Il Risveglio
Sentii la sua pelle, un po' ruvida per quella barba di qualche giorno, sfiorarmi la guancia con una lentezza deliberata, quasi volesse memorizzare ogni centimetro del mio viso nel silenzio ovattato del mattino. Era quella carezza imperfetta, leggermente graffiante, che amavo più di qualsiasi altra cosa al mondo — più delle sue parole, più dei suoi regali, più delle sue promesse. Quella ruvidità era lui, era la sua sostanza, era ciò che mi diceva sono qui, sono reale, sono tuo.
Le sue labbra cercarono le mie con una pazienza che mi spezzava il cuore ogni volta.
Non arrivarono di colpo — non era nel suo stile, non la mattina. La mattina lui costruiva, mattone su mattone, come se avesse tutto il tempo del mondo e io fossi l'unico posto dove volesse stare. Le sentii avvicinarsi, calde, appena schiuse, e aspettai. Era un gioco che conoscevamo entrambi, una liturgia silenziosa che avevamo inventato senza accordarci — io che aspettavo, lui che si prendeva il tempo di guardarmi.
Sollevai le palpebre di poco, pesanti ancora di sonno, e i miei occhi incontrarono i suoi.
Erano scuri, i suoi occhi, di quel marrone profondo che al mattino diventava quasi ambra quando la luce filtrava attraverso le tende. Mi guardava come se fossi qualcosa di prezioso e fragile, qualcosa che non voleva rompere ma che non riusciva a smettere di toccare.
— Sei sveglia? — mormorò, e la sua voce era bassa, rauca, ancora impastata di notte.
— No — risposi, e chiusi di nuovo gli occhi.
Lo sentii sorridere. Non lo vidi, ma lo sentii — in quel piccolo soffio d'aria contro la mia guancia, in quel lievissimo movimento delle sue labbra prima che finalmente le posasse sulle mie.
Tutto era tranquillo. Nessun rumore che venisse dal mondo là fuori, nessun timore che si insinuasse tra le lenzuola. Ero abbandonata nelle sue mani — e abbandonata era la parola giusta, quella che avrei scelto tra mille, perché non c'era resa in quel gesto ma fiducia assoluta, la fiducia che si costruisce nel tempo e che non assomiglia a nulla di ciò che si prova quando si è ancora in bilico tra il voler dare e il voler trattenere. Io non trattenevo nulla. Non con lui. Non da molto tempo ormai.
Lui mi voleva. Lo sentivo nella qualità del suo tocco, nella cura con cui si muoveva intorno a me, nel modo in cui sembrava voler prolungare ogni singolo secondo come se temesse di sprecare qualcosa di irripetibile.
Le sue labbra si fecero più decise, e sentii la sua lingua sfiorarmi appena — un tocco brevissimo, quasi una domanda.
Posso?
La risposta fu nella mia lingua che andò a cercarne la sua, timida all'inizio, poi meno, poi per niente.
— Dio — disse lui contro la mia bocca, e non era un'esclamazione ma una constatazione, qualcosa che gli sfuggiva ogni volta come se ogni volta fosse ancora una sorpresa.
In quello stesso momento sentii la sua mano avvolgermi il seno — tutta intera, con quel calore che sembrava fatto apposta per me — e il pollice sfiorò il capezzolo con una leggerezza che era quasi crudeltà. Si induriì subito sotto la sua carezza, tradendomi, e lui lo sapeva e lo fece ancora, e ancora, con quella lentezza ostinata che era la sua forma preferita di tortura.
— Ti piace? — chiese, e nella sua voce c'era qualcosa di scuro, qualcosa che non era ancora completamente sveglio ma era già perfettamente consapevole di ciò che mi faceva.
— Smettila di chiedere cose che sai già — risposi, e la mia voce era più spezzata di quanto volessi.
Rise — un suono breve, soddisfatto — e mi baciò di nuovo.
Il suo corpo si spostò con quella decisione silenziosa che aveva sempre, quell'assenza totale di esitazione che mi aveva colpito fin dalla prima notte e che ancora adesso, dopo tutto questo tempo, mi toglieva il fiato. Sentii le sue mani posarsi sui miei fianchi, grandi e calde, e tirarmi verso di lui con una forza che non ammetteva replica ma che non ne aveva bisogno.
Sollevai il bacino — istintivamente, senza pensarci, come se il mio corpo avesse imparato prima della mia testa cosa significava rispondergli.
Mi tolse gli slip lentamente, facendoli scorrere lungo le cosce con una pazienza quasi irritante, come se volesse prolungare anche questo — anche la mia mancanza, anche lo spazio tra il vestito e il nudo. Poi risalì con le mani lungo la stessa strada, ma questa volta le sue dita si fermarono sull'interno coscia e vi indugiarono, disegnando cerchi pigri sulla pelle più morbida.
— Marco — dissi, e non era una protesta.
— Lo so — rispose lui.
Il suo sesso era duro e caldo contro il mio fianco — lo sentivo attraverso il cotone dei suoi boxer, pesante e presente, una promessa ancora non mantenuta. Si abbassò a baciarmi un seno, e la sua bocca fu tutt'altra cosa rispetto alle sue mani — più urgente, meno controllata, con una fame che mi piaceva immensamente proprio perché spezzava quella sua calma apparente e mi diceva che anche lui stava perdendo terreno.
La sua mano intanto si muoveva, scendeva, esplorava.
Quando mi toccò — lì, dove già sentivo il calore accumularsi — trattenni il respiro.
— Dio — disse lui di nuovo, e questa volta nella sua voce c'era qualcosa che assomigliava allo stupore. — Sei già così.
— È colpa tua — riuscii a dire.
— Lo so — ripeté, e lo disse con una soddisfazione tranquilla che avrei dovuto trovare insopportabile ma che invece mi scioglieva completamente.
Le sue dita si mossero, ed io mi contrassi e gemetti. Fuori, poi dentro, poi ancora fuori — lente, metodiche, come se avesse tutto il tempo del mondo e la sola cosa che lo interessasse fosse mappare ogni mia reazione, ogni mio respiro, ogni involontario movimento delle mie anche. Sentivo solo che mi stavo bagnando sempre di più, che colava già, che il mio corpo aveva capitolato molto prima di qualsiasi mia decisione consapevole.
Poi afferrò il mio polso — con decisione, strappando via il braccio che avevo portato istintivamente a coprirmi la bocca — e la sua bocca mi inchiodò al piacere.
Mi mancò il respiro. Letteralmente. Come se qualcuno avesse risucchiato tutta l'aria dalla stanza.
— Marco — aspetta — io—
Ma non aspettò. E io non volevo davvero che lo facesse.
Mi girò con forza, e in un secondo mi ritrovai prona, il suo peso sopra di me — rassicurante e schiacciante insieme, il tipo di peso che ti dice sei mia senza bisogno di parole. Sentii le sue mani aprirmi le natiche, e poi un suo dito spingersi nel luogo proibito, con una lentezza deliberata che mi fece gemere in un modo che non riconobbi come mio.
Mi contorsi. Volevo fuggire e non volevo fuggire — era questo il paradosso che lui conosceva perfettamente, il confine esatto che sapeva dove si trovava e che non aveva mai attraversato senza portarmi con lui.
— Stai bene? — chiese, basso, vicino all'orecchio.
— Sì — risposi, e la parola era appena un respiro.
— Sei sicura?
— Marco, se ti fermi adesso ti uccido.
Rise di nuovo — quella risata breve e scura — e mi morse il sedere, un morso leggero che lasciò comunque il segno del suo passaggio. Di colpo sollevai il bacino, cercandolo, e lui capì. Mi penetrò in un solo movimento, profondo e deciso, e il suono che feci non era né un grido né un gemito ma qualcosa nel mezzo — qualcosa che non avevo un nome per descrivere.
— Cazzo — disse lui, e la sua voce si era fatta diversa, più grezza, meno controllata. — Sei sempre — ogni volta —
Non finì la frase. Non ce n'era bisogno.
Iniziò a muoversi, e io smisi di pensare.
C'erano solo le sue mani sui miei fianchi, la sua pelle contro la mia, il suo respiro spezzato che si mischiava al mio in quello spazio ristretto tra il cuscino e il suo petto. C'era solo lui, dentro e fuori, che scivolava tra le mie labbra e poi tornava, sempre, come se ci fosse stato sempre e sempre ci sarebbe stato.
— No — implorai a un certo punto, e nemmeno io sapevo cosa stavo chiedendo. — No, no—
— Sì — disse lui, e mi tenne ferma quando cercai di divincolarmi dal piacere che stava diventando insostenibile.
— Aspetta — io non —
— Ci sei quasi — disse, e lo sapeva, lo vedeva, lo sentiva sotto le sue mani. — Lasciati andare.
Il sangue risaliva veloce, la tensione mi sovrastava e mi oltrepassava, mi dilatava dall'interno come se il mio corpo non fosse abbastanza grande per contenere tutto quello che stavo sentendo. Il respiro era corto, la bocca aperta, gli occhi chiusi così forte da vedere le stelle.
Era lì. Era lì. Pronto per esplodere.
— Marco—
— Lo so.
E poi lo sentii — il momento in cui anche lui perdeva il controllo, in cui quella sua calma così caparbia si sgretolava completamente — e ci perdemmo insieme in un piacere che non aveva bordi né fondo né soffitto, solo un centro luminoso e rovente che ci attraversò entrambi come un'unica corrente.
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Restammo fermi a lungo, il suo respiro contro la mia schiena, le sue mani ancora sui miei fianchi ma adesso leggere, quasi distratte. Poi lui si spostò di lato e mi girò verso di lui, e mi guardò con quella sua espressione che non riuscivo ancora a leggere del tutto dopo tutto questo tempo.
— Stavi dormendo — disse, come se fosse un'accusa.
— Stavo dormendo — confermii.
— E adesso?
Chiusi gli occhi e mi sistemai contro di lui, la testa sul suo petto, ascoltando il suo cuore che tornava lentamente al suo ritmo normale.
— Adesso sto dormendo ancora — risposi.
Sentii le sue labbra sulla mia testa — un bacio breve, morbido, del tutto diverso da tutto ciò che era venuto prima.
— Bene — disse. E non aggiunse altro.
Non ce n'era bisogno.
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