Quando sei arrivato al bordo della gonna ho sentito le tue mani togliermi le mutandine di pizzo nero con gesto deciso. Mi hai fatto divaricare le gambe, poi ti sei abbassato fino quasi a sfiorarmi — ho sentito il calore del tuo respiro esattamente lì, in mezzo — e ti sei fermato.
Istintivamente ho spinto il bacino verso di te.
«Stai ferma» mi hai detto, e in quella voce bassa c'era qualcosa che era un sorriso.
«Non è una richiesta facile» ho risposto tra i denti.
Ma poi ti sei rialzato. Ti sei avvicinato a me con quella luce negli occhi che conoscevo già, anche se ci eravamo visti solo tre volte. Quella luce che diceva: so cosa voglio, e ho intenzione di prendermelo.
Non ho resistito.
Ti ho tolto la maglietta bianca con le mani e per un momento ho semplicemente guardato. Il tuo petto, le spalle, le linee del tuo addome che sparivano dentro i jeans sbottonati. Il corpo che avevo immaginato mentre aspettavo che arrivasse la sera. Perfetto. Avrebbe fatto svenire chiunque, e io ho usato tutto l'orgoglio di cui ero capace per non lasciarlo vedere.
«Non pensavo mi guardasse così» hai detto, con quella mezza sorriso.
«Non ti stavo guardando» ho mentito.
Allora mi hai tolta tutto il resto, piano, senza fretta. E mi sono ritrovata nuda davanti ai tuoi occhi, nel mio salotto, con la pioggia ancora che tamburellava sul balcone e la commedia che continuava sullo schermo senza che nessuno dei due la stesse guardando.
«Dio, quanto sei bella» hai detto sottovoce. «Sei perfetta.»
Quelle parole — semplici, dirette, senza fronzoli — hanno fatto qualcosa che non mi aspettavo. Non un complimento calcolato: una constatazione, come se stessi leggendo qualcosa ad alta voce.
Ci sei sistemato tra le mie gambe. Muovevi i fianchi con lentezza ritmica, facendomi sentire il tuo sesso duro premere contro il mio, ancora separato da quello strato sottile di cotone. Una tortura dolce e precisa. Sei tornato a stimolare i miei capezzoli con la lingua mentre i tuoi fianchi continuavano a muoversi, e ho cominciato a gemere — prima piano, poi sempre meno piano — perché sentirti così duro, così vicino, così deliberatamente irraggiungibile, mi faceva desiderare di averti dentro di me con un'intensità fisica che quasi faceva male.
«Sei crudele» ho detto.
«Lo so» hai risposto, sorridente contro la mia pelle.
Ti ho afferrato la testa e ti ho baciato con una forza che non avevo pianificato, avvolgendo le gambe attorno alla tua vita per sentirti ancora di più, per ridurre ogni distanza, come se i nostri corpi fossero due bolle che quando si toccano si fondono in una sola cosa e non tornano più indietro.
Poi la tua lingua è scesa.
Ha cominciato a leccarmi intorno alle grandi labbra con lentezza assoluta, come se stesse assaggiando qualcosa di prezioso. Ho frémito. Le tue dita mi hanno aperta, e la lingua si è insinuata nella mia fessura umida, scivolando lentamente, assaporandomi. L'ho sentita risalire fino al clitoride e un gemito — forte, vero, niente di trattenuto — mi è uscito dalla gola.
Ti piaceva. Lo sentivo dal modo in cui continuavi, dal ritmo che non si affrettava. Hai continuato finché non mi sono aggrappata ai cuscini del divano con le mani, finché il respiro non si è fatto completamente affannoso, finché ho smesso di pensare a qualsiasi cosa che non fossi io e te e quella sensazione che saliva.
E poi ti sei fermato.
«No» ho detto, più come reflex che come protesta reale.
«Uff, sei cattivo!» ho aggiunto, ridendo, e la risata mi ha aiutata a riprendere fiato.
«Cattivo io?» hai risposto con tono di finta indignazione. «Non mi hai mica lasciato respirare prima.»
«Bene. Non te lo meriti.»
Decido di vendicarmi.
Sei inginocchiato sul divano, e mi sono tirata su a sedere. Ho abbassato i tuoi boxer fino a liberarti completamente. Ho preso in mano la tua erezione — calda, tesa, pulsante — e ho cominciato a leccarti dal basso verso l'alto, lentamente, bagnandoti con la lingua, facendoti sentire quanto la mia bocca ti desiderasse.
La mia lingua ha danzato sulla cappella con movimenti precisi, mentre ti tenevo saldamente in mano. Ho cominciato a succhiare, e con l'altra mano ho massaggiato le palle con delicatezza circolare.
Ti ho guardato.
Le tue labbra semiaperte. Gli occhi chiusi. La testa leggermente all'indietro. Quella piccola ruga tra le sopracciglia che sparisce quando smetti di pensare e ti lasci andare. Il tuo piacere visibile, inequivocabile, incapace di fingersi — e questa visione ha aumentato la mia eccitazione in modo quasi irrazionale.
Le mie mani hanno afferrato i tuoi fianchi, e te lo ho preso tutto in bocca, fino in gola, rimanendo ferma per un lungo momento. Hai emesso un gemito basso e prolungato e hai cominciato a muovere i fianchi cercando di guidarmi, ma ti ho tenuto fermo.
Sono io che decido il ritmo, adesso.
Mi sono staccata, ho ammirato il tuo sesso coperto della mia saliva, poi ti ho afferrato per i polsi e li ho portati dietro alla tua schiena. Mi sono dedicata a tormentarti la cappella con leccate veloci, irregolari, imprevedibili — abbastanza veloci da farti perdere il controllo, abbastanza irregolari da non lasciarti abituare.
Ho sentito il tuo respiro farsi cortissimo.
Ho ripreso tutto in bocca — avanti e indietro, lento poi veloce, succhiando forte — con un ritmo che costruiva e costruiva senza mai cedere. Ho sentito l'asta del tuo sesso pulsare sotto la mia lingua, ho sentito i segnali inequivocabili, e allora mi sono staccata e ti ho stretto alla base tra il pollice e l'indice.
Il tuo gemito, questa volta, aveva dentro una nota di incredulità frustrata.
«Tu sì che sei davvero cattiva» hai detto, con quella luce maliziosa negli occhi che non riusciva a mascherare quanto ti stavo facendo impazzire. «Non si fa. Ti meriti una punizione.»
«Chi, io?» ho risposto, con la mia voce più innocente. «E prima tu? Pareggio. Puniscimi, se vuoi.»
Mi hai presa per i fianchi con le mani e mi hai fatta sdraiare.
Ero aperta per te, fradicia di desiderio, il bacino già alzato verso di te prima ancora che tu ti muovessi. Mi hai guardata negli occhi per un secondo — solo un secondo, ma abbastanza lungo da comunicare qualcosa che non aveva bisogno di parole — e poi mi hai penetrata con un colpo energico e deciso che mi ha strappato un grido.
Ho sentito la mia vagina adattarsi attorno a te, prendere la tua forma, la tua misura — come se ci fosse sempre stato uno spazio esatto riservato a questo. Il tuo petto sudato premeva contro il mio seno. Hai cominciato a muovere i fianchi, colpi profondi e lenti all'inizio, poi via via più veloci, più intensi, trovando un ritmo che sembrava costruito apposta per portarmi dove volevi.
Ti ho morso una spalla.
«Sei pazzesca» hai detto contro il mio collo.
«Lo so» ho risposto, ansimando.
Hai sorriso — l'ho sentito più che visto — e hai aumentato il ritmo. Ogni colpo era più preciso del precedente. Sentivo l'orgasmo accumularsi come pressione dentro di me, come qualcosa che sale e sale e non può essere fermato.
Poi ti sei abbassato alla mia orecchia e hai sussurrato: «Voglio venirti dentro. Fino all'ultima goccia.»
Quella frase — pronunciata con quella voce bassa, quella certezza calma — è stata il colpo di grazia.
Sono venuta gridando, con tutto il corpo, liberando tutto quello che si era accumulato da ore — dalla cena, dalla commedia, dai morsetti sul collo, dall'attesa. Un orgasmo lungo, pieno, che mi ha lasciata senza fiato e con le mani che stringevano il tessuto del divano come se fosse l'unica cosa solida nel mondo.
Poco dopo ti sei fermato, hai gemuto forte e a più riprese, svuotandoti dentro di me con un calore che mi ha pervaso il ventre come qualcosa di antico e definitivo.
Sei crollato su di me.
La tua guancia madida di sudore appoggiata alla mia, entrambe rosse di piacere. I nostri respiri mescolati nello stesso spazio. La pioggia, fuori, continuava a tamburellare sulla ringhiera del balcone. Sullo schermo, la commedia era probabilmente finita da un pezzo.
Nessuno dei due si è mosso per molto tempo.
Poi hai alzato la testa, mi hai guardata con quegli occhi color cioccolato ancora offuscati, e hai detto:
«Non pensavo che le commedie potessero rendere la serata così eccitante.»
Ho riso — una risata vera, piena, che veniva da uno posto caldo dentro il petto.
«Non era la commedia.»
«No» hai concordato, sorridendo. «Non era la commedia.»
E fuori, la pioggia estiva continuava a scendere, libera e fresca, lavando tutto.
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Amo i libri e tutto ciò che riguarda l'arte. È forse per questo che mi sono avvicinata al mondo della letteratura, creando racconti che non sono solo erotici, ma che rappresentano anche la sensualità e la passione dei personaggi. Il mio obiettivo è far sì che chi legge possa immedesimarsi nel racconto, raggiungendo lo stesso grado di eccitazione che spero di trasmettere. I miei racconti, sebbene brevi, catturano quella voglia e quel desiderio innati in tutti noi, spesso repressi per la convinzione che parlarne sia giusto o sbagliato. Questo tabù non dovrebbe influenzare la nostra libertà di espressione. Per me, il sesso è la cosa più naturale del mondo e dovrebbe esserlo per tutti.
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