Andava avanti finché non ero al limite, poi si fermava di colpo, lasciandomi col fiato sospeso. Si toglieva i pantaloni con un paio di calci, rimanendo solo con la maglietta sollevata, e mi saliva a cavalcioni.
Si lasciava scivolare su di me, accogliendomi tutta d'un colpo, ed era l'apoteosi. Le stringevo il culo con entrambe le mani, affondando le dita nella sua carne morbida per spingerla contro il mio bacino, dettando il ritmo. Scopavamo in modo selvaggio. La mia povera Toyotina cigolava in modo pietoso, le sospensioni ballavano e i vetri si appannavano in tempo zero, creando una bolla impenetrabile.
A volte ci toccava fermarci di botto, trattenendo il respiro, quando i fari di un'altra auto illuminavano a giorno il parcheggio per accostare a pochi metri da noi. Rimanemmo immobili, io dentro di lei, il cuore a mille. Poi ci guardavamo e scoppiavamo a ridere sottovoce: i vetri delle altre macchine erano tutti ugualmente appannati. Eravamo circondati da coppiette che stavano scopando esattamente come noi. Eravamo nel nostro habitat naturale.
Ma il bello della macchina erano le posizioni assurde a cui ti costringeva. C'era questa cosa che mi faceva impazzire: a un certo punto, nel foga del momento, lei si sganciava da me e si metteva in ginocchio sul sedile posteriore, allungandosi in avanti verso i sedili anteriori e il cruscotto. Inarcava la schiena, offrendomi un panorama perfetto del suo culo sodo e meraviglioso, la figa umida ben in vista e arrossata.
Era la mia occasione per stuzzicarla. Invece di entrare subito, le assestavo un paio di sculacciate sonore che la facevano sussultare e gemere.
«Ahi! Giò, muoviti...» piagnucolava lei, impaziente, muovendo il sedere contro le mie mani.
Ma io me la godevo. Con un po' di saliva, le facevo scivolare un dito proprio lì, nel sedere, muovendolo per infastidirla, per prenderla in giro. Lei si lamentava, stringeva le gambe per il solletico e per quel brivido nuovo, ma si inarcava ancora di più. Mi abbassavo, passando la lingua tra le sue natiche, leccandole il sapore dal buco del culo giù fino alla figa, assaggiando tutta l'essenza dei nostri umori. Quando la sentivo fremere in modo incontrollabile, incapace di resistere un secondo di più, l'afferravo per i fianchi e la penetravo da dietro con una spinta secca, riempiendola.
Lei urlava contro lo schienale del sedile anteriore. Le mie spinte diventavano frenetiche, pelle contro pelle, fino ad arrivare a quel crescendo finale, all'orgasmo condiviso in cui svuotavo tutto me stesso dentro di lei, crollandole letteralmente sulla schiena, madidi di sudore.
Poi c'era il ritorno alla realtà. Il freddo che entrava quando aprivamo un filo il finestrino per respirare, i vestiti cercati a tentoni sotto i sedili. E, immancabile, la voce di Vittoria: «Giò... passami il pacco.»
Il pacco di salviette per bambini. La nostra scorta segreta nel vano portaoggetti. Ne compravamo una quantità industriale; al supermercato dovevano pensare che avessimo dei neonati, e invece ci servivano per ripulirci alla meno peggio, ridendo come scemi mentre ci passavamo la salvietta fresca sulle parti intime e sulle cosce appiccicose, per poi rivestirci e tornare a casa col sorriso di chi ha appena vinto alla lotteria.
Dopo l'uragano di corpi, i respiri affannosi e l'adrenalina che faceva tremare i vetri appannati, la mia piccola Toyota si trasformava istantaneamente in un rifugio di una dolcezza disarmante. La transizione tra la passione selvaggia e la tenerezza più assoluta era forse la parte che amavo di più.
Restavamo lì dietro, nudi a metà, aggrovigliati sui sedili posteriori per cercare di non disperdere il calore dei nostri corpi. L'aria fredda della notte provava a insinuarsi dalle fessure dei finestrini appena abbassati per far uscire la condensa, ma sotto il mio giubbotto, che usavamo a mo' di coperta improvvisata, c'era un microcosmo perfetto. Vittoria si rannicchiava contro il mio petto, la testa appoggiata nell'incavo della mia spalla, le gambe ancora intrecciate alle mie. La sua pelle era morbida, leggermente umida di sudore, e l'abitacolo era saturo del nostro odore, quel profumo inconfondibile di sesso, pelle calda e salviette umidificate che ancora oggi, a pensarci, mi fa stringere lo stomaco in una morsa di nostalgia.
Ci scambiavamo baci lenti, pigri, sulle labbra gonfie, sulle tempie, sul collo. Le accarezzavo la schiena nuda con i polpastrelli, disegnando linee invisibili sulla sua spina dorsale mentre parlavamo di tutto e di niente. In quei momenti di intimità nuda e cruda, isolati dal resto del mondo in un parcheggio buio, ci mettevamo a nudo anche emotivamente. Confidavamo le nostre paure, ridevamo per delle stupidaggini colossali e progettavamo un futuro che, a quell'età, sembrava infinito e luminoso. La spontaneità vinceva sempre sulla complessità, rendendo tutto incredibilmente vero e profondo.
La nostra relazione, nel frattempo, andava alla grande anche al di fuori di quell'abitacolo. Avevamo costruito un legame che superava di gran lunga la semplice, seppur devastante, attrazione fisica. Eravamo complici. Iniziammo a frequentare le rispettive famiglie con naturalezza, inserendoci l'uno nella vita quotidiana dell'altra. Le domeniche a pranzo, le chiacchiere con sua madre e sua sorella, le cene a casa mia: eravamo la classica coppia perfetta, i "bravi ragazzi" nel salotto di casa, che nascondevano il segreto della loro fame insaziabile appena girato l'angolo, chiusi dentro una macchina.
Mi sentivo invincibile. Credevo davvero che, una volta risolto il disperato problema pratico e logistico di dove poter fare l'amore senza il terrore di essere scoperti, avessimo superato l'ostacolo più grande. Avevamo trovato il nostro equilibrio perfetto tra l'affetto romantico e una vita sessuale esplosiva, in un continuo crescendo di emozioni e soddisfazione. Cosa mai avrebbe potuto scalfirci? Eravamo noi due contro il mondo.
Ma mi sbagliavo di grosso.
Proprio come ogni buon racconto deve terminare lasciando una promessa o un segreto irrisolto per svelare cosa succederà dopo, la nostra pace assoluta era destinata a incrinarsi. Proprio quando pensi di aver costruito una fortezza inespugnabile, non ti rendi conto che i veri nemici non attaccano dall'esterno: nascono da dentro. Le prime crepe iniziarono a formarsi in modo quasi impercettibile, sguardi di troppo, silenzi pesanti, domande non fatte. Una miscela velenosa che stava per trasformare il nostro paradiso in un campo di battaglia emotivo. I problemi pesanti stavano arrivando, e avevano un nome ben preciso: la gelosia.
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