Notte di capodanno l inizio di un incesto

Capitolo 1 - Un capodanno speciale

Lucia descrive il suo capodanno 2024

I
Iabiab

9 ore fa

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Scrivo con le dita intrecciate in grembo, come se tenere le mani ferme potesse fermare anche il ricordo. Non ci riesco. La memoria torna da sola, puntuale, nella notte di Capodanno del 2024, quando tutto è cominciato.

Mi chiamo Lucia sono una donna di 53anni separata.il mio matrimonio durato 25 anni fini due anni fa,mio marito e stato il primo e unico uomo della mia vita.Devo essere sincera dopo la separazione grazie forse anche alla menopausa non ho mai sentito il bisogno di un uomo per andarci a letto,ma la solitudine l ho sentita fin dal primo giorno, sono una donna molto timida e riservata lo sono sempre stata e dopo la mia separazione ancora di piu.Il mio ex marito mi ha lasciato molti soldi e una casa molto bella di cui mi occupo quotidianamente, è il mio lavoro sono una casalinga, le uniche uscite che faccio sono andare a fare la spesa e andare a dare una mano di tanto in tanto ai miei genitori anziani.

L unico che dopo la mia separazione mi e stato molto accanto è stato mio fratello marco che ha 45enne,lui e single e un bell uomo e le donne non gli sono mai mancate,dopo la fine del mio matrimonio mi e stato davvero tanto vicino avendo mille premure per me che mi facevano sentire protetta e al sicuro.

Per il capodanno del 2024 lui molto gentilmente mi invito ad andare a una festa da amici, ma io rifiutai e marco forse conoscendomi se lo aspettava, forse per questo rinunciò anche lui proponendomi di passarlo insieme.

Ero stupita ,e l idea di passare il capodanno con mio fratello anziché da sola e nella piu totale comodità di casa mia ,mi rendeva veramente felice.

avevo preparato tutto cibo a volonta,spumante, panettone, tutto doveva essere perfetto .

anche io mi ero messa in tiro dopo tanto tempo,avevo indossato un intimo rosso in pizzo con mutandine e reggiseno che mi sorreggeva il seno cadente, poi misi una camicetta nera sotto e un maglioncino sopra e una gonna con spacco laterale, infine indossai delle ciabatte rosse con tacco 12,mi guardai allo specchio e mi piacevo.

mi sedetti e accavallai le gambe aspettando l arrivo di mio fratello marco.

Arrivato marco abbiamo iniziato la serata,cenando ero euforica mio fratello era riuscito a sciogliere la mia timidezza, stavo veramente bene come non mi capitava da tanto tempo

La mezzanotte arrivo senza rendersene conto,brindiamo io e mio fratello baciandoci la guancia,in quel momento e salita una tensione palpabile a tutti e due. Il salotto conservava l'odore del panettone e dello spumante andato a fondo nei bicchieri. Io raccoglievo i piatti sporchi, uno per uno, con la lentezza di chi non ha fretta di restare sola. Marco era rimasto appoggiato allo stipite della porta, la cravatta allentata, il collo della camicia aperto. Non diceva niente. Mi guardava.

«Da quanto tempo non passi un Capodanno con un uomo?» mi ha chiesto, con quella voce roca che non concede scappatoie.

Ho scrollato le spalle, come facevo sempre quando la verità mi metteva all'angolo. «Da quando mi sono separata. Da due anni. Non è niente, Marco. Sono abituata.»

«Non sei abituata. Stai male.»

L'ho guardato, sorpresa dalla durezza delle sue parole. Aveva ragione, e io lo sapevo. Il matrimonio finito mi aveva svuotata, il silenzio della casa mi era entrato nelle ossa, e la timidezza — quella vecchia compagna di sempre — era diventata una gabbia. Non sapevo più come si faceva a lasciarsi toccare, a lasciarsi guardare. Ma non volevo confessarlo, non a lui.

«Sono una donna di cinquantatré anni, Marco. Non ho bisogno di qualcuno che mi salvi.»

Lui ha attraversato la stanza senza fretta. I fuochi d'artificio esplodevano fuori, rossi e argento, e a ogni botto le ombre si allungavano sulle pareti, illuminandogli il viso a tratti. Il mio cuore ha accelerato. Non sapevo ancora perché.

«Non voglio salvarti, Lucia.»

Mi ha preso il viso tra le mani, e io ho smesso di respirare. Le sue mani erano grandi, calde, sicure. Non c'era fragilità in quel gesto, non c'era esitazione. Le sue dita mi hanno sollevato il mento, obbligandomi a incontrargli gli occhi. E in quegli occhi ho visto una cosa che non avrei voluto vedere. Non l'affetto di un fratello. Non la compassione di chi consola una sorella sfortunata. C'era fame.

«Non farlo,» ho sussurrato, senza crederci davvero.

Lui non ha risposto. Le sue dita sono scivolate dal mio viso al collo, poi sulle spalle, lungo le braccia, oltrepassando la stoffa leggera della camicetta. Mi sono sentita nuda sotto le sue mani, esposta come non lo ero mai stata con nessuno. Avevo paura, ma non di lui. Avevo paura di quanto lo desideravo.

I fuochi illuminavano la stanza a giorno, e nel loro bagliore ho visto il suo sguardo farsi duro, imperioso. Uno sguardo che ordinava di cedere.

E io ho ceduto.

Marco mi ha spogliata con una calma spietata, slacciando ogni bottone uno per uno, abbassando le spalline del reggiseno come se avesse tutto il tempo del mondo. Mi ha tolto il reggiseno e il mio seno cadente e saltato fuori,lui ha iniziato a baciarlo avevo i capezzoli turgidi e le areole larghe che bruciavano sotto le sue forti succhiate.Il divano mi ha accolta, e io mi sono lasciata andare all'indietro, col petto scoperto e le cosce che tremavano. Lui si è chinato su di me, la bocca sul collo, sull'addome, mentre i fuochi fuori continuavano a scoppiare, scandendo i miei respiri spezzati.

Mi ha tolto le mutandine con un gesto lento, le dita che scendevano lungo l'interno delle cosce, e il mio corpo si è aperto come se lo riconoscesse. Come se avesse aspettato soltanto questo, per anni.

«Guardami,» mi ha ordinato.

L'ho guardato. Ho guardato mio fratello mentre si slacciava i pantaloni, mentre si liberava della camicia, e ho lasciato che la vergogna si sciogliesse nel calore che mi saliva dal ventre. Non c'era più niente da nascondere. Non c'era più niente da proteggere.

Si è inginocchiato tra le mie gambe e mi ha presa. La prima spinta mi ha strappato un grido dal petto — un grido che ho represso mordendomi il labbro, il suo pene era enorme e duro come il mio ex marito Davide non aveva mai avuto,ero ancora aggrappata a un pudore che non mi apparteneva più. Ma Marco mi afferrato i fianchi e mi ha rifiutato la fuga.

«No. Sentilo. Sentilo tutto.»

E io l'ho sentito. Il suo cazzo che si faceva strada dentro di me, duro e caldo, riempiendo il vuoto che la solitudine mi aveva scavato. Ogni spinta mi faceva gemere più forte ogni spinta dentro di me mi dava un piacere che non credevo potesse realmenteesistere, più forte finché non ho smesso di soffocare la voce. Mi sono aggrappata alle sue spalle, poi alla sua schiena, ho stretto le gambe attorno alla sua vita e l'ho accolto fino in fondo, con un abbandono che non avevo mai conosciuto.

Subito dopo, con un gemito animalesco stretto tra i denti, Marco si è irrigidito dentro di me. Un ultimo, profondo affondo, e ho sentito il suo calore diffondersi nel mio ventre come una promessa scritta col fuoco. Il suo respiro è diventato roco, la fronte premuta contro la mia, gli occhi chiusi. Per un attimo il tempo si è fermato lì, tra i nostri corpi intrecciati, tra il sudore e il silenzio.

Poi ha aperto gli occhi. Mi ha guardato con un'espressione che non sapevo decifrare, e mi sono accorta che non lo avevo mai visto così. Non più il fratello protettivo, non più era ora un uomo. Il mio uomo. «Eri mia prima ancora di saperlo,» ha mormorato, la voce rotta. Ha fatto scivolare una mano sui miei capelli e mi ha baciata, lento, come si assaggia qualcosa di prezioso che si è aspettato a lungo.

Quando si è ritratto, ha sorriso. Un sorriso che mi ha gelato e scaldato insieme. «Adesso tocca a te decidere se questo è l'inizio o la fine.» Il suo peso si è tolto da me, ma il suo odore è rimasto sulla mia pelle. Ho respirato a fondo. La porta della stanza era ancora socchiusa, la luce del corridoio disegnava una lama sul pavimento. Mi sono tirata su, ho sentito il suo calore scivolare via tra le mie cosce, e ho capito che la mia risposta era stata già scritta nel modo in cui non stavo cercando i miei vestiti.

Mi sono alzata senza esitare, e ho sentito il suo calore scendermi lungo l'interno della coscia fino al ginocchio. Non l'ho asciugato. Quella scia tiepida sulla pelle era la risposta che avevo già dato prima ancora di formulare la domanda. Ho guardato Marco seduto sul bordo del divano, la camicia aperta sul collo, la cravatta ormai soltanto un nastro dimenticato, e ho allungato una mano.

Lui l'ha guardata, poi ha alzato gli occhi verso di me. Non ha parlato. Ha intrecciato le sue dita alle mie e si è lasciato tirare su.

Ho attraversato il salotto nuda, il rumore dei miei passi sui tacchi, il riverbero dei fuochi che ancora scoppiavano oltre la finestra a macchiarmi la pelle di rosso e argento. Lui mi seguiva senza resistere, e sentivo il suo sguardo sulla schiena, sulle cosce, su quella traccia lucida che avevo deciso di non cancellare. La porta della camera era davanti a noi. La lama di luce del corridoio ci tagliò in due mentre la oltrepassavamo, poi il buio caldo della stanza ci accolse con odore di lenzuola pulite.

Non ho acceso la luce. Ho raggiunto il letto, mi sono girata e mi sono sdraiata, trascinando Marco giù con me. Le molle hanno ceduto piano. Lui è sceso sopra il mio corpo con un respiro roco, le mani già sui miei fianchi, e io ho aperto le braccia per accoglierlo. La sua bocca ha trovato la mia prima di qualunque altra cosa: un bacio lento, profondo, senza fretta, come se l'alba non dovesse mai arrivare.

Le sue mani hanno risalito il mio corpo, lasciando una scia di brividi sulla pelle ancora umida. Ho sentito le sue dita intrecciarsi ai miei capelli, il suo petto contro il mio, il battito del suo cuore che incontrava il mio in un ritmo che sembrava esistere da sempre. Marco ha mormorato qualcosa contro la mia gola, una parola che non ho capito ma che ho sentito vibrare dentro di me come una promessa.

Il suo peso sopra di me era il contrario della claustrofobia. Era un confine che sceglievo, un perimetro dentro il quale tutto il resto spariva. Ho chiuso gli occhi e ho lasciato che le sue mani parlassero, che i suoi gesti disegnassero sulla mia pelle la mappa di una notte che non volevo finisse mai.

Quando il suo respiro ha cominciato a farsi più profondo, più lento, ho aperto gli occhi. La luce dei fuochi filtravano dalle persiane, e nel buio della stanza vedevo il suo profilo scolpito di riflessi rossastri. Ho portato una mano al suo viso, gli ho accarezzato la guancia, e lui ha volto il capo per baciarmi il palmo.

Siamo rimasti così, intrecciati, mentre fuori la notte consumava i suoi ultimi scoppi e l'alba cominciava a tingere il cielo di un rosa timido. Ho sentito il suo corpo rilassarsi contro il mio, il suo peso diventare un'abitudine dolce, e ho capito che la risposta che avevo cercato non era mai stata una domanda. Era una scelta che avevo già fatto, molto prima di togliergli la cravatta.

L'alba che filtrava dalle persiane aveva ormai spento i riflessi rossastri dei fuochi, sostituendoli con un rosa pallido che accarezzava i muri. Marco era scivolato via dal letto con una delicatezza che non gli avevo mai visto, come se ogni movimento potesse spezzare qualcosa. Lo guardavo raccogliere la camicia dal pavimento, tra la cravatta ancora abbandonata lì accanto come un residuo della notte. Se la infilò senza guardarla, la stoffa che risaliva il torso nudo, e i gesti lenti, carichi di un'attenzione che sembrava costruire una distanza, mi ferivano più di quanto avrei voluto ammettere.

Restavo sotto le lenzuola aggrovigliate, i capelli sparsi sul cuscino, il corpo ancora segnato dalla notte, dai suoi baci, dalle sue mani, dal confine che aveva cancellato. L'odore di spumante e di noi due indugiava nell'aria ferma della stanza. Guardavo le sue dita affondare nei bottoni, il profilo tagliato dalla luce rosa, e sentivo la paura salirmi in gola. Non la sua: la mia.

«Marco.» La mia voce uscì più ferma di quanto mi sentissi. «Hai paura di quello che provi?»

Lui si fermò a metà gesto, le mani sulla stoffa della camicia ancora aperta, lo sguardo che attraversò la stanza per trovarmi. Mi guardò come se solo in quel momento avesse capito che la distanza che stava costruendo era già crollata. E lo sostenni, senza ritrarmi, con la nudità esposta come la verità che avevo accettato.

«No.» La sua voce era bassa, sincera, senza difese. «Ho paura solo di perderti.»

La risposta restò sospesa nell'aria dell'alba come una verità che cambia tutto.

E non seppi cosa dire, perché quella paura era anche la mia, solo che l'avevo vestita di sfida per non chiamarla col suo nome. Il silenzio tra noi si fece spesso, denso del peso di quelle parole, ma non era più il silenzio di prima. Lui finì di abbottonare la camicia con calma, senza fretta, e poi tornò al letto. Si sedette sul bordo, mi prese il viso tra le mani e mi guardò come si guarda qualcosa di prezioso che si è stati a un passo dal perdere. Le sue labbra sfiorarono la mia fronte, un gesto che non era più la distanza che stava costruendo, ma qualcosa di nuovo. «Non scappo», disse, e la sua voce era così piena di intenti che mi lasciò senza respiro. «Resto. Se anche tu vuoi.» Nel rosa dell'alba che ormai invadeva la stanza, allungai la mano verso la sua, e i nostri gesti si trovarono. Non servivano altre parole. Quando mi attirò a sé, il confine che aveva cancellato nella notte si ricostruì, ma diverso: non più una linea da oltrepassare, ma uno spazio in cui stare. E mentre il sole saliva oltre i tetti, restammo lì, vicini, senza più paura del mattino.

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