Paolo era arrivato da Mariangela all’inizio di giugno del 2006, due valigie e gli scatoloni dei libri nel bagagliaio. Francesca si era tenuta la casa, gli avvocati cercavano di prendersi il resto, e per il divorzio la legge chiedeva ancora tre anni. Sua madre era vedova e aveva una casa grande, con un bel patio sul giardino dove prendere il sole, una camera pronta e la tavola apparecchiata. Agli occhi di tutti, la soluzione più semplice.
Per tutti?
Con sé stesso Paolo era più onesto.
Non andava da sua madre per le camicie stirate o per le comodità. Poteva permettersi un appartamento. Anche comprare una casa lì vicino, se avesse voluto.
Ci andava per realizzare un desiderio.
Il divorzio non aveva creato niente. Gli aveva solo dato un’occasione.
Non era un'idea che gli fosse venuta in macchina. Era lì da qualche tempo. Nata con la letteratura erotica in certe notti in cui non prendeva sonno. Poi alimentata con le storie che si trovano in rete, quelle in cui una madre e un figlio, un fratello e una sorella, si ritrovano in una stanza e basta poco.
Ci era inciampato quasi per caso e, una volta scoperto, aveva continuato a tornarci.
Voleva provare.
Mirella, sua sorella, di due anni più giovane, avrebbe fatto più al caso suo. Ma Paolo, che avrebbe compiuto quarant’anni quell’anno, sapeva che le donne che gli facevano girare la testa – mature e dalle curve generose – erano tutte variazioni dello stesso modello.
Sua madre Mariangela.
Per lui non c'era un'altra donna per cui sarebbe valsa la pena. Quel desiderio, in fondo, portava da sempre a lei.
Forse non desideriamo soltanto le persone. Desideriamo anche ciò che rappresentano per noi.
L’aveva dedotto leggendo i diari di Anaïs Nin.
Paolo pensava che in Mariangela si concentrasse l'idea di una femminilità concreta e rassicurante. Una femminilità fatta di presenza, calore e naturalezza, diversa da quella di sua sorella e persino da quella di Francesca, che per anni era stata sua moglie. Più vicina a quella di una donna vera che alle figure esili e costruite che piacevano a molti suoi coetanei.
Ed era una cosa recente.
Da ragazzo non l'aveva mai guardata in quel modo. Allora era unicamente una presenza familiare, qualcosa che dava per scontato. Soltanto da adulto si era reso conto che in lei c’erano molte delle cose che aveva sempre cercato nelle altre donne.
La sua avvenenza, però, l’aveva intuita anche a quei tempi. Dalle battute sentite per caso e dalle occhiate che gli uomini le lanciavano quando credevano di non essere visti.
Poteva bastare a spiegare tutto? Forse no. Paolo non andò a scavare più a fondo, e non gli sembrò che servisse.
Prima di trasferirsi aveva fatto quello che faceva sempre quando una cosa lo interessava davvero.
L’aveva soppesata.
Una sera, in piedi tra gli scatoloni dei libri mezzi chiusi, con il rotolo di nastro adesivo in mano e la valigia aperta sul letto, aveva provato a mettere ordine nei pensieri.
L’età di Mariangela, i quasi sessant’anni, non gli sembravano un problema. Se c’era una cosa che aveva capito negli anni era che anche le donne mature hanno dei bisogni e ne hanno meno vergogna delle altre.
Forse era proprio per questo che gli piacevano così tanto.
Agli occhi di Paolo, Mariangela non aveva smesso di essere la donna che faceva voltare gli uomini.
E non riusciva nemmeno a immaginarla senza desiderio. Egoisticamente non vedeva perché a soddisfarla non potesse essere lui.
Il fatto che fosse sua madre, però, era più difficile da ignorare.
Ormai si era documentato abbastanza da smettere di girarci intorno.
Era incesto.
E quindi?
Ogni volta che si poneva la domanda arrivava alla stessa conclusione. Davanti a sé non vedeva una madre e un figlio. Vedeva due adulti. Lui separato, lei vedova, nessuno a cui rendere conto. A parte il cognome in comune, non era diverso dal sesso tra due persone qualsiasi.
Quello che lo stupiva era quanto poco la cosa lo turbasse.
E su quel fronte non c’erano ostacoli.
Il problema era un altro.
Strappò un pezzo di nastro e lo premette sul cartone con il pollice.
Come farle capire che faceva sul serio senza essere ricacciato nel ruolo di sempre.
Nelle storie che aveva letto su Internet, il problema non esisteva. Lì la madre prendeva sempre l’iniziativa, o cedeva, e dalla prima occhiata al letto passava una pagina.
Ma lui non credeva a quelle storielle ingenue.
Anaïs Nin che aveva cercato per tutta la vita di raccontare storie vere, autobiografiche, non descriveva ciò che le persone fanno, ma ciò che accadeva mentre desideravano farlo. Ed erano cose tutt’altro che semplici. L’incesto con il padre, deliberatamente deciso da lei, ne era stato un esempio.
Paolo decise di seguire quel modello. Non si sarebbe interrogato sul «Perché desidero questa persona?» piuttosto sul «Che cosa succede adesso che la desidero?»
Il peso non era lo stesso per tutti e due. Lui poteva dichiararsi. Lei avrebbe dovuto decidere che cosa fare di quella verità.
Non era il no a preoccuparlo.
Un sì era una risposta. Un no era una risposta. Perfino la rabbia era una risposta. La peggiore, forse, ma prima o poi sarebbe passata.
Quello che non riusciva a sopportare era tutto ciò che stava in mezzo.
Un sorriso.
Una risata.
«Poverino, forse non sta bene.»
«Il divorzio l’ha scosso.»
«Dai, Paolo, falla finita. Sono tua madre.»
Essere liquidato prima ancora di essere ascoltato.
Provò a immaginare come sarebbe andata e la vide subito prendere una piega sbagliata. Lui che si faceva avanti in cucina, lei che alleggeriva tutto con una battuta e riportava la conversazione sul terreno delle faccende di casa.
Il giorno dopo il caffè sul tavolo e tutto come prima.
Come se non avesse detto niente.
Come se non avesse rischiato niente.
Ma c’era una possibilità ancora peggiore.
Che lei capisse.
Che restasse in silenzio.
Che lo guardasse senza ridere, senza arrabbiarsi, senza liquidare tutto come una sciocchezza.
Perché allora non avrebbe più saputo cosa aspettarsi.
In un certo qual senso una trappola, un labirinto di conseguenze diverso da quello in cui era finita la Nin andando a letto con il padre, ma che restava pur sempre un labirinto da cui uscire.
Strappò un altro pezzo di nastro e lo incollò sullo scatolone.
Però un uomo che vuole una donna deve esporsi.
Valeva da sempre e valeva anche stavolta.
L’avrebbe fatto alla prima occasione. Se non si fosse presentata da sola, l’avrebbe creata lui.
Non subito, però.
Prima doveva capire una cosa. Non se Mariangela lo desiderasse. Sarebbe stato troppo presto. Doveva capire se riusciva ancora a vedersi come una donna. Non agli occhi degli altri, ai propri. Una donna che poteva piacere, essere guardata, essere desiderata.
Se quella parte di lei era ancora viva, allora valeva la pena tentare.
Nel frattempo, avrebbe continuato a vivere sotto il suo stesso tetto.
E quello era già metà del lavoro.
Non gli restava che caricare le valigie in macchina e andare da Mariangela.
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Makaresco, uomo, sessant'anni, scrive racconti dal 2006. Scrittore amatoriale per scelta e per passione, cerca di raccontare persone credibili coinvolte in rapporti improbabili, desideri proibiti e difficili da confessare, e in sentimenti che nascono dove non dovrebbero. Scrive per divertimento, ma anche perché crede che la fantasia non sempre nasconda la verità. A volte serve a renderla raccontabile.
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