Mi sollevo sui gomiti per prenderle un seno in bocca, succhiando con avidità mentre le mie mani le afferrano il culo,guidando la sua cavalcata, spingendola giù con più forza contro il mio bacino. «Così... amore, sì, così...» ansima lei sottovoce, con la fronte appoggiata alla mia, i capelli che mi solleticano il viso. Ci baciamo con foga, soffocando i gemiti l'uno nella bocca dell'altra, le lingue che si intrecciano al ritmo dei colpi d'anca. Non c'è frenesia disperata, ma un'onda calda e inarrestabile che sale dal basso.
Erika accelera, le sue unghie si piantano nelle mie spalle attraverso il cotone della maglietta. Sento il suo corpo irrigidirsi,il respiro spezzarsi in piccoli singhiozzi muti mentre le contrazioni del suo orgasmo iniziano a mungere il mio cazzo con spasmi regolari e profondissimi. Quella stretta improvvisa mi fa saltare ogni freno. Le stringo i fianchi fino a lasciarle i segni, do due colpi secchi dal basso verso l'alto e vengo insieme a lei, riversandomi dentro il suo calore con un gemito sordo che soffoco contro la pelle sudata della sua spalla.
Restiamo incollati così per lunghi minuti, con il cuore che martella contro le costole e il respiro corto, prima di scivolare sul fianco, ripulirci alla meglio con un fazzoletto e crollare abbracciati nel tepore del letto.
Sono da poco passate le dodici e dieci. La casa è immersa in un silenzio tombale. Accanto a me, Erika dorme profondamente, il respiro lento e regolare che mi solletica la clavicola. Giulia è rientrata poco prima delle undici e mezza. Io ed Erika eravamo già saliti in camera quando ho sentito la porta d'ingresso richiudersi e i suoi passi affrettati sulle scale. Non si è fermata a salutarci. Sto per scivolare anch'io nel sonno quando il mio telefono, poggiato sul pavimento vicino al letto, emette una vibrazione secca.
Allungo un braccio nel buio e lo afferro. Lo schermo mi abbaglia per un secondo. È un messaggio di Giulia.
«Sei sveglio?» Sospiro, strofinandomi un occhio. Digito con una mano sola:«A malapena.» La risposta è istantanea.«Scendi un secondo.»«Giulia, è mezzanotte passata.»«Lo so. È importante.» Aggrotto la fronte, chiedendole che diavolo voglia a quest'ora. I puntini di sospensione lampeggiano frenetici.«Non posso scrivertelo. Vieni in cucina e non svegliare Erika.»
Chiudo gli occhi e impreco mentalmente. Conosco fin troppo bene l'impulsività di quella ragazza. Non ha il senso del limite né della prudenza; se adesso la ignoro, è capacissima di salire le scale, bussare alla porta o infilarsi direttamente qui dentro, facendo saltare per aria tutto il nostro precario equilibrio. Mi sfilo delicatamente dall'abbraccio di Erika. La controllo per qualche secondo: non si è mossa di un millimetro. Mi alzo in silenzio, sistemo i pantaloni della tuta ed esco nel corridoio buio, scendendo le scale cercando di evitare i gradini che scricchiolano.
La cucina è immersa nella penombra, illuminata solo dal chiarore azzurrognolo del lampione stradale che filtra attraverso le persiane socchiuse. Giulia è seduta al tavolo, ancora in pigiama. Tiene le mani intrecciate davanti a sé e continua a guardare verso il bancone. Per una volta, sul suo viso non c'è l'ombra del solito sorrisetto provocatorio. È seria, quasi tesa.
«Che succede?» le sussurro, avvicinandomi al tavolo. Lei alza gli occhi verso di me. «Secondo te mamma che ha?» Lascio cadere le braccia lungo i fianchi, sbuffando piano. «Mi hai fatto scendere a mezzanotte e un quarto per questo?» Giulia non ride. Non accenna nemmeno una smorfia. «Franci, sono due giorni che mi tratta una merda. Non è una mia impressione.»
Mi appoggio al bordo del tavolo, cercando di minimizzare. «Avete litigato per gli scatoloni e per gli orari. Capita, no?» «No. È diversa.» «In che senso?» Giulia incrocia le braccia sul petto, abbassando ancora di più la voce. «Rifletti un attimo. Ieri pomeriggio, prima di cena, era normalissima. Scherzava, tagliava le verdure. Poi io e te siamo scesi a prendere l'acqua in garage. Siamo risaliti e, da quel momento esatto, ha cominciato a rispondermi male per qualsiasi cosa. Ieri sera mi ha spedita in camera, oggi mi ha aggredita per una fetta di torta e stasera sembrava una guardia carceraria.»
Un leggero freddo mi pizzica la nuca, ma la mia mente razionale rifiuta immediatamente l'associazione. «Giulia, secondo me stai esagerando. Ti stai facendo un film.» «E allora perché continua a guardarmi così?» ribatte lei, sporgendosi in avanti. «Così come?» «Come se avessi fatto qualcosa.»
Il silenzio della cucina sembra improvvisamente più stretto. Io ricordo il rumore metallico sentito dietro gli scaffali del locale di servizio, ma lo scaccio subito. Se Carmela ci avesse visti, avrebbe già cacciato me di casa a calci e avrebbe fatto una scenata epocale. Non mi avrebbe certo preparato una torta e un caffè decaffeinato.
«È solo stressata, fidati», taglio corto. Poi noto che Giulia continua a lanciare occhiate verso la macchina del caffè. Seguo il suo sguardo e vedo un telefono collegato al caricabatterie.
«Aspetta. Quello non è il telefono di tua madre?»
Deve averlo dimenticato in carica vicino alla macchina del caffè prima di salire a dormire. «Voglio controllare se ha scritto qualcosa a Erika,» confessa Giulia, con gli occhi fissi sullo schermo spento. «Ho paura che abbia qualche sospetto strano su di me e che si sia sfogata con mia sorella.»
Giulia si alza e allunga una mano verso il telefono. La precedo, appoggiando il palmo sul bancone davanti al caricatore.
«Giulia, non puoi metterti a leggere il telefono di tua madre. Sei impazzita?» «Voglio solo vedere se le ha detto qualcosa!» «Non è una buona idea. Rimetti quella roba dov'era.» Giulia mi scansa la mano e afferra il telefono. «E tu cosa faresti, scusa? Aspetteresti che ci esploda tutto in faccia senza sapere niente? Io il codice lo so, è la nostra data di nascita.»
Esito. So che è profondamente sbagliato, una violazione bella e buona, ma il tarlo del dubbio ha appena iniziato a scavare anche nella mia testa. «Giulia, è il telefono di tua madre,» ripeto, ma con molta meno convinzione. «Lo so di chi è,grazie.» «E allora lascialo stare.» «Cinque secondi, Franci. Giuro, guardo la chat di Erika e chiudo.»
Resto in piedi accanto alla sua sedia, passandomi una mano sul viso mentre lei sblocca il display. La luce bianca illumina i nostri volti nel buio. Giulia apre WhatsApp e tocca la conversazione con Erika. Scorriamo i messaggi degli ultimi due giorni: liste della spesa, orari dei turni, una foto del pensile aggiustato. Niente. Non c'è una sola parola su Giulia, né tantomeno sul garage.
Sospiro di sollievo. «Visto? Te l'avevo detto. Ora spegni.» Giulia dovrebbe tranquillizzarsi, ma la curiosità è una brutta bestia. Torna alla schermata principale delle chat e, invece di bloccare lo schermo, fa scorrere il dito verso il basso. In cima alla lista compare un nome che non conosce. Lorenzo. Prima che io possa fermarla, ci clicca sopra.
La conversazione che si apre non ha nulla di materno. Ci sono i messaggi del pomeriggio, l'invito per la sera, alcune battute decisamente allusive di Lorenzo e qualche risposta sorprendentemente spiritosa di Carmela. Poi una fotografia, inviata la sera precedente.
Carmela è davanti allo specchio della sua camera, con indosso un elegante vestito scuro che le valorizza la figura. Ha i capelli sciolti sulle spalle e un sorriso piccolo, quasi incerto. Non è una fotografia particolarmente provocante, ma è evidentemente stata scattata con l'intenzione di piacere a qualcuno. Ed è proprio questo a sorprendermi: faccio fatica a conciliare quella donna che cerca di apparire sicura di sé con la Carmela che si imbarazza persino quando le faccio un complimento per la crostata.
Nella seconda foto,si vede solo il taglio delle labbra carnose fino al décolleté generoso, con una mano affusolata poggiata sul petto, in un misto di eleganza matura e timida provocazione che ti toglie il fiato.
Giulia rimane letteralmente pietrificata sulla sedia. La mascella le cade verso il basso. «No,» sussurra, con un filo di voce. Mi schiarisco la gola, decisamente a disagio per aver visto qualcosa che non avrei mai dovuto vedere. «Che c'è?» «No, Franci. Ti prego, dimmi che non è quello che penso. Mi sto sentendo male.» Guardo il nome in alto. «Ah. Lorenzo.»
Giulia gira la testa verso di me con la lentezza di un film horror. «Tu sai chi è?» A quel punto, trattenendo a stento un sorriso cinico per la piega grottesca della situazione, le racconto tutto a bassa voce: del vecchio amico di gioventù, dell'appuntamento di quella sera qui a casa mentre lei era fuori, del fatto che io ed Erika lo abbiamo incrociato giù al portone e che sua sorella sapesse già tutto.
Giulia sgrana gli occhi, più indignata per l'esclusione che per le foto in sé. «Quindi mia madre si scambia foto e messaggini romantici con un uomo e io lo scopro così?!» Mi mordo l'interno della guancia per non scoppiare a ridere. «Giulia, tua madre ha quarantotto anni, mica è una suora di clausura.» «Non voglio sapere queste cose! È mia madre, che schifo!» sibila, coprendosi gli occhi con una mano. «Sei tu che hai aperto il telefono, genio del male.»
Superato il trauma iniziale, però, la solita Giulia riprende subito il sopravvento. Si alza dalla sedia e, con un saltello leggero, si siede direttamente sul marmo dell'isola centrale, lasciando penzolare le gambe nude. Continua a tempestarmi di domande su come fosse fatto questo Lorenzo, se avesse i capelli, se sembrasse ricco, salvo poi sbuffare sonoramente.
