Lei era sempre stata così: uno spirito libero, selvaggio, incapace di fingere ciò che non era. In ufficio lo nascondeva bene — abiti sobri, tono professionale, sorrisi misurati — ma io avevo imparato a leggere tra le righe, a captare quei lampi di fuoco che le attraversavano gli occhi nei momenti più insospettati.
Quel giorno era diverso dagli altri. C'era nell'aria qualcosa di elettrico, una tensione dolce e sottile che aleggiava tra le scrivanie mentre fuori il sole di luglio batteva implacabile sui vetri. Stavamo parlando di niente in particolare, come si fa in quei pomeriggi sonnolenti in cui le ore sembrano stirarsi pigre, quando lei disse quella cosa.
"In effetti è sempre stata una mia fantasia," disse, abbassando la voce come se stesse confessando un segreto. "Una bella cena col mio uomo. Indossare solo un mini abitino nero — nulla sotto. Arrivare a metà cena e sussurrarglielo all'orecchio."
Rimasi immobile per un istante. La guardai come si guarda qualcosa di inaspettato che appare all'orizzonte: con quella miscela di sorpresa e di attrazione irresistibile. Non avrei mai creduto che la mia minuta collega, con la sua camicetta ordinata e la cartellina sempre in ordine, potesse custodire dentro di sé una fantasia del genere. Ma ecco: l'abito non fa il monaco, e in quel momento tutta l'impressione che mi ero costruito di lei si era sgretolata come neve al sole, rivelando qualcosa di molto più interessante sotto.
"E poi?" avevo chiesto, abbassando anch'io la voce, inclinandomi leggermente verso di lei.
Ma non arrivai a sentire il resto. Un cliente aprì la porta con lo stesso tempismo rovinoso di un temporale estivo, e la conversazione si spezzò di netto. Per il resto del pomeriggio lei rimase più silenziosa, raccolta in se stessa — forse consapevole di essersi lasciata andare troppo, forse semplicemente in attesa di vedere cosa avrei fatto io con quella confessione a metà.
Io non avevo intenzione di lasciar cadere la cosa.
Al momento di chiudere l'ufficio, mentre lei raccoglieva le sue cose senza guardarmi, dissi semplicemente: "Comunque il discorso non credo fosse finito. Siamo stati interrotti."
Lei si fermò. Si voltò lentamente. E per un istante fu come se tutta l'aria della stanza fosse stata risucchiata via.
"Cos'è, un invito?" disse. "Ad organizzare... e vedermi senza l'abito da lavoro?"
Nei suoi occhi c'era qualcosa che bruciava — una sfida, un desiderio, una promessa velata. Sapevo cosa volesse. E allora, perché no?
"Venerdì sera," dissi. "Ho già il posto in mente."
* * *
Prenotai un tavolo al "Secondo Mancante" — un locale piccolo, elegante, nascosto in mezzo ai boschi lungo una strada di tornanti che sembrava fatta apposta per creare distanza dal resto del mondo. Lo conoscevamo entrambi, ci eravamo già stati con i colleghi, ma non insieme, e non così.
Organizzai per il venerdì, il giorno prima che partissi dai miei genitori. Una sera sospesa nel tempo — un prima e un dopo, con quella cena nel mezzo.
Lei disse sì con una semplicità che mi sorprese, come se lo desse per scontato.
Quello che non sapevo ancora era che, dall'altra parte, stava costruendo il suo piano con una precisione meticolosa che avrebbe fatto invidia a un direttore d'orchestra.
* * *
Ci volle quasi una settimana intera, ma alla fine trovai il vestito giusto.
Ne avevo provati almeno una ventina — troppo lunghi, troppo formali, troppo poco audaci. Cercavo qualcosa di preciso: un'arma, non un abito.
Lo trovai in una piccola boutique del centro. Nero, naturalmente. Molto fasciante, con un tessuto elasticizzato che aderiva alla pelle come una seconda natura. Cortissimo — due dita abbondanti sotto la linea del pube, il minimo indispensabile per poter accavallare le gambe senza rivelare troppo. Troppo subito, almeno. La scollatura davanti non era profonda, ma la schiena era completamente nuda fino ai reni, e quella assenza di tessuto rendeva matematicamente impossibile indossare un reggiseno.
Ero piccola, minuta, ma la natura era stata generosa con me in modo equilibrato: seno piccolo e sodo, dalla forma quasi geometricamente perfetta. I capezzoli, lo sapevo bene, sarebbero diventati turgidi al primo soffio di aria condizionata. O al primo sguardo giusto. Non ne avevo bisogno di nient'altro per tenerlo su.
Mi specchiai a lungo. Pensai a lui che mi guardava chinarmi durante la cena, a come la scollatura si sarebbe aperta rivelando quella curva, a come avrebbe deglutito cercando di sembrare disinvolto.
Sorrisi.
La parte più lunga fu decidere il resto.
Prima pensai a uno spacco altissimo che si aprisse verso l'inguine, ma lo esclusi subito: scomodo per quello che avevo in mente più tardi. Poi valutai di non mettere assolutamente niente sotto, ma anche quello mi sembrava troppo semplice, troppo diretto. Volevo un ultimo segreto, qualcosa che lui avrebbe scoperto — o intuito — solo nel momento giusto.
Trovai il perizoma quasi per caso, in un cassetto dimenticato: pizzo nero trasparente, aperto sull'inguine, con una fila sottile di perline lungo il cavallo. Al solo pensiero di indossarlo per ore, con quelle perline che mi avrebbero accarezzato labbra e clitoride ad ogni passo, ad ogni movimento, sentii un calore diffuso salirmi lungo l'interno delle cosce.
Il piano prendeva forma.
Erano le 19. Lui era sotto casa, ad aspettare. Lo sapevo perché lo avevo invitato a venire mezz'ora prima — mezz'ora esatta — del necessario. L'attesa era parte della ricetta. Più si aspetta, più si desidera, e io volevo che mi desiderasse con una fame che non avesse mai sentito prima.
Quando mi mandò il primo messaggio — "Sei pronta?" — ero davanti allo specchio a stendere il mascara.
"Mi sto ancora truccando," risposi. "Ancora un po'."
Dieci minuti dopo, al secondo messaggio — "Se non scendi entro cinque minuti me ne vado" — sorrisi, scelsi la prospettiva più generosa, e scattai una foto allo specchio di schiena. I capelli sciolti che mi cadevano sulle spalle, la schiena nuda, e le natiche incorniciate dai due sottili fili neri del tanga.
La mandai senza scrivere nient'altro.
Il terzo messaggio non arrivò mai. Lui aveva deciso che valeva la pena aspettare.
* * *
Quando aprii la portiera e scivolai nel sedile, la prima cosa che feci fu un sorriso: "Scusa caro, giuro che mi farò perdonare," accompagnato da un'occhiata che era già, in miniatura, tutta la promessa della serata.
Lo vidi deglutire. Lo vidi irrigidirsi leggermente, con quella concentrazione forzata di chi cerca di sembrare normale mentre il sangue ha già deciso per conto suo dove andare. L'erezione era visibile anche attraverso i pantaloni, e io feci finta di non notarla. Non era ancora il momento.
Durante il viaggio parlammo di cose leggere — un film che aveva visto, una storia che mi aveva raccontato a lavoro — ma lui non ascoltava davvero. Il suo sguardo scivolava continuamente verso le mie gambe accavallate, verso lo spazio buio e promettente che si creava tra le cosce ogni volta che cambiavo posizione. Il vestito aderiva perfettamente, rivelando tutto della forma e niente della sostanza.
