L'ufficio era semideserto, avvolto in quel silenzio peculiare che scende sui luoghi di lavoro nel tardo pomeriggio del venerdì. La gente stava andando via per il classico aperitivo delle diciannove, tutti euforici dalla sola voglia di uscire, visto che il weekend era alle porte. Si sa, i weekend primaverili rendono tutti allegri e colmi di voglia di stare in compagnia, ridendo e chiacchierando. Io invece ero una semplice stagista partita dalla mia terra con una valigia di speranze e una laurea sudata, perciò preferivo restare in ufficio a portarmi avanti con il lavoro. Il profumo della primavera filtrava dalle finestre socchiuse, quell'odore dolce e inebriante di fiori e aria tiepida che riesce a turbare anche i propositi più seri.
Spesso restavo con il mio capo oltre l'orario di lavoro, per dimostrare la mia caparbietà e avvicinarmi a quella agognata lettera di assunzione. Ma dopo qualche settimana avevo smesso di mentire a me stessa: il motivo principale per cui rimandavo ogni sera la mia uscita aveva un nome e un volto precisi. Marco. Il mio capo.
Quell'uomo era riuscito ad attrarmi in modo silenzioso e inesorabile, come la marea che avanza senza fretta sapendo già che conquisterà tutta la riva. Lo osservavo di nascosto durante le riunioni, mentre parlava con quella voce profonda e calibrata, le mani che gesticolavano con eleganza controllata, la mascella forte che si tendeva quando era concentrato. Lo guardavo inclinare la testa di lato quando ascoltava qualcuno, con quella piccola ruga tra le sopracciglia che lo rendeva ancora più affascinante. Ogni volta che mi sfiorava per caso — una mano sul braccio per richiamare la mia attenzione, la sua presenza alle mie spalle mentre controllava il mio schermo — sentivo qualcosa stringersi in fondo allo stomaco, una fiamma piccola e ostinata che non riuscivo a spegnere.
Aveva chiaramente superato i quarant'anni, ma quegli anni li portava bene: capelli castani con qualche filo d'argento alle tempie che gli conferiva autorevolezza, spalle larghe sotto le camicie sempre impeccabili, e quegli occhi scuri che a volte mi sembrava si posassero su di me un secondo di troppo. Forse me lo immaginavo. Forse no.
Un pomeriggio di maggio lo sentii parlare al telefono, declinando con voce seccata il consueto appuntamento della partita di padel nel lussuoso circolo sportivo di cui era socio. Stava rinunciando ai suoi piani per rispettare una scadenza del lunedì. Quando riagganciò, girò verso di me quello sguardo diretto che mi aveva sempre fatto sentire radiografata.
«Caretti, ti spiace restare ancora un po'? Ho bisogno di qualcuno che finisca il report delle proiezioni.»
Il mio nome. Lo diceva sempre così, con quella cadenza asciutta che pure riusciva a suonare diversa quando era rivolto a me. O almeno così mi sembrava.
«Certo,» risposi, con una naturalezza che non sentivo davvero. «Nessun problema.»
Nessun problema. Come se il mio cuore non stesse già battendo più in fretta.
Ed eccoci soli in ufficio. Lavorammo per quasi due ore fianco a fianco, seduti alla scrivania di fronte con i nostri schermi accesi nel crepuscolo della stanza. Di tanto in tanto i nostri sguardi si incrociavano sopra i monitor e lui sorrideva appena, con quell'espressione ironica e un po' stanca di chi ha già visto molto del mondo ma non si è ancora annoiato. Io cercavo di concentrarmi, ma il suo profumo — cedro, cuoio, qualcosa di caldo e maschile — continuava a distrarre i miei pensieri verso territori che non mi sarei dovuta permettere.
Quando finimmo, ormai le luci della strada disegnavano strisce arancioni sul pavimento attraverso le veneziane. Lui si alzò, stiracchiò le spalle con un gesto spontaneo che scoprì per un istante la striscia di pelle tra la camicia e i pantaloni, e propose di ordinare una pizza.
«Ho fame,» disse semplicemente. «E tu?»
«Anch'io,» risposi, e non parlavo solo di cibo.
Ci spostammo nell'ingresso, seduti su due poltroncine accanto alla finestra con le scatole della pizza aperte sul tavolino basso. Parlavamo poco e guardavamo fuori, la città che prendeva il ritmo della sera. Era una strana intimità, quella — seduti in un ufficio vuoto mentre il mondo fuori si godeva il venerdì, come se fossimo rimasti fuori dal tempo.
«Non esci mai il venerdì sera?» mi chiese a un certo punto, e notai che mi stava guardando con un'attenzione diversa dal solito. Non era lo sguardo del capo. Era qualcosa d'altro.
«Mi piace stare al lavoro,» risposi, e abbassai gli occhi sul pezzo di pizza che tenevo in mano senza mangiarlo.
«Bugiarda.»
Alzai lo sguardo di scatto. Lui sorrideva, lentamente, con un angolo della bocca che si sollevava in modo che mi stringeva sempre qualcosa al petto.
«Perché lo dici?» chiesi, cercando di mantenere un tono neutro.
«Perché nessuno resta in ufficio il venerdì sera per amore del lavoro,» disse lui. La sua voce era diventata più bassa, più morbida. «Men che meno una ragazza come te.»
«Una ragazza come me?» Il mio cuore aveva accelerato. «Cosa intendi?»
Non rispose subito. Si alzò dalla poltrona con calma e si avvicinò, lentamente, come se volesse darmi tutto il tempo di fermarlo. Non lo feci. Non ne avevo la minima intenzione. Si fermò davanti a me, abbastanza vicino da farmi sentire di nuovo quel profumo che mi aveva tormentata per settimane, e sollevò una mano. Le sue dita sfiorarono la mia guancia con una leggerezza che aveva qualcosa di doloroso, come se stesse chiedendo un permesso silenzioso.
Sentii la pelle che mi bruciava sotto quel tocco appena accennato. Non riuscii a parlare.
«Sei rimasta qui per un motivo,» disse in un sussurro. «E lo sai.»
Poi si chinò e mi baciò.
Dapprima con una delicatezza quasi crudele, le labbra appena appoggiate alle mie, come se volesse assaggiare prima di decidere. Poi, quando sentì che ricambiavo, che aprivo la bocca verso di lui, il bacio si fece più profondo, più urgente, le sue mani che si posavano sui miei fianchi e mi tiravano verso di lui con una presa decisa che mi tolse il respiro.
Sapeva di vino e di qualcosa di caldo e scuro. Sapeva di tutte le sere in cui avevo immaginato esattamente questo.
Quando si staccò ero senza fiato. Aveva gli occhi scuri e il respiro leggermente accelerato, e questo — sapere che non era il solo — mi fece girare la testa.
«Vieni,» disse, e mi prese per mano.
Mi riportò nel suo ufficio. Grande, ordinato, con la scrivania di noce scuro che dominava la stanza e la finestra che dava sui tetti illuminati della città. Era il suo territorio, quello spazio dove ogni mattina lo vedevo muoversi con sicurezza, e ora eravamo soli in quel silenzio e la cosa aveva un peso diverso, carico.
Mi fermò davanti alla scrivania. Per un momento mi guardò soltanto, con quella calma deliberata che aveva nei momenti in cui stava per prendere una decisione importante.
«Sei sicura?» chiese. Semplice, diretto. Nessun gioco.
La sua serietà, paradossalmente, mi eccitò più di qualsiasi altra cosa avrebbe potuto fare.
«Sì,» dissi.
Un'unica sillaba, ma lui capì tutto.
Si avvicinò di nuovo e questa volta non c'era più quella delicatezza d'esordio. Mi baciò con un'intensità che mi fece indietreggiare di un passo, finché le mie cosce non toccarono il bordo della scrivania. Le sue mani cominciarono a muoversi, lente e deliberate, sciogliendo i bottoni della mia camicetta uno ad uno, con una pazienza che mi sembrava quasi una forma di tortura.
