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Erotika
La Mia Vittoria · Cap. 2
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Capitolo 2 di 2 15 min di lettura

Cazzo, dove scopiamo?

L'eterno dramma giovanile di non avere un letto si risolve tra fughe clandestine e l'arrivo benedetto della prima auto. Un'esplosione di sesso selvaggio e disinibito, dove la frustrazione accumulata lascia finalmente spazio alla pura esplorazione carnale.

SborrateClandestine
5 mesi fa · 882 letture · 0

Casa mia era un appartamento unico, ma il vero gioiello era la mansarda chiusa sul terrazzo. L'avevamo allestita come un secondo salotto, con un enorme divano a L e un bagno spazioso dotato di un box doccia gigantesco. Quando Vittoria dormiva da me, quel rifugio isolato dal resto del mondo diventava la nostra stanza da letto personale. E, soprattutto, il teatro del nostro sesso più bollente e disinibito.

In quella mansarda, la regola che la spontaneità vince sulla complessità trovò la sua massima espressione. Non c'erano genitori al piano di sotto, non c'erano sorelle nella stanza accanto. C'eravamo solo noi, liberi finalmente di fare tutto il rumore che volevamo.

E cazzo, se ne facemmo.

Ricordo la prima volta sul divano a L. Eravamo saliti in mansarda con la scusa di guardare un film, ma lo schermo della TV illuminava a malapena i nostri corpi già aggrovigliati. Partimmo adagio, con preliminari lenti e un'attrazione che ci calamitava, ma la consapevolezza di essere completamente soli ci fece accelerare i battiti in un istante.

Le tolsi i vestiti con una foga nuova. Vittoria si lasciò cadere all'indietro sui cuscini del divano, le gambe divaricate e abbandonate oltre il bordo, offrendosi a me sotto la luce bluastra della televisione. Mi inginocchiai tra le sue cosce. Iniziai a baciarle l'interno coscia, risalendo lentamente, godendomi il suo respiro che si faceva sempre più irregolare.

Quando affondai in lei, fu una rivelazione. La sua figa era caldissima, stretta e incredibilmente bagnata. Sentirla stringersi attorno a me, accogliendomi completamente, mi mandò il cervello in fiamme. Ma la cosa che mi fece letteralmente perdere la testa fu il suono.

Per mesi avevamo fatto l'amore in silenzio. Lì, invece, alla mia prima spinta profonda, Vittoria gettò la testa all'indietro e urlò. Un gemito lungo, acuto, sfacciato.

«Cazzo, Giò... sì!» gridò, senza più alcun filtro, le mani intrecciate dietro la mia nuca per tirarmi contro di lei.

Sentire il mio nome urlato in quel modo, la sua voce che si riempiva di piacere senza la paura di essere sentita, fu l'afrodisiaco più potente della mia vita. Mi mossi dentro di lei con una forza animale. Il divano scricchiolava sotto i nostri movimenti, i nostri petti sudati sbattevano l'uno contro l'altro. Lei mi assecondava, alzando il bacino, piantandomi le unghie nella schiena e gemendo sempre più forte a ogni mio affondo, fino a quell'orgasmo condiviso e urlato che ci lasciò tremanti e svuotati sui cuscini.

Ma la nostra esplorazione non si fermò lì. La passione tra noi era così forte che ogni angolo di quella mansarda doveva essere nostro.

Qualche mattina dopo, la doccia era già aperta quando la raggiunsi in bagno. L'ambiente era saturo di vapore. Vittoria era sotto l'acqua, la schiena rivolta alla porta, i capelli bagnati appiccicati alla pelle nuda. Entrai dietro di lei, spogliandomi in fretta. Le mie mani scivolarono sui suoi fianchi bagnati, risalendo per stringerle i seni.

Il sapone profumato scivolava tra di noi, rendendo i nostri corpi una superficie unica e scivolosa. Lei si appoggiò al muro, sospirando a pieni polmoni quando le strinsi i capezzoli resi duri dal getto dell'acqua. La accarezzai scendendo verso il suo addome, fino a infilare le dita tra le sue cosce, trovandola caldissima e pronta, bagnata di desiderio e non solo per l'acqua della doccia.

Con un movimento fluido la feci voltare. Vittoria non ci pensò due volte: mi saltò letteralmente addosso. Le sue gambe bagnate mi cinsero saldamente i fianchi mentre la sollevavo contro le piastrelle fredde del box doccia. Entrai in lei con un colpo secco e deciso, strappandole un gemito fortissimo che rimbombò tra le pareti di vetro.

L'acqua scrosciava sui nostri corpi mescolandosi al sudore e alla foga del momento. Si muoveva contro di me, la sua pelle scivolosa che frizionava contro la mia. In quel box doccia enorme non c'era spazio per la dolcezza, c'era solo fame. I suoi gemiti rimbombavano, acuti e continui, coprendo persino il rumore potente del getto d'acqua.

«Più forte... ti prego, scopami forte!» mi urlò contro la bocca, mordendomi il labbro.

La sbattei contro le piastrelle a ogni spinta, sentendola contrarsi attorno a me con spasmi violenti quando venne. I suoi urli di piacere furono la colonna sonora della mia stessa esplosione. La seguii un istante dopo, affondando dentro di lei un'ultima volta con un grugnito roco, svuotandomi completamente.

Rimanemmo lì, avvinghiati, l'acqua calda che continuava a lavarci via il sudore, i respiri pesanti che si calmavano lentamente. Avevamo finalmente trovato il nostro spazio, e lo stavamo riempiendo con tutta la voce e la passione che avevamo dovuto trattenere per mesi.

Quell'anno trascorse esattamente così, in un limbo fatto di frustrazione e urgenza. La nostra magica mansarda era un lusso che ci capitava di rado; per il resto del tempo, ci arrangiavamo come potevamo. Sesso silenzioso, quasi trattenuto a casa sua, o fughe disperate nei posti più assurdi.

Ricordo ancora la braciata del Primo Maggio a casa di quella stessa amica del veglione di Capodanno: ci eclissammo in una stanza degli ospiti e lo facemmo in fretta e furia, sudati per il caldo e la fretta, con l'orecchio teso a captare i passi nel corridoio. Era sesso veloce, "normale", senza il tempo materiale per esplorare o sperimentare le fantasie che ci raccontavamo di notte in chat.

Ma poi, a dicembre, compii finalmente diciotto anni. E, pochi mesi dopo, arrivò il pezzo di plastica che rivoluzionò la nostra vita sessuale: la patente.

Misi le mani sul volante della mia povera, piccola Toyota e le distanze si polverizzarono. L'ora di treno diventò un viaggio molto più breve e intimo. Potevo andarla a prendere, potevamo passare molto più tempo a casa mia... ma, a dirla tutta, la vera rivoluzione non fu l'appartamento. Il sesso in macchina, cazzo. Era un fottuto sogno.

Iniziò un periodo in cui lo facevamo letteralmente ogni singola volta che ci vedevamo. Diventò la nostra routine, una coreografia collaudata in cui la spontaneità vinceva su tutto, come impone la regola aurea dell'erotismo.

Guidavo fino a uno spiazzo sterrato, isolato e buio. Spegnevo il motore e, in un secondo, scavalcavamo sui sedili posteriori. Partivamo sempre adagio, seguendo il nostro personalissimo crescendo. Iniziavamo a baciarci al buio, assaporandoci. Poi, con un gesto che mi faceva impazzire già in partenza, Vittoria si staccava dalle mie labbra. Mi prendeva il polso, mi sfilava l'elastico nero che portavo sempre per lei, e si legava i capelli in una coda disordinata. Era il segnale universale.

Mi sbottonava i jeans, abbassandoli insieme ai boxer, e si chinava su di me. Il contatto era una scossa termica. Sentire la sua bocca umida e caldissima chiudersi attorno a me, nel buio freddo dell'abitacolo, mi faceva rovesciare la testa all'indietro contro il poggiatesta. Usava la lingua con una perizia che aveva affinato nel tempo, leccando dal basso verso l'alto, per poi risucchiarmi con le guance scavate. La saliva rendeva tutto scivoloso e perfetto. Mi guardava dal basso verso l'alto, i suoi grandi occhi scuri che brillavano alla luce lontana dei lampioni, mentre il suono inconfondibile e bagnato delle sue labbra riempiva il silenzio della macchina.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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