«Hai una pelle bellissima,» mormorò contro il mio collo, mentre le sue labbra vi scivolevano calde. Le sue dita scostarono il tessuto dalle mie spalle, e lo sentii inalare lentamente, come se volesse memorizzare il mio profumo.
Sentivo la mia pelle accendersi ovunque le sue labbra la toccavano — la curva del collo, la spalla, la clavicola. Ogni bacio lasciava una piccola traccia di calore che si diffondeva verso il basso, verso quella tensione sempre più insopportabile che si era accumulata in me per settimane.
Le sue mani mi accarezzarono i fianchi, scivolarono sulla gonna, la sollevarono piano sulle cosce. Quando le sue dita raggiunsero la pizzo delle mie mutandine, sentii un piccolo sorriso contro la mia pelle.
«Già,» disse sottovoce, come se stesse confermando un pensiero. «Ti aspettavi qualcosa, stasera?»
Avvampai. «No,» mentii.
Lui rise piano, un suono basso e caldo che mi fece tremare. «Bugiarda ancora.»
In quel momento presi la mia decisione. Se doveva accadere, volevo che accadesse nel modo in cui lo avevo sognato. Raggiunsi la mia borsetta sul bordo della scrivania e tirai fuori il piccolo vibratore portatile che mi portavo sempre dietro — elegante, discreto, color champagne. Nelle mie serate solitarie era diventato il protagonista di fantasie precise e dettagliate, fantasie che ruotavano tutte intorno a quell'uomo, a quella scrivania, a questo esatto momento.
Lo guardai dritto negli occhi mentre lo tenevo in mano.
Vidi qualcosa cambiare nel suo sguardo. Si fece più scuro, più intenso. Le narici leggermente dilatate.
«Allora è vero che ci pensavi,» disse, e la sua voce aveva perso quella compostezza controllata.
«Da settimane,» ammisi, e il solo dirlo ad alta voce mi fece sentire come se un peso fosse caduto via.
Non aggiunse altro. Mi sollevò di peso, le mani salde sui miei fianchi, e mi appoggiò sulla scrivania con una decisione che mi fece mandare un piccolo grido sorpreso. La sua bocca trovò la mia mentre le sue mani lavoravano veloci — i miei sandali che cadevano a terra, le sue dita che scostarono il tessuto di pizzo di lato con una fermezza che mi tolse il respiro.
Lo sentii contro di me, caldo e duro, e poi il primo contatto mi fece tendere la schiena e aggrappare le mani al bordo della scrivania.
Entró in me lentamente, con una misura paziente che era quasi più intensa dell'urgenza, guardandomi in viso come se volesse registrare ogni minima reazione. Gemetti. Non cercai di trattenermi.
«Ecco,» disse sottovoce, e il suono di quella parola sola — soddisfatta, calda — mi fece stringere intorno a lui.
Cominciammo a muoverci insieme, trovando un ritmo che si fece via via più profondo, più insistente. Con la mano libera portai il vibratore dove ne avevo bisogno, e quando lo accesi lui sentì la vibrazione e qualcosa nei suoi occhi si incendiò completamente.
«Cristo,» mormorò, e i suoi movimenti si fecero più decisi.
Ansimavo. Sentivo ogni parte di me che si tendeva verso qualcosa di irresistibile, quella costruzione lenta e inesorabile del piacere che sale e non si può fermare. Mi aggrappai alle sue spalle con un braccio e lui passò le mani sotto di me, sollevandomi leggermente, cambiando l'angolo, e quel piccolo aggiustamento fu sufficiente a farmi gridare.
«Sì,» ansimava contro il mio orecchio. «Così.»
Mi girò con gesto sicuro, le mani sui miei fianchi, e mi ritrovai piegata sulla scrivania con il freddo del legno contro i palmi e il suo calore addosso. Mi penetrò da dietro con una profondità che mi strappò un altro grido, le sue mani che stringevano i miei fianchi abbastanza da lasciare un segno. Era esattamente quello che avevo immaginato. Era meglio.
Sentivo il suo respiro affannarsi insieme al mio. I suoi colpi si fecero più forti, più urgenti, e io smisi di pensare a qualsiasi cosa che non fosse il mio corpo che saliva verso il limite.
Gettai il vibratore, mi aggrappai con entrambe le mani alla scrivania e urlai — un suono che non avevo pianificato, che uscì da qualche posto profondo e onesto. Le onde del piacere mi attraversarono come corrente, una dopo l'altra, e le gambe mi tremavano così forte che non riuscivo a starci in piedi.
Non avevo ancora finito di venire che lui mi girò di nuovo, rapido e deciso, e mi ritrovai a terra, la schiena sul tappeto. Sentii il tessuto delle mutandine cedere — uno strappo secco — e poi la sua bocca che scendeva.
La sua lingua era calda e sapeva esattamente dove andare, cosa fare, con una sicurezza che non lasciava spazio al pensiero. Si muoveva sul mio clitoride con una pressione precisa e variabile, poi scendeva, poi risaliva. Teneva i miei fianchi fermi con le mani per non lasciarmi scappare.
«Oh dio,» dissi, o forse lo pensai soltanto.
Quando tornò dentro di me ero già quasi di nuovo al limite. Lo stringevo tra le gambe, le unghie nella sua schiena, e lui spingeva con una forza controllata che tradiva tutto il suo trattenuto. Sentii il momento in cui cedette — il suono della sua voce soffocata contro la mia pelle, il calore che mi riempiva — e fu quella goccia finale.
Venni di nuovo, più forte della prima volta, con le gambe che si chiudevano intorno a lui e un suono che non sapevo fosse mio.
Restammo così per un momento, senza parlare, i respiri che si calmavano lentamente nella stanza silenziosa. La città fuori continuava a esistere, indifferente.
Fu lui a muoversi per primo. Si rialzò, si ricompose con quella calma ordinata che mi sembrava ora quasi comica, riallacciò i pantaloni, sistemò la camicia. Poi si abbassò verso di me, e per un secondo temetti che avrebbe detto qualcosa di professionale, freddo, definitivo.
Invece mi guardò — i capelli disfatti, il rossore sulle guance, ancora seduta per terra nel mio ufficio in ordine sparso — e sorrise. Un sorriso vero, non il sorriso del manager.
«Come stai?» chiese.
Non riuscii a rispondere subito. Stavo ancora cercando di fare ordine nel torpore luminoso del piacere, ancora chiedendomi se avessi davvero realizzato tutto quello che per settimane avevo solo osato sognare. Il modo in cui il mio corpo continuava a tremare mi dava la risposta.
«Benissimo,» dissi alla fine. E rise.
Si abbassò ancora, mi sfiorò il collo con un bacio lento, poi disse contro la mia pelle:
«Esci? Ti offro un aperitivo.»
Mi alzai, mi sistemai alla meglio, raccolsi le mutandine strappate e le infilai in borsa con un gesto che ci fece ridere entrambi. Mentre ci incamminammo verso l'ascensore, lui posò una mano sulla mia schiena — leggera, naturale, come se lo facesse da sempre.
Una vocina dentro di me aveva previsto che si sarebbe trattato di un episodio isolato, uno di quegli incontri che rimangono sospesi nell'aria come un segreto imbarazzante, e che il lunedì mattina sarebbe tornato il capo impeccabile e io sarei tornata la stagista invisibile. Quella vocina aveva torto.
Da quel venerdì di maggio, i nostri straordinari non sarebbero stati fatti solo di lavoro. Erano diventati qualcos'altro: un accordo silenzioso, uno spazio segreto che ci apparteneva, carico di tensione e piacere e di tutte le cose che non si dicono davanti ai colleghi.
Molto, molto piacevoli.
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Amo i libri e tutto ciò che riguarda l'arte. È forse per questo che mi sono avvicinata al mondo della letteratura, creando racconti che non sono solo erotici, ma che rappresentano anche la sensualità e la passione dei personaggi. Il mio obiettivo è far sì che chi legge possa immedesimarsi nel racconto, raggiungendo lo stesso grado di eccitazione che spero di trasmettere. I miei racconti, sebbene brevi, catturano quella voglia e quel desiderio innati in tutti noi, spesso repressi per la convinzione che parlarne sia giusto o sbagliato. Questo tabù non dovrebbe influenzare la nostra libertà di espressione. Per me, il sesso è la cosa più naturale del mondo e dovrebbe esserlo per tutti.
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