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Erotika
Adesso Guardaci Scopare · Cap. 1
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Capitolo 1 di 2 22 min di lettura

Quattro anni a scopare in segreto

Tommaso e Marta hanno condiviso la prima volta e continuano a tradire tutti nel silenzio. Quando Camilla li sorprende ancora avvinghiati, il loro segreto diventa finalmente un’arma.

Giovy22
2 mesi fa · 1.9k letture · 1

Marta si sedette sul bordo del letto, accanto alla mia gamba. Era sconvolta dal piacere, lo vedevo dal rossore che ancora le macchiava il collo, ma era già intenta a ricostruire le proprie difese. Guardò le lenzuola sfatte, poi me. «Non possiamo continuare così.» Sorrisi amaramente, fissando il soffitto. «Lo dici dalla maturità.»

La parola rimase sospesa nell'aria, pesante come un macigno. Marta smise di sistemarsi i capelli. Si bloccò. «Non nominarla,» sibilò. «Perché? È da lì che abbiamo cominciato a mentire.»

Mancavano poche settimane agli esami. Avevamo appena compiuto diciotto anni e il mondo sembrava in procinto di crollarci addosso. Tutti alla festa post-ultimo giorno di scuola fingevano di essere su di giri per il futuro, ma la verità era che avevamo il terrore di separarci. Andrea aveva già deciso l'università. Io brancolavo nel buio. Marta aveva fatto test d'ammissione in mezza Italia senza dirci nulla.

Quella sera l'aria era densa di malinconia a buon mercato: musica pessima troppo alta, bottiglie di vodka discount, ragazzi che pomiciavano nei corridoi convinti fosse l'ultima occasione della loro vita. Noi tre eravamo rimasti incollati. Andrea aveva bevuto l'inverosimile, tanto che un paio di compagni si erano offerti di trascinarlo a casa prima che collassasse sul prato. Prima di barcollare via, ci aveva buttato le braccia al collo. «Tranquilli,» aveva biascicato, ridendo. «Tanto voi due vi controllate a vicenda.» Una frase che, di lì a un paio d'ore, sarebbe diventata un'ironia atroce.

La verità è che l'attrazione non era nata in quel momento. C'era sempre stata, incastrata nelle crepe della nostra amicizia. Io notavo ogni volta che Marta cambiava profumo; lei diventava una iena se accennavo a una compagna di classe. In gita finivamo a dormire spalla contro spalla, ci cambiavamo i vestiti davanti all'altro senza malizia, ma con un peso nello stomaco sempre più evidente. Andrea ci sfotteva dicendo che sembravamo i signori Mondello, e noi reagivamo con facce schifate pur di non far crollare il teatrino. Io mentivo spacciandomi per un mezzo playboy. Lei aveva avuto qualche filarino, ma si era sempre fermata prima. Eravamo due diciottenni terrorizzati.

La accompagnai a casa a piedi. Faceva caldo, le strade erano deserte. Avevamo bevuto abbastanza da sciogliere i freni, ma non abbastanza da non sapere esattamente cosa stavamo facendo. Marta camminava con le scarpe in mano, imprecando contro i tacchi. Io avevo la camicia bianca coperta di pennarelli. Sulla schiena, Andrea mi aveva scritto:

Non cambiate mai, stronzi.

«Quando pensavi di dirmelo che te ne vai a Bologna?» le chiesi, calciando un sasso. «Quando fossi stata sicura di passare.» «Andrea lo sa?» Lei scosse la testa, i capelli lisci che le sfioravano le spalle. «No.» «Quindi sono il primo.» «Non montarti la testa, Tommy.»

I suoi erano via per il weekend. Mi disse di salire a bere un bicchiere d'acqua per smaltire la birra. Nessuno dei due aveva pianificato nulla. In cucina, sotto la luce fredda del neon, leggevamo le firme sulle camicie, ridevamo delle foto mosse, parlavamo di Andrea. Cercavamo disperatamente di fermare il tempo.

Poi, dal nulla, Marta mi guardò. «Tu l'hai già fatto?» «Sì,» mentii d'istinto. Lei mi fissò. Bastò un secondo. «Con chi?» Aprii la bocca, ma non uscì un suono. Marta sorrise, ma senza cattiveria. Era uno sguardo tenero. «Sei vergine.» «Anche tu,» ribattei sulla difensiva. Lei non negò.

Non fu romantico. Fu impulsivo, crudo. «Forse dovremmo farlo insieme,» buttò lì, la voce leggermente incrinata. «Così, tanto per?» chiesi, il cuore che mi martellava in gola. «Non "tanto per".» «E allora perché?» Tirò fuori mille scuse razionali: ci fidavamo, non volevamo farlo con sconosciuti, l'anno dopo ci saremmo separati, non ci saremmo giudicati. La verità impronunciabile era che ci desideravamo fino a stare male. Cercai di resistere. «E Andrea?» Marta mi guardò confusa. «Che c'entra Andrea?» «C'entra sempre.» Non parlavo di tradimento romantico. Parlavo di creare un mondo in cui lui non poteva entrare. «Non deve saperlo,» rispose lei, decisa.

Il primo bacio fu un disastro. Troppa tensione. Ci scontrammo con i denti, ci staccammo ridacchiando per il nervosismo. «Possiamo ancora fingere che fosse una battuta,» sussurrai. Lei mi guardò negli occhi. «Tu forse.» E mi baciò di nuovo. Lì cambiò tutto. Emerse la familiarità, l'odore della sua pelle che conoscevo da anni mischiato a qualcosa di totalmente nuovo, elettrico. Le misi una mano sul fianco, esitante. Lei me la prese, ma invece di allontanarla, se la schiacciò contro.

Finimmo sul letto dei suoi, in un intrico di vestiti tolti male. La camicia con la scritta di Andrea finì gettata sulla sedia. Le mie mani tremavano mentre le sfilavo la maglietta. Anche lei cercava di fare la spavalda, ma quando ci ritrovammo nudi l'uno davanti all'altra, la sicurezza svanì. «Non so cosa sto facendo,» sussurrò lei, rossa in viso. «Nemmeno io,» le risposi, e quella confessione ci unì più di ogni altra cosa.

La baciai sul collo, scendendo lentamente. Le mie mani inesperte ma affamate scoprirono il suo corpo. Le afferrai il seno, piccolo ma pieno, stringendolo tra i palmi, sentendo i capezzoli indurirsi sotto il mio tocco goffo ma deciso. Lei ansimò, inarcando la schiena. La sentivo tesa, spaventata, ma quando le scivolai in mezzo alle gambe, era già bollente e bagnata per me. Ci aiutammo a vicenda. Lei mi guidò con le dita tremanti. Quando entrai, la resistenza del suo corpo ci fece bloccare entrambi. «Fermati...» ansimò, aggrappandosi alle mie spalle. Rimasi immobile, il sudore che mi colava sulla fronte. «Ti faccio male?» «No. Guardami,» mi sussurrò. «Non smettere di guardarmi, Tommy.»

Senza distogliere lo sguardo, spinsi in avanti. Il dolore iniziale si sciolse in un lamento spezzato, che divenne presto un gemito caldo, disperato. Iniziammo a muoverci, prima goffamente, sbagliando i ritmi, poi trovando la nostra cadenza. Le afferrai i fianchi larghi, stringendole il culo nudo e morbido, tirandola contro il mio bacino a ogni spinta. Il letto cigolava nel silenzio irreale della casa vuota. Il sudore incollava i nostri petti. L'inesperienza si trasformò in una furia cieca, un desiderio represso per anni. Marta affondò le unghie nella mia schiena, gridando il mio nome in un gemito soffocato contro la mia spalla. Sentire il suo corpo contrarsi sotto e intorno a me mi fece perdere ogni freno, esplodendo dentro di lei mentre sentivo il mondo fuori dalla finestra cambiare per sempre.

Rimanemmo sdraiati vicini per un tempo infinito. Il silenzio era assordante. «Non dirlo ad Andrea,» disse lei all'improvviso, fissando il buio. Incassai il colpo, pur capendo. «Era già quello che pensavo.» «Non perché mi vergogno.» «Certo.» Mi spiegò freddamente che Andrea avrebbe distrutto tutto. Ci avrebbe visti come una coppia, si sarebbe sentito terzo incomodo, avrebbe avuto paura di perdere il trio. «E se avesse ragione?» le chiesi. Non rispose. Fissammo le regole, come se stessimo siglando un trattato di pace: Andrea non l'avrebbe mai saputo; non saremmo mai diventati una coppia; se uno dei due si fosse innamorato davvero, sarebbe finita. Mi tese la mano nuda sotto le lenzuola. Gliela strinsi. «È successo una volta sola,» concluse. La bugia più grande della nostra vita.

Alle dieci del mattino il telefono di Marta squillò. Era Andrea, allegro e con la voce impastata. «Ma dove siete finiti ieri?» strillò dal vivavoce. Marta mi guardò, io guardai lei. «Tommy mi ha accompagnata a casa,» rispose lei, con una naturalezza che mi fece venire i brividi. «Lo sapevo,» rise Andrea. «Posso sempre contare su voi due. Oggi pomeriggio ci siete?» «Certo.» La telefonata finì. Quello fu il momento esatto in cui il segreto mise le radici.

Prima di andare avanti…

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