Il peso del buio
Oltre la sanità mentale. Oltre la biologia. Il mostro non vuole la tua anima, vuole il tuo corpo. E sa esattamente come farti impazzire di piacere.
9 ore fa
La scienza mi aveva insegnato che il corpo umano è una macchina perfetta, governata da impulsi elettrici e reazioni chimiche. La logica mi aveva insegnato che i mostri non esistono. Poi è arrivato lui.
Credevo fosse paralisi notturna. Un'iper-attivazione dell'amigdala. Mi sbagliavo. L'ho capito davvero solo la notte in cui i medici hanno cercato di salvarmi da me stessa. Ero convinta di essere impazzita. Mi avevano somministrato del Diazepam e mi avevano legata a una barella pieghevole, in mezzo al mio stesso salotto, in attesa dell'ambulanza. I polsi bloccati da fibbie di metallo. Le caviglie strette dalle cinghie di cuoio. Una camicia di forza invisibile che mi inchiodava al materassino di plastica.
Fu allora che la temperatura nella stanza crollò. I poliziotti scapparono. I medici scapparono. Io no. Io non potevo.
Vidi l'aria squarciarsi. Non scivolò fuori dalle ombre: l'oscurità si addensò, creando una mole immensa, alta più di due metri, fatta di fumo solido e scaglie nere. L'odore di ozono e di eccitazione inumana mi invase le narici. Il mostro si avvicinò alla lettiga. Le sue mani, gelide e provviste di artigli, afferrarono la mia vestaglia e la strapparono via, lasciandomi nuda, esposta, offerta.
Mi posizionò esattamente al centro. Le ginocchia bloccate e divaricate. Non avevo via di scampo. Quando sentii il suo membro—imponente, innaturale, spesso come il tronco di un piccolo albero e ruvido come cuoio squamoso—premere contro la mia intimità, la dottoressa Valenti smise di esistere.
Entrò in me con una spinta brutale, senza preliminari, senza chiedere permesso. Il dolore acuto del primo istante fu immediatamente affogato da un'anestesia malata, un piacere liquido e oscuro che la creatura iniettava direttamente nel mio sistema nervoso. La barella iniziò a tremare sotto i suoi colpi. Crak, crak. Le ruote stridevano sul pavimento a ogni affondo spietato.
Io ero legata. Non potevo inarcarmi, non potevo sfuggire. Potevo solo accogliere quella pienezza devastante che mi dilatava la carne oltre ogni limite umano. Il Diazepam si mescolava alle mie stesse endorfine, trasformando il terrore in una lussuria disperata.
L'ombra mi afferrò i capelli, costringendomi ad alzare il viso verso la sua maschera vuota. Voleva che lo guardassi. Voleva che accettassi la mia sottomissione. E lo feci. Quando la creatura accelerò il ritmo, pompando dentro di me con una violenza che faceva gemere il metallo della barella, la mia mente razionale andò in frantumi. Spalancai la bocca in un gemito impudico. Il mio corpo esplose in un orgasmo violentissimo, prolungato, che mi svuotò dell'anima e mi riempì del suo freddo osceno.
Da quella notte, non cerco più una cura. Ho smesso di essere una vittima. Ho lasciato che l'oscurità mi divorasse, per imparare i suoi segreti. Adesso, non ho più paura del buio. Adesso, lo aspetto.
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