. "Io brucio, Elena. Brucio da settimane."
Prima che potessi dirle di darsi un contegno, aggirò la scrivania. Si inginocchiò esattamente in mezzo alle mie gambe. Il respiro mi si bloccò in gola. Avrei dovuto spingerla via, ricordarle chi ero, ma quando le sue mani calde si posarono sulle mie cosce, stringendo la stoffa dei pantaloni eleganti, il mio cervello andò in corto circuito.
"Sei sempre così rigida, così controllata," sussurrò Sofia, alzando il viso verso di me. Il suo profumo dolciastro, mescolato all'odore della pioggia, mi invase le narici. "Ma quando mi guardi credi che io non me ne accorga? Credi che non veda come ti inumidisci le labbra quando mi piego a raccogliere le stampe?"
"Smettila," rantolai. Ma non feci un gesto per allontanarla. "Smettila tu di mentire," ribatté.
Le sue mani salirono lente lungo le mie cosce. Slacciò il bottone dei miei pantaloni con una sicurezza che mi fece tremare. Abbassò la zip, e quando le sue dita scivolarono oltre il pizzo delle mie mutandine, trattenni il fiato, inarcando involontariamente la schiena. La trovò subito: rovente, bagnata, pronta per lei da giorni senza che avessi avuto il coraggio di ammetterlo.
Sofia sorrise, un sorriso predatorio. Fece scivolare due dita dentro di me, e io chiusi gli occhi, lasciando sfuggire un gemito soffocato contro lo schienale di pelle. Non c'era delicatezza nel suo tocco; c'era il ritmo esigente e irriverente dei suoi ventitré anni. Il pollice premeva sul mio clitoride con un'insistenza che mi faceva perdere la lucidità, mentre il suono umido del nostro sesso riempiva l'ufficio, sovrastando quello della pioggia sui vetri.
"Sei bellissima," mormorò lei, il fiato caldo contro il mio ventre scoperto. "Così bagnata per una ragazzina... sei perfetta, Elena."
Afferrai i suoi capelli neri, stringendoli nei pugni. La mia maturità, il mio ruolo, i miei quarantotto anni di certezze borghesi si stavano sbriciolando sotto la lingua e le dita di quella ragazza. Quando la sua bocca sostituì la mano, premendo le labbra morbide direttamente contro il mio sesso turgido, persi ogni freno. Iniziai a muovere il bacino contro il suo viso, affamata, disperata. Lei mi succhiava con ingordigia, gustando il mio sapore come se fosse il nettare più pregiato, mentre le sue mani mi stringevano forte i fianchi, tenendomi ancorata a lei.
L'orgasmo mi squassò dall'interno con una violenza tale da farmi urlare. Le mie unghie si conficcarono nelle sue spalle, mentre il mio corpo tremava di spasmi inarrestabili sotto le sue labbra.
Quando tutto finì, Sofia si tirò su, asciugandosi la bocca col dorso della mano, lo sguardo lucido di lussuria soddisfatta. Mi baciò sulle labbra, passandomi il sapore del mio stesso piacere. "Visto?" sussurrò. "Non sei poi così rigida."
E io capii che la mia vita perfetta, da quella sera, non sarebbe più stata mia.
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