Unaserata qualunque
Il suono metallico prodotto dal picchiettare della pioggerellina estiva sulla ringhiera del balcone accompagnava i miei pensieri, mentre continuavo a lavare i piatti della cena che avevamo appena consumato. Mi rilassava sempre quel suono — ritmico, costante, quasi ipnotico — come un metronomo segreto che scandisce i momenti in cui la vita si ferma e ti permette finalmente di respirare.
Poi è arrivata la brezza. Fresca, inaspettata, dopo giorni di caldo quasi equatoriale che appiccicava i vestiti alla pelle e rendeva il pensiero lento come la melassa. L'ho sentita scivolarmi sul collo, sulle braccia, e ho chiuso gli occhi per un secondo, lasciando che mi percorresse tutta. Mi sono sentita rinvigorire dall'interno, come se quella folata leggera avesse portato con sé qualcosa di più del semplice sollievo fisico.
Ho finito di lavare l'ultimo bicchiere, l'ho appoggiato sul ripiano ad asciugare, e mi sono asciugata le mani con lentezza.
Poi mi sono girata verso di te.
Eri disteso sul divano — quel divano in tessuto con penisola, nero e beige, che campeggiava al centro del mio open space come il cuore del salotto — con il telecomando in mano e un'espressione vagamente perplessa mentre scorrevate tra le anteprime dei film in streaming. Avevo organizzato quella stanza con cura, pezzo per pezzo, scelta dopo scelta, e ancora adesso mi faceva un effetto strano e meraviglioso sapere che era mia. Finalmente mia. Che potevo arredarla come volevo, che nessuno avrebbe mosso obiezioni sui colori o sullo stile.
Il divano era posizionato davanti a una TV LED da quaranta pollici, comprata appositamente per riprodurre, almeno in parte, quella sensazione di immersione totale che si prova solo nelle sale cinematografiche. Le sale cinematografiche erano uno dei posti che amavo di più al mondo — il buio, il silenzio rispettoso del pubblico, l'odore di popcorn, lo schermo enorme che ti inghiotte. Ma il lockdown aveva sigillato tutto: cinema chiusi, teatri chiusi, ristoranti chiusi. Il mondo si era rimpicciolito fino alle quattro pareti di casa. E così mi ero costruita la mia sala personale.
Sul lato destro, l'enorme libreria raccoglieva tutti i miei libri. Molti di Stephen King, molti di Ken Follett, qualche classico qua e là, e qualche romanzo che nessuno si aspetterebbe di trovare tra quegli scaffali — scelti per capriccio, per curiosità, per quella leggerezza che a volte è l'unica cosa che si riesce a leggere.
Ti ho osservato per qualche secondo prima che tu ti accorgessi di me.
C'era qualcosa di inspiegabilmente sensuale nel vederti così — rilassato, ignaro, concentrato sullo schermo del telecomando con quella piccola ruga tra le sopracciglia che compare quando stai valutando qualcosa. La maglietta bianca si adattava al tuo torso, abbastanza aderente da lasciare intuire quello che nascondeva, i capelli leggermente arruffati come se avessi passato le dita tra di essi senza pensarci. E quegli occhi color cioccolato che, quando li puntavi su di me, riuscivano sempre a togliermi il respiro.
Ci eravamo visti solo due volte prima di quella sera. Due uscite caute, sospese nell'incertezza tipica delle prime conoscenze — il disagio piacevole di non sapere ancora come stare insieme, di calibrare ogni gesto, ogni parola. Poi avevo deciso di invitarti a cena. Una cena succulenta, ti avevo promesso, e tu avevi accettato senza fare troppe domande. Eh sì, gli uomini si prendono per la gola.
Ma non era solo per la gola che ti avevo invitato. E lo sapevo perfettamente da quando avevo cominciato a cucinare, tre ore prima, con quella sensazione strana e galvanizzante che si prova quando si desidera qualcuno e si sa che quella sera potrebbe succedere qualcosa.
Mi sono avvicinata al divano con passo lento.
Mi sono sdraiata sul fianco, appoggiandomi al tuo corpo, adattandomi alla sua forma come se esistesse già da sempre uno spazio preciso fatto per me. Il tepore che emanavi era immediato, avvolgente, quasi ingiustamente confortante. Mi hai attirata ancora più vicina con un gesto naturale — il braccio che scivola intorno alle mie spalle, la stretta leggera — come se anche per te fosse la cosa più normale del mondo.
Abbiamo deciso di guardare una commedia. Non ricordo nemmeno il titolo.
Ho fissato lo schermo per qualche minuto, ma la mia attenzione era altrove. Era su di te. Sul ritmo del tuo respiro. Sul calore del tuo corpo contro il mio. Sul modo in cui ogni tanto ti muovevi leggermente, inconsapevolmente, e io sentivo ogni piccolo spostamento come una segnale.
Ti ho guardata: la tua mascella, il collo, la linea delle spalle sotto la maglietta bianca. Avevo voglia di scoprire com'era il tuo corpo — davvero, nel dettaglio — di carpire ogni movimento, ogni sapore, ogni odore. Quella voglia mi ronzava dentro da settimane, da quando ti avevo visto la prima volta, e adesso che eri qui, a portata di mano, nel mio divano, nella mia casa, diventava sempre più difficile ignorarla.
Lo so che anche tu lo volevi.
Queste cose si sentono, si leggono nello spazio tra due persone, nelle pause, negli sguardi che durano mezzo secondo di troppo. E allora ho aspettato. Ma non troppo.
A circa metà del film ho sentito il tuo respiro scaldarsi sul mio collo.
Hai spostato i miei capelli da parte con la mano — un gesto lento, deliberato — e la tua lingua ha assaggiato la mia pelle appena sotto la nuca. Un brivido mi ha attraversata dalla nuca ai talloni.
«Smettila, dai!» ti ho detto, ridendo, con quella risata breve e un po' nervosa che sai già cosa significa. Un "smettila" poco credibile, e lo sapevamo entrambi, perché stavo aspettando esattamente quello.
Per tutta risposta ti sei fatto ancora più dispettoso. Morsetti leggeri sul collo — abbastanza decisi da non essere casuali, abbastanza delicati da non lasciare segni — e poi la tua mano che si spostava lentamente sul mio seno, accarezzandolo sopra la t-shirt con una pressione misurata, quasi interrogativa.
«Non ti sembra che la commedia sia un po' noiosa?» hai mormorato contro la mia pelle.
«Non la stavo guardando da almeno venti minuti» ho risposto.
Una pausa. Poi hai riso — quella risata bassa, quasi gutturale, che fa qualcosa allo stomaco.
Piano piano, la tua mano ha cominciato a percorrermi il fianco, scendendo fino all'anca, lasciando scivolare il palmo sulla mia natica e stringendola con una sicurezza che mi ha tolto il respiro. Ho sentito il mio corpo rispondere prima ancora che il mio cervello elaborasse il gesto.
Ma ora toccava a me.
Ho deciso in quel preciso istante che non avevo più intenzione di stare ferma a subire passivamente quella dolce tortura. Avevo sempre odiato quella regola non scritta — la donna che deve aspettare, che non deve avere fretta, che deve lasciare che sia l'uomo a fare la prima mossa. Chi aveva scritto quella roba? Per conto di chi? Io non avevo mai seguito la corrente e non avevo intenzione di cominciare quella sera. Avevo voglia, semplicemente, e non c'era nessun buon motivo per aspettare oltre.
Che vadano a quel paese le regole.
La mia mano sinistra ha cominciato a scivolare nello spazio tra il mio sedere e le tue parti basse, e ho cominciato ad accarezzarti sopra i jeans con movimenti lenti, deliberati. Ho sentito subito la tua erezione — decisa, inequivocabile — premere contro il denim. L'ho percorsa con le dita, su e giù, su e giù, godendomi ogni centimetro.
Il tuo respiro è cambiato. Si è fatto più pesante, più concentrato.
«Sai cosa stai facendo, vero?» hai sussurrato.
«Sì» ho risposto semplicemente.
I tuoi baci sul mio collo si sono fatti più esigenti — meno esploratori, più precisi, come se stessero cercando qualcosa di specifico. Mi sono voltata a guardarti in viso. La tua bocca si è spostata sulla mia guancia, poi, con piccoli baci lenti che sembravano quasi voler ritardare l'inevitabile, ha raggiunto la mia.
Ti ho accolto.
La tua lingua contro la mia — un bacio lungo, profondo, vorace. Le mie dita, nel frattempo, non si erano fermate: avevano trovato la cintura, l'avevano slacciata, avevano sbottonato i jeans con movimenti che volevano sembrare disinvolti ma non ci riuscivano del tutto, perché le mie mani tremavano leggermente.
Nel frattempo ho sentito la tua mano abbassare la mia gonna. Le tue dita — calde, sicure — hanno raggiunto l'interno delle mie cosce con carezze lente, precise, che sapevano esattamente dove stavano andando.
Ho gemuto nella tua bocca.
Ti sei alzato leggermente per sollevarmi la t-shirt. L'aria fresca che veniva ancora dal balcone ha sfiorato il mio petto per un secondo, poi la tua bocca era già lì, sulle miei capezzoli, a succhiarli e mordicchiarli a turno con una cura che mi ha fatto chiudere gli occhi.
«Dio» ho detto, e non era preghiera — era constatazione.
La tua bocca ha cominciato a spostarsi verso il basso, lentamente, assaporando la mia pelle con la lingua come se avesse tutto il tempo del mondo. Il contrasto tra quella calma apparente e la tensione che sentivo accumularsi dentro di me era quasi insopportabile.
Quando sei arrivato al bordo della gonna ho sentito le tue mani togliermi le mutandine di pizzo nero con gesto deciso. Mi hai fatto divaricare le gambe, poi ti sei abbassato fino quasi a sfiorarmi — ho sentito il calore del tuo respiro esattamente lì, in mezzo — e ti sei fermato.
Istintivamente ho spinto il bacino verso di te.
«Stai ferma» mi hai detto, e in quella voce bassa c'era qualcosa che era un sorriso.
«Non è una richiesta facile» ho risposto tra i denti.
Ma poi ti sei rialzato. Ti sei avvicinato a me con quella luce negli occhi che conoscevo già, anche se ci eravamo visti solo tre volte. Quella luce che diceva: so cosa voglio, e ho intenzione di prendermelo.
Non ho resistito.
Ti ho tolto la maglietta bianca con le mani e per un momento ho semplicemente guardato. Il tuo petto, le spalle, le linee del tuo addome che sparivano dentro i jeans sbottonati. Il corpo che avevo immaginato mentre aspettavo che arrivasse la sera. Perfetto. Avrebbe fatto svenire chiunque, e io ho usato tutto l'orgoglio di cui ero capace per non lasciarlo vedere.
«Non pensavo mi guardasse così» hai detto, con quella mezza sorriso.
«Non ti stavo guardando» ho mentito.
Allora mi hai tolta tutto il resto, piano, senza fretta. E mi sono ritrovata nuda davanti ai tuoi occhi, nel mio salotto, con la pioggia ancora che tamburellava sul balcone e la commedia che continuava sullo schermo senza che nessuno dei due la stesse guardando.
«Dio, quanto sei bella» hai detto sottovoce. «Sei perfetta.»
Quelle parole — semplici, dirette, senza fronzoli — hanno fatto qualcosa che non mi aspettavo. Non un complimento calcolato: una constatazione, come se stessi leggendo qualcosa ad alta voce.
Ci sei sistemato tra le mie gambe. Muovevi i fianchi con lentezza ritmica, facendomi sentire il tuo sesso duro premere contro il mio, ancora separato da quello strato sottile di cotone. Una tortura dolce e precisa. Sei tornato a stimolare i miei capezzoli con la lingua mentre i tuoi fianchi continuavano a muoversi, e ho cominciato a gemere — prima piano, poi sempre meno piano — perché sentirti così duro, così vicino, così deliberatamente irraggiungibile, mi faceva desiderare di averti dentro di me con un'intensità fisica che quasi faceva male.
«Sei crudele» ho detto.
«Lo so» hai risposto, sorridente contro la mia pelle.
Ti ho afferrato la testa e ti ho baciato con una forza che non avevo pianificato, avvolgendo le gambe attorno alla tua vita per sentirti ancora di più, per ridurre ogni distanza, come se i nostri corpi fossero due bolle che quando si toccano si fondono in una sola cosa e non tornano più indietro.
Poi la tua lingua è scesa.
Ha cominciato a leccarmi intorno alle grandi labbra con lentezza assoluta, come se stesse assaggiando qualcosa di prezioso. Ho frémito. Le tue dita mi hanno aperta, e la lingua si è insinuata nella mia fessura umida, scivolando lentamente, assaporandomi. L'ho sentita risalire fino al clitoride e un gemito — forte, vero, niente di trattenuto — mi è uscito dalla gola.
Ti piaceva. Lo sentivo dal modo in cui continuavi, dal ritmo che non si affrettava. Hai continuato finché non mi sono aggrappata ai cuscini del divano con le mani, finché il respiro non si è fatto completamente affannoso, finché ho smesso di pensare a qualsiasi cosa che non fossi io e te e quella sensazione che saliva.
E poi ti sei fermato.
«No» ho detto, più come reflex che come protesta reale.
«Uff, sei cattivo!» ho aggiunto, ridendo, e la risata mi ha aiutata a riprendere fiato.
«Cattivo io?» hai risposto con tono di finta indignazione. «Non mi hai mica lasciato respirare prima.»
«Bene. Non te lo meriti.»
Decido di vendicarmi.
Sei inginocchiato sul divano, e mi sono tirata su a sedere. Ho abbassato i tuoi boxer fino a liberarti completamente. Ho preso in mano la tua erezione — calda, tesa, pulsante — e ho cominciato a leccarti dal basso verso l'alto, lentamente, bagnandoti con la lingua, facendoti sentire quanto la mia bocca ti desiderasse.
La mia lingua ha danzato sulla cappella con movimenti precisi, mentre ti tenevo saldamente in mano. Ho cominciato a succhiare, e con l'altra mano ho massaggiato le palle con delicatezza circolare.
Ti ho guardato.
Le tue labbra semiaperte. Gli occhi chiusi. La testa leggermente all'indietro. Quella piccola ruga tra le sopracciglia che sparisce quando smetti di pensare e ti lasci andare. Il tuo piacere visibile, inequivocabile, incapace di fingersi — e questa visione ha aumentato la mia eccitazione in modo quasi irrazionale.
Le mie mani hanno afferrato i tuoi fianchi, e te lo ho preso tutto in bocca, fino in gola, rimanendo ferma per un lungo momento. Hai emesso un gemito basso e prolungato e hai cominciato a muovere i fianchi cercando di guidarmi, ma ti ho tenuto fermo.
Sono io che decido il ritmo, adesso.
Mi sono staccata, ho ammirato il tuo sesso coperto della mia saliva, poi ti ho afferrato per i polsi e li ho portati dietro alla tua schiena. Mi sono dedicata a tormentarti la cappella con leccate veloci, irregolari, imprevedibili — abbastanza veloci da farti perdere il controllo, abbastanza irregolari da non lasciarti abituare.
Ho sentito il tuo respiro farsi cortissimo.
Ho ripreso tutto in bocca — avanti e indietro, lento poi veloce, succhiando forte — con un ritmo che costruiva e costruiva senza mai cedere. Ho sentito l'asta del tuo sesso pulsare sotto la mia lingua, ho sentito i segnali inequivocabili, e allora mi sono staccata e ti ho stretto alla base tra il pollice e l'indice.
Il tuo gemito, questa volta, aveva dentro una nota di incredulità frustrata.
«Tu sì che sei davvero cattiva» hai detto, con quella luce maliziosa negli occhi che non riusciva a mascherare quanto ti stavo facendo impazzire. «Non si fa. Ti meriti una punizione.»
«Chi, io?» ho risposto, con la mia voce più innocente. «E prima tu? Pareggio. Puniscimi, se vuoi.»
Mi hai presa per i fianchi con le mani e mi hai fatta sdraiare.
Ero aperta per te, fradicia di desiderio, il bacino già alzato verso di te prima ancora che tu ti muovessi. Mi hai guardata negli occhi per un secondo — solo un secondo, ma abbastanza lungo da comunicare qualcosa che non aveva bisogno di parole — e poi mi hai penetrata con un colpo energico e deciso che mi ha strappato un grido.
Ho sentito la mia vagina adattarsi attorno a te, prendere la tua forma, la tua misura — come se ci fosse sempre stato uno spazio esatto riservato a questo. Il tuo petto sudato premeva contro il mio seno. Hai cominciato a muovere i fianchi, colpi profondi e lenti all'inizio, poi via via più veloci, più intensi, trovando un ritmo che sembrava costruito apposta per portarmi dove volevi.
Ti ho morso una spalla.
«Sei pazzesca» hai detto contro il mio collo.
«Lo so» ho risposto, ansimando.
Hai sorriso — l'ho sentito più che visto — e hai aumentato il ritmo. Ogni colpo era più preciso del precedente. Sentivo l'orgasmo accumularsi come pressione dentro di me, come qualcosa che sale e sale e non può essere fermato.
Poi ti sei abbassato alla mia orecchia e hai sussurrato: «Voglio venirti dentro. Fino all'ultima goccia.»
Quella frase — pronunciata con quella voce bassa, quella certezza calma — è stata il colpo di grazia.
Sono venuta gridando, con tutto il corpo, liberando tutto quello che si era accumulato da ore — dalla cena, dalla commedia, dai morsetti sul collo, dall'attesa. Un orgasmo lungo, pieno, che mi ha lasciata senza fiato e con le mani che stringevano il tessuto del divano come se fosse l'unica cosa solida nel mondo.
Poco dopo ti sei fermato, hai gemuto forte e a più riprese, svuotandoti dentro di me con un calore che mi ha pervaso il ventre come qualcosa di antico e definitivo.
Sei crollato su di me.
La tua guancia madida di sudore appoggiata alla mia, entrambe rosse di piacere. I nostri respiri mescolati nello stesso spazio. La pioggia, fuori, continuava a tamburellare sulla ringhiera del balcone. Sullo schermo, la commedia era probabilmente finita da un pezzo.
Nessuno dei due si è mosso per molto tempo.
Poi hai alzato la testa, mi hai guardata con quegli occhi color cioccolato ancora offuscati, e hai detto:
«Non pensavo che le commedie potessero rendere la serata così eccitante.»
Ho riso — una risata vera, piena, che veniva da uno posto caldo dentro il petto.
«Non era la commedia.»
«No» hai concordato, sorridendo. «Non era la commedia.»
E fuori, la pioggia estiva continuava a scendere, libera e fresca, lavando tutto.
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