Eva e Rob

Erika Mellone
17 hours ago

Ormai erano giorni che mi svegliavo alle sei del mattino e mi rigiravo nel letto, e il motivo era sempre lo stesso.

Guardai l'orologio e il mio cuore iniziò a battere più velocemente. Non vedevo l'ora che fossero le otto, perché quella era l'ora in cui sarebbe arrivato lui. Quella sola consapevolezza mi rendeva irrequieta, mi accendeva qualcosa dentro che non riuscivo a spiegare, qualcosa di primitivo e urgente che non avevo mai conosciuto prima.

Ormai erano passati circa cinque giorni da quando erano iniziati i lavori per sistemare il lavandino: cinque giorni da quando il destino — o per meglio dire quei tubi rotti che gocciolavano senza sosta — mi avevano fatto conoscere quell'uomo. Robert Culligan. Il solo pensiero del suo nome mi faceva stringere lo stomaco.

Non avevo mai sentito un tale desiderio fremere dentro di me ogni mattino, non avevo mai aspettato qualcuno con quella febbre silenziosa che mi privava del sonno e mi lasciava a fissare il soffitto nell'oscurità, con i sensi già desti. Speravo soltanto che lui arrivasse, che varcasse la soglia e mi lanciasse uno di quei suoi sguardi profondi come abissi. Sguardi che promettevano cose che non osavo nemmeno immaginare.

Ad un tratto sentii uno strano scricchiolio provenire dal corridoio.

Tesi l'orecchio, captando ogni singolo rumore nella penombra silenziosa dell'appartamento. Ben presto capii che erano passi, passi lenti e decisi che si avvicinavano alla mia camera.

Non sapevo cosa fare. Mi paralizzai, iniziai a tremare. Avevo paura. Chi mai poteva essere a quell'ora?

Presi il cellulare dal comodino, il numero della polizia già pronto sullo schermo, e mi allontanai piano piano dal bordo del letto, tenendo il respiro sospeso.

Nel momento in cui la porta si aprì, trattenni il fiato. La figura di un uomo alto e muscoloso varcò la soglia lentamente, con sicurezza. Erano le prime luci dell'alba e quella luce fioca riusciva comunque a delineare ogni dettaglio di quel corpo in penombra: spalle larghe, vita stretta, braccia potenti. Sapevo bene a chi appartenesse quel corpo così scolpito, eppure il cuore mi sobbalzò nel petto come se lo vedessi per la prima volta.

Indossava un paio di jeans scuri e una camicia azzurra semi aperta sul petto, come se si fosse vestito in fretta, come se avesse avuto troppa urgenza per badare ai bottoni. Emanava uno di quei profumi maschili che arrivano dritti allo stomaco: cuoio, legno di cedro, qualcosa di caldo e selvaggio che non riuscivo a identificare ma che la mia pelle riconosceva.

Quasi non riusciva a parlare.

— Eva? — mi chiamò sottovoce, la voce bassa e ruvida come ghiaia bagnata.

— Signor Culligan… cosa ci fate qui? — Presi la vestaglia di seta rossa dall'appendiabiti e me la misi in fretta, avvolgendomi in quel sottile strato di tessuto che pareva ridicolo come difesa contro l'effetto che mi faceva.

Perché era lì, a quell'ora? Doveva arrivare verso le otto. Il lavandino, con il suo gocciolare incessante che mi stava facendo impazzire, era il motivo per cui avevo chiamato il proprietario di casa. Lui aveva mandato Robert il giorno dopo, con le chiavi del condominio — il che non significava certo che potesse entrare quando voleva, senza preavviso. Avrei potuto intimargli di andare via, avrei dovuto farlo. Ma qualcosa mi bloccò. Sentivo — sapevo — di potermi fidare di quell'uomo. Me lo diceva qualcosa di istintivo, di più profondo della ragione.

Lui si appoggiò allo stipite della porta e incrociò le braccia sul petto. Un sorriso pigro e lento gli addolcì lo sguardo, facendo nascere due piccole rughe agli angoli di quegli occhi grigi e magnetici.

— Non eravamo d'accordo che mi avresti chiamato Rob? — disse con tono tranquillo. — Detesto le formalità. Non vi sono abituato.

Un po' stizzita, lo incalzai con tono il più autorevole possibile, anche se la mia voce uscì meno ferma del previsto.

— Non avete risposto alla mia domanda. Cosa ci fate qui alle sei del mattino? Non dovevate venire prima delle otto?

— C'è bisogno di una risposta?

Lo vidi avanzare verso di me, il corpo teso e virile, ogni movimento calcolato come quello di un predatore che non ha fretta perché sa già come andrà a finire.

Dal primo giorno in cui lo avevo conosciuto non mi aveva colpito soltanto il suo corpo ben scolpito — anche se era impossibile ignorare quelle mani grandi e callose, quelle braccia che gonfiavano le maniche della sua camicia da lavoro, quella mandibola decisa coperta da una leggera barba scura. Era soprattutto il suo modo di fare a tenermi sveglia la notte: rudo e diretto, ma con lampi di una dolcezza inaspettata che lo rendevano irresistibile. Quando mi guardava, aveva l'abitudine di abbassare leggermente le palpebre, come se stesse leggendo qualcosa di scritto sul mio viso che io stessa non sapevo di portarmi addosso.

Avrei voluto mandarlo via, fargli capire che non poteva entrare in casa mia senza il mio permesso. Ma la mia voce si rifiutò di collaborare.

Mi ritrovai a seguire con lo sguardo ogni suo movimento, il cuore che mi batteva furioso nel petto, i piedi radicati al pavimento.

Robert si sedette sul bordo del letto con quella disinvoltura che sembrava innata in lui, come se ogni spazio in cui entrava diventasse automaticamente il suo territorio. Accese la piccola lampada sul comodino alla mia destra. La luce calda e dorata ci avvolse entrambi.

— Così va meglio — disse, fissandomi con quella intensità che mi faceva sentire nuda anche con la vestaglia addosso. — Voglio vederti con chiarezza.

— Co-cosa avete intenzione di fare? — deglutii a fatica.

In risposta si alzò lentamente, mi raggiunse in tre passi silenziosi e si chinò su di me, catturandomi le labbra in un bacio mozzafiato.

Fu come se un fuoco indomabile si accendesse all'improvviso dentro il mio corpo. Le mie ginocchia cedettero leggermente e mi sentii perduta — perduta nel calore delle sue labbra, nel peso delle sue mani che mi afferravano i fianchi con una sicurezza che non ammetteva repliche.

Robert non sapeva cosa gli fosse preso. Non si era mai permesso di entrare in casa di una cliente senza il suo permesso, non era il tipo. Aveva delle regole, nella vita, e quella era una delle principali. Eppure da quando aveva incontrato gli occhi color smeraldo di Eva — quegli occhi chiari e profondi come un bosco in primavera — tutto era cambiato. Il suo unico pensiero, ogni maledetta mattina, era andare da lei, lavorare a quei tubi, e cercare ogni pretesto per trattenersi un po' di più nel suo appartamento profumato di fiori di campo e vaniglia.

Ma come ogni cosa, anche il suo lavoro stava per terminare. E al solo pensiero di non avere più una scusa per vederla, qualcosa dentro di lui si era ribellato.

Era consapevole di essersi ritrovato all'improvviso davanti alla porta di Eva con intenzioni ben precise. Sentiva formicolare i polpastrelli dal desiderio di toccarla, di scoprire se la sua pelle fosse davvero così morbida come sembrava. Alla fine aveva deciso di agire, come aveva sempre fatto nella vita: seguendo l'istinto. Aveva aperto la porta con la sua chiave, aveva attraversato il corridoio buio guidato da quel desiderio sordo che lo tormentava da giorni, ed era entrato nella sua camera.

Quando la aveva vista lì, nel letto, i capelli castani sparsi sul cuscino bianco, gli occhi spalancati per la sorpresa e la paura, vestita di quella camicia da notte sottile che lasciava indovinare ogni curva del suo corpo, aveva capito che non se ne sarebbe andato.

L'assaporò con lentezza, portandosi a sé le sue labbra morbide, infilandole la lingua in bocca con delicatezza crescente.

— Eva, tu mi stai uccidendo — le disse in un sussurro, la bocca ancora incollata alle sue labbra, il respiro già affannoso.

La attirò nuovamente a sé, stringendola per la vita. Dio, era meravigliosa! Baciava come una ragazzina timida, alla prima esperienza: senza tattica, senza calcolo, solo con un abbandono sincero che lo faceva impazzire più di qualsiasi tecnica. Eppure percepiva nel suo intimo il risveglio di una grande passione. La sentì aderire al suo corpo eccitato, le mani di lei — incerte, esploratrici — che si posavano sul suo petto come due uccellini che non sanno ancora dove appoggiarsi.

Robert inalò il profumo della sua pelle: una fragranza deliziosa di fiori di campo mescolata a qualcosa di più intimo e caldo, solo suo.

— Ti voglio. Ora.

Eva sussultò, gli occhi spalancati sul suo viso.

I suoi occhi grigi la scrutarono con intensità, cercando il suo consenso — quello vero, quello scritto nel corpo e non nelle parole. Poi non le diede il tempo di pensare e prese ad accarezzarle i seni attraverso la stoffa sottile della camicia da notte. La sentì trattenere il respiro.

— Anche tu lo vuoi. Lo so.

Le pizzicò un capezzolo con dolce precisione e la sentì gemere forte, la testa che cadeva all'indietro in preda a un piacere divorante. I lunghi capelli castani le scivolarono sulle spalle come una pesante cortina di seta e lui vi affondò le dita della mano libera, intrecciandosi tra i riccioli ancora caldi del sonno, mentre l'altra mano continuava a stuzzicare il suo seno, accarezzando, stringendo, liberando.

I capezzoli erano duri e reattivi sotto le sue dita, il corpo di lei che rispondeva a ogni minima pressione con un fremito che lui percepiva come una ricompensa.

— Devo entrare dentro di te. Non posso aspettare.

— Oh, sì — fu l'unica risposta di Eva, e bastò.

Eva si sdraiò sul letto, sollevò la camicia da notte con le mani che tremavano leggermente, e allargò le cosce per lui. Era terribilmente sensuale nella sua innocenza: non c'era civetteria nei suoi gesti, solo un desiderio autentico che la rendeva la cosa più bella che avesse mai visto.

Eppure, invece di affondare immediatamente dentro di lei, le dedicò un sorrisino lento e ironico.

— Oh, no, dolcezza. Via la camicia da notte. Ti voglio completamente nuda, sotto di me. Voglio vederti tutta.

Lei arrossì e si morse il labbro inferiore. Le sue guance erano color rosa antico, gli occhi smeraldo velati di un'emozione mista di pudore e bramosia.

— Non mi sono mai spogliata davanti a un uomo — ammise sottovoce.

Robert inarcò un sopracciglio. Quella rivelazione lo colpì in modo inaspettato, accendendo qualcosa di protettivo e possessivo al tempo stesso.

Rise piano, con calore. — Togliti i vestiti e ti dimostrerò quanto sei bella. Quanto è bello guardarti.

Eva tornò a tormentarsi il labbro, come se stesse davvero valutando la risposta. Poi, lentamente, si sollevò sulle braccia e sfilò la camicia da notte sopra la testa in un gesto semplice e insieme terribilmente erotico.

Robert la fissò in silenzio. La luce dorata della lampada le plasmava il corpo in chiaroscuro, rivelando ogni curva con una generosità quasi crudele. Aveva i seni grandi e sodi come mele mature, i capezzoli scuri e reattivi; la pancia morbida e femminile che la rendeva reale, carnale, viva; i fianchi arrotondati da afferrare con entrambe le mani.

— Dio mio — disse sottovoce, e non era una bestemmia ma una preghiera.

Si inginocchiò di fronte a lei e il materasso scricchiolò sotto il suo peso. Le sbottonò i jeans lentamente, senza mai distogliere gli occhi dai suoi. La vide sbattere le lunghe ciglia scure, poi trasalire mentre liberava la sua erezione — piena, imponente, inequivocabile.

Davanti al suo sconcerto gli sfuggì un'altra risatina sommessa. — Impressionata, dolcezza?

Lei annuì senza proferire parola, gli occhi fissi su di lui con un misto di sorpresa e desiderio puro.

Gli piaceva la sua ritrosia. Era sempre stato abituato a un altro tipo di donne nel suo letto — sicure, esperte, consumate dall'abitudine. Quella novità invece lo intrigava in un modo che non sapeva come spiegare.

— Vuoi essere scopata per bene, non è vero, Eva? — la provocò con la voce bassa.

Lei rimase immobile a fissarlo. Un lungo secondo di silenzio.

— Rispondi quando ti faccio una domanda.

— Sì — disse lei, appena un filo di voce.

— Sì, cosa? Dimmi quello che vuoi.

Una pausa. Poi, con un coraggio che pareva costarle tutto:

— Voglio essere scopata. Rob, ti prego…

Sorrise, divertito e commosso da quella resa totale. Eva aveva 25 anni, dieci meno di lui, e in quel momento sembrava ancora più giovane: le guance in fiamme, gli occhi smeraldo lucidi di eccitazione, le labbra socchiuse sul respiro affannoso. Non doveva aver avuto molti uomini, e ora si stava concedendo a lui con quella fiducia assoluta che gli strinse il petto. Quel pensiero gli provocò un brivido lungo la schiena.

Si chinò su di lei e tornò a baciarla — sulla bocca, sul mento, sul collo — con una lentezza deliberata, come se volesse memorizzare ogni centimetro. Assaporò ogni parte di lei e, mentre la baciava, la penetrò lentamente.

Diamine, com'era stretta. Si fermò per un attimo, lasciandole il tempo di abituarsi, guardandola in viso per cogliere ogni segnale. Poi si fece avanti, piano, inesorabile, fino in fondo.

Dio, era fantastico. Lei era fantastica: così calda, così umida, così accogliente. Se esisteva un paradiso, doveva essere così — i loro due corpi che si muovevano all'unisono come se si conoscessero da sempre.

— Sì, così, dolcezza — le sussurrò, aumentando il ritmo delle spinte. — Mi stai facendo impazzire.

Lei cominciò ad ansimare. Sembrava volerlo accogliere sempre più in profondità, le braccia strette intorno alle sue spalle, le gambe che si avvolgevano ai suoi fianchi in un abbraccio istintivo. Infine urlò — un suono puro, sorpreso — travolta dall'orgasmo, e Robert la seguì pochi secondi dopo, ritraendosi appena in tempo.

— Diamine — disse, guardandola negli occhi mentre riprendeva fiato. Si passò una mano tra i capelli scompigliati. — Questa sì che è stata una scopata.

Eva arrossì ancora, lo sguardo basso.

Rise. — Ora dormi, dolcezza. Te lo sei meritato. Un po' di riposo.

Quando mi risvegliai lui era ancora lì, sdraiato accanto a me nel letto, la testa appoggiata a un braccio, e mi guardava con un sorriso tranquillo come se stesse osservando qualcosa di prezioso. Vidi che era mezzogiorno. La luce filtrava pigra attraverso le tende.

— Immagino che tu sia affamato — dissi con la voce ancora impastata di sonno.

— Oh, sì.

C'era qualcosa nel modo in cui lo disse — quella voce bassa che scendeva di un'ottava — che mi fece venire i brividi. Avevo la sensazione che si riferisse a un'altra fame, e quella sensazione mi scaldò le guance.

Ignorai il rossore e mi voltai per aprire la porta della cucina, quando una mano callosa mi afferrò per il polso e mi fermò.

Rob mi fece girare, sbattendomi con delicatezza contro la parete di legno del corridoio. Mi coprì col suo corpo possente senza schiacciarmi, mantenendo una mano aperta sul legno accanto alla mia testa.

— Non vuoi placare la mia fame, Eva?

Mi si seccò la gola. Non ero in grado di rispondere. Restai immobile mentre lui mi sbottonava lentamente la camicia — la prima cosa che avevo trovato nell'armadio quella mattina — con una pazienza che pareva quasi crudele. Ogni bottone che cedeva era un piccolo atto di conquista.

Un sorriso divertito gli addolcì lo sguardo. — Mmm, cosa vedo? Soltanto i tuoi bellissimi seni nudi. Sei una dolce tentazione.

— Mi sono messa la prima cosa che ho trovato — mormorai.

— Sono qui, dolcezza. Non me ne vado da nessuna parte. Non ora che ho intenzione di scoparti di nuovo, con tutta la calma del mondo.

Si chinò sui miei seni e prese in bocca un capezzolo, stringendolo tra le labbra calde con una pressione dolce che mi strappò un gemito. Cielo. Era così… così dannatamente piacevole che mi sentii mancare le ginocchia. Lui lo percepì e mi tenne ferma, una mano sul fianco, possessiva.

Desideravo quell'uomo in un modo che non avevo mai desiderato nessuno prima. Avrei fatto qualsiasi cosa, anche inginocchiarmi ai suoi piedi, se lui l'avesse voluto.

Si leccò le labbra lentamente, gli occhi fissi sui miei.

— Mettiti in ginocchio, dolcezza — ordinò con la voce ridotta a un sussurro roco.

Aggrottai la fronte, perplessa.

— Voglio la tua bocca intorno al mio cazzo. Ora.

Sgranai gli occhi. Avevo sentito bene. Lo avevo fatto poche volte in vita mia, sempre con uomini che amavo, mai con qualcuno con cui non condividevo qualcosa di profondo. Eppure quel pensiero — farlo a lui, così, in quel modo — mi intrigava da morire. Mi faceva sentire una versione di me stessa che non conoscevo ancora: audace, sensuale, libera.

Così decisi di non pensarci più.

Mi inginocchiai sul pavimento di legno e, timidamente, accostai le labbra al suo membro palpitante. Lo presi in bocca con delicatezza, e dalla sua reazione capii subito che gli piaceva. Lo vidi chiudere gli occhi e sospirare piano, la testa che si reclinava leggermente all'indietro.

— Sì, così. Succhialo, dolcezza.

Qualcosa in me si accese a quelle parole. Usai le labbra per accarezzarlo, la lingua che tracciava lenti cerchi, poi iniziai a succhiare con ritmo crescente. Mi sentii stranamente potente, consapevole del dominio che esercitavo su di lui in quel momento.

Rob sibilò qualche parola incomprensibile, poi mi afferrò i capelli per tenermi ferma la testa. Si irrigidì, i muscoli delle cosce contratti.

— Oddio, sei fantastica. Se continui così non sarò in grado di trattenermi. Alzati. Non voglio che finisca tutto subito.

Mi alzai, le gambe ancora un po' incerte, e solo in quell'istante mi resi conto che nel frattempo ci eravamo avvicinati alla portafinestra del balcone, che era aperta sul mattino tiepido. Oh, cielo. Cosa aveva in mente?

— Torniamo dentro — dissi con un filo di voce. — Potrebbe vederci qualcuno.

— Che ci veda. Voglio scoparti qui, in piedi sul balcone.

— Ma…

— Tranquilla. Se qualcuno ci vedrà, si allontanerà. Non oserà disturbarci. O al massimo si fermerà a guardarci — e ti assicuro che potrebbe piacerti.

Al pensiero di essere vista, di essere osservata mentre lui mi possedeva, qualcosa di inatteso si accese dentro di me. Non mi importò più niente. Andava bene così. Era tutto così proibito e così eccitante che smisi di ragionare.

Mi lasciai spogliare lentamente, un indumento alla volta, mentre l'aria mattutina mi accarezzava la pelle nuda. Rob era dietro di me, le sue labbra che tracciavano un sentiero caldo lungo il mio collo e le mie spalle, le sue mani che scendevano lungo i miei fianchi con una precisione esperta.

Chiusi gli occhi mentre le sue dita trovavano il loro posto — prima fuori, accarezzando, poi dentro, uno poi due, con una lentezza calcolata che mi faceva impazzire. Era così piacevole che dovetti appoggiarmi alla ringhiera del balcone per non crollare.

All'improvviso si inginocchiò ai miei piedi — esattamente come avevo fatto io poco prima — e iniziò a leccarmi. La sua lingua si muoveva con sicurezza, con una precisione che pareva conoscere il mio corpo meglio di quanto lo conoscessi io. Leccò, accarezzò, infilò la lingua sempre più in profondità.

— Sei così bagnata, dolcezza — sussurrò con voce soddisfatta. — Coraggio. Vieni per me.

Non me lo feci ripetere due volte. Sentivo le gambe tremare, i gemiti che non riuscivo più a trattenere. Era troppo da sopportare; il piacere mi stava dando alla testa, salendo a ondate sempre più intense.

Tremai e mi lasciai inondare dal primo orgasmo possente. Ma questo non fermò Rob.

Mentre venivo mi stuzzicò il clitoride con la lingua e con le labbra, succhiando e mordicchiando con una dolcezza feroce. Non riuscii a trattenermi: urlai, e il piacere si riversò di nuovo dentro di me come un'onda che travolge tutto.

— Sì, godi, dolcezza. Ancora.

Per un attimo pensai davvero che sarei morta di piacere. Stremata, riaprii gli occhi e incontrai i suoi — grigi, luminosi, rapiti — che mi fissavano dal basso con un'espressione che non avevo parole per descrivere.

— Sei così dannatamente bella quando godi. Resterei ore a guardarti venire.

Cielo. Come riusciva a farmi fremere così, con poche parole?

— Ora girati, dolcezza. Non ho ancora finito con te.

Stava scherzando, no? Non poteva essere serio, non dopo due orgasmi, non con le gambe che mi reggevano a malapena. Eppure era serissimo, perché mi afferrò per le braccia e mi fece voltare, premendomi con delicatezza contro la parete esterna con la fronte e le mani appoggiate alla superficie fresca.

— Metti le mani alla parete — disse. — Su, brava. Ecco, così. E ora piegati leggermente in avanti.

Lo accontentai, anche se mi sentivo le gambe di bambagia. I due orgasmi precedenti mi avevano sfiancata e sentivo il bisogno di riposare. Ma poi Rob riprese ad accarezzarmi tra le gambe, le dita che scivolavano senza sforzo all'interno di me, e incredibilmente il mio corpo rispose. Ero così bagnata che ogni sua carezza diventava una piccola rivelazione.

Poi tolse il dito e mi penetrò da dietro — lento, inesorabile, profondo. Lo sentii dentro fino in fondo e ripresi a gemere, la guancia premuta contro la parete, gli occhi chiusi sull'azzurro del cielo mattutino.

— Ti piace, dolcezza?

— Oh, sì. Rob, ti prego…

Affondava e si ritraeva con un ritmo che aumentava gradualmente, le sue mani salde sui miei fianchi a guidarmi, mentre le dita di una mano ricominciavano a stuzzicarmi il clitoride con piccoli movimenti circolari, precisi, devastanti. Sentivo il sangue pulsare nelle orecchie. I rumori del mondo mi arrivavano attutiti, lontani, come in sogno.

Stavo per venire di nuovo. Non ero certa di reggere un altro orgasmo, ma il corpo aveva smesso di chiedermi il permesso. Le ondate di piacere mi fecero tremare tutta, mentre lui aumentava il ritmo delle spinte, sempre più profonde, sempre più urgenti. Poi lo sentii gemere — un suono roco e selvaggio — e il suo seme si riversò dentro di me mentre anche il mio orgasmo esplodeva.

Mi lasciai scivolare tra le sue braccia, esausta, soddisfatta come non lo ero mai stata in vita mia.

— Sei dannatamente bella, lo sai? — mi sussurrò contro i capelli, stringendomi a sé.

Mi portò in bagno, dove aprì i rubinetti della vasca — la doccia era ancora rotta, ironia della sorte — e rimase lì mentre l'acqua saliva, guardandomi con quegli occhi chiari che non sapevo ancora come interpretare.

Quando fui pronta per uscire dalla vasca, mi tese il telo da bagno e mi aiutò ad asciugarmi con una delicatezza inaspettata in quelle mani abituate al lavoro duro.

— Per favore — dissi sottovoce, guardandolo negli occhi. — Permettimi di darti sollievo come tu hai fatto con me.

Rob allargò le braccia in un tacito invito, un sorriso lento che gli illuminava il viso. Era dannatamente bello il suo sorriso. Gettai il telo da bagno sul pavimento e avanzai verso di lui.

Volevo farlo gemere di piacere.

Avvicinai le mie labbra al suo collo, appena sotto il lobo dell'orecchio — sentii un brivido corrergli lungo la schiena — e iniziai a percorrere il suo corpo verso il basso, con la lingua che lasciava una scia calda sulla sua pelle. Baciai il petto, ogni singolo muscolo, fino a raggiungere l'ombelico. Le mie dita intanto gli abbassarono i boxer.

Lo sentii ansimare come un adolescente mentre gli afferravo il membro con entrambe le mani, accarezzandolo prima con dolcezza e poi con più decisione, trovando il ritmo che gli piaceva ascoltando le sue reazioni. Lo sentivo pulsare tra le dita, caldo e urgente.

Poi mi inginocchiai e lo presi in bocca, lentamente, con tutto l'abbandono che avevo imparato nelle ultime ore. Un gemito sordo gli salì dal petto.

— Sì, Eva… così, brava.

Mi afferrò la testa, affondando le dita nei miei capelli ancora umidi della vasca, senza premere, soltanto per tenere il contatto. Continuai a succhiare, prendendolo sempre più in profondità, sentendomi potente e vulnerabile allo stesso tempo.

— Oddio, sto per venire!

Mi afferrò per i capelli e mi attirò su, verso di lui, catturando la mia bocca in un bacio avido e disperato. Poi mi prese in braccio come se non pesassi nulla e mi catapultò sul letto.

Cielo. Lo volevo ancora.

Mi inarcai verso di lui, offrendogli i seni, e lui li accarezzò con le mani larghe, poi abbassò la testa su uno dei capezzoli e lo strinse tra le labbra, lo morse con delicatezza, mi provocò una scossa di piacere così intensa che mi dimenai sotto di lui, in cerca di qualcosa di più, di tutto.

— Rob, ti prego…

Non riuscivo più ad aspettare. Allargai le cosce istintivamente, in un'offerta totale, mentre lui si toglieva la camicia — i bottoni che saltavano in ogni direzione senza che nessuno dei due se ne preoccupasse — e mi era sopra di nuovo, il respiro affannoso e la virilità pulsante.

Mi penetrò con una spinta decisa mentre gridavo il suo nome contro il suo collo. Stavolta non fu delicato: mi possedette senza pietà, con una fame che mi disse che anche lui aveva aspettato questo momento per giorni. Con mia sorpresa mi accorsi che quella furia mi piaceva. Mi piaceva sentirlo a fondo dentro di me, mi piaceva il suono dei nostri corpi, i gemiti che non riuscivo a trattenere, la sensazione di dissolvermi in qualcosa di più grande di me stessa.

Mi abbandonai all'estasi con un singhiozzo disperato che esprimeva tutto il mio bisogno, tutta la mia resa, tutto quello che non avevo parole per dire.

Quando finì, rimanemmo immobili per un lungo momento, i respiri che si facevano pian piano più lenti, il suo peso su di me che era la cosa più rassicurante che avessi mai sentito.

— Rimani — dissi sottovoce. — Non andare.

Rob alzò la testa e mi guardò. Nel suo sguardo c'era qualcosa di nuovo, qualcosa che non sapevo ancora come chiamare ma che sentivo vibrare nell'aria tra noi.

— Non avevo nessuna intenzione di andarmene, dolcezza — disse. Poi sorrise — quel sorriso lento e pigro che mi aveva fatta innamorare di lui ancor prima di ammetterlo a me stessa. — Tra l'altro, il lavandino è ancora rotto.

Scoppiai a ridere, e lui rise con me, e quella risata fu forse la cosa più bella di tutta la mattina.

Da quel giorno non sarei mai più stata la stessa. E da quel momento Robert Culligan avrebbe fatto di tutto per farmi continuare a sentire esattamente così.