Lei è già in piedi davanti alla scrivania, in preda a un fervore agitato che la fa sembrare un animale in gabbia. Appena entro, scatta in avanti, le dita che volano frenetiche sulla tastiera del PC per chiudere a raffica due o tre finestre aperte sul monitor.
«E-ecco! Fatto! Scusa il disordine!» squittisce, il respiro corto e le guance paonazze. «I-io stavo solo... facendo un backup dei miei file di Genshin Impact. Sai com'è, il server fa le bizze e non si è mai troppo prudenti con i drop rari!»
Alzo gli occhi al cielo, buttando lo zaino sul pavimento. Certo, i drop. Più probabile che stesse nascondendo qualche strano hentai con i tentacoli.
«Senti, mettiamoci a lavorare,» taglio corto. «Tu fai le grafiche sul tuo tablet, io scrivo la parte di presentazione. E dato che il tuo letto è occupato da un esercito di peluche, io mi metto al computer. Ti dispiace?»
«N-no! Assolutamente! Cioè, fai pure... considerala la tua safe zone temporanea...» sussurra, incassando la testa tra le spalle prima di rintanarsi sulla sedia a dondolo nell'angolo, stringendo al petto la sua tavoletta grafica.
Mi siedo alla sua postazione e apro un documento di testo. Ma concentrarmi è letteralmente impossibile. Ogni volta che mi volto verso di lei per chiederle come cazzo voglia impaginare le slide, l'occhio mi cade sul suo abbigliamento da casa. E, cristo, è un fottuto tormento.
Se a scuola è riuscita a stupirmi con l'abbigliamento sportivo, qui è passata a un livello di sensualità casalinga, morbida e involontaria, che mi fa friggere il cervello. Indossa un paio di pantaloncini della tuta neri, di quelli vecchi, tagliati a vivo e talmente corti da lasciar scoperte per intero le sue gambe lunghe e lisce. La stoffa le fascia i fianchi morbidi, salendo leggermente sulle cosce. Sopra, porta una canottiera bianca a costine, visibilmente slargata. Le cade storta sulle spalle, scivolando da un lato e lasciando completamente nudo il collo sottile e la linea delicata della clavicola.
Ma la cosa che mi sta mandando fuori di testa è che, sotto quel cotone sottile, non ha il reggiseno.
Ogni volta che si china in avanti per tracciare una linea sullo schermo del tablet, lo scollo morbido cede in avanti. Mi regala la vista sfacciata della curva interna del suo seno, pallido e pieno, mentre l'ombra del capezzolo turgido sfrega contro il tessuto a ogni suo minimo movimento.
È così fottutamente sexy. Quel corpicino minuto e perfetto contrasta in modo assurdo con le stronzate che le escono dalla bocca.
«I-io pensavo di usare un layout asimmetrico, con una palette pastello,» mormora improvvisamente, mordicchiandosi il tappo in gomma della penna digitale. Un gesto così ingenuamente provocante da farmi serrare la mascella. «Dà un effetto molto kawaii, ma mantiene un vibe professionale! Come nell'estetica dei mecha di fine anni novanta, capisci? Aiuta a mantenere l'attenzione dell'utente e smorza la tensione!»
«Usa i colori che ti pare, Rosy, basta che si legga,» ringhio a mezza voce, spostando a fatica lo sguardo dalle sue labbra umide strette attorno alla penna. Porca puttana, se lo saprebbe usare bene in altri contesti. Sento i jeans stringere fastidiosamente all'altezza dell'inguine. L'idea di alzarmi, strapparle di mano quella stupida penna e spingerla contro il muro tra i suoi poster del cazzo si sta facendo pericolosamente vivida.
All'improvviso, lei balza in piedi, stringendo le cosce l'una contro l'altra. «V-vado un attimo in bagno!» annuncia, la voce di un'ottava più alta del normale. «Devo... rinfrescarmi. Mi raccomando, non aprire i file minimizzati e non toccare la cartella 'Bozze_Anatomia', è roba... privata! Sono subito back!»
Subito back. Rabbrividisco per il cringe, ma non appena la porta della stanza si chiude alle sue spalle e sento scattare la serratura del bagno in corridoio, il mio istinto primordiale prende il sopravvento.
Guardo il monitor. Le sue parole mi ronzano nella testa come un invito esplicito.
Non ci penso mezzo secondo. Riduco a icona il nostro noiosissimo progetto, spinto da una curiosità morbosa. Volevo solo capire che cazzo di porno strano guardasse per doversi giustificare in quel modo pietoso.
Faccio doppio clic sulla cartella nominata Bozze_Anatomia. Mi aspettavo di trovare studi noiosi su muscoli e proporzioni, o al massimo qualche mostro con i tentacoli. Invece, il primo file che si apre a tutto schermo mi fa letteralmente mancare l'aria.
È un'illustrazione digitale a colori, iper-dettagliata. E la protagonista è Elena.
Le mie dita si congelano sul mouse. È lei, nuda, ritratta esattamente con quel top bianco e quei jeans stretti buttati in un angolo. È in ginocchio, la testa piegata all'indietro e le labbra carnose spalancate, serrate attorno a un cazzo enorme, venoso e pulsante. Il livello di dettaglio è spaventoso: Rosy ha disegnato perfino il riflesso della saliva che le cola dall'angolo della bocca e le gocce di sperma che le macchiano il mento e il collo. I suoi seni pesanti sono schiacciati contro le cosce dell'uomo misterioso, e quei fottuti capezzoli col piercing, che stavo guardando sbavando solo un paio d'ore fa, sono turgidi e arrossati.
Sento una fitta all'inguine così violenta da farmi quasi male. L'erezione mi esplode nei pantaloni in una frazione di secondo, dura come la pietra. Cristo. Questa sfigata sa disegnare il sesso in un modo che ti entra dritto nelle vene.
Con il cuore che mi rimbomba nelle orecchie e il fiato corto, inizio a scorrere le altre immagini. È un fottuto delirio. Trovo mezza classe lì dentro. C'è Marco, il rappresentante d'istituto, ritratto mentre viene cavalcato sulle scale antincendio; ci sono le amiche di Elena in pose lesbo contorte e sudate. Tutto ritratto con una precisione anatomica che ha del malato.
Poi, l'occhio mi cade su una sottocartella rinominata semplicemente Main_Story_Draft. Clicco. E il sangue mi si gela nelle vene, per poi tornare a scorrere a una velocità insensata.
Sono io.
Non è un semplice schizzo. È un vero e proprio fumetto impaginato, tavola dopo tavola. Il protagonista maschile ha la mia faccia, i miei capelli, il mio stesso fottuto neo sul collo. Mi vedo ritratto in bianco e nero, con quel tratto tipico dei manga maturi, mentre spingo in modo brutale dentro una ragazza senza volto, piegata a novanta gradi su una scrivania che somiglia maledettamente a quella dell'aula di chimica.
Mi tremano le mani mentre scorro verso il basso. I disegni sono fottutamente spinti. Mi vedo mentre le afferro i fianchi, i muscoli della mia schiena tesi nello sforzo, il mio cazzo disegnato in ogni singolo dettaglio mentre scivola dentro di lei, bagnato e prepotente. Le linee cinetiche, le gocce di sudore, i gemiti scritti nei baloon... è roba da far impallidire i peggiori siti porno.
Ma la vera follia è la trama. Leggo i dialoghi, i pensieri del "mio" personaggio. Scopavo le altre, le distruggevo contro i muri dei bagni, ma nei pensieri del mio alter-ego c'era sempre e solo lei. Rosy. Il "me" di carta era ossessionato dalla nerd con gli occhiali invisibili, descritta come una dea intoccabile. Usavo le altre solo per sfogare la frustrazione di non poterla avere, sbattendole senza pietà mentre mormoravo il suo nome.
Rabbrividisco. Una cosa così strana e perversa non l'avevo mai vista in vita mia. Sono l'oggetto delle fantasie malate di questa ragazzina stramba. È una violazione fottuta della mia privacy, un'invasione del mio corpo messa nero su bianco. Dovrei essere furioso. Dovrei spaccarle il computer in testa e andarmene.
Ma il mio corpo se ne sbatte della logica. Il mio cazzo pulsa furiosamente, madido di liquido pre-seminale. È riuscita a farmi arrabbiare a un livello estremo e, allo stesso tempo, a eccitarmi in un modo sporco, viscerale e incontrollabile.
Non riesco a respirare. È come se la stanza si fosse ristretta, le pareti tappezzate di anime che mi si schiacciano addosso, l'aria pesante e invischiata del segreto appena violato. Il mio cazzo è un pugno di ferro, un chiodo rovente che batte contro la zip dei miei pantaloni. Vorrei sfogarmi. Vorrei aprirlo e segarmi finché non mi esplodesse in mano, riversando su questo tappeto sporco tutto il fottuto veleno che mi sta travolgendo. La visione del mio corpo, disegnato con tanta ossessione, mi ha scatenato qualcosa di primordiale.
Ma no. L'impulso di piacere è velato da una rabbia più fitta, più nera. Furia. È una furia fredda e lucida, diversa da tutto ciò che ho provato prima. Non è la rabbia cieca per un'intercettazione sbagliata a calcetto. Questa è la violazione di una persona. Una violazione fatta con pennelli digitali e pixel, con una precisione chirurgica che fa male più di un pugno.
