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Erotika
Dal 2D alla Realtà: Fottuta Senza Pietà · Cap. 1
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Capitolo 1 di 3 24 min di lettura

lo stupro della otaku sfigata

la reazione di Matt, il protagonista, alla collezione di fumetti di Rosy che lo ritraggono come protagonista

Alessia
6 mesi fa · 1.3k letture · 7

Non appena la porta si apre, è come se mi avessero lanciato addosso un secchio di liquido bollente. Lei rientra, con le gote ancora arrossate, un sorriso ebete stampato sul viso. «Allora, tutto a posto? Ho avuto una... una flush epica, sai quando la mappa si ricarica tutta d'un colpo? S-senti, ho pensato che potremmo...»

Non sento altro. Le sue parole sono un ronzio fastidioso, una mosca che ronza nella mia testa, contro lo sfondo rimbombante della mia rabbia. La vedo avanzare verso la scrivania, ignara, e un istinto primordiale mi prende. Mi muovo.

In un baleno sono in piedi, le mie ombre che si allungono e la inghiottono. Le mie mani la afferrano. Non è un gesto calcolato, è puro istinto. Le mie dita si stringono intorno al suo collo, la pelle morbida e sorprendentemente calda contro il palmo della mia mano. Non voglio ucciderla. Voglio farla tacere. Voglio che smetta di esistere in questo universo parallelo dove mi disegna nudo, dove mi manipola, dove mi fa diventare il suo fottuto giocattolo.

«Ma-Matt... cosa fai... non riesco...» sibila, gli occhi sbarrati che mi fissano nello specchietto del suo open shelf, pieno di action figure. La sua faccia diventa viola.

«Taci,» ringhio nell'orecchio, il fiato caldo contro la pelle gelata dal terrore. «Non mi hai chiesto il permesso di usare la mia faccia. Di disegnarmi nudo. Di usare la mia anima per i tuoi sogni da troia solitaria.»

La spingo in avanti, il suo petto che sbatte rumorosamente contro la tastiera, che emette un suono di tasti premuti a caso. Un urlo strozzato le esce dalla gola. Il monitor si illumina, tornando sulla pagina che stavo guardando prima. Io, lei, una scrivania, una violenza disegnata. Lei vede. I suoi occhi si spalancano ancora di più, se possibile.

«Che cazzo... è sta roba?» domando, la voce un sibilo carico di veleno. La mia mano stringe ancora, la sua pelle che imbianca sotto le mie dita. «Questo sono io? Questa sei tu?»

Lei prova a parlare, ma solo suoni incomprensibili le escono dalla bocca. È come un pesce fuor d'acqua. Un pensiero fugace, quasi perverso, mi colpisce: è esattamente come l'aveva disegnata, ma con gli occhi pieni di terrore vero, non eccitazione.

«Non ne sei capace, eh?» la provoco. «Sei brava solo a farlo col tuo tablet, a fare la stronza nascosta dietro a uno schermo.»

lascio la presa per un istante. Un po' d'aria entra nei suoi polmoni, un respiro affannoso che sa di panico e di lacrime. «G-guarda... è solo... un progetto... un esercizio di stile... è un... un storyboard per un... un doujinshi...»

Le sue parole sono un insulto. Un esercizio di stile. Mi sta prendendo in giro. La rabbia mi assale di nuovo, più violenta di prima. Le afferro i capelli, una ciocca di quella chioma scura, e la tiro indietro, con violenza. La sua testa si piega all'indietro, il collo teso e scoperto.

«Un doujinshi?» ribatto. «Un doujinshi dove ti faccio venire su una scrivania? Dove ti dico che sei la mia puttana? Questo è il tuo esercizio di stile, troia?»

«N-no... io...» sussurra, le lacrime che ora scorrono liberamente sulle sue guance. «Non volevo...»

«Non volevi cosa?» la incalzo. «Non volevo farti scoprire? Non volevo che trovassi i tuoi segreti sporchi? I tuoi pensieri da vera e propria troia?»

Lei trema da capo a piedi. La sua canottiera è tutta arricciata, scoprendo la pelle liscia della schiena.

La risata che mi esce dalla gola è un suono rauco, estraneo. Un suido che non mi appartiene, ma che sento vibrare nel petto, alimentato dalla pura, liquida agonia che le trasfigura il viso. La lascio lì, barcollante, appoggiata alla scrivania, mentre estraggo il mio telefono.

«Senti questa, Rosy. Domani mattina. Ore otto. Su questo telefono, mando un'email. Con in allegato una bella cartella zip. Destinatari? Tutta la fottuta classe. Il prof di chimica. I genitori di Marco. La preside. Ogni indirizzo che trovo nell'agenda della scuola. Pensi che a loro piacerà la tua arte? Pensi che a Elena piacerà vedersi sbocchinare qualcuno in un dettaglio quasi iperrealistico?»

Lei si irrigidisce, un sussulto che le scuote l'intero corpo minuto. La sua bocca si apre e si chiude senza un suono, un pesce agonizzante. Poi, il silenzio si rompe. Non è un urlo, è un guaito basso, straziante. Si lascia scivolare a terra, le ginocchia che sbattono dolorosamente sul parquet.

«N-no! P-per favore! Matt! No!» singhiozza, le mani aggrappate al bordo dei miei pantaloni. Il contatto è umido, terribile. «Non puoi! I-mi rovineresti! M-mamma... mi farebbe uccidere! Non uscirei più di casa! S-saresti un mostro!»

«Io sono un mostro?» le sbatto in faccia il telefono, quasi sfiorandole il naso. «Tu mi hai rapito. Mi hai portato nel tuo mondo schifoso e mi hai fatto diventare il tuo burattino sessuale. Io ti sto solo dando quello che vuoi. Reality show, no? Questa è la scena finale del tuo doujinshi di merda.»

«N-no è per questo!» piange, il viso sollevato verso di me, un'immagine di pura supplica. «S-sei solo tu che non capisci! È solo... solo un modo per... per sfogarmi! Non lo mostrerei mai a nessuno! Mai! Ti giuro!»

«Menti,» sibilo. «Adesso vedremo quanto sei disposta a fare per mantenere i tuoi segreti.»

La mia rabbia è un fiume in piena, mi travolge e mi guida. La afferro di nuovo, questa volta non per i capelli, ma per i fianchi sottili, sollevandola da terra come se non pesasse nulla. Un passo. Due. La sbatto contro il suo letto, un cumulo di cuscini e peluche viola che cedono con un fiato spettrale. Rimbalza, attonita, mentre io mi getto sopra di lei, il mio corpo che la blocca, la schiaccia sotto il mio peso. È così piccola. Ossa piccole, pelle sottile. Sento il cuore martellante nella sua cassa toracica, un tamburo frenetico contro il mio petto.

«Dai, piccola troia,» le sibilo all'orecchio, la voce carica di una minaccia viscosa. «Non dirò niente a nessuno se ti lasci fare quella merda che hai disegnato. Se mi lasci diventare il tuo personaggio. Se mi lasci vivere le tue perversioni.»

Lei non risponde. Si limita a chiudere gli occhi, una singola lacrima che le scende lungo la tempia. Accenna un sì, un gesto quasi impercettibile della testa, un movimento flebile, sconfitto. Una smorfia di dolore e di paura le contorce le labbra. E basta. È tutto ciò che mi serve.

La presa mi sembra quasi gentile, ma è una violenza. Afferro l'orlo della sua canottiera, quella stoffa sottile che mi ha torturato per tutto il pomeriggio. Con un movimento brusco, la strappo. Il suono del tessuto che si lacera è secco, netto. Si apre come un fiore di carta, rivelando la pelle pallida del suo ventre, le sue costole delicate, e infine, i suoi seni.

Sono perfetti. Più belli di come li aveva disegnati. Pallidi, quasi luminosi al chiarore tenue della stanza, con dei capezzoli di un rosa tenue, già duri e tesi per il freddo e la paura. Non c'è ombra di piercing, nessun artificio. Solo lei, nuda, vulnerabile. Un'offerta. La vista mi colpisce come un pugno nello stomaco, un'ondata di testosterone che mi annebbia la vista. E mi lancio su di loro.

Mi chino e mi abbuffo. La mia bocca si chiude su un seno, la lingua che lecca l'areola con violenza, mentre la mia mano si stringe sull'altro, le dita che pizzicano il capezzolo con una forza che le fa urlare. Un urlo strozzato, soffocato. Le sue mani si appoggiano al mio petto, cercando di spingermi via, ma la sua forza è nulla contro la mia. Sono un masso contro una piuma.

«M-matt... f-fermati... per favore...» sussurra, la voce rotta dal pianto.

«Taci,» rispondo, la bocca ancora piena del suo sapore. «Questa è la tua scena preferita, no? Essere presa di forza? Essere usata? Stai solo realizzando il tuo sogno.»

Continuo a succhiare, a mordicchiare, a stringere. Le sue labbra si gonfiano, diventano rosse, quasi viola. La sento tremare sotto di me, il suo corpo che reagisce al mio, un misto di terrore e, forse, di un'altra cosa. Non me lo chiedo. Non mi interessa. Voglio solo prenderla, violentarla, dominarla.

La mia mano libera scende lungo il suo corpo, la pelle liscia e calda sotto le mie dita. Scivola sul suo ventre, le sue cosce, e poi si ferma sui suoi pantaloncini. Li afferro e, con un movimento secco, li strappo via. La stoffa cede, il suono del tessuto che si lacera che si mescola al suo singhio. E lì, sotto i miei occhi, si presenta lei. Nuda. Intatta. Vulnerabile.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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