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Erotika
La Suocera Repressa, Invidiosa Delle Figlie · Cap. 2
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Capitolo 2 di 2 34 min di lettura

Una scopata non basta

Carmela prova a riscoprire il piacere con un uomo del passato, ma la serata le lascia più domande che risposte. Intanto Franci e Giulia rischiano di far esplodere un altro segreto proprio nel cuore della notte.

Alessia
7 ore fa · 63 letture · 1

L'aria in cucina è improvvisamente pesante, ma io ed Erika siamo ancora carichi dell'energia della nostra passeggiata. Vado verso il frigorifero, aprendolo per cercare una bottiglia d'acqua. Erika mi si avvicina da dietro, scivolando con le braccia attorno alla mia vita e appoggiando la guancia contro la mia schiena. «Hai intenzione di mangiare pure adesso?» mi prende in giro, con la voce impastata di sonno e affetto. «No,» ribatto, richiudendo lo sportello e girandomi tra le sue braccia. «Volevo solo vedere se tua madre aveva nascosto un'altra torta per i suoi ospiti.» «Sei senza speranza.» Si alza in punta di piedi e mi dà un bacio leggero sulla guancia. La blocco per i fianchi, tirandola contro di me. «Tutto qui?» le mormoro a un millimetro dalle labbra. Lei sorride, gli occhi che brillano. «Che pretese.» Le rubo un bacio vero, profondo, le mie mani che scivolano con naturalezza sulla curva della sua schiena. Lei ride, cerca debolmente di spingermi via, ma poi si arrende, lasciando cadere la testa sulla mia spalla, i nostri corpi perfettamente incastrati in una danza di complicità e desiderio spontaneo.

Con la coda dell'occhio, oltre la spalla di Erika, vedo Carmela. È ferma vicino al lavandino, una spugna a mezz'aria. Ha smesso di pulire i bicchieri. I suoi occhi sono fissi su di noi. La osservo per una frazione di secondo: c'è qualcosa di straziante nel modo in cui guarda le mie mani sui fianchi di sua figlia, il modo in cui studiamo l'intimità che lei ha appena cercato e fallito miseramente di trovare. Poi, come se si fosse scottata, abbassa lo sguardo e riprende a strofinare il vetro con foga. Erika, ignara di tutto, si stacca da me sbadigliando. «Mamma, guarda che domani Franci resta a pranzo,» annuncia. «Sempre se vostra madre non mi caccia prima per insolenza,» scherzo io, appoggiandomi al frigo. Carmela forza un sorriso, guardando il lavello. «Francesco, quando mai ti ho cacciato?»

«Vado su a preparare il letto e a cercarti una maglietta pulita per dormire,» mi dice Erika, dandomi un'ultima carezza sul braccio prima di sparire su per le scale. Rimango solo con Carmela. Il silenzio in cucina si fa improvvisamente denso.Faccio un passo verso l'isola, infilandomi le mani in tasca. «Allora,» le chiedo, abbassando la voce, «questo famoso Lorenzo?» Lei sospira pesantemente, lasciando cadere la spugna nel lavandino. «Francesco, sei tremendo.» «Però ammettilo, almeno una volta ti ho dato un buon consiglio.» Si appoggia al bancone, incrociando le braccia sul petto. La linea delle sue spalle è curva, sconfitta. «Forse.» La guardo bene. La maschera è caduta. «Non è andata bene?» «Non è andata male.» «Questa è una risposta molto diplomatica.» Carmela sorride appena, un sorriso stanco, amaro. «È stato gentile.» «E quindi?» Esita. Le sue dita si stringono attorno al bordo di marmo fino a far sbiancare le nocche. «Non lo so.Forse... mi aspettavo qualcosa di diverso.»

Non so cosa sia successo con Lorenzo, ma dalle sue risposte ho l'impressione che l'appuntamento non sia andato benissimo.Cerco di rassicurarla, di fare il bravo ragazzo che dispensa consigli banali ma sinceri. «Vabbè, Carmela. Se non è scattato niente, pazienza. Capita. Ma non ti devi mica accontentare.» Appena pronuncio quelle parole, Carmela alza la testa di scatto. I suoi occhi si piantano nei miei con un'intensità che mi toglie il fiato per un secondo. Mi guarda come se avessi appena scoperchiato il vaso di Pandora della sua intera esistenza. «Già,» mormora, con la voce che le trema in modo impercettibile. «Non dovrei.» Il silenzio si allunga, caricandosi di una tensione elettrica, inespressa. Poi, Carmela distoglie lo sguardo. Fissa il bicchiere vuoto sul bancone. «Essere gentili non basta sempre, Francesco.» La guardo, cercando di capire se aggiungerà qualcosa. Ma Carmela si limita a sistemare il bicchiere sullo scolapiatti. Annuisco. «Su questo,» le rispondo lentamente, «siamo perfettamente d'accordo.»

La tensione elettrica che si è creata in cucina viene spazzata via dal rumore dei passi di Erika sulle scale. La mia fidanzata ricompare sulla soglia reggendo una mia vecchia maglietta stropicciata che avevo lasciato qui la settimana scorsa e un paio di pantaloni di tuta grigi, decisamente troppo leggeri ma comodi.

«Trovato tutto,» annuncia, passandomi il fagotto di vestiti. Poi si ferma, guarda l'orologio appeso sopra la porta e mi circonda il collo con un braccio. «Senti, ma perché non rimani a dormire qui? Tanto domani siamo tutti più tranquilli.Perché devi tornartene a casa adesso?»

Non ci penso nemmeno mezzo secondo. L'idea di rimettermi in macchina a quest'ora, dopo una giornata così lunga, non mi entusiasma affatto.«Se non disturbo, accetto volentieri.»

Lancio un'occhiata a Carmela, quasi aspettandomi di leggere sul suo volto un'ombra di esitazione dopo il nostro scambio di poco fa. E invece no. La maschera della padrona di casa impeccabile è tornata al suo posto, perfetta e impenetrabile.«Ma quale disturbo, Francesco,» interviene lei con un sorriso cordiale, dirigendosi verso il mobiletto del corridoio.«Aspetta che ti prendo degli asciugamani puliti per il bagno.»

Torna poco dopo con una pila di spugne profumate di ammorbidente, me le porge senza mai incrociare davvero il mio sguardo e ci augura una buonanotte tranquilla, comportandosi esattamente come farebbe qualsiasi madre ospitale. Io ed Erika saliamo al piano superiore in punta di piedi, chiudendoci finalmente nella sua camera.

Mentre mi sfilo i jeans e la maglia, Erika si infila sotto le coperte con addosso solo una canottiera leggera e gli slip. Mi guarda armeggiare con il laccio della tuta e sorride. «Comunque sono proprio contenta che mamma abbia finalmente accettato un appuntamento,» dice, sistemandosi il cuscino dietro la schiena. «Era ora che si sbloccasse un po'.»

Mi infilo la maglietta pulita e mi siedo sul bordo del materasso, ripensando agli occhi spenti di Carmela davanti al lavandino. «Mah, a dire il vero non so mica se è andata così bene, sai? Quando sei salita mi è sembrata un po' giù di corda. Forse non è scattata la scintilla.»

Il sorriso di Erika si spegne in una smorfia dispiaciuta. Sospira, lasciandosi scivolare giù sul cuscino. «Mi dispiace. Ci speravo davvero tanto.» Rimane pensierosa per un paio di secondi, poi scuote la testa e allunga una mano per tirarmi per il fianco. «Dai, vieni qui, che ho freddo.»

Spengo la luce sul comodino e mi infilo sotto il lenzuolo. Appena il mio corpo tocca il suo, Erika mi si incolla addosso,facendo scivolare un piede gelato lungo il mio polpaccio. «Ahi! Ma hai due blocchi di ghiaccio al posto dei piedi,» protesto a bassa voce, rabbrividendo e cercando di scansarmi. Lei ridacchia contro la mia spalla, continuando a strofinare le dita fredde sulla mia pelle per farmi dispetto. «E tu sei la mia stufetta personale. Lavora in silenzio.» «Ah, quindi mi tieni a dormire solo per sfruttamento termico?» «Esatto. E anche perché non riusciamo mai a trovare un momento tranquillo tutti per noi in questa casa di matti.»

Mi giro su un fianco, intrappolandole le gambe tra le mie per immobilizzarla. Nel buio della stanza, i suoi occhi brillano di una malizia dolce, familiare. Infilo una mano sotto la sua canottiera, risalendo lungo la pelle liscia del ventre fino a trovarle il seno nudo. Glielo stringo con decisione, sentendo il capezzolo indurirsi immediatamente contro il mio palmo.Erika trattiene il fiato, lasciando sfuggire una risatina soffocata quando inizio a pizzicarla piano e a farle il solletico lungo le costole, mescolando il gioco al desiderio.

«Smettila, scemo, se ci sente mamma ci ammazza,» sussurra, mordendomi il labbro inferiore per farmi tacere. Il bacio parte come uno scherzo, con i denti che si urtano e i sorrisi che ci impediscono di chiudere le labbra, ma nel giro di pochi istanti il respiro cambia ritmo. La spontaneità di questo momento mi avvolge completamente. Con Erika non c'è mai bisogno di fingere o di calcolare le mosse; è tutto facile, luminoso, l'esatto opposto del grigiore di cui parlavamo giù in cucina.

Con un movimento fluido, Erika si solleva e mi sale a cavalcioni, piazzandosi sopra di me. Siamo ancora mezzi vestiti,avvolti nel groviglio delle lenzuola. Lei si sfila la canottiera dalla testa e la lancia alla cieca sul pavimento, restando a petto nudo nella penombra. Allungo le mani per afferrarle le tette, massaggiandole con forza mentre lei inizia a strusciare il bacino contro il mio. Sotto il tessuto sottile della tuta, il mio cazzo è già durissimo e preme contro l'elastico dei suoi slip umidi.

«Mi manchi sempre,» mi mormora sulle labbra, abbassandosi per baciarmi il collo e il petto sopra la maglietta. Infilo le mani sotto le sue natiche, stringendole a piene mani e aiutandola a sollevarsi quel tanto che basta. Abbasso i pantaloni della tuta e i boxer fino a metà coscia, mentre lei fa scivolare di lato il lembo bagnato delle sue mutandine senza nemmeno togliersele del tutto. Quando si lascia andare verso il basso, un gemito lungo e tremante le muore in gola.

La sua figa calda e scivolosa mi avvolge da sopra con una lentezza esasperante, inghiottendomi centimetro dopo centimetro fino alla base. È una sensazione di pienezza assoluta. Erika appoggia le mani sul mio petto e inizia a muoversi sopra di me, prima con rotazioni lente e profonde del bacino, poi alzandosi e riabbassandosi con un ritmo sempre più incalzante. Sento le sue pareti interne stringermi e accarezzarmi a ogni discesa, bagnate da far paura, producendo quel lieve schiocco umido che nel silenzio della notte sembra amplificato.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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