Du' anni che t'aspetto

Grazie a chi leggerà.

M
Michael035

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Siamo in viaggio da più di sei ore ormai, quando finalmente il cartello verde con la scritta Tropea scorre fuori dal finestrino. L'aria condizionata della Station Wagon di Tommaso è l'unica cosa che ci tiene ancora vivi. È la metà di luglio e il caldo è opprimente.

«Oh, ma l'avete vista quella al casello? M'ha fatto uno sguardo che voleva dire solo una cosa. Se non stavamo in ritardo scendevo e je facevo vedè io er telepass,» sbotta Gabriele dal sedile posteriore, sporgendosi in avanti e infilando la testa proprio tra me e Tommaso.

Tommaso non stacca gli occhi dalla strada, stringendo il volante con la mascella contratta. Sospira, caricandosi addosso tutta la pazienza cronica che lo contraddistingue. «Gabriè, ma statte zitto. Quella t'ha guardato perché t'eri appena svegliato dopo du ore de sonno. Ma tanto lo devi trovà quello che te corca de botte, ndo vai.»

Io scoppio a ridere, abbassando il parasole per schermarmi dalla luce accecante. «Tommy ha ragione. Prima o poi becchi uno con le spalle larghe quanto un armadio, e noi non veniamo a raccoglierti coi cucchiaini.»

Dal sedile posteriore si alza il sospiro esasperato di Carlotta. Lei è la nostra costante estiva, un'amica d'infanzia che durante l'anno sparisce nei suoi impegni universitari e si materializza magicamente solo quando c'è da dividere le spese per una casa vacanze. Non ha legami stretti con nessuno di noi, a parte un inciucio proprio con Tommaso, motivo per cui ci sopporta con un certo distacco aristocratico. Nessuno lo sa, tranne me. Io e Tommaso siamo legati dai tempi dell'asilo e da lì siamo cresciuti sempre insieme: elementari, medie, superiori e anche l'università.

E poi c'è Francesca. Lancio un'occhiata allo specchietto retrovisore e la incrocio visivamente per una frazione di secondo. È rannicchiata contro la portiera, gli auricolari nelle orecchie e lo sguardo perso verso la costa tirrenica che inizia a stagliarsi all'orizzonte. Lei ha diciotto anni, noi altri tutti venticinque. È la più piccola del gruppo, ma sembra guardare il mondo, e specialmente le idiozie di Gabriele, da una prospettiva sideralmente lontana. È riservata, e ha un corpo che negli ultimi anni è sbocciato in una femminilità che costringe chiunque a voltarsi per strada. Tutti, tranne me. Per me è sempre e solo rimasta la sorellina intoccabile del mio migliore amico, una linea di confine morale che il mio cervello non ha mai neanche concepito di oltrepassare.

«Siamo arrivati,» annuncia Tommaso, svoltando in una via stretta e in pendenza che profuma di buganvillea e aria salmastra.

Davanti al cancello di ferro battuto della nostra casa in affitto ci aspetta la proprietaria. È una donna sulla sessantina, bassa, formosa, con lo sguardo fiero e diffidente tipico di chi affitta ai giovani e si aspetta di ritrovare i muri sfasciati. Scendiamo dall'auto, stiracchiando le ossa indolenzite e scaricando i bagagli sull'asfalto rovente.

«Buongiorno, siete voi i ragazzi di Roma?» chiede la donna, scrutandoci da dietro gli occhiali da vista spessi. «Sono la signora Carmela. Mi raccomando, ve lo dico subito: qua la regola è niente feste e niente chiasso dopo mezzanotte. I vicini si lamentano.»

Faccio un passo avanti per sfoderare il mio sorriso più diplomatico, quello da bravo ragazzo addetto alle pubbliche relazioni del gruppo, ma Gabriele mi precede, passandosi una mano tra i capelli con fare teatrale e appoggiandosi al cancello. «Signò, buongiorno a lei! Ma nse preoccupi, semo tutti santi qua dentro. Ma è vero che quanno arrivano ospiti voi calabresi fate trovà un ber piatto de Morzello? O almeno una teglia di parmigiana.»

Il silenzio che cala è istantaneo e mortale. Sento Tommaso mormorare una bestemmia a denti stretti chiudendo il bagagliaio con un tonfo. Carlotta si porta due dita alla radice del naso, chiudendo gli occhi. Francesca, scendendo finalmente dall'auto con la sua borsa a tracolla, mi lancia un'occhiata rassegnata che urla pietà. La signora Carmela però non si irrigidisce, anzi, risponde anche lei con un po' di ironia.

«Mi sa che rimarrai deluso, io non conosco questo detto. Però vi posso dare una cipolla rossa di tropea così vi cucinati un bel piatto di spaghetti alla tropeana. Il morzello è più tipico di Catanzaro.» rispende sorridendo.

La prima, inestimabile figura di merda della vacanza è servita.

Sistemati i bagagli alla bell’e meglio nelle rispettive stanze e ingurgitato un panino di plastica al volo al Burger King per non perdere tempo, ci fiondiamo finalmente in spiaggia. La sabbia scotta in modo infernale e il sole picchia duro, ma io sono costretto a battere subito in ritirata sotto l'ombrellone. Ho una cicatrice fresca sulla spalla dovuta a un'operazione recente e, per quanto la crema protezione 50+ faccia miracoli, non ho la minima intenzione di rischiare che mi resti un cordone rosso fuoco a vita.

Me ne sto rintanato all'ombra, incrociando le gambe sull'asciugamano, quando Francesca si stacca dal gruppo e mi viene incontro, sventolando un flacone giallo di crema solare.

«Mi faresti il favore di mettermi la crema sulla schiena?» mi chiede, fermandosi a un passo da me. «Prometto che ricambio.»

«Certo, Franceschina. Viè qua,» rispondo d'istinto, stappando il flacone.

Lei alza gli occhi al cielo e le labbra si stringono in una smorfia indispettita. Odia da morire quando la chiamo così, ma per me è un riflesso condizionato, un rimasuglio di quando aveva dieci anni e girava per casa di Tommaso con le bambole in mano. Si volta dandomi le spalle e scosta i capelli di lato. Spalmo il liquido denso sulla sua pelle accaldata, sentendo sotto i palmi la curva snella della sua vita. Faccio in fretta, imponendomi un tocco rapido e fraterno, bloccando sul nascere il pensiero che la pelle della "sorellina" è incredibilmente morbida. Come promesso, lei poi si gira, preleva una noce di crema e me la spalma con una delicatezza proprio attorno alla cicatrice, sfiorandomi con i polpastrelli.

L'atmosfera sospesa viene disintegrata un secondo dopo. A pochi metri da noi, proprio sul bagnasciuga, sta passeggiando una bionda statuaria con un perizoma che sfida le leggi della fisica. Gabriele si pietrifica come un cane da punta, gli occhi sgranati dietro le lenti da sole. Proprio in quell'istante, Carlotta decide di attraversare la sua traiettoria visiva per chinarsi a frugare a fondo nella borsa mare.

«Porco zio che sbucio sbacio de culo che c'ha quella...» mormora Gabriele in piena trance mistica, per poi sbracciarsi infastidito verso la nostra amica. «A' Carlò, e porco diaz, proprio mo dovevi annà a passà! Le tue l'ho già viste, famme vedè l'altre!»

Carlotta si raddrizza di scatto, rossa di rabbia, stringendo in mano il tubetto del doposole come se volesse usarlo come un'arma contundente. «Ma sei proprio un troglodita decerebrato! Fai schifo!» sbotta, fulminandolo con lo sguardo.

Io crollo all'indietro sull'asciugamano, piegato in due dalle risate. Tommaso, con un’espressione di rassegnazione dipinta in faccia, scuote la testa e si lancia in una corsa verso il mare, tuffandosi tra le onde pur di non dover testimoniare oltre l'idiozia del nostro amico. Mi volto verso Francesca per cercare un minimo di decenza, ma la trovo con una mano premuta davanti alla bocca, scossa da una risata cristallina e incontenibile che fa crollare per un attimo la sua solita barriera di riservatezza.

Tornati a casa, ci leviamo la sabbia e il sale di dosso con turni di docce fulminee. Per sbrigarci mi piazzo ai fornelli e metto d'accordo tutti con una spaghettata aglio, olio e peperoncino improvvisata che spazzoliamo in cinque minuti. Il tempo di sistemare i piatti nel lavello e siamo già fuori, a camminare tra i vicoli illuminati del centro storico di Tropea, circondati dal profumo di fritto dei ristoranti e dalla cappa serale.

Decidiamo di puntare subito alla gelateria della piazza. Francesca è la prima a ordinare. Prende il suo cono e va a sedersi a uno dei tavolini di ferro battuto fuori dal locale, incrociando le gambe. Non fa in tempo ad appoggiare la borsa sulla sedia vuota che un tipo del posto, camicia di lino sbottonata e sorriso da furbetto, le si piazza davanti tentando palesemente l'approccio.

Do una gomitata a Tommaso, che sta ancora fissando la vetrina dei gusti in attesa dello scontrino.

«Ahò Tommà, tu sorella già ne ha acchiappato uno.»

Lui si gira, sbuffando una mezza risata. «Sì, mo vedi quanto dura.»

Guardiamo la scena divertiti. Il tipo le dice qualcosa sporgendosi in avanti, ma Francesca lo squadra da capo a piedi con una freddezza glaciale. Lo liquida in pochi secondi, senza nemmeno scomporsi. Il tizio incassa il colpo, si gira e se ne va con le orecchie basse. Subito dopo lei incrocia il nostro sguardo oltre la vetrina, accenna un sorriso un po' imbarazzato e fa un gesto secco con la mano, come per dirci: «Ma che cazzo vi guardate?»

Esco col mio cono e la raggiungo al tavolo. C'è già Carlotta, che però fa appena in tempo a sedersi prima che le squilli il telefono. Alza gli occhi al cielo, borbotta un "scusate" e si allontana verso la piazza per rispondere.

Rimango solo con Francesca. Lei abbassa gli occhi sul mio cono, poi mi guarda. «Che gusti hai preso?» domanda.

«Stracciatella, pistacchio e biscotto,» rispondo, orgoglioso della mia scelta.

«Mi fai assaggiare biscotto?»

«Certo.»

Lei si sporge sul tavolino, prende la piccola cialda a ventaglio infilata nel mio gelato, raccoglie una punta di biscotto e se la porta alle labbra. «Mmh. Buono,» sentenzia.

«Vuoi assaggiare il mio?» mi chiede subito dopo, spingendo il suo gelato verso di me.

«A che è?»

«Bergamotto e cioccolato. Dicono che va molto qui.» Scuoto la testa, mostrandole che ho entrambe le mani occupate per via dei tovagliolini e del cono che gocciola.

«Non ho la cialda, ti ringrazio comunque.»

Lei alza le spalle con una naturalezza disarmante e avvicina il suo gelato direttamente alla mia bocca. «Eh vabbè, lecca. Non mi schifo eh.»

Resto un attimo spiazzato dal gesto e dal tono così confidenziale, ma la sua espressione è talmente limpida che annuisco. Mi sporgo in avanti e do una leccata veloce alla crema chiara. Il sapore aspro dell'agrume mi esplode in bocca, mescolato al cioccolato dolce.

«Particolare, è buono davvero.»

La serata scivola via tra chiacchiere e le solite sparate di Gabriele, finché la stanchezza del viaggio non ci piomba addosso all'improvviso, pesante come un macigno. Decidiamo di rientrare a casa presto, camminando lentamente nella notte calabrese, ma con la strana sensazione che sotto la superficie di questa vacanza stia già scorrendo una corrente inaspettata.

Il mattino seguente l'aria in casa è già pesante per il caldo umido. Ci alziamo uno alla volta, facciamo colazione con un caffè al volo e iniziamo a preparare le borse per la spiaggia. L'ultima a trascinarsi in cucina è Francesca. Ha gli occhi socchiusi e si massaggia le tempie, accusando un forte mal di testa.

«Penso proprio che non verrò in spiaggia con voi stamattina,» mormora, lasciandosi cadere su una sedia. Tommaso si infila la maglietta. «Prendi un Oki, è nella mia borsa. Poi se ti senti meglio ci raggiungi, sennò riposati.»

«È il caldo, lo sai che mi fa questo effetto. Mi sono dimenticata anche i miei integratori a Roma,» risponde lei con un sospiro.

«Quali ti servono?» intervengo io, infilandomi il portafoglio in tasca.

«Io devo comunque passare in farmacia per comprare una crema adatta alle cicatrici, sennò non posso prendere il sole.»

«Polase va più che bene, grazie Michael,» risponde, rivolgendomi un mezzo sorriso stanco. Tommaso mi allunga una banconota da venti euro.

«Pensaci tu, fra. Noi andiamo a prendere i posti.»

Quando rientro a casa mezz'ora dopo, l'appartamento è immerso in un silenzio surreale, rotto solo dal ronzio dell'aria condizionata. Busso leggermente allo stipite della porta socchiusa di Francesca ed entro. È stesa sul letto, a pancia in su, con il telefono tra le mani a scrollare distrattamente Instagram. Indossa solo una canottierina bianca di cotone e un paio di pantaloncini cortissimi. I capelli lisci, castano scuro, sono sparsi sul cuscino, incorniciando quel viso dai lineamenti delicati e i grandi occhi marroni che ora sono fissi su di me. Anche se è bassa di statura, ha un fisico snello e proporzionato, un seno moderato ma sodo che si intuisce perfettamente sotto la stoffa leggera, e un fondoschiena che negli ultimi giorni ho dovuto fare uno sforzo sovrumano per non fissare.

«Servizio in camera,» dico a bassa voce, per non farla spaventare.

Lei blocca lo schermo e si mette a sedere, incrociando le gambe. Mi sorride e prende il bicchiere. «Grazie. Mi hai salvata.»

«Come va la testa?» le chiedo, restando in piedi accanto al letto, le mani in tasca.

«Molto meglio, l'Oki ha fatto effetto quasi subito,» dice, bevendo un lungo sorso.

«Ottimo. Allora... te la senti di scendere in spiaggia? Gli altri ci stanno aspettando.»

«In realtà sto bene qua. Si sta tranquilli... senza Gabriele che fa il cretino, e senza mio fratello che mi fa da guardia del corpo.» Faccio una mezza risata, cercando di mantenere il tono leggero.

«Vabbè, Tommy fa solo il fratello maggiore, sai com'è fatto.»

«Lo so,» ribatte lei, piantando i suoi occhi marroni nei miei. «Beh, siamo in vacanza insieme, Franci. È normale fare gruppo,» dico io.

«Comunque non insisto, dai, se vuoi riposare ancora un po' io intanto mi metto il costume e scendo, poi tu ci raggiungi con calma,» continuo.

Sono già pronto a girare i tacchi, quando lei appoggia il bicchiere sul comodino.

«Aspè,» fa una pausa, e nel silenzio che segue la vedo respirare più in fretta del normale.

«Michael, aspetta un attimo. Devo dirti una cosa.»

Mi fermo con la mano già sullo stipite. C'è qualcosa nel tono della sua voce, un'incrinatura sottile, che mi fa voltare del tutto verso di lei.

«Ok,» dico piano. «Dimmi.»

Lei annuisce a sé stessa, come per darsi la carica, e stringe le mani a pugno lungo i fianchi per fermarne il tremito leggero. Non riesce a guardarmi per più di due secondi di fila: gli occhi le scivolano sul pavimento, poi sulle proprie mani, poi di nuovo su di me, come se ogni volta dovesse ricordarsi da capo di essere coraggiosa. «Ci penso da tantissimo,» comincia, con una risata nervosa e breve che le muore in gola. «E ogni volta che me lo immagino nella mia testa mi sembra tutto più facile. Poi sei davvero qui, e non trovo le parole.»

Resto immobile, il sacchetto della farmacia ancora stretto in una mano. Non l'ho mai vista così. Francesca non è il tipo che si espone: è sempre stata quella con le cuffie nelle orecchie, quella che osserva da un angolo, quella che a stento alza gli occhi dal telefono quando qualcuno le rivolge la parola. Vederla lì, tesa come una corda tirata all'estremo, che si costringe a restare in piedi davanti a me nonostante ogni fibra del suo corpo sembri volerla far scappare nella direzione opposta, mi disarma più di qualunque cosa potesse dirmi.

«Puoi dirmi qualsiasi cosa, Franci. Lo sai.»

Francesca si sporge in avanti con uno scatto imprevisto. Afferra il mio polso. La sua mano è calda. Prima che io possa dire qualsiasi cosa, mi tira leggermente verso di sé, guida la mia mano aperta e se la preme con decisione contro le sue tette. Sento il battito accelerato del suo cuore sotto il palmo, il calore della sua pelle attraverso il cotone sottile. Il mio cervello va istantaneamente in tilt.

«Franci, aspetta... no, non posso!» balbetto, sorpreso e con il fiato improvvisamente corto. «Per me sei come una sorella.» Lei mi lascia la mano, ma non arretra di un millimetro. L'espressione sul suo viso muta, passando da un'audacia nervosa a una delusione che le accende lo sguardo. «Ma perché no? Perché? Per mio fratello?»

«Sì, per tuo fratello,» le rispondo, la voce un po' più rauca del normale, «e anche perché ti ho vista crescere, porca miseria,» dico, e con uno scatto tolgo la mano dalle sue tette come se mi fossi scottato. Faccio due passi indietro, passandomi una mano tra i capelli, sentendomi intrappolato. Francesca non accetta la ritirata e mi viene incontro, fermandosi a un palmo dal mio petto. Devo abbassare lo sguardo per guardarla in faccia.

«Ma che fai, Francé!» le dico in faccia.

«Sai che sono ancora vergine?» La domanda mi arriva addosso come una secchiata d'acqua gelata. Il silenzio si riprende la stanza. Sento solo il sangue che mi pulsa nelle orecchie. Lei non distoglie lo sguardo. È una donna determinata, non più la bambina che ricordavo.

«Sono vergine perché la mia prima volta l'ho immaginata con te. E sono due anni che aspetto un'occasione.»

«Franci... hai diciotto anni, io venticinque,» provo a razionalizzare, la gola secca. «Sei bellissima. Hai un miliardo di ragazzi là fuori che farebbero la fila. Non puoi sprecare una cosa così importante con me. Se Tommaso lo scopre, poi? Mi ammazza. È il mio migliore amico. Io non voglio perdere lui, e non voglio rovinare il rapporto con te.»

Gli occhi di Francesca si inumidiscono impercettibilmente, ma non c'è fragilità, c'è solo rabbia e un dolore sincero.

«Rovinare cosa?» mi attacca, la voce che trema leggermente. «Pensi che per me sia un gioco? Pensi che sia solo questione di sesso, di togliermi uno sfizio? Io ti ho scelto, Michael. Mi sono tenuta alla larga da tutti i ragazzini idioti della mia età perché nella mia testa c'eri solo tu. Non ti vedo come l'amico di mio fratello da un sacco di tempo. Io vedo l'unico uomo a cui vorrei concedermi per la prima volta.»

Le sue parole mi spaccano a metà. Il mio senso del dovere, l'immagine di Tommaso, la moralità... tutto comincia a sgretolarsi di fronte alla sincerità disarmante di questa ragazza. Non so che fare. Ho le braccia lungo i fianchi, rigide. Se la respingo adesso, ferirò a morte i suoi sentimenti, rifiutando qualcosa di infinitamente prezioso e raro. Se cedo, varco una linea da cui non potremo mai più tornare indietro.

Francesca fa un ultimo passo. I nostri corpi si sfiorano. Alza una mano e mi accarezza la mascella, il suo tocco è leggerissimo, esitante ma coraggioso. «Non ti chiedo di fidanzarti con me. E non dirò niente a Tommy,» le sue labbra sono a pochi centimetri dal mio mento. «Ti sto solo chiedendo di smetterla di pensare agli altri e guardarmi come una ragazza qualsiasi.»

Deglutisco a fatica. Sento il suo profumo, il calore del suo respiro sulla pelle. Guardo i suoi occhi marroni pieni di aspettativa, le labbra dischiuse, il corpo snello che si protende verso di me come a cercare un rifugio. E in quell'istante, il filo della mia resistenza si spezza.

«Franci, sei una ragazza stupenda, intelligente e molto matura rispetto ad altre della tua età, ma cazzo, mi stai chiedendo un passo troppo grande. Io ti chiedo di capire questo. Non è perché non mi piaci, non fraintendere, in un'altra situazione non avrei esitato.» mormoro, arrendendomi all'evidenza.

«Mio fratello non c'è, gli altri non ci sono e tra noi non c'è niente di sbagliato. Io lo voglio.» mi interrompe lei.

Rimango immobile un istante che sembra durare un'eternità, il cuore che mi martella contro le costole. Poi, lentamente, lei si alza sulle punte e mi bacia.

Le nostre labbra si incontrano piano, quasi timide all'inizio. Francesca trattiene il fiato contro la mia bocca, un piccolo suono che si perde subito nel bacio, e poi si scioglie contro di me, le dita che si stringono nella stoffa della mia maglietta come se temesse ancora, fino all'ultimo istante, che potessi sparire. Il bacio si approfondisce, lento, carico di anni di attesa e di ogni paura che ha appena trovato il coraggio di superare. Il mondo fuori da quella stanza sparisce per un'istante.

Il bacio, iniziato in modo esplorativo e timido, si accende in un secondo. Sento le sue mani piccole, nervose, che si aggrappano al tessuto della mia maglietta e tirano verso l'alto con un'urgenza che fa tremare anche me. Afferro l'orlo del cotone e me lo sfilo dalla testa, gettandolo da qualche parte sul pavimento. La pelle della mia schiena nuda viene subito a contatto con le sue braccia fresche, e il contrasto mi fa chiudere gli occhi.

Lei ha un profumo dolciastro e pulito. Ricambio il bacio con un'intensità che non credevo di potermi permettere con lei, accarezzandole i fianchi attraverso la stoffa dei pantaloncini cortissimi. L'adrenalina e il senso di colpa lottano ancora per una frazione di secondo nel mio cervello. Mi stacco di un centimetro dalle sue labbra rosse e un po' gonfie. Respiro a fatica. «È una follia, Franci. Possiamo ancora fermarci.»

«No!» esclama subito lei, la voce leggermente acuta per il fiato corto. Stringe le dita attorno alle mie spalle. «Io non voglio fermarmi...»

Con un movimento un po' goffo ma deciso, si sfila la canottierina bianca passandola sopra la testa e la butta via. Mi ritrovo a fissare il suo petto, stretto in un reggiseno semplice, che fa risaltare la naturalezza e la giovinezza del suo corpo. Le accarezzo le spalle con cautela, come se potesse rompersi da un momento all'altro, mentre lei armeggia con il bottone dei miei bermuda.

La aiuto, lasciando cadere i pantaloncini a terra. Rimango in boxer scuri, e il tessuto teso non lascia alcuno spazio all'immaginazione. Francesca abbassa lo sguardo e si blocca di colpo. Le labbra le si aprono di poco vedendo la mia erezione premere contro i boxer. Non l'ha mai fatto e vedere la realtà fisica del desiderio così da vicino la lascia incantata e spaventata allo stesso tempo. Esita per un momento, poi allunga la mano destra, tremante, e la poggia piatta proprio sopra il tessuto teso dei miei boxer. Il calore del suo palmo mi fa sussultare, provocando un respiro sibilante tra i miei denti.

Lei alza gli occhi verso di me, come per cercare una rassicurazione. Poi, con una lentezza estenuante che mi manda il sangue alla testa, fa un passo indietro fino a urtare il bordo del materasso e si lascia cadere seduta sul letto, portando le braccia leggermente all'indietro per sorreggersi. Mi guarda dal basso verso l'alto, le guance arrossate, e mi fa un cenno quasi impercettibile con il mento.

Mi avvicino. Il mio cuore batte così forte che temo possa sentirlo. Francesca allunga entrambe le mani e aggancia l'elastico dei boxer, tirandoli giù con una lentezza calcolata. Quando mi libero del tutto dell'indumento, lei non distoglie lo sguardo. Lo fissa, affascinata. Il mio cazzo punta dritto verso il suo viso.

«È meglio di come me lo immaginassi,» dice.

Sono un po' imbarazzato, lo ammetto. «Ah si?» riesco a dire solo questo. Poi, con una delicatezza sorprendente, allunga la mano, chiudendo le dita attorno a me. Sento il suo tocco, incerto ma carico di curiosità. Inizia a muovere la mano, prima lentamente, poi con maggiore confidenza, seguendo le mie reazioni. Mi sfugge un gemito basso che cerco di soffocare.

Lei sorride, incoraggiata da quel suono. Si china in avanti, i capelli castani che le scivolano lungo le spalle. Schiude le labbra e lo prende in bocca, esitando solo un istante prima di poggiare le labbra sulla cappella. È maldestra, si capisce che non l'ha mai fatto, ma l'entusiasmo con cui si impegna — le labbra morbide, il calore umido, il modo in cui cerca di capire come darmi piacere — compensa qualsiasi mancanza di esperienza.

«Non hai mai fatto niente con un ragazzo?» domando, un po' sorpreso, sinceramente.

Lei si stacca un secondo. «Qualcosa sì, ma non l'ho mai succhiato e non mi sono fatta mai scopare. Ho accetrato al massimo dei ditalini.»

«Ah... ok...» rispondo, spiazzato.

Lei torna sul mio cazzo, con la lingua risale tutta l'asta per poi prenderlo di nuovo in bocca lentamente. Mi appoggio le mani sui fianchi, stringendo i denti, chiudendo gli occhi per concentrarmi solo sulla sensazione assurda e meravigliosa che sia proprio Francesca a fare questo per me.

Dopo qualche istante che mi è sembrato un'eternità, si stacca. Ha il respiro corto e un filo di saliva lucida sulle labbra, che si passa con il dorso della mano. Mi guarda con occhi scuri, dilatati e lucidi. «Voglio provare tutto,» mormora, la voce roca e carica di promesse. «Vieni, tocca a te!»

Senza aggiungere altro, si alza leggermente dal letto, spinge giù i pantaloncini di jeans e se li sfila con un unico movimento fluido, facendoli scivolare lungo le gambe insieme agli slip. Resta nuda davanti a me, illuminata dalla luce obliqua della tarda mattinata che filtra dalle persiane socchiuse. Poi si stende supina sul lenzuolo disfatto, allargando appena le gambe. Mi guarda con un misto di attesa e vulnerabilità, aspettando che io ricambi il favore.

Mi inginocchio sul materasso disfatto, posizionandomi tra le sue gambe dischiuse. Francesca trema impercettibilmente, la pelle coperta da un velo di sudore leggero che la fa brillare nella penombra della stanza. Inizio ad accarezzarle l'interno coscia, risalendo piano per rassicurarla, dandole il tempo di abituarsi al mio tocco. Quando le mie dita sfiorano la sua intimità ormai bagnata, lei sussulta e chiude gli occhi.

«Guardami, Franci,» mormoro. Lei solleva le palpebre, puntando i suoi grandi occhi marroni nei miei. Inizio a stimolarla con due dita, con lentezza, massaggiando la sua figa. Al primo gemito che le sfugge dalle labbra — un «Ah... Michael...» sottile e spezzato — un brivido mi risale lungo tutta la spina dorsale.

Mentre la guardo sciogliersi sotto i miei movimenti, nella mia testa rimbomba un solo pensiero, pesante come un macigno: Che cazzo sto facendo. Scusame Tommà. Scusame.

Smetto di pensare e mi chino su di lei. Quando sostituisco le dita con la lingua, assaggiando il suo sapore dolciastro, Francesca perde del tutto il controllo. Inarca la schiena staccando i fianchi dal lenzuolo, le sue mani scattano verso la mia testa e le dita si perdono tra i miei capelli ricci, stringendoli con forza. «Oh, Dio... sì...» geme, la voce che si fa sempre più acuta, mentre le sue cosce si stringono istintivamente attorno al mio viso, intrappolandomi nel suo calore. Passo la mia lingua su e giù senza mai forzare nulla, voglio farla sentire a suo agio. Poi premo un po' più forte contro il suo frutto proibito. Le sue mani si stringono di più nei miei capelli, li tira con forza mentre la sento gemere e tremare.

Quando sento che è al limite, mi stacco a malincuore. Lei riapre gli occhi, confusa, il respiro veloce.

«Torno subito, due secondi,» le sussurro, dandole un bacio umido sull'interno coscia. Corro in camera mia, frugo disperatamente nel borsone rischiando di far cadere tutto, prendo un preservativo e torno da lei. Mi rimetto sul letto, sopra di lei. Le mie gambe sono ai lati dei suoi fianchi e scarto l'involucro argentato.

«Vuoi metterlo tu?» le chiedo, porgendoglielo per farla sentire partecipe e spezzare la sua inevitabile tensione. Francesca annuisce e lo prende, ma ha le mani che le tremano e il respiro troppo corto. Cerca di srotolarlo su di me, ma è impacciata, e l'eccitazione del momento, unita alla sua inesperienza, rende tutto complicato. Le sorrido con dolcezza, mettendole le mani sulle sue. «Così.» L'aiuto a srotolare il preservativo sul mio cazzo.

Lo sistemo velocemente, poi mi stendo sopra di lei. Il contatto tra i nostri petti nudi, pelle contro pelle, è una scossa elettrica. Mi posiziono al suo ingresso, sorreggendo il mio peso sugli avambracci per non schiacciarla. L'espressione di Francesca cambia, l'attesa si mescola a una punta di paura. Il suo respiro si fa agitato. «Mike...» sussurra, aggrappandosi alle mie spalle. «Fai piano, per favore...»

«Piano. Pianissimo, te lo prometto.»

Sposto il mio peso tutto sul gomito sinistro, la mia mano destra scivola verso il mio pene, lo prendo e lo poggio alla sua entrata. Spingo in avanti i fianchi, cercando di entrare millimetro per millimetro. Lei è incredibilmente stretta, un calore che mi avvolge come una morsa, e sento subito il blocco della sua verginità. Di riflesso, lei si irrigidisce del tutto, piantando le unghie nelle mie braccia strizzando gli occhi. Mi fermo immediatamente.

«Tranquilla Francé, rilassati,» le sussurro a un millimetro dalla bocca, baciandole le labbra, poi la mascella, poi il collo. «Respira insieme a me. Dai. Così...»

Aspetto che i suoi muscoli cedano un po', distraendola con baci e carezze sul seno, finché non la sento espirare profondamente. A quel punto premo ancora, un colpo deciso ma controllato, superando l'ostacolo. Francesca lancia un piccolo grido soffocato contro il mio collo. Sono dentro di lei.

Resto immobile, affondato nel suo calore.

«Stai bene?» Lei annuisce lentamente, riaprendo gli occhi lucidi.

«Sì... sì, muoviti. Ti prego.»

Inizio a muovermi con una lentezza esasperante. Mi ritraggo quasi del tutto per poi affondare di nuovo, fermandomi ogni tanto per lasciarla abituare alla mia presenza, alla sensazione del tutto nuova di essere riempita. Dopo i primi affondi, la rigidità del dolore scompare e Francesca chiude di nuovo gli occhi, abbandonandosi completamente. Lascia andare la testa all'indietro e il suo respiro caldo si infrange direttamente sulla mia bocca e sotto il mio naso.

«Mh... così...» ansima, le mani che scivolano lungo la mia schiena sudata. «È bellissimo... cazzo quanto è bello...» Sento le sue pareti contrarsi attorno a me a ogni singola spinta. L'intensità della stimolazione precedente e la scarica di adrenalina la stanno già spingendo oltre il bordo. Inizia a gemere senza freno, piccoli gridi di puro piacere che sfuggono al suo controllo, stringendo le mie spalle come se stesse precipitando. «Vengo... Michael, io vengo... ah!»

Viene quasi subito, travolta da un'onda troppo grande per una che non l'ha mai provata. Il suo interno pulsa convulsamente attorno a me. Mi sfilo lentamente dal suo corpo, lasciandole lo spazio per riprendere fiato. Francesca è stesa sul lenzuolo disfatto e bagnato dal suo orgasmo, le braccia gettate all'indietro oltre la testa in un gesto di totale abbandono. Il suo petto si alza e si abbassa freneticamente, coperto da un velo di sudore che la fa brillare nella penombra della stanza. I suoi occhi sono chiusi, le labbra dischiuse in un sorriso stanco e meravigliato. È bellissima, stremata e vulnerabile dopo la scarica del suo primo vero orgasmo.

Rimango in ginocchio tra le sue gambe, accarezzandole dolcemente un fianco. Il mio corpo, però, è ancora teso allo spasmo, bisognoso di una chiusura.

«Vuoi che rientri?» sussurro, la voce resa roca dall'eccitazione trattenuta. Francesca apre gli occhi, lucidi e ancora persi nel piacere, e fa di sì con la testa, mordendosi il labbro inferiore per l'attesa.

Mi posiziono di nuovo sopra di lei e spingo in avanti i fianchi, cercando di riempire di nuovo il suo calore. Essendo ipersensibile dopo l'orgasmo, e ancora poco abituata alla mia presenza, le sfugge un piccolo urlo acuto, un misto di piacere e di bruciore improvviso. Mi blocco all'istante, il senso di colpa che mi gela il sangue. «Scusa, scusami Franci... t'ho fatto male?»

Ma lei scuote la testa sul cuscino, annullando ogni mia preoccupazione. Solleva le mani, posandole con decisione sulle mie guance, e attira il mio viso verso il suo.

«Baciami,» ordina, con una foga che non le ho mai visto addosso.

Faccio quello che dice e le nostre labbra si scontrano, le lingue si intrecciano e lei mi morde il labbro inferiore ogni tanto. È un bacio vorace, disperato e incredibilmente possessivo. Francesca schiude la bocca e cerca ancora la mia lingua, intrecciandola alla sua con una profondità che mi toglie la ragione. Le sue mani stringono il mio viso, le dita affondate nei miei capelli, tenendomi ancorato a lei come se fossi una sua proprietà, reclamando ogni centimetro del mio respiro. Si rifiuta di staccarsi, intrappolandomi in quella danza umida e carnale. Ricomincio a muovermi dentro di lei, accompagnando il ritmo furioso di quel bacio, perdendomi del tutto.

Rimane incollata alla mia bocca finché i polmoni non iniziano a bruciare. Quando finalmente è costretta a staccarsi, lo fa prendendo un respiro profondo e rumoroso, avida d'aria, il petto premuto contro il mio e gli occhi piantati nei miei.

Quella possessività, unita al calore stretto del suo corpo che continua a stringermi, spezza le mie ultime barriere. Sento il piacere esplodermi alla base della spina dorsale. Accelero il ritmo per gli ultimi, disperati affondi, i muscoli tesi al limite. Poi mi sfilo appena, gemendo il suo nome a denti stretti, e vengo, svuotandomi nel preservativo un istante prima di perdere del tutto il controllo.

Svuotato e tremante, mi lascio cadere al suo fianco sul materasso. Porto un avambraccio sugli occhi per schermare la luce e cercare di processare quello che abbiamo appena fatto. Restiamo in silenzio per qualche minuto, cullati solo dal ronzio del ventilatore e dal rumore dei nostri respiri che rallentano gradualmente, la mia pelle sudata incollata alla sua.

Sento il materasso muoversi. Francesca si mette a sedere, ma prima di alzarsi del tutto si sporge di nuovo su di me. Mi sposta il braccio dagli occhi per potermi guardare. Il suo viso è rilassato, radioso, spogliato da ogni insicurezza.

«Grazie,» mi sussurra, con una dolcezza infinita. Si china e mi regala un altro bacio, lungo e profondo, che sa di intimità pura.

Quando si stacca, i suoi occhi marroni brillano di una luce nuova, sicura e vagamente maliziosa. Un sorriso le increspa l'angolo della bocca. «Prima ti ho detto che non ti avrei chiesto di metterci insieme,» dice, la voce bassa e vellutata. «Ma ora non ne sono poi così sicura.»

Resto immobile. Le parole mi muoiono letteralmente in gola. Non riesco a dirle di no, bloccato dall'intensità di quello che provo per lei in questo momento, ma non ho nemmeno il coraggio di dirle di sì, schiacciato dal peso di Tommaso e della nostra vita fuori da questa stanza. La guardo e basta. E a lei, per ora, il mio silenzio sembra bastare come risposta.

Senza aggiungere altro, si alza dal letto e inizia a recuperare i vestiti sparsi sul pavimento, muovendosi con una grazia e una consapevolezza del tutto nuove. Sospirando, mi passo una mano sul viso e mi tiro su. È ora di rivestirsi, recuperare quella maledetta crema per le cicatrici e scendere in spiaggia dagli altri.

Usciremo da quella porta come se nulla fosse successo, anche se, da questo momento in poi, tutto è cambiato per sempre.

I giorni successivi diventano una bolla strana e bellissima, sospesa tra il sole della spiaggia e i sussurri nel buio. Francesca mi chiede uno sforzo, mi chiede di provare a far funzionare le cose nonostante il casino in cui ci siamo cacciati. Ci proviamo di nascosto, ritagliandoci istanti rubati: un bacio rubato nel corridoio mentre gli altri dormono, una chiacchierata mentre beviamo un cocktail da soli allo chalet della spiaggia. In quei giorni scopro in lei una maturità impressionante. Non fa scenate, non ha ansie infantili, gestisce il nostro segreto con una lucidità che mi lascia senza parole. Tommaso, da fratello maggiore attento qual è, ogni tanto ci fissa, nota qualche sguardo durato una frazione di secondo di troppo, ma non dice nulla. Osserva e tace.

Il vero punto di non ritorno arriva giovedì sera. Il gruppo si è già avviato verso l'appartamento, mentre io, come al solito, sono rimasto indietro per godermi un'ultima nuotata al tramonto, quando l'acqua è una tavola calda e silenziosa. Quando riemergo rompendo la superficie dell'acqua, mi passo entrambe le mani tra i ricci bagnati per tirarli indietro. Mettendo a fuoco la riva, vedo Francesca. È rimasta lì, in piedi sul bagnasciuga, le caviglie appena sfiorate dalla risacca, ad aspettarmi.

«Che stai a fa' là da sola? Almeno viette a fa un bagno,» le grido, l'acqua che mi arriva alla vita. «No, no, non mi voglio bagnà! Ti aspetto e poi torniamo insieme,» risponde lei, incrociando le braccia sotto il seno con un sorriso furbetto.

Faccio qualche passo verso riva, quanto basta per essere a tiro. Con un colpo secco del braccio, le schizzo addosso un'ondata d'acqua salata. «Hii... MICHAEL! Eddai!» urla lei, sorpresa dal getto freddo sulla pelle accaldata. Io scoppio a ridere, una risata piena che mi riempie i polmoni, mentre lei si china in fretta per cercare di schizzarmi a sua volta. «Tanto io so' già bagnato, fai pure con calma,» la prendo in giro, aprendo le braccia.

Lei si raddrizza, il respiro leggermente affannato per il gioco, e invece di rispondere entra in acqua, muovendosi verso di me finché il livello non le arriva ai fianchi. Il mare attutisce ogni suono intorno a noi. Il cielo sopra Tropea sembra aver preso fuoco: è di un rosso intenso, prepotente, che si specchia nell'acqua rendendo tutto quasi surreale e dipingendo la pelle di Francesca di un riflesso dorato. Non c'è nessuno, siamo soli in mezzo all'immensità.

Lei mi guarda, i capelli castani mossi dal vento caldo della sera, il costume bagnato che le aderisce perfettamente al corpo. C'è una tensione liquida, elettrica, tra noi due. Non c'è bisogno di dirci niente. Le metto una mano bagnata dietro la nuca, stringendo le dita tra i suoi capelli, e la bacio. È un bacio lento, profondo, alla luce del sole che muore, senza la paura di doverci nascondere nell'ombra di una stanza. Le nostre lingue si cercano con una familiarità nuova e affamata, mentre le sue mani scivolano sui miei pettorali umidi, ancorandosi a me. In quel momento, con le sue labbra sulle mie, il sapore del sale e il rumore del mare, capisco che non si tratta più di sesso o di un'avventura estiva. È nato qualcosa di profondo, un fuoco che non posso e non voglio più spegnere. Ma per far funzionare questa cosa fuori da qui, dovrò chiudere i conti con la mia coscienza.

Quando ci stacchiamo, entrambi abbiamo il respiro corto. La guardo negli occhi, velati di desiderio, e un istinto improvviso si impadronisce di me. Passo un braccio sotto le sue ginocchia, l'altro dietro la schiena, e la sollevo di peso dall'acqua.

«Ahò, non t'azzardà eh... Michael!» strilla, capendo subito le mie intenzioni. Inizia a dimenarsi, scalciando con le gambe all'aria e ridendo in maniera spensierata, aggrappandosi al mio collo. Senza pietà, la lascio cadere di schiena in mezzo al mare con un tonfo sordo. Riemerge subito, passandosi le mani sul viso per togliersi l'acqua dagli occhi. È uno spettacolo: i capelli incollati al viso, il seno che si alza e si abbassa velocemente, lo sguardo finto-furioso. Mi viene incontro a grandi passi, sfidando la resistenza dell'acqua, pronta a stamparmi uno schiaffo sul braccio. Io glielo lascio fare, proteggendomi però il viso. Poi l'afferro, la tiro a me facendola scontrare contro il mio petto e la bacio di nuovo, spezzandole il fiato. Le sue labbra sanno di mare, di rabbia giocosa e di resa. Si calma immediatamente, sciogliendosi contro di me, le sue mani che passano dal voler colpire al voler accarezzare la mia pelle nuda.

Usciamo dall'acqua in silenzio, i nostri corpi che si sfiorano a ogni passo. Prendo il mio asciugamano e glielo appoggio dolcemente sulle spalle, strofinandole un po' le braccia per scaldarla. Lei mi guarda da sotto in su, stringendosi nella spugna, gli occhi pieni di una promessa silenziosa. Appena ci asciughiamo un po', ci incamminiamo verso casa, camminando vicini, consapevoli che quella sera, appena la porta della sua stanza si chiuderà, riprenderemo esattamente da dove ci siamo interrotti.

Il penultimo giorno di vacanza, stiamo tornando dalla spiaggia. L'asfalto in salita è un forno.

«Vado a piamme le sigarette, me so finite,» dico.

«T'accompagno,» risponde Tommaso staccandosi dal gruppo.

Usciti dal tabaccaio, mi accendo subito una sigaretta. Faccio tre tiri nervosi. Appena la finisco, ne sfilo immediatamente un'altra dal pacchetto e me la porto alle labbra, cercando l'accendino con le mani che mi tremano leggermente. Tommaso mi guarda di sottecchi e scuote la testa, ridacchiando a mezza bocca.

«Ahò, compratene n'altro de pacchetto, perché se continui a fumartele a catena così stasera le devi ricomprà.» Mi fermo. Mi tolgo la sigaretta dalla bocca e prendo fiato. «Tommà... te posso parlà n'attimo?» Lui capisce subito dal mio tono che non sto scherzando. Si ferma sul marciapiede, si mette le mani in tasca e mi pianta gli occhi addosso. «Certo. Spara, su!»

Mi passo una mano tra i capelli, cercando le parole. «Riguarda una cosa tra me e Francesca... te lo devo dì perché sei più de n'fratello pe me.» Faccio una pausa, deglutendo. «È successa na cosa il secondo giorno... però, oh, te lo dico subito: nun te ne uscì co' lei, perché è una cosa personale mia e sua.»

Tommaso non si muove. Non cambia espressione. «Vai avanti.»

«Il giorno che è rimasta a casa col mal di testa. Io so rientrato e le ho portato un bicchiere de Polase... ed è successo. Anzi, te dirò la verità,» cerco di buttare dentro un briciolo di ironia per non farmi schiacciare dalla tensione, «tu sorella m'ha letteralmente messo all'angolo. Non so come, ma ha tirato fuori un carattere che m'ha sorpreso. M'ha fatto capì che non potevo scappà.» Faccio un mezzo sorriso nervoso, poi torno serio, guardandolo dritto negli occhi. «I giorni dopo abbiamo continuato a vederci di nascosto. Tommà... io c'ho perso la testa. Ha una maturità che fa paura, non è na ragazzina. Però non ce la facevo più a fa' finta de niente davanti a te, a fatte le cose alle spalle. Te porto troppo rispetto.»

Aspetto il colpo. Mi aspetto un pugno, una spinta, o perlomeno una bestemmia urlata in faccia. Invece Tommaso sospira.

«Vabbè, te la sei scopata, questo me devi di?» fa una pausa «A' Mike, ma io mica piscio dar ginocchio, eh» mi dice, la voce incredibilmente pacata.

«È da martedì che me ne so' accorto. Vi guardavate in un modo strano. Lei c'ha na luce in faccia che non le vedevo da quando era bambina. E tu sei stato teso come na corda di violino per tutta la settimana.»

Rimango a bocca aperta. «Vabbè io non volevo esse così diretto, però sì, abbiamo scopato... e credo che ci sia anche qualcosa di più. Tu lo sapevi e non m'hai detto niente?»

«Che te dovevo dì?» fa spallucce lui. «È a' vita sua. C'ha diciott'anni, non so' il padre, so' il fratello. Non c'ho nessuna voce in capitolo su chi decide di portasse a letto o su chi decide di amà.» Si ferma, mi fa un passo vicino e mi dà una pacca pesante sulla spalla, guardandomi con un affetto ruvido ma sincero. «A' zì, a diciott'anni se deve sbatte la testa e se devono fa le cazzate. L'avemo fatte tutti, no? Ma se proprio doveva succede, preferisco mille volte che sia successo con te, che sei un omo, che le porti rispetto e che stasera sei venuto qua a dimmelo in faccia... piuttosto che con un coglioncello qualsiasi acchiappato chissà ndo.»

Il peso di un tir mi scivola improvvisamente dalle spalle. Mi sfugge una mezza risata di sollievo che mi spezza il fiato. «Quindi... non m'ammazzi?»

«No, dopo do lo trovo uno forte come te a fa er fantacalcio?» dice Tommaso per sciogliere completamente la tensione.

«Però alzame na sigaretta.» Prendo subito il pacchetto dalla tasca del costume e ne tiro fuori una.

«Però se la fai soffrì ti spezzo le gambe, questo mi sembra scontato. Andiamo, su, che gli altri ci aspettano.»

Mentre riprendiamo a camminare verso casa, guardo il mare alla nostra destra. Ora è tutto alla luce del sole. Non vedo l'ora di rientrare in quell'appartamento, aprire la porta, cercare Francesca con lo sguardo in mezzo al solito casino del nostro gruppo, e poterle finalmente sorridere senza dovermi nascondere.

[FINE]

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