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Erotika
Ipnotizzata · Cap. 1
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Capitolo 1 di 3 28 min di lettura

La vicina ipnotizzata: undici minuti proibiti

Esasperato dalla collega e dalla sua arrogante vicina, Andrea scopre un misterioso potere. Il primo esperimento su Martina gli rivela quanto possa essere pericoloso superare certi limiti

ale🍻
12 ore fa · 59 letture · 2

Invece continuo a guardarla, aspettando che apra gli occhi.

Poi, senza il minimo preavviso, senza un battito di ciglia più veloce o un sussulto del petto, si muove.

Prima un leggero corrugarsi della fronte. Poi la testa si raddrizza.

Mi immobilizzo contro la ringhiera, ancora incapace di regolarizzare il respiro.

Ha appena riaperto gli occhi. Sono ancora chiari, limpidi, puntati dritto su di me con la solita aria scocciata.

«...finestra. Ti pare così difficile?»

Rimango paralizzato. Le mie mani stringono la ringhiera di metallo. L'aria mi si ferma nei polmoni.

«Cosa?» grido, la voce più alta e stridula del normale.

Martina sbuffa, passandosi una mano sul viso. «La finestra, Andrea. Se ti dà fastidio il fumo, chiudila.»

Sgrano gli occhi, guardandola come se fosse un fantasma. «Aspetta. Che hai detto?»

«Ma mi stai ascoltando?»

«Tu... stavi parlando?» farfuglio, la mente che cerca disperatamente di elaborare quello che sta succedendo. Non ha fatto una pausa. Non si è stiracchiata, non ha sbadigliato. Ha letteralmente concluso la frase che stava pronunciando undici minuti fa.

Martina incrocia le braccia sotto il seno, spingendolo in alto sotto la canottiera in un movimento che di solito mi farebbe perdere la testa, ma che ora riesco a malapena a registrare. «No, guarda. Stavo facendo il mimo.» Mi fissa perplessa, gli occhi assottigliati.

Con un movimento meccanico, abbasso lo sguardo verso il telefono che tengo ancora stretto nella mano sinistra. Il cronometro segna 11:23.

Undici minuti e ventitré secondi. Più di undici minuti in cui l'ho osservata dormire, in cui ho cercato di darle ordini, in cui ho studiato il suo respiro regolare. Per me, è passato un quarto d'ora. Per lei, non è passato un singolo secondo. Non ha sognato. Non si sente riposata. Non ha la benché minima percezione del tempo trascorso, del buco nero in cui è sprofondata. Nella sua mente, lei stava parlando e io mi sono distratto per una frazione di secondo.

Cerco di ricompormi, inghiottendo a fatica. «Martì,» dico, cercando di mantenere la voce stabile. «Che ore sono secondo te?»

Lei alza gli occhi al cielo. «Ma che domanda è?»

«Rispondi, per favore.»

Sbuffa ancora, chiaramente spazientita. «Boh. Le dieci e quaranta?»

«Sono quasi le undici,» sussurro.

Lei aggrotta la fronte, incerta. «E quindi?»

«Niente. Lascia stare.»

Si accorge che qualcosa non va. Il mio tono, la mia espressione, il modo in cui mi aggrappo alla ringhiera come se stessi per crollare. La sua espressione scocciata si ammorbidisce un po', sostituita da una punta di sincera preoccupazione.

«Andrea, ma stai bene?» chiede, sporgendosi leggermente in avanti.

«Sì,» mento, sentendo le guance in fiamme.

«Hai una faccia stranissima.»

«Sono stanco,» deglutisco di nuovo, evitando il suo sguardo.

Lei sospira, scuotendo la testa. «Allora vai a dormire, invece di rompere le palle a me.»

Vorrei ridere. Una risata isterica, incontrollabile. Vorrei urlarle che si è appena addormentata davanti ai miei occhi come una bambola rotta e che non se n'è minimamente accorta.

Poi succede. Martina allunga la mano verso il tavolino per prendere la sigaretta. Il suo sguardo cade sul portacenere, dove il mozzicone giace spento, completamente consumato.

La sua mano si blocca a mezz'aria. «Ma che cazzo,» mormora, aggrottando la fronte. «Già si è spenta?»

Trattengo il respiro, le mani sudate contro il ferro della ringhiera. È il dettaglio. L'unico indizio che qualcosa non torna nella sua percezione del tempo. Basta che guardi l'orologio sul telefono, o che si chieda come sia possibile che una sigaretta si sia consumata da sola nel tempo di mezza frase.

La fissa per un secondo di troppo. Poi, con uno scrollo di spalle, prende il pacchetto morbido, ne sfila un'altra sigaretta e fa scattare l'accendino. «Vabbè. Era mezza vuota,» liquida la faccenda, aspirando avidamente.

Non sospetta niente. È andata a tanto così dal capire che qualcosa non andava, ma ha razionalizzato l'incongruenza, cancellandola con un'altra boccata di fumo. L'illusione ha retto. E io mi ritrovo a respirare di nuovo, stordito e spaventato dalla facilità con cui ho manipolato la sua realtà.

L'adrenalina mi pulsa ancora nelle tempie. Sono sconvolto, terrorizzato da ciò che ho appena fatto. Ma la paura viene rapidamente sopraffatta da un bisogno primordiale: capire. Ho tra le mani qualcosa di inspiegabile, e ho bisogno di sapere se è reale, se è ripetibile o se è stata solo la più assurda delle coincidenze.

Martina espira una lunga nuvola grigia, lo sguardo perso nel vuoto.

Mi appoggio di nuovo alla ringhiera. Se ha funzionato una volta, deve funzionare ancora. Mi concentro di nuovo, stringendo gli occhi. Cerco di ripescare la sensazione di prima, l'immagine di quel fottuto filo nero che scende e la avvolge. Lo focalizzo nella mente, denso e pesante. Lo spingo verso di lei.

Lei si gira di scatto. «E adesso perché hai ricominciato a fissarmi?»

La sua voce è nitida, chiara. I suoi occhi sono spalancati.

«Niente,» balbetto, sentendomi stupido. «Stavo pensando.»

«Pensa più piano, allora. Mi metti ansia.» Sbuffa, e torna a guardare la strada, accavallando le gambe nude e lisciandosi la stoffa sottile della canottiera.

Riprovo. Più forte, stringendo quasi i denti per lo sforzo mentale. Le spingo addosso quell'energia, quell'intenzione di farla dormire, di zittirla. Niente. Assolutamente niente. Non sbatte le palpebre. Non sbadiglia. Non si muove dalla sedia. Aspira un'altra boccata, incrocia lo sguardo con il mio, alza un sopracciglio e scuote la testa.

«Ma ti sei impasticcato stasera?»

Abbasso lo sguardo, sconfitto e confuso. «No. Vado a letto, buonanotte.»

Mi ritiro dentro, chiudendo la portafinestra alle mie spalle. Perché non ha funzionato? Forse si può usare solo una volta per persona. Forse ero troppo agitato e non mi sono concentrato bene. Forse l'intero avvenimento è stato solo un'allucinazione provocata dalla stanchezza. Ma il cronometro sul mio telefono, fermo a 11:23, mi fissa come a prendermi in giro.

Pochi minuti dopo, sento il rumore della sedia di Martina strisciare sul pavimento del balcone e la sua portafinestra chiudersi. Rimango fermo davanti al vetro per qualche secondo, guardando il suo balcone vuoto immerso nell'ombra. Poi, mi siedo alla scrivania.

Riapro freneticamente la pagina del forum. Rileggo il post originale, scansiono di nuovo i commenti, riga per riga, cercando un indizio, una spiegazione, un dettaglio che mi è sfuggito. L'utente parlava di un limite temporale, di non abusarne, ma non c'erano regole precise, non c'erano numeri.

Chiudo la pagina. Prendo il telefono e apro l'app delle note, con le dita che quasi tremano sulla tastiera. Scrivo:

ESPERIMENTO 001 — MARTINA Soggetto: Martina, vicina di casa, 29 anni. Induzione: riuscita, apparentemente immediata. Durata registrata: 11 minuti e 23 secondi. Durata effettiva leggermente superiore, non misurata dall'inizio. Comandi: nessuna risposta. Risveglio: spontaneo. Memoria: assenza totale del periodo di sonno. Secondo tentativo: fallito. Da capire: Quanto dura? Perché non funziona due volte? Si può controllare il risveglio? Cos'altro è possibile fare?

Rileggo la nota, lo schermo che mi illumina il viso stanco. Quello che c'è scritto è pazzesco. È ridicolo. È materiale da serie di fantascienza di serie B. Eppure, non riesco a togliermi dalla testa l'immagine di Martina, immobile, spenta come un interruttore. Lei non ricorda di quel sonno profondo.

Mi appoggio allo schienale della sedia, chiudendo gli occhi. Fino a un'ora prima, la mia mente era prigioniera della frustrazione per Nicole. L'idea più audace che avessi concepito per la giornata di domani era lasciarle uno scatolone da venti chili da sollevare da sola, magari godendomi la sua faccia infastidita.

Poi, il telefono vibra sul tavolo. Apro gli occhi e accendo lo schermo. È il gruppo WhatsApp del supermercato. Nicole.

Nicole: «Ragazzi domani arrivano i bancali nuovi. Andre mi raccomando che ho bisogno di un uomo forte per gli scatoloni 😂»

Luca, il collega, ha già reagito con l'emoji che ride a crepapelle.

Guardo il messaggio di Nicole, con quella sua solita arroganza velata di finto cameratismo, consapevole di poter fare la stronza e passarla liscia. Fino a stasera, mi sarei sentito umiliato e incazzato. Avrei risposto con una battuta acida, cercando maldestramente di salvare l'orgoglio, alimentando solo il suo ego.

Invece, sento un sorriso lento e tagliente formarmi sulle labbra. Continuo a ripensare a Martina. A come avesse chiuso gli occhi nel bel mezzo di una frase, spegnendosi su comando. A quegli undici minuti che, per lei, non erano mai esistiti, un pezzo di vita che avevo cancellato e riscritto a mio piacimento.

Rileggo il messaggio di Nicole.

Tre giorni prima avrei pagato per riuscire a metterla in imbarazzo almeno una volta.

Adesso, invece, continuo a pensare a quel filo nero. A Martina che chiude gli occhi. Al modo in cui, undici minuti dopo, tutto sembra tornare normale.

Non so se riuscirò a farlo di nuovo.

Non so nemmeno cosa voglio farne, di questa cosa.

Ma mentre guardo il nome di Nicole illuminarsi sullo schermo, mi accorgo che non sto più pensando a come farmi rispettare.

Sto pensando a quanto sarebbe facile smettere di chiedere.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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Scritto da
ale🍻

sono alle prime armi con i racconti erotici e spero possiate apprezzare quello che pubblico.

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