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Erotika
Il ragazzino che mi ha fatto bagnare · Cap. 2
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Capitolo 2 di 3 21 min di lettura

inutili uomini

gli uomini d'oggi sono tutti finti fighetti.

Alessia
6 mesi fa · 1.3k letture · 4

Mi guarda. E questa volta, non è uno sguardo fugace. È uno sguardo fisso, intenso, che mi scansiona da capo a piedi. Mi sento nuda sotto i suoi occhi, più nuda di quanto lo fossi in spiaggia. Sento un calore che mi sale dal basso ventre, un formicolio che mi indurisce i capezzoli sotto il vestito.

Continuo a fissarlo, sfidandolo con lo sguardo. Un piccolo sorriso si disegna sul mio viso, un invito. Lui capisce il messaggio. Si alza dal suo sgabello, un movimento fluido e potente, e viene verso di me. Mi siede accanto, così vicino che sento il calore del suo corpo, il profumo di sale e di sole.

"Sembri annoiata," dice, la sua voce è un ronzio profondo, una vibrazione che mi percorre la schiena. "In un posto così pieno di vita."

"La vita non è sempre quella che sembra," rispondo, la mia voce è un sussurro, un filo di seta. "A volte è solo rumore."

Mi offre da bere. Accetto. Parliamo di nulla, di tutto. Del mare, del caldo, della musica che passa in sottofondo. Le sue mani si muovono mentre parla, mani grandi e forti, con le vene prominenti. Immagino quelle mani sul mio corpo, sulla mia pelle, e sento un brivido che mi percorre le gambe.

"Sei qui da sola?" chiede, il suo sguardo è fisso sulle mie labbra.

"Sì," dico. "E tu?"

Lui fa un cenno con la testa verso il fondo del locale. Li vedo, i suoi amici. Tre ragazzi che giocano a biliardo, ridono, scherzano. "Con loro," dice, con una nota di noia nella voce. "A volte vorrei avere tutto il tempo per me."

"Io ho tutto il tempo per me," dico, e lo guardo dritto negli occhi. "E lo sto sprecando."

Il suo sguardo si fa più intenso, più scuro. "Non deve per forza essere uno spreco."

Mi alzo, lentamente. "Vado in bagno," dico, e il mio tono è una domanda, una promessa.

Lui mi aspetta un istante, poi si alza e mi segue. Il bagno è piccolo, un solo locale, con il lavabo e il water. Chiudo la porta a chiave. Il silenzio è improvviso, denso, rotto solo dal nostro respiro.

Mi appoggio al muro, lui si avvicina, mi blocca con il suo corpo. Le sue mani mi afferrano i fianchi, mi schiaccia contro il muro. Il suo viso è a pochi centimetri dal mio. "Sei una fottuta troia," sibila, e le sue labbra si posano sulle mie, un bacio vorace, affamato, un bacio che sa di birra e di desiderio.

Lo respingo leggermente, le mie mani gli scivolano sul petto. "Tu non hai idea di cosa sia una troia," dico, la mia voce è un filo di seta, un pungiglione velenoso.

La sua mano scende, si infila sotto la gonna del mio vestito, trova la mia fica, già bagnata. Le sue dita mi sfiorano, un contatto fugace, un fulmine. "Sei già pronta per me," dice, e nel suo c'è un sorriso di trionfo.

"No," dico, la mia voce è ferma. "Sei tu quello che deve essere pronto per me."

La mia mano scende, si apre sulla sua pancia, scende ancora, trova il suo cazzo duro, una verga rovente che preme contro il costume. Lo accarezzo, lentamente, sentendolo pulsare sotto i miei polpastrelli. Lui geme, la sua testa si china sulla mia spalla. "Sì, così," sussurra. "Continua."

Lo giro, lo spingo contro il muro, scivolo in ginocchio davanti a lui. Le mie mani gli sfilano il costume, liberando il suo cazzo, un arto possente, con la cappella rossa e lucida. Lo afferro con entrambe le mani, inizio a massaggiarlo, lentamente, salendo e scendendo, sentendolo indurire ancora di più sotto le mie dita.

"Sei così bello," sussurro, e la mia lingua gli lecca la punta, un assaggio veloce e dolce. Lui sussulta, un gemito gli esce dalle labbra. "Dai, non farmi aspettare," dice, la sua voce è roca, carica di desiderio.

"Allora devi venire da me stanotte," dico, il mio sguardo è fisso sul suo. "Voglio sentirti urlare il mio nome."

Lui si blocca, il suo corpo si irrigidisce. Si stacca da me, si allontana di un passo. "Non posso," dice, la sua voce è fredda, distante. "Devo stare con gli amici." Si sistema il costume, un gesto brusco, quasi arrabbiato. "E comunque, hai iniziato tu, finiscila." Le sue parole sono un pugno nello stomaco, una presa in giro, una freccia avvelenata.

La rabbia mi assale, una furia rossa, una fiamma che mi sale dalla pancia e mi scotta il cervello. Afferro il suo cazzo, lo stringo con forza, una morsa d'acciaio. "Cazzo," dice lui, il suo viso si contorce in una smorfia di dolore e piacere.

"Non sei tu quello che comanda qui," sibilo, la mia voce è un veleno dolce. "Sono io. E io voglio essere al primo posto." Lo stringo ancora più forte, sentendolo fremere sotto la mia presa. "Sei un bambino che gioca a fare l'uomo. Non hai idea di cosa significhi dare piacere a una donna."

Lo lascio andare, un gesto brusco, e mi alzo. Mi aggiusto il vestito, mi liscio i capelli. Sono una regina che lascia il suo trono. "Quando avrai imparato le regole del gioco, allora potrai sederti al mio tavolo."

Apro la porta, un movimento deciso. Sto per uscire, quando sento la sua voce, un lamento frustrato. "Cazzo! E chi me la finisce sta sega, allora?"

Mi giro, un sorriso crudele sul mio viso. "Fattela finire dai tuoi amici," dico, e la mia voce è un sibilo gelido. "Forse sono più capaci di te."

Uscendo dal bagno, sento ancora il suo respiro affannato, il suo sguardo di stupore e di rabbia che mi trafigge la schiena. Ma non mi giro. Vado verso l'uscita, la testa alta, il cuore che batte all'impazzata, non di paura, ma di trionfo. Sono viva. Sono potente. E sono sola.

Cazzo. Torno nella casetta vacanza e do di matto. La porta si sbatte dietro di me con un tonfo che fa tremare le pareti, il suono della mia rabbia che esplode in questo spazio silenzioso. La rabbia mi scorre nelle vene, un veleno bollente che mi brucia dall'interno. Quel biondino muscoloso, quel presunto uomo, non era altro che un bambino con un bel corpo e un cazzo vuoto.

Mi spoglio furiosa. Il vestito vola via, gli slip seguono, tutto finisce in un cumulo informe sul pavimento. Sono nuda, esposta, la mia pelle un foglio bianco su cui la rabbia può scrivere la sua storia. Mi butto sotto la doccia, un getto gelido che mi trafigge la pelle, cercando di spegnere il fuoco che mi divampa dentro. Ma è inutile. L'acqua fredda non fa che irrigidire i miei sensi, acuire la mia frustrazione. Le mie mani si stringono a pugno, i tendini del collo si tirano.

"Fottuto maschio," sibilo contro le piastrelle, il suono sommerso dal rombo dell'acqua. "Fottuto presuntuoso."

Uscita dalla doccia, non mi asciugo nemmeno. Sono gocciolante, nuda, la mia rabbia è un'uniforme che indosso con orgoglio. Vado in camera da letto, mi getto sul letto a pancia in giù, poi, con un movimento secco e deciso, mi alzo in piedi e mi metto a pecorina, le ginocchia sul bordo del materasso, le mani che afferrano le sponde del letto. Il mio culo è in aria, offerto, vulnerabile, la mia fica aperta, un fiore che sboccia nella rabbia.

"Se nessuno sa come trattarmi, me la cavo da sola," penso, e le mie dita vanno dritte al punto.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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Cap. 3

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