Fumo, e un corpo vivo e pulsante - Kemuri to, ikite myakuutsu nikutai

Bea, 28 anni, elegante e sofisticata, con un passato intensamente vissuto e un’aura giapponese, e Zana, 22 anni, sua giovane protetta, camminano lungo i canali di Amsterdam. La loro relazione, nata anni prima a Barcellona e costruita su viaggi, insegnamenti e una cura quasi materna, quella notte cambia forma.

SR
Silver Rea

3 ore fa

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Amsterdam (2013), fine ottobre. L’aria non era solo fredda...era una sostanza che vibrava, una pellicola tagliente che si appoggiava sulla pelle come un presagio. Eppure, mentre camminavamo affiancate lungo i canali, il gelo non riusciva a toccarmi. C’era qualcosa nel modo in cui Bea avanzava...quel passo lungo, sicuro, quasi felpato...che scaldava tutto ciò che mi circondava.
Lei, trentotto anni, una figura che si stagliava contro le luci aranciate dei lampioni come un glifo audace. I capelli neri raccolti in un nodo alto disordinato che lasciava nudo il collo, un collo che sembrava fatto per essere sfiorato con la punta delle dita. Il kimono di seta grigio perla che portava sotto il cappotto di cashmere si muoveva appena, come se avesse un respiro proprio. Le sue mani, lunghe, affusolate, ornate di pietre giapponesi, erano la parte di lei che guardavo più spesso...sembravano raccontare storie anche quando restavano immobili.
Io, Zana, ventidue anni, ancora avvolta nel tailleur nero della serata, con la stoffa che mi aderiva alle cosce come una seconda pelle. Sentivo l’umidità dell’aria, sì, ma soprattutto quella che nasceva dentro di me, una corrente calda che mi saliva dalle gambe solo per la vicinanza di Bea. Ogni volta che il suo braccio sfiorava il mio, anche per errore, il mondo sembrava inclinarsi di qualche grado.
Attorno a noi, Amsterdam respirava lenta...le biciclette che scivolavano silenziose, l’acqua scura dei canali che rifletteva le luci come una pellicola fusa, le voci lontane che arrivavano smorzate, come se la città avesse deciso di parlare sottovoce per non disturbare ciò che stava accadendo tra noi.
Il magnetismo era reale, tangibile, una materia viva che ci avvolgeva come un horo invisibile. Lo percepivano anche gli altri...gli sguardi che si voltavano, le conversazioni che si interrompevano un istante mentre passavamo. Non era bellezza, non era eleganza. Era qualcosa di più insolito, più istintivo...la sensazione che due corpi, due presenze, due energie si stessero riconoscendo.
E io, accanto a lei, avevo la certezza che quel camminare affiancate non fosse un gesto casuale, ma l’inizio di un movimento più profondo, qualcosa che avrebbe continuato a vibrare anche dopo che avremmo smesso di camminare.
Ci eravamo conosciute per caso, anni prima, nella metropolitana di Barcellona. Un vagone affollato, odore di ferro e di pelle, il brusio delle conversazioni che si mescolava al rumore dei binari. Lei, Bea, con un volume di Kawabata in giapponese aperto sulle ginocchia, la schiena dritta, la concentrazione di chi non legge per passare il tempo ma per restare viva. Io, una ragazza di vent’anni appena, che le aveva chiesto se la fermata successiva fosse Diagonal.
Lei aveva sollevato lo sguardo. E in quello sguardo c’era già tutto...la curiosità, la gentilezza, la misura, quella forma di attenzione che non si concede a chiunque.
Da quel giorno, Bea aveva iniziato a portarmi nel suo mondo. Non era un mondo fatto di luoghi, ma di atmosfere. Tokyo, Kyoto, Parigi, Berlino...ogni città era un pretesto per mostrarmi qualcosa che non avevo mai visto.
A Tokyo mi aveva insegnato a camminare senza fare rumore, a Kyoto mi aveva mostrato come osservare gli alberi con la stessa attenzione riservata alle persone, e sotto la neve di Ryoan‑ji, un giorno, mi aveva sussurrato una frase che ancora oggi mi accompagna...“Non devi capire. Devi solo vedere”.
Mi ospitava nelle case dei suoi amanti intellettuali...professori che parlavano con la voce bassa, curatori che avevano mani da musicisti, scrittori che la guardavano come si guarda una donna che non si può possedere.
Lei li amava tutti, con la stessa passione con cui collezionava ceramiche raku...non per il valore, ma per la storia che portavano dentro.
Io, in quelle case, imparavo a stare al mondo. Imparavo a sedermi in silenzio, a osservare, a non avere paura di essere giovane.
Bea si prendeva cura di me in tutto...mi proteggeva, mi portava con sé, mi insegnava a non abbassare lo sguardo. Per lei ero quasi una figlia, una creatura da accompagnare, da far crescere senza mai stringere troppo.
Eppure, in quel prendersi cura, c’era qualcosa di più sottile...un filo che non avevamo mai nominato, una tensione che non avevamo mai attraversato.
Fino a quella notte ad Amsterdam.
Una notte che non aveva fretta, una notte che sembrava sapere qualcosa che noi ancora non sapevamo.
Una notte in cui tutto ciò che eravamo state fino a quel momento maestra e allieva, donna adulta e ragazza, protezione e fiducia iniziò lentamente a cambiare forma, come una figura che si dissolve nell’acqua e ne emerge un’altra, più vera, più vicina, più inevitabile.
Bea aveva amato un solo uomo in vita sua. F era un nome breve, come un colpo di luce. Era morto troppo presto, e da allora lei aveva iniziato a vivere con un’intensità che non appartiene ai vivi ma ai sopravvissuti...quella fame di bellezza, di cultura, di precisione, quella incapacità di accontentarsi di meno. F era diventato la sua misura. E tutto ciò che Bea faceva viaggiare, studiare, amare, collezionare ceramiche raku era un modo per non tradire ciò che lui le aveva lasciato.
Prima di andare al loft, Bea mi prese per mano. Non fu un gesto tenero...fu un gesto deciso, quasi urgente. Mi trascinò in un vicolo laterale, dove l’aria odorava di pioggia e foglie bagnate.
“Vieni.”
Il coffee shop si chiamava De Draak. Un locale basso, legno scurito, finestre affumicate, l’odore denso di hashish leggero mescolato al caffè tostato. Appena entrammo, il ragazzo dietro il bancone alzò gli occhi e sorrise come se la stesse aspettando da ore.
“Bea. Il tavolo di sempre è libero. Matcha con una punta di yuzu e lo joint leggero di sativa, come al solito?”
Lei annuì. Non aveva bisogno di parlare...il mondo si apriva da solo davanti a lei.
Ci accompagnarono in un angolo riservato...un divanetto di velluto verde scuro, un tavolino di teak, una lampada di carta washi che diffondeva una luce morbida, quasi rituale. Il posto era chiaramente suo...il posacenere già pulito, e un volume di Mishima appoggiato al muro, lasciato lì dalla volta precedente come un talismano.
Restammo poco. Bea fumò in silenzio, con quella lentezza che non era rilassatezza ma concentrazione. Io bevvi il matcha, che sapeva di terra e agrumi, e osservai il modo in cui la sua mano reggeva la tazza...ferma, elegante, come se ogni gesto fosse una calligrafia preziosa.
Poi pagò senza alzarsi un’abitudine che aveva sempre avuto, come se il mondo dovesse muoversi verso di lei e uscimmo.
Camminammo avvinghiate lungo il canale fino al Prinsengracht.
Quella sera l’amante di turno un gallerista olandese specializzato in arte contemporanea nipponica era a Rotterdam per un’asta. Ci aveva lasciato le chiavi del suo loft...ebano d’Asia, tatami in una stanza, una vasca ofuro in pietra, e il profumo di incenso di sandalo che Bea accese appena entrò.
Il loft sembrava aspettarla.
Le ombre si disposero attorno a lei come animali domestici.
Io rimasi sulla soglia un istante, guardandola muoversi nello spazio che non era suo ma che lei abitava come se lo fosse.
E in quel momento capii che la notte stava cambiando forma.
Non era più una notte di viaggio, né una notte di complicità.
Era una notte che chiedeva qualcosa.
Una notte che sapeva.
“Togliti le scarpe” disse. La sua voce era la stessa che usava quando mi spiegava il concetto di wabi-sabi...calma, essenziale, priva di qualsiasi urgenza.
“Qui si cammina scalzi”.
Mi sfilai i tacchi. Il pavimento era tiepido, come se il loft avesse un suo ritmo. Bea si tolse il cappotto, poi il kimono, restando in una canottiera di seta nera e in biancheria che lasciava intuire più di quanto nascondesse. Non era la nudità a colpire...era la naturalezza.
Aveva trentotto anni e un corpo che raccontava una vita già vissuta intensamente...linee morbide e forti, una bellezza che non cercava di essere vista ma che si imponeva da sola...nonostante la sua prorompente rotondità.
Tra le scapole, verde e nero, intero, la coda a vortice che si allungava per pochi cm sopra la colonna vertebrale. Sembrava muoversi con lei, respirare con lei, custodirla.
Mi fissò con quegli occhi grandi, ironici, profondi.
Sorrise.
“Stai tremando, Zana”.
“Non è freddo”.
“Lo so”.
Il modo in cui lo disse non aveva nulla di seduttivo. Era un riconoscimento.
Come se avesse visto qualcosa che io non avevo ancora il coraggio di nominare.
Il loft era immerso nel profumo di sandalo che lei aveva acceso entrando. La luce era bassa, filtrata dalla carta washi, e disegnava ombre morbide sulle pareti. Il tatami nella stanza accanto sembrava attendere un passo, un gesto, una decisione.
Io restavo ferma, scalza, con il cuore che batteva troppo forte.
Bea non si avvicinò. Non fece nulla.
Ma la sua presenza riempiva lo spazio come un’onda lenta.
Era come se tutto ciò che avevamo vissuto, Barcellona, Tokyo, Kyoto, i viaggi, gli insegnamenti, la protezione, la cura, fosse arrivato a un punto di svolta.
Non un confine.
Una soglia.
E io, tremante, ero lì...sul bordo di qualcosa che non sapevo ancora definire, ma che sapevo avrebbe cambiato per sempre il modo in cui avrei ricordato quella notte.
Mi avvicinai. Lei non si mosse. Le posai le mani sui fianchi, sentii la seta calda e sotto la pelle. Bea inclinò la testa, mi guardò come si guarda un oggetto prezioso che finalmente si può toccare, e mi baciò.
Non fu un bacio leggero. Fu una presa di possesso. La sua lingua entrò nella mia bocca con la stessa precisione con cui si apriva un rotolo di carta di riso...lenta, profonda, esigente. Mi spinse contro la parete di legno, una mano mi salì sotto la gonna, le dita lunghe trovarono subito la mia mutandina già inzuppata. Gemetti nel bacio. Lei rise piano contro le mie labbra.
“Sei bagnata da ore, vero? Ti ho sentita mentre parlavi con quel giornalista. Ti ho sentita respirare”.
Mi sfilò la gonna e la canottiera in un unico gesto. Restai nuda, solo le calze a rete. Bea si inginocchiò. Non baciò. Assaggiò. La sua lingua corse lungo l’interno della mia coscia, salì, aprì le mie labbra con due dita e leccò il nodo come si lecca una goccia di sake prezioso...piano, circolare, senza fretta. Io affondai le mani nei suoi capelli neri, già sciolti, e spinsi il bacino in avanti. Lei non si sottrasse. Mi succhiò, mi penetrò con la lingua, mi tenne aperte le cosce con le mani forti finché il primo orgasmo non mi piegò in due, un grido che mi uscì dalla gola come una lagnanza.
Quando mi rialzai sulle gambe tremanti, Bea si era già tolta la canottiera. I suoi seni erano pesanti, i capezzoli scuri e duri. Il drago sulle sue scapole si muoveva a ogni respiro. Mi prese per mano e mi portò nella stanza col tatami. Si stese di schiena, le gambe semiaperte, e mi fece segno di salirle sopra.
Mi sedetti a cavalcioni, ancora vestita solo delle calze. Lei mi tenne i fianchi e mi fece scivolare avanti e indietro, sfregandomi il nodo contro il suo. Il contatto era umido, caldo, perfetto. Mi piegai in avanti, le presi un seno in bocca, succhiai il capezzolo finché non la sentii gemere. Allora lei mi rovesciò, mi mise sulla schiena, mi aprì le gambe e mi penetrò con due dita, poi tre. Le dita di Bea erano lunghe, sapienti...sapevano esattamente dove premere, quanto in profondità, quanto rapidamente. Mi scopava con la mano mentre mi baciava il collo, e ogni tanto mi mormorava all’orecchio in giapponese cose che non capivo ma che mi istigavano ancora di più.
Quando fui vicina al secondo orgasmo, tolse le dita, si leccò il mio sapore, e si girò. Si mise a quattro zampe sopra di me, il suo viso tra le mie cosce. Sessantanove. Il suo odore era muschiato, leggero, e quando le passai la lingua sul suo chicco lei emise dei suoni gravi. La leccai con costanza, le infilai un solo dito, sapevo che non amava essere penetrata troppo, e la sentii contrarsi intorno. Lei mi succhiava il nodo con la stessa attenzione con cui degustava un matcha di cerimonia, e quando venne la prima volta mi inondò la bocca di liquido caldo e dolce. Io venni subito dopo, spingendomi contro la sua lingua, stringendole i fianchi con le cosce.
Non ci fermammo.
Bea mi fece alzare, mi spinse nuovamente contro il muro di legno, mi sollevò una gamba e mi penetrò di nuovo con le dita, più profonde, più veloci, mentre mi baciava con una violenza che non avevo mai visto. Mi schiaffeggiò il culo una volta, due, tre, e ogni schiaffo mi faceva gocciolare di più. Poi mi stese di nuovo sul tatami, mi aprì le gambe al massimo e mi leccò fino al terzo orgasmo, finché non piansi dal piacere, finché non le dissi “basta, non ce la faccio più” e lei sorrise quel sorriso beffardo che conoscevo da anni.
“Non basta”.
Si stese al mio fianco, mi prese la mano e me la guidò tra le sue cosce. Era gonfia, aperta, bagnatissima. Le massaggiai il chicco con due dita mentre lei mi guardava negli occhi, e quando venne di nuovo mi strinse il polso così forte che mi lasciò il segno.
Restammo così fino all’alba. Non come amanti nel senso comune del termine, ma come due presenze che avevano smesso di essere separate. Il tatami sotto di noi era tiepido, il loft immerso nel profumo di sandalo, e il respiro di Bea sul mio collo aveva la calma di chi non ha più paura di niente.
Il drago sulle sue scapole sembrava fosse vivo, come se stesse vegliando su entrambe.
Fuori pioveva sui canali, una pioggia lenta, quasi meditativa.
Dentro, per la prima volta, non eravamo più solo amiche.
Quando il sole filtrò dalle serrande di bambù, Bea si sollevò appena, mi baciò la fronte con una delicatezza che non le avevo mai vista.
“Oggi torneremo a essere solo amiche”.
Le sue parole non erano una promessa, né una richiesta. Erano un riconoscimento.
Io non risposi. Rimasi lì, con il cuore che batteva come se avesse appena imparato un nuovo ritmo.
Bea si sedette sul tatami, raccolse i capelli, e per un istante sembrò più giovane dei suoi anni.
Mi guardò come si guarda una persona che si è vista crescere.
“Zana…” disse piano, con quella voce che usava quando parlava di Kyoto, dei giardini sotto la neve.
“Tu hai imparato tutto. Hai imparato a vedere, a ascoltare, a stare nel mondo senza paura. Sei pronta”.
Io la fissai, senza capire del tutto.
“Pronta per cosa?”
Bea sorrise, quel sorriso lento che le illuminava gli occhi grandi.
“Per capire cosa desideri davvero. Non quello che io ti mostro, non quello che gli altri ti offrono. Quello che tu vuoi. Il tuo passo, la tua direzione”.
Si avvicinò, ma non per toccarmi...per parlarmi con più precisione.
“Io ti sarò vicina sempre, Zana. Ma come amica. Come guida, se vorrai. Non come altro. Questa notte è stata un passaggio, non una strada”.
Le sue parole non ferivano.
Erano una porta che si apriva.
Una porta che non avevo mai avuto il coraggio di vedere.
Bea si alzò, avvolgendosi nel kimono grigio perla.
“Guarda il mondo con i tuoi occhi. Non con i miei”.
E in quel momento capii che la notte non era stata un confine, ma un insegnamento.
Un modo per dirmi che ero cresciuta.
Che ero pronta.



Yasunari Kawabata, Paese di neve (il libro che Bea leggeva in metropolitana)...

“Particolarmente quando una luce laggiù tra le montagne si accese al centro del volto della ragazza, Shimamura sentì sollevarsi il petto per l’inesprimibile bellezza di quella visione.”

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