Il treno

Erika Mellone
4 hours ago

Lo sentii avvicinarsi — piano, in silenzio, come se non volesse disturbare l'aria intorno a me. Si sedette accanto, e quando alzai gli occhi mi ritrovai immersa in quel verde profondo e liquido che aveva lo sguardo suo, un verde che sembrava cambiare tonalità a seconda della luce, ora smeraldo, ora bosco d'autunno. E quel mezzo sorriso — appena accennato, trattenuto deliberatamente come se sapesse già quanto mi faceva sciogliere — mi uccideva dall'interno ogni volta.

Ci guardammo intensamente. La carrozza era quasi deserta: soltanto una signora seduta un paio di file avanti, di spalle, immobile come una scultura. Al secondo piano del vagone sembrava che il mondo si fosse fermato, che esistessimo solo noi due sospesi tra le vibrazioni del binario e il silenzio ovattato dei finestrini appannati.

Sentii il mio respiro farsi irregolare. Mi avvicinai a lui, guidata da una fame che conoscevo bene ma che ogni volta mi sorprendeva per la sua intensità — una voglia acuta, quasi dolorosa, di baciarlo. Inghiottii la saliva che si faceva sempre più abbondante, sentivo le labbra formicolarmi. Ma lui mi fermò, con una delicatezza che aveva in sé qualcosa di imperioso: una mano sul viso, la punta delle dita che mi sfioravano lo zigomo come se fossi qualcosa di prezioso e fragile.

«Aspetta.»

Una sola parola. Bassa, calda, con quella voce che sembrava uscire dal petto come il rombo lontano di un temporale. Mi fermai. Non avrei potuto fare altrimenti.

Poi sentii la sua mano sul mio ginocchio.

Ci fu un secondo di immobilità assoluta, come prima di un tuffo. Poi le sue dita iniziarono a risalire lungo la coscia con una lentezza calcolata, scientifica, quasi crudele — ogni centimetro percorso con la consapevolezza di chi sa esattamente cosa sta facendo e vuole che tu lo sappia. Tremai. Non per il freddo. Tremai perché capii dove stava andando, e capii che non l'avrei fermato. Non volevo fermarlo.

Siamo al secondo piano, pensai, quella signora è di spalle, non si accorgerà di nulla. Lo voglio. Voglio che faccia di me quello che desidera.

La sua mano trovò il bordo dei miei slip — pizzo nero con bordino bianco, sottili come un sospiro — e li spostò con movimenti lenti, mirati, inesorabili. Non avevo i collant, quel giorno. Pensai che avevo fatto benissimo a scegliere quella gonna.

Piano piano, con una dolcezza che nascondeva una fermezza assoluta, sentii le sue dita scorrere su di me, accarezzarmi, esplorare con una cura intima e silenziosa che mi fece trattenere il fiato. Era come se avesse tutto il tempo del mondo. Come se il treno, la signora davanti, i binari che scorrevano fuori dal finestrino — niente di tutto questo esistesse davvero.

Lo guardai negli occhi. Per un istante mi sembrò che si fossero fatti ancora più verdi, più intensi, illuminati da qualcosa di oscuro e bellissimo. Quei capelli ondulati, neri, che gli incorniciavano il viso — li adoravo in ogni modo possibile: intrecciarli tra le dita, tirarli leggermente quando lo baciavo, ma soprattutto annusarli. Il suo profumo era qualcosa di primordiale, qualcosa che svegliava dentro di me istinti che di solito tenevo accuratamente addormentati.

Ci guardammo negli occhi mentre lui continuava — e poi sentii due dita aprire le mie labbra con delicatezza, e un dito scivolare dentro di me con una pressione lenta, ferma, deliberata. Si mosse con sicurezza: prima piano, poi con maggiore decisione, trovando un ritmo che sembrava disegnato apposta per distruggermi. Ogni tocco interno era un'onda che mi attraversava dalla base della schiena fino alla nuca. Pensavo solo a quanto avrei voluto fare l'amore con lui in quel preciso istante, anche lì, anche con quella donna a pochi metri. Anzi — soprattutto lì. Soprattutto così. Il pericolo rendeva tutto dannatamente, meravigliosamente eccitante.

Mi avvicinai a lui e lo baciai — un bacio appassionato, urgente, pieno di tutta l'elettricità che mi attraversava il corpo. Quando cercai di toccarlo, allungando una mano verso di lui, sentii che me la fermava dolcemente ma con risolutezza assoluta.

«Adesso tocca solo a te», disse con un filo di voce, le labbra vicinissime alle mie, il respiro caldo contro la mia bocca. «Devi godere tu. Voglio vederti godere, voglio vederti venire. Voglio occuparmi solo di te. Fammi questo regalo — godi, vieni. Io godrò così. Non sai quanto sei bella quando vieni. Voglio vederti. Ne ho bisogno.»

Mi fermai. Lo guardai. Qualcosa in me cedette completamente.

«Allora sono tua», dissi, e la mia voce uscì appena. «Fai di me quello che vuoi.»

E così fece.

Il suo dito riprese a muoversi dentro di me — movimenti circolari, lenti, che diventavano più profondi e più intensi man mano che sentiva la mia risposta. Poi lo sentii trovare il clitoride, con una pressione precisa, misurata, applicata con la cura di chi conosce bene il territorio. Ancora. Ancora. Di più.

Non riuscivo più a raccogliere i miei pensieri. La testa mi girava, le gambe avevano perso consistenza, e il cuore batteva così forte da coprire quasi il rumore delle ruote sui binari. La bocca era completamente secca. Riuscivo solo ad ansimare — trattenuto, soffocato, con le labbra strette — e ad aggrapparmi ai braccioli del sedile fino a sentire le nocche bianche.

Stavo per venire. Lo sentivo montare, inevitabile come una marea.

E lui si fermò.

Si inginocchiò tra i sedili con una fluidità silenziosa, guardandomi dritto negli occhi con quell'espressione che conteneva tutto — desiderio, controllo, adorazione — e disse: «Non essere ingorda. Manca ancora qualcosa.»

Alzò la gonna. Abbassò la testa.

Sentii la sua lingua premere contro di me, calda e decisa, mentre un dito continuava a muoversi dentro. La lingua scivolava — prima dolce, quasi rispettosa, poi con movimenti più rudi, più esigenti, che mi facevano diventare matta. Ogni lecchino preciso era un'onda. Ogni variazione di ritmo era una piccola morte.

Non riuscii a trattenermi oltre.

Mi morsi il labbro inferiore fino a sentire il sapore del ferro. Un calore esplose dai piedi, risalì lungo le gambe, si concentrò in un punto e poi si irradiò ovunque — un tremore profondo, viscerale, che mi riempì dall'interno verso l'esterno. Le orecchie mi fischiarono. Le gambe tremarono senza controllo. E venni — senza pudore, senza vergogna, senza alcuna possibilità di fingere che non stesse succedendo — venni con tutto il corpo, con tutto il fiato che avevo, aggrappata al sedile di quel treno che continuava a correre indifferente attraverso il paesaggio.

Sentii il suo viso accanto al mio. Il suo respiro, caldo e lento, contro la mia tempia. Le mie gambe ancora intrecciate con qualcosa — il bracciolo, lui, non lo sapevo con certezza — mentre gli spasmi interni dell'orgasmo si spegnevano a ondate lente, come i cerchi sull'acqua dopo un sasso.

«Brava», disse sottovoce. «È stato il regalo più bello che potevi farmi. Avevo bisogno di questo. Grazie.»

Avrei voluto rispondergli. Avrei voluto dirgli che era io quella che doveva ringraziare — che ero io quella indebitata, quella che si sentiva piccola e preziosa e completamente sua. Ma le parole non uscivano. La voce non c'era. Feci l'unica cosa che riuscivo a fare: mi avvicinai a lui e lo baciai — lento, appassionato, con tutta la gratitudine e il calore e la meraviglia che avevo dentro — e poi mi strinsi a lui come una bambina che ha trovato il posto più sicuro del mondo.

Non potevo credere che fosse successo. Lì, su quel treno, con una donna seduta a pochi metri. Non provavo vergogna. Non provavo rimpianto. Provavo soltanto la certezza tranquilla e assoluta di una cosa: l'uomo accanto a me — quegli occhi verdi, quei capelli scuri che gli sfioravano il collo, quella bocca che sapeva esattamente cosa fare — era l'unico capace di capire davvero cosa mi serviva. L'unico capace di farmi sentire desiderata non solo con il corpo, ma nel profondo. L'unico capace di darmi orgasmi che mi lasciavano senza forze, senza pensieri, senza nient'altro che un senso di completezza silenziosa.

Il treno continuò a correre. Fuori il paesaggio scorreva grigio e veloce. E io ero ancora lì, nell'incavo del suo braccio, con il cuore che piano piano tornava al suo ritmo normale — e non volevo che quel momento finisse mai.