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Erotika
Du' anni che t'aspetto
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Racconto32 min di lettura

Du' anni che t'aspetto

Grazie a chi leggerà.

Michael035
1 mese fa · 699 letture · 2

Siamo in viaggio da più di sei ore ormai, quando finalmente il cartello verde con la scritta Tropea scorre fuori dal finestrino. L'aria condizionata della Station Wagon di Tommaso è l'unica cosa che ci tiene ancora vivi. È la metà di luglio e il caldo è opprimente.

«Oh, ma l'avete vista quella al casello? M'ha fatto uno sguardo che voleva dire solo una cosa. Se non stavamo in ritardo scendevo e je facevo vedè io er telepass,» sbotta Gabriele dal sedile posteriore, sporgendosi in avanti e infilando la testa proprio tra me e Tommaso.

Tommaso non stacca gli occhi dalla strada, stringendo il volante con la mascella contratta. Sospira, caricandosi addosso tutta la pazienza cronica che lo contraddistingue. «Gabriè, ma statte zitto. Quella t'ha guardato perché t'eri appena svegliato dopo du ore de sonno. Ma tanto lo devi trovà quello che te corca de botte, ndo vai.»

Io scoppio a ridere, abbassando il parasole per schermarmi dalla luce accecante. «Tommy ha ragione. Prima o poi becchi uno con le spalle larghe quanto un armadio, e noi non veniamo a raccoglierti coi cucchiaini.»

Dal sedile posteriore si alza il sospiro esasperato di Carlotta. Lei è la nostra costante estiva, un'amica d'infanzia che durante l'anno sparisce nei suoi impegni universitari e si materializza magicamente solo quando c'è da dividere le spese per una casa vacanze. Non ha legami stretti con nessuno di noi, a parte un inciucio proprio con Tommaso, motivo per cui ci sopporta con un certo distacco aristocratico. Nessuno lo sa, tranne me. Io e Tommaso siamo legati dai tempi dell'asilo e da lì siamo cresciuti sempre insieme: elementari, medie, superiori e anche l'università.

E poi c'è Francesca. Lancio un'occhiata allo specchietto retrovisore e la incrocio visivamente per una frazione di secondo. È rannicchiata contro la portiera, gli auricolari nelle orecchie e lo sguardo perso verso la costa tirrenica che inizia a stagliarsi all'orizzonte. Lei ha diciotto anni, noi altri tutti venticinque. È la più piccola del gruppo, ma sembra guardare il mondo, e specialmente le idiozie di Gabriele, da una prospettiva sideralmente lontana. È riservata, e ha un corpo che negli ultimi anni è sbocciato in una femminilità che costringe chiunque a voltarsi per strada. Tutti, tranne me. Per me è sempre e solo rimasta la sorellina intoccabile del mio migliore amico, una linea di confine morale che il mio cervello non ha mai neanche concepito di oltrepassare.

«Siamo arrivati,» annuncia Tommaso, svoltando in una via stretta e in pendenza che profuma di buganvillea e aria salmastra.

Davanti al cancello di ferro battuto della nostra casa in affitto ci aspetta la proprietaria. È una donna sulla sessantina, bassa, formosa, con lo sguardo fiero e diffidente tipico di chi affitta ai giovani e si aspetta di ritrovare i muri sfasciati. Scendiamo dall'auto, stiracchiando le ossa indolenzite e scaricando i bagagli sull'asfalto rovente.

«Buongiorno, siete voi i ragazzi di Roma?» chiede la donna, scrutandoci da dietro gli occhiali da vista spessi. «Sono la signora Carmela. Mi raccomando, ve lo dico subito: qua la regola è niente feste e niente chiasso dopo mezzanotte. I vicini si lamentano.»

Faccio un passo avanti per sfoderare il mio sorriso più diplomatico, quello da bravo ragazzo addetto alle pubbliche relazioni del gruppo, ma Gabriele mi precede, passandosi una mano tra i capelli con fare teatrale e appoggiandosi al cancello. «Signò, buongiorno a lei! Ma nse preoccupi, semo tutti santi qua dentro. Ma è vero che quanno arrivano ospiti voi calabresi fate trovà un ber piatto de Morzello? O almeno una teglia di parmigiana.»

Il silenzio che cala è istantaneo e mortale. Sento Tommaso mormorare una bestemmia a denti stretti chiudendo il bagagliaio con un tonfo. Carlotta si porta due dita alla radice del naso, chiudendo gli occhi. Francesca, scendendo finalmente dall'auto con la sua borsa a tracolla, mi lancia un'occhiata rassegnata che urla pietà. La signora Carmela però non si irrigidisce, anzi, risponde anche lei con un po' di ironia.

«Mi sa che rimarrai deluso, io non conosco questo detto. Però vi posso dare una cipolla rossa di tropea così vi cucinati un bel piatto di spaghetti alla tropeana. Il morzello è più tipico di Catanzaro.» rispende sorridendo.

La prima, inestimabile figura di merda della vacanza è servita.

Sistemati i bagagli alla bell’e meglio nelle rispettive stanze e ingurgitato un panino di plastica al volo al Burger King per non perdere tempo, ci fiondiamo finalmente in spiaggia. La sabbia scotta in modo infernale e il sole picchia duro, ma io sono costretto a battere subito in ritirata sotto l'ombrellone. Ho una cicatrice fresca sulla spalla dovuta a un'operazione recente e, per quanto la crema protezione 50+ faccia miracoli, non ho la minima intenzione di rischiare che mi resti un cordone rosso fuoco a vita.

Me ne sto rintanato all'ombra, incrociando le gambe sull'asciugamano, quando Francesca si stacca dal gruppo e mi viene incontro, sventolando un flacone giallo di crema solare.

«Mi faresti il favore di mettermi la crema sulla schiena?» mi chiede, fermandosi a un passo da me. «Prometto che ricambio.»

«Certo, Franceschina. Viè qua,» rispondo d'istinto, stappando il flacone.

Lei alza gli occhi al cielo e le labbra si stringono in una smorfia indispettita. Odia da morire quando la chiamo così, ma per me è un riflesso condizionato, un rimasuglio di quando aveva dieci anni e girava per casa di Tommaso con le bambole in mano. Si volta dandomi le spalle e scosta i capelli di lato. Spalmo il liquido denso sulla sua pelle accaldata, sentendo sotto i palmi la curva snella della sua vita. Faccio in fretta, imponendomi un tocco rapido e fraterno, bloccando sul nascere il pensiero che la pelle della "sorellina" è incredibilmente morbida. Come promesso, lei poi si gira, preleva una noce di crema e me la spalma con una delicatezza proprio attorno alla cicatrice, sfiorandomi con i polpastrelli.

L'atmosfera sospesa viene disintegrata un secondo dopo. A pochi metri da noi, proprio sul bagnasciuga, sta passeggiando una bionda statuaria con un perizoma che sfida le leggi della fisica. Gabriele si pietrifica come un cane da punta, gli occhi sgranati dietro le lenti da sole. Proprio in quell'istante, Carlotta decide di attraversare la sua traiettoria visiva per chinarsi a frugare a fondo nella borsa mare.

«Porco zio che bucio bacio de culo che c'ha quella...» mormora Gabriele in piena trance mistica, per poi sbracciarsi infastidito verso la nostra amica. «A' Carlò, e porco diaz, proprio mo dovevi annà a passà! Le tue l'ho già viste, famme vedè l'altre!»

Carlotta si raddrizza di scatto, rossa di rabbia, stringendo in mano il tubetto del doposole come se volesse usarlo come un'arma contundente. «Ma sei proprio un troglodita decerebrato! Fai schifo!» sbotta, fulminandolo con lo sguardo.

Io crollo all'indietro sull'asciugamano, piegato in due dalle risate. Tommaso, con un’espressione di rassegnazione dipinta in faccia, scuote la testa e si lancia in una corsa verso il mare, tuffandosi tra le onde pur di non dover testimoniare oltre l'idiozia del nostro amico. Mi volto verso Francesca per cercare un minimo di decenza, ma la trovo con una mano premuta davanti alla bocca, scossa da una risata cristallina e incontenibile che fa crollare per un attimo la sua solita barriera di riservatezza.

Tornati a casa, ci leviamo la sabbia e il sale di dosso con turni di docce fulminee. Per sbrigarci mi piazzo ai fornelli e metto d'accordo tutti con una spaghettata aglio, olio e peperoncino improvvisata che spazzoliamo in cinque minuti. Il tempo di sistemare i piatti nel lavello e siamo già fuori, a camminare tra i vicoli illuminati del centro storico di Tropea, circondati dal profumo di fritto dei ristoranti e dalla cappa serale.

Decidiamo di puntare subito alla gelateria della piazza. Francesca è la prima a ordinare. Prende il suo cono e va a sedersi a uno dei tavolini di ferro battuto fuori dal locale, incrociando le gambe. Non fa in tempo ad appoggiare la borsa sulla sedia vuota che un tipo del posto, camicia di lino sbottonata e sorriso da furbetto, le si piazza davanti tentando palesemente l'approccio.

Do una gomitata a Tommaso, che sta ancora fissando la vetrina dei gusti in attesa dello scontrino.

«Ahò Tommà, tu sorella già ne ha acchiappato uno.»

Lui si gira, sbuffando una mezza risata. «Sì, mo vedi quanto dura.»

Guardiamo la scena divertiti. Il tipo le dice qualcosa sporgendosi in avanti, ma Francesca lo squadra da capo a piedi con una freddezza glaciale. Lo liquida in pochi secondi, senza nemmeno scomporsi. Il tizio incassa il colpo, si gira e se ne va con le orecchie basse. Subito dopo lei incrocia il nostro sguardo oltre la vetrina, accenna un sorriso un po' imbarazzato e fa un gesto secco con la mano, come per dirci: «Ma che cazzo vi guardate?»

Prima di andare avanti…

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