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Erotika
Una serata qualunque
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Racconto13 min di lettura

Una serata qualunque

"Una serata qualunque" è un racconto erotico in prima persona al femminile, ambientato durante il lockdown. Una donna invita a casa un uomo alla terza frequentazione, con la scusa della cena. La storia segue l'escalation del desiderio — dalla quiete post-cena alla seduzione sul divano, fino all'incontro sessuale

Erika Mellone
7 mesi fa · 662 letture · 0

Il suono metallico prodotto dal picchiettare della pioggerellina estiva sulla ringhiera del balcone accompagnava i miei pensieri, mentre continuavo a lavare i piatti della cena che avevamo appena consumato. Mi rilassava sempre quel suono — ritmico, costante, quasi ipnotico — come un metronomo segreto che scandisce i momenti in cui la vita si ferma e ti permette finalmente di respirare.

Poi è arrivata la brezza. Fresca, inaspettata, dopo giorni di caldo quasi equatoriale che appiccicava i vestiti alla pelle e rendeva il pensiero lento come la melassa. L'ho sentita scivolarmi sul collo, sulle braccia, e ho chiuso gli occhi per un secondo, lasciando che mi percorresse tutta. Mi sono sentita rinvigorire dall'interno, come se quella folata leggera avesse portato con sé qualcosa di più del semplice sollievo fisico.

Ho finito di lavare l'ultimo bicchiere, l'ho appoggiato sul ripiano ad asciugare, e mi sono asciugata le mani con lentezza.

Poi mi sono girata verso di te.

Eri disteso sul divano — quel divano in tessuto con penisola, nero e beige, che campeggiava al centro del mio open space come il cuore del salotto — con il telecomando in mano e un'espressione vagamente perplessa mentre scorrevate tra le anteprime dei film in streaming. Avevo organizzato quella stanza con cura, pezzo per pezzo, scelta dopo scelta, e ancora adesso mi faceva un effetto strano e meraviglioso sapere che era mia. Finalmente mia. Che potevo arredarla come volevo, che nessuno avrebbe mosso obiezioni sui colori o sullo stile.

Il divano era posizionato davanti a una TV LED da quaranta pollici, comprata appositamente per riprodurre, almeno in parte, quella sensazione di immersione totale che si prova solo nelle sale cinematografiche. Le sale cinematografiche erano uno dei posti che amavo di più al mondo — il buio, il silenzio rispettoso del pubblico, l'odore di popcorn, lo schermo enorme che ti inghiotte. Ma il lockdown aveva sigillato tutto: cinema chiusi, teatri chiusi, ristoranti chiusi. Il mondo si era rimpicciolito fino alle quattro pareti di casa. E così mi ero costruita la mia sala personale.

Sul lato destro, l'enorme libreria raccoglieva tutti i miei libri. Molti di Stephen King, molti di Ken Follett, qualche classico qua e là, e qualche romanzo che nessuno si aspetterebbe di trovare tra quegli scaffali — scelti per capriccio, per curiosità, per quella leggerezza che a volte è l'unica cosa che si riesce a leggere.

Ti ho osservato per qualche secondo prima che tu ti accorgessi di me.

C'era qualcosa di inspiegabilmente sensuale nel vederti così — rilassato, ignaro, concentrato sullo schermo del telecomando con quella piccola ruga tra le sopracciglia che compare quando stai valutando qualcosa. La maglietta bianca si adattava al tuo torso, abbastanza aderente da lasciare intuire quello che nascondeva, i capelli leggermente arruffati come se avessi passato le dita tra di essi senza pensarci. E quegli occhi color cioccolato che, quando li puntavi su di me, riuscivano sempre a togliermi il respiro.

Ci eravamo visti solo due volte prima di quella sera. Due uscite caute, sospese nell'incertezza tipica delle prime conoscenze — il disagio piacevole di non sapere ancora come stare insieme, di calibrare ogni gesto, ogni parola. Poi avevo deciso di invitarti a cena. Una cena succulenta, ti avevo promesso, e tu avevi accettato senza fare troppe domande. Eh sì, gli uomini si prendono per la gola.

Ma non era solo per la gola che ti avevo invitato. E lo sapevo perfettamente da quando avevo cominciato a cucinare, tre ore prima, con quella sensazione strana e galvanizzante che si prova quando si desidera qualcuno e si sa che quella sera potrebbe succedere qualcosa.

Mi sono avvicinata al divano con passo lento.

Mi sono sdraiata sul fianco, appoggiandomi al tuo corpo, adattandomi alla sua forma come se esistesse già da sempre uno spazio preciso fatto per me. Il tepore che emanavi era immediato, avvolgente, quasi ingiustamente confortante. Mi hai attirata ancora più vicina con un gesto naturale — il braccio che scivola intorno alle mie spalle, la stretta leggera — come se anche per te fosse la cosa più normale del mondo.

Abbiamo deciso di guardare una commedia. Non ricordo nemmeno il titolo.

Ho fissato lo schermo per qualche minuto, ma la mia attenzione era altrove. Era su di te. Sul ritmo del tuo respiro. Sul calore del tuo corpo contro il mio. Sul modo in cui ogni tanto ti muovevi leggermente, inconsapevolmente, e io sentivo ogni piccolo spostamento come una segnale.

Ti ho guardata: la tua mascella, il collo, la linea delle spalle sotto la maglietta bianca. Avevo voglia di scoprire com'era il tuo corpo — davvero, nel dettaglio — di carpire ogni movimento, ogni sapore, ogni odore. Quella voglia mi ronzava dentro da settimane, da quando ti avevo visto la prima volta, e adesso che eri qui, a portata di mano, nel mio divano, nella mia casa, diventava sempre più difficile ignorarla.

Lo so che anche tu lo volevi.

Queste cose si sentono, si leggono nello spazio tra due persone, nelle pause, negli sguardi che durano mezzo secondo di troppo. E allora ho aspettato. Ma non troppo.

A circa metà del film ho sentito il tuo respiro scaldarsi sul mio collo.

Hai spostato i miei capelli da parte con la mano — un gesto lento, deliberato — e la tua lingua ha assaggiato la mia pelle appena sotto la nuca. Un brivido mi ha attraversata dalla nuca ai talloni.

«Smettila, dai!» ti ho detto, ridendo, con quella risata breve e un po' nervosa che sai già cosa significa. Un "smettila" poco credibile, e lo sapevamo entrambi, perché stavo aspettando esattamente quello.

Per tutta risposta ti sei fatto ancora più dispettoso. Morsetti leggeri sul collo — abbastanza decisi da non essere casuali, abbastanza delicati da non lasciare segni — e poi la tua mano che si spostava lentamente sul mio seno, accarezzandolo sopra la t-shirt con una pressione misurata, quasi interrogativa.

«Non ti sembra che la commedia sia un po' noiosa?» hai mormorato contro la mia pelle.

«Non la stavo guardando da almeno venti minuti» ho risposto.

Una pausa. Poi hai riso — quella risata bassa, quasi gutturale, che fa qualcosa allo stomaco.

Piano piano, la tua mano ha cominciato a percorrermi il fianco, scendendo fino all'anca, lasciando scivolare il palmo sulla mia natica e stringendola con una sicurezza che mi ha tolto il respiro. Ho sentito il mio corpo rispondere prima ancora che il mio cervello elaborasse il gesto.

Ma ora toccava a me.

Ho deciso in quel preciso istante che non avevo più intenzione di stare ferma a subire passivamente quella dolce tortura. Avevo sempre odiato quella regola non scritta — la donna che deve aspettare, che non deve avere fretta, che deve lasciare che sia l'uomo a fare la prima mossa. Chi aveva scritto quella roba? Per conto di chi? Io non avevo mai seguito la corrente e non avevo intenzione di cominciare quella sera. Avevo voglia, semplicemente, e non c'era nessun buon motivo per aspettare oltre.

Che vadano a quel paese le regole.

La mia mano sinistra ha cominciato a scivolare nello spazio tra il mio sedere e le tue parti basse, e ho cominciato ad accarezzarti sopra i jeans con movimenti lenti, deliberati. Ho sentito subito la tua erezione — decisa, inequivocabile — premere contro il denim. L'ho percorsa con le dita, su e giù, su e giù, godendomi ogni centimetro.

Il tuo respiro è cambiato. Si è fatto più pesante, più concentrato.

«Sai cosa stai facendo, vero?» hai sussurrato.

«Sì» ho risposto semplicemente.

I tuoi baci sul mio collo si sono fatti più esigenti — meno esploratori, più precisi, come se stessero cercando qualcosa di specifico. Mi sono voltata a guardarti in viso. La tua bocca si è spostata sulla mia guancia, poi, con piccoli baci lenti che sembravano quasi voler ritardare l'inevitabile, ha raggiunto la mia.

Ti ho accolto.

La tua lingua contro la mia — un bacio lungo, profondo, vorace. Le mie dita, nel frattempo, non si erano fermate: avevano trovato la cintura, l'avevano slacciata, avevano sbottonato i jeans con movimenti che volevano sembrare disinvolti ma non ci riuscivano del tutto, perché le mie mani tremavano leggermente.

Nel frattempo ho sentito la tua mano abbassare la mia gonna. Le tue dita — calde, sicure — hanno raggiunto l'interno delle mie cosce con carezze lente, precise, che sapevano esattamente dove stavano andando.

Ho gemuto nella tua bocca.

Ti sei alzato leggermente per sollevarmi la t-shirt. L'aria fresca che veniva ancora dal balcone ha sfiorato il mio petto per un secondo, poi la tua bocca era già lì, sulle miei capezzoli, a succhiarli e mordicchiarli a turno con una cura che mi ha fatto chiudere gli occhi.

«Dio» ho detto, e non era preghiera — era constatazione.

La tua bocca ha cominciato a spostarsi verso il basso, lentamente, assaporando la mia pelle con la lingua come se avesse tutto il tempo del mondo. Il contrasto tra quella calma apparente e la tensione che sentivo accumularsi dentro di me era quasi insopportabile.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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