Confessioni 2

MANDREKINO
5 hours ago

CONFESSIONI 2

Don Enzo era seduto dietro la sua scrivania nella segreteria parrocchiale, intento a sistemare alcune carte. La luce del sole filtrava attraverso le finestre, illuminando la stanza polverosa. Improvvisamente, la porta si aprì e Giovanna entrò, il suo volto segnato da un'espressione indecifrabile.

"Ciao Giovanna, dimmi pure cosa posso fare per te," disse Don Enzo, sollevando lo sguardo.

"Avrei bisogno di confessarmi," rispose Giovanna, la voce appena percettibile.

"Ma devi andare in chiesa, c'è Don Pino che sta confessando," replicò Don Enzo, indicando la direzione.

"Ho bisogno di lei. Quello che devo dire è troppo intimo e solo lei mi ispira fiducia."

Don Enzo esitò per un istante, poi annuì. "Va bene."

Si alzò, prese una sedia e la posizionò vicino alla scrivania, mettendo un cuscino davanti a sé. "Prego, inginocchiati," disse, indicando il cuscino.

Giovanna obbedì, il suo corpo tremava leggermente mentre si inginocchiava. "Dimmi, figliola."

"In casa, i rapporti sessuali sono diventati un'abitudine senza più stimoli. E io, ultimamente, spio mio figlio quando va in bagno a masturbarsi, lasciando consapevolmente la porta socchiusa."

Don Enzo aggrottò le sopracciglia. "Ma tuo figlio, Marco, ha solo quattordici anni."

"Lo so, ma vederlo che se lo tocca, e ormai ha un bel cazzo, quella cappella rossa e gonfia, mi fa bagnare tutta e mi vien voglia di assaggiarlo."

Un turbinio di emozioni attraversò Don Enzo. La sorpresa, la confusione, e poi, inaspettatamente, l'eccitazione. Il suo respiro si fece più affannoso, il cuore martellava nel petto. Senza dire una parola, si slacciò i pantaloni, rivelando il suo membro eretto.

"Dai, mamma, fai finta che sono Marco e succhia," sussurrò, la voce roca.

Giovanna esitò per un attimo, poi, come se fosse posseduta da una forza oscura, si chinò. Afferrò il membro di Don Enzo, la sua bocca avvolse la base, le labbra umide e calde. Iniziò a succhiare, prima lentamente, poi con sempre maggiore intensità, la lingua che danzava attorno al glande, accarezzandolo con delicatezza. Don Enzo gemette, le mani che si stringevano al bordo della scrivania.

"Dai, mammina, continua, fammi venire," ansimò.

"Sì, amore, ti svuoto io," rispose Giovanna, la voce soffocata.

Il piacere si trasformò in un'esplosione. Don Enzo eiaculò in bocca a Giovanna, un getto caldo e denso. Lei deglutì, poi si chinò di nuovo, pulendo con cura ogni traccia.

"Mamma, voglio venire dentro di te," sussurrò Don Enzo, la voce ancora tremante.

Giovanna si alzò, si sfilò la gonna e le mutandine, rivelando il suo corpo. Si sedette a cavalcioni sul membro di Don Enzo, che era ancora eretto.

"Brava, mamma, scopami, fammi sborrare dentro," gemette lui.

Giovanna, ormai preda della passione, iniziò a muoversi, il suo corpo che si scontrava con quello di Don Enzo in un ritmo frenetico. Il piacere si intensificò, raggiungendo l'apice. Entrambi urlarono, uniti in un'estasi proibita fino a raggiungere  l’ orgasmo. 

Giovanna scivolò via da lui, il suo respiro ancora affannoso. La pelle di Don Enzo, dove era stata premuta contro di lei, era calda e umida. L'aria della stanza, pesante di odore di sesso e incenso spento, sembrava muoversi intorno a loro come un'entità vivente.

Lei si alzò, i suoi piedi nudi che facevano scricchiolare le vecchie assi del pavimento. Senza vergogna, si chinò a raccogliere la sua gonna dal pavimento, il movimento che delineava le curve del suo corpo ancora scosso dalle convulsioni del piacere. Don Enzo non riusciva a distogliere lo sguardo. La vergogna bruciava, sì, ma più bruciava, più il desiderio riprendeva forza, alimentato dalla proibizione stessa di ciò che aveva appena fatto.

Don Enzo fissava il crocifisso appeso alla parete opposta. Il Cristo di legno sembrava guardare altrove, o forse chiudere gli occhi. La sua vergogna era un peso freddo nello stomaco, ma sotto, come un fiume sotterraneo, scorreva ancora l’eccitazione. Il suo membro, ancora umido, pulsava debolmente contro la stoffa dei pantaloni slacciati.

Giovanna si sistemò la gonna, le dita tremanti mentre allacciava i bottoni. Non guardava il prete. Guardava le proprie mani, come se non le riconoscesse. Le labbra le bruciavano, le cosce erano viscide. Dentro di lei, il seme di Don Enzo era ancora caldo, una presenza sacrilega eppure incredibilmente viva.

«È stato… un esorcismo?» mormorò lei, la voce roca per i gemetti soffocati. Non era una domanda, era una disperata ricerca di senso.

Don Enzo non rispose subito. Si chinò, raccolse da terra il cuscino dove Giovanna si era inginocchiata. Lo batté lievemente, liberando polvere e un’impronta umida. Poi lo posò di nuovo davanti a sé.

«No, figliola» disse finalmente, la voce stranamente calma, ma con un tremore di fondo. «Non è stato un esorcismo. È stata una consacrazione. Di un nuovo peccato. Il nostro.»

Alzò lo sguardo su di lei. I suoi occhi, prima paterni, ora erano due braci oscure. «Hai confessato il desiderio per tuo figlio. E io… io ho ascoltato con la carne, non con lo spirito. Abbiamo tradito entrambi i nostri ruoli. Siamo complici, ora.»

Si alzò, la figura imponente che proiettava un’ombra lunga sulla scrivania. Si avvicinò a Giovanna, che indietreggiò di un passo, ma si fermò quando la schiena le urtò contro lo stipite della porta.

«Ma la confessione non è completa» continuò Don Enzo, sollevando una mano. Non per benedire, ma per accarezzarle la guancia, il pollice che le sfiorava l’angolo della bocca, dove una stilla bianca era sfuggita alla sua pulizia. «Hai detto di spiare Marco. Di bagnarti. Dimmi di più. Descrivilo. Descrivi tuo figlio. Mentre io…»

La sua mano scivolò giù, oltre il collo, fino a sfiorare il bottone superiore della sua camicetta. «…mentre io ti ascolto. E ti assolvo. Con il corpo, come abbiamo appena fatto.»

Un brivido violento percorse Giovanna. La vergogna lottava con un’eccitazione che riaffiorava, più potente di prima, alimentata dalla complicità oscura di quell’uomo di Dio. Aprì le labbra.

«La porta… è socchiusa di un dito» cominciò, la voce un sussurro roco. «Lui è in piedi, davanti al lavandino. I jeans abbassati sulla vita. La maglietta sollevata… Ha la schiena sottile, ancora da ragazzo, ma le spalle si stanno allargando. E in mano…»

Don Enzo sbottonò il primo bottone della sua camicetta. Poi il secondo. Le sue dita erano fredde contro la sua pelle calda.

«In mano ha il suo cazzo» sussurrò Giovanna, chiudendo gli occhi, come per vedere meglio la scena. «È già duro. La punta è gonfia, lucida. Lui lo stringe così… così forte. E si muove. Su e giù. Un respiro affannoso… lo sento attraverso la porta.»

Il terzo bottone cedette. Don Enzo scostò la stoffa, rivelando il reggiseno di pizzo chiaro. Il respiro di Giovanna si fece più rapido.

«E tu?» domandò Don Enzo, la voce un basso brusio vicino al suo orecchio. «Dove sei tu, mentre guardi?»

«Sono dietro la porta… mi accovaccio… mi infilo la mano sotto la gonna…» La confessione usciva a fiotti, come un’emorragia. «Sono bagnatissima… mi sfioro e penso che quella sia la sua mano… che sia lui a toccarmi così…»

Don Enzo emise un suono gutturale. Con un gesto deciso, fece scivolare la camicetta dalle sue spalle, poi sganciò il reggiseno. I seni di Giovanna, pieni e pesanti, furono liberi nell’aria fresca della stanza. Il prete chinò la testa e ne afferrò uno con la bocca, succhiando il capezzolo già duro tra le labbra, mordicchiandolo con una fame improvvisa.

Giovanna gridò, un suono strozzato di shock e piacere. Le sue mani si aggrapparono ai suoi capelli , non per spingerlo via, ma per tenerlo lì.

«Continua» ordinò lui, sollevando lo sguardo, il capezzolo lucido di saliva. «Cosa fai dopo?»

«Mi masturbo… veloce… pensando alla sua bocca… al suo cazzo che vorrei in gola… in figa…» Le parole erano diventate sporche, dirette, liberate dal sacramento della confessione profanata. «E lui… lui geme… un gemito basso… e poi lo vedo irrigidirsi… e sborra… schizzi bianchi sul lavandino bianco… e io… io vengo con lui… in silenzio… tremando tutta…»

Mentre parlava, Don Enzo l’aveva spinta lentamente verso la scrivania. Con un braccio, spazzò via carte e calendari liturgici. Poi la sollevò, facendola sedere sul bordo di legno liscio e freddo. Le divaricò le gambe, la gonna arrotolata alla vita. Le mutandine, già zuppe, furono strappate via con un gesto secco.

«Bene» ringhiò, slacciandosi di nuovo i pantaloni. Il suo membro era di nuovo eretto, violento e gonfio. «Ora confesserai ancora. Ma non a parole.»

Le premette la punta contro l’entrata bagnata e caldissima. «Confesserai con questo corpo peccaminoso. Ogni spinta sarà un “mea culpa”. Ogni mio gemito sarà la tua assoluzione. E quando verrò dentro di te di nuovo… sarà il mio segno. Il nostro patto nel peccato.»

La penetrò in un unico, profondo colpo. Giovanna urlò, la schiena che inarcava all’indietro sul legno della scrivania, le dita che artigliavano il bordo. Don Enzo non le diede tregua. Iniziò a muoversi con una furia metodica, ogni colpo un affondo che cercava il fondo della sua anima attraverso la carne.

«Dimmelo ancora» ansimò lui, il sudore che gli colava dalle tempie. «Dimmelo mentre ti scopo. Vuoi il cazzo di tuo figlio?»

«Sì!» singhiozzò lei, travolta dal ritmo brutale, dalla blasfemia delle parole. «Sì, lo voglio!»

«E io te lo do!» ringhiò Don Enzo, afferrandole i fianchi e cambiando angolo, colpendo un punto che fece vedere stelle a Giovanna. «Ogni volta che ti scopo, pensa a lui! Questo è il mio cazzo, ma nella tua testa da puttana sarà il suo! Sborrerò in te come lui sborra nel lavandino! Ti riempirò come una madonna profanata!»

Il linguaggio era diventato osceno, una litania sacrilega che alimentava il fuoco. Giovanna non tratteneva più nulla. Urlavano insieme, bestemmie e preghiere mischiate, il rumore dei loro corpi che si scontravano era un tamburo primitivo nella stanza sacra.

Don Enzo sentì l’orgasmo montare, un turbine di colpa e piacere inestricabili. Affondò le dita nei fianchi di Giovanna, segnandola.

«Eccolo… il seme di tuo figlio… prendilo, mamma… prendi tutta la sborra del tuo ragazzo…»

Con un ultimo, profondo gemito liberatorio, esplose dentro di lei, ondata dopo ondata calda e copiosa. Giovanna fu travolta da un secondo, più violento orgasmo, il suo corpo scosso da convulsioni mentre lo stringeva dentro di sé, succhiando ogni ultima goccia di quella comunione perversa.

Per lunghi minuti, rimasero così, uniti, ansimanti, coperti di sudore e vergogna sotto lo sguardo impassibile del crocifisso.

Poi Don Enzo si ritrasse lentamente. Una stilla bianca colò subito tra le cosce di Giovanna sul legno scuro della scrivania. Lui la guardò, poi guardò quella traccia del loro peccato.

«La prossima confessione» disse, la voce roca ma stranamente solenne, mentre si sistemava i vestiti con movimenti lenti, «sarà qui. Stessa ora. E mi dirai cosa hai fatto dopo essere tornata a casa. Dopo aver visto tuo figlio con occhi nuovi. Dopo aver portato il mio seme dentro di te sotto lo stesso tetto dove lui dorme.»

Si chinò, raccolse le mutandine strappate di Giovanna e le infilò nella tasca dei suoi pantaloni.

«Un ricordo» sussurrò. «O una reliquia. Ora va’. E ricorda… il nostro segreto è il nostro altare.»

Giovanna scivolò giù dalla scrivania, le gambe malferme. Si coprì come poté con la camicetta aperta. Senza una parola, senza incrociare il suo sguardo, uscì dalla stanza, lasciando Don Enzo solo con l’ombra lunga del tramonto e il peso dolce e terribile della sua nuova vocazione.

La porta della segreteria parrocchiale è chiusa. Ma per quanto tempo potrà contenere il peccato che ha preso vita tra quelle mura? 

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