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Erotika
Il ragazzino che mi ha fatto bagnare · Cap. 2
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Capitolo 2 di 3 21 min di lettura

inutili uomini

gli uomini d'oggi sono tutti finti fighetti.

Alessia
6 mesi fa · 1.3k letture · 4

Inizio con una mano, l'indice che mi sfiora le labbra gonfie, già bagnate non di desiderio, ma di furia. Poi, senza preavviso, infilo due dita nella mia figa. Un movimento duro, secco, quasi violento. Le sento scivolare dentro, riempirmi, e un gemito mi sfugge dalle labbra, un suono rauco, animalesco.

Inizio a pompare, la mia mano è una morsa, una fucina. Le dita si muovono veloci, profonde, cercando, trovando quel punto lì dentro che mi fa vedere le stelle, non di piacere, ma di dolore. Il mio corpo si contorce, il bacino si alza per incontrare la mia mano. "Sì, così, così," sibilo tra i denti, parole senza senso, solo bisogno puro, bramoso.

E mentre la mia mano mi possiede, la mia mente corre, si aggira per i corridoi della mia frustrazione. Penso a quel moccioso, Alessandro, con il suo sguardo da predatore, la sua audacia sfacciata. Mi aveva schiaffeggiato il culo. Un gesto volgare, un'offesa. Eppure... c'era vita in quel gesto, c'era coraggio, una spina dorsale.

Poi penso al biondino al bar. Bello, muscoloso, con un cazzo da far invidia a un dio. Eppure, si era tirato indietro. Mi aveva liquidata, aveva preferito gli amici a una notte di sesso sfrenato. Un uomo con il corpo di un eroe e l'anima di un codardo.

"Cazzo," urlo, il suono che si perde nel vuoto della stanza. "La gente non sa più come trattare una donna. Un ragazzino ha più palle di uno che fa il fighetto. Non ci credo."

Le mie dita si muovono più veloci, più intense. Il ritmo è quello di una battaglia, non di un ballo. La fica batte, un'eco del mio cuore infuriato. Il mio corpo è un arco teso, pronto a scoccare. Le dita si curvano dentro di me, trovano quel punto magico, premendo, sfregando. Il clitoride è un fuoco, il mio sangue bollente. Un altro gemito, più alto, più lungo. Le gambe tremano. L'onda sta per rompersi.

E poi, lo scoppio. Un orgasmo violento mi scuote dall'interno, non un'onda di piacere, ma uno tsunami di rabbia. La fica si contrae, spasmi potenti che avvolgono le mie dita, succhiandole, stringendole. Un urlo mi esce dalla gola, un suono animalesco, di puro sfogo. Il mio corpo si irrigidisce, l'arco della schiena si alza dal letto, per poi crollare di nuovo, pesante, esausto, ma non placato.

Mi raggomitolo su me stessa, un gatto arrabbiato che lecca le proprie ferite. Il sonno mi assale non come una carezza, ma come un colpo, un addormentamento nervoso che mi travolge. Cazzo. Questo nervosismo è colpa dello stress accumulato in città. L'eco di Milano, i flash dei riflettori, gli sguardi freddi di fotografi e stilisti. Ho studiato troppo, fatto troppi shooting, il mio corpo è diventato un prodotto, una merce. Forse questa dormita nervosa era necessaria. Un reset forzato.

Mi sveglio alla luce del mattino successivo, un'abbagliante ondata bianca che filtra attraverso le persiane. La stanza è silenziosa, il mio corpo un nodo di muscoli tesi e di rabbie sopite. Per un istante, non ricordo nulla. Poi tutto torna. La spiaggia. La rabbia. La doccia fredda. Le mie dita.

Con un sospiro che mi spezza il petto, mi alzo. Il costume. Un'altra maschera. Lo indosso, una seconda pelle, e mi dirigo verso la spiaggia. Il sole è già alto, l'aria calda, il mare calmo. Stendo l'asciugamano, mi stendo a pancia in giù, il culo in aria, un gesto istintivo, una provocazione senza destinatario.

E poi, aspetto. Aspetto le molestie di quel ragazzino. Il suo sguardo indiscreto, il suo alito caldo sul mio collo, la sua mano afferrata al mio culo. Ma non arrivano. Per tutta la mattina, niente. La spiaggia è silenziosa, il mio orecchio teso a catturare ogni suono, ogni fruscio, ogni passo. Ma c'è solo il rumore delle onde, il canto dei gabbiani, il mio stesso respiro.

La rabbia si mescola alla delusione, una pozza nera che mi si apre nello stomaco. Non era un moccioso. Era un'ancora. Un punto di riferimento nella mia solitudine. La sua assenza è un vuoto ancora più grande.

Mi alzo, il corpo teso, la mente un vortice di pensieri confusi.

Basta. Il sole è un martello, la rabbia una febbre. Non posso rimanere lì a marcire nella mia delusione. Con un gesto brusco mi rialzo, l'asciugamano mi si attacca alla pelle sudata. Non lo guardo, ma lo sento. So che sta guardando. Lo lascio lì, con il suo silenzio e la mia attesa vana.

Mi butto in mare. L'acqua è un urto gelido, uno schiaffo che mi risveglia. Nuoto, non per rilassarmi, ma per fuggire. Bracciate potenti, decise, che tagliano la superficie calma. Allontano la riva, la spiaggia, i ricordi. Fino a quando non sento i piedi non toccare più il fondo. Mi lascio andare, a mollo, il corpo che fluttua, leggero, sospeso tra cielo e abisso. Il sole filtra attraverso l'acqua, disegna danze di luce sul mio corpo, sulla mia pelle nuda e bagnata. La rabbia si scioglie, si dissolve nell'acqua, sostituita da un languore dolce, da un'attesa nuova.

Finalmente, quando sono in acqua e tutti sembrano salire per pranzo, la spiaggia si svuota, il silenzio diventa assoluto. E allora, lo sento. Un piccolo rumore, un ondeggiare nell'acqua vicino a me. Lui. È arrivato.

Si avvicina lentamente, non a nuoto, ma facendosi trasportare dall'acqua, un predatore che si muove senza fare rumore. Non dice una parola. Si ferma dietro di me, così vicino che sento il calore del suo corpo contro la mia schiena, un calore che mi brucia attraverso l'acqua fredda.

Poi, la sua mano. Non uno schiaffo, non una carezza. Una presa. Le sue dita si stringono sulla mia natica, un morso fermo, un gesto di possesso. "Ti stavo aspettando," sussurra, il suo alito caldo sul mio orecchio, una carezza di veleno. "Ti sei fatta desiderare."

Non rispondo. Lascio che la sua mano esplori, che il suo corpo mi schiacci contro il suo.

Non mi muovo. Lascio che la sua mano si appigli al mio culo, un palpeggiamento goffo. È una presa da ragazzino, tutta dita e palmo, senza la grazia di un uomo che sa cosa sta facendo. Sento il suo corpo premere contro la mia schiena, non un abbraccio, ma un appoggio sgraziato, come se cercasse un equilibrio che non ha. L'irritazione mi sale come la bile, un sapore acre e fastidioso. Fa schifo. Questa sua audacia senza tecnica, questa fame senza conoscenza.

"Ti ho già detto che non esisti," mormoro, più a me stessa che a lui, il suono quasi inghiottito dall'acqua. La mia testa è rivolta verso la riva deserta, gli occhi fissi sul punto in cui ho lasciato il mio asciugamano. Lo ignoro. Trattarlo come aria è la mia unica difesa, la mia forma di tortura.

Lui non si scoraggia. Anzi, la mia freddezza sembra alimentarlo. La sua mano libera la mia natica e scivola sul mio fianco, un percorso esitante, un'esplorazione timorosa. Le sue dita si fermano sul lato del mio costume, tirano leggermente l'elastico. È una richiesta, una supplica sussurrata senza parole. Il suo respiro è corto, irregolare, vicino alla mia spalla. Sento il tremore che lo attraversa, un fremito che non è di desiderio controllato, ma di pura ansia da prestazione. È un verginello, me ne rendo conto con una chiarezza che mi fa venire il voltastomaco. Un verginello affamato della sua prima chiavata, e ha scelto me come preda.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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