La serata non durò ancora molto. Il momento in cui Camilla capì di non essere più il centro esatto della nostra gravità coincise con la sua improvvisa, irrevocabile stanchezza.
Si alzò in piedi sistemandosi la scollatura del top, lisciando una piega inesistente sui pantaloni. «Sono stanca morta,» annunciò, guardando Andrea dall'alto in basso. «Andiamo a casa, Andre. Mi sta scoppiando la testa.» Lui sbatté le palpebre, colto in contropiede. Aveva ancora mezza birra nel bicchiere e stava per iniziare a raccontare di un vecchio professore del liceo. «Adesso? Ma... non volevamo finire di vedere il film?» «Puoi restare, se vuoi,» rispose lei, con quel tono di voce che significava esattamente il contrario. «Io chiamo un taxi.» Andrea sospirò, sconfitto in partenza. «No, figurati. Ti accompagno io.» Mentre lui si infilava la giacca in corridoio, Marta rimase comodamente seduta sul divano, le gambe incrociate sotto la mia vecchia maglietta. «Tu che fai, Marti?» le chiese Andrea, affacciandosi. «Ti diamo uno strappo?» «No, tranquilli. Aspetto ancora un po' prima di chiamare una macchina. Finisco il vino.» Io finsi la più totale indifferenza, raccogliendo i cartoni della pizza per impilarli, senza incrociare lo sguardo di nessuno.
Ma Camilla ci stava osservando. I suoi occhi scuri saettarono da me a Marta, registrando la nostra immobilità, il modo quasi innaturale in cui stavamo evitando di guardarci. Mentre Andrea la chiamava dal corridoio, Camilla si voltò verso il divano. Con un movimento fluido e apparentemente distratto, la sua mano scivolò vicino al cuscino. Nessuno sembrò farci caso, ma un piccolo riflesso metallico sparì nella fessura della stoffa: la sua sigaretta elettronica.
Si fermò sulla soglia, la borsa sulla spalla. Guardò Marta con un sorriso che non le arrivava agli occhi. «Non fare troppo tardi, tesoro,» le disse, la voce un velluto intriso di veleno. «Leonardo potrebbe preoccuparsi.» Marta si irrigidì. Un blocco di ghiaccio istantaneo. Poi, la porta si chiuse con un tonfo metallico.
Il silenzio invase la stanza. Sentii il ronzio del frigorifero, poi il rumore sordo dell'ascensore che si metteva in moto al piano, portandoli via. Raccolsi uno dei bicchieri vuoti dal tavolo. Marta, invece, aveva ancora lo sguardo fisso sulla porta chiusa, la mascella contratta. «Non avresti dovuto lasciarla parlare così,» le dissi, rompendo quell'aria pesante che ci stava schiacciando. Lei si voltò di scatto. Gli occhi le brillavano di una rabbia lucida. «E tu non avresti dovuto guardarmi come se volessi ammazzarla.» «Non guardavo te.» «Bugiardo.» Si alzò dal divano e mi venne incontro, i passi veloci, già irritata, il respiro che le sollevava il petto sotto il cotone leggero della maglietta. Si fermò a un palmo da me, l'odore della sua pelle che mi investiva. La guardai dall'alto in basso, incapace di fermare la lingua. «Che diavolo voleva Leonardo in quei messaggi?» Marta sgranò gli occhi, stringendo i pugni. «Non osare nominarlo. Non ora.» E poi mi baciò.
Quando Marta mi spinse con forza contro il mobile della cucina, il bicchiere che avevo ancora in mano cadde sul tappeto senza rompersi. Nessuno dei due si fermò a raccoglierlo.
Eravamo un groviglio di pelle lucida e respiri rotti, persi nel centro esatto del mio letto sfatto. L'aria della camera era diventata densa, satura del nostro odore, del calore di due corpi che si conoscevano da una vita e che ora si stavano consumando con una fame rabbiosa.
Ero sopra di lei. Il petto mi bruciava per lo sforzo, il sudore mi colava lungo la schiena mentre spingevo i fianchi contro i suoi, seguendo un ritmo serrato, spietato. Il rumore della nostra pelle che sbatteva riecheggiava nella stanza, un suono osceno e perfetto che mi faceva impazzire. Marta aveva le gambe sollevate e spalancate, agganciate in alto, spingendo le ginocchia indietro. Nella foga dei nostri movimenti, i suoi piedi nudi erano finiti quasi contro il mio viso. Vedevo lo smalto scheggiato sulle unghie, la curva delicata del suo collo del piede. Senza smettere di spingere dentro di lei, girai la testa e passai la lingua sulla pianta del suo piede, assaporando il sapore salato della sua pelle. Lei sussultò violentemente, inarcando la schiena. Un gemito le fuoriescì dalle labbra gonfie, le unghie che mi graffiavano le spalle. «Cristo, Marta,» ringhiai, affondando ancora più a fondo. La sensazione era travolgente. Era strettissima, le pareti del suo corpo mi avvolgevano, stringevano la mia virilità come una morsa bollente a ogni singola spinta, quasi volessero trattenermi lì dentro per sempre.
«Sei... sei un idiota, Tommy...» ansimò lei, la voce spezzata, guardandomi con quegli occhi dilatati e scuri per il piacere, il sorriso malizioso di sempre che ora era diventato una smorfia di pura lussuria. «E tu sei insopportabile,» le risposi con un fiato corto, le mani che scivolavano sui suoi fianchi larghi e pieni, afferrandole il sedere sodo per tirarla ancora più contro di me, massimizzando l'attrito, la penetrazione profonda. Il letto cigolava disperatamente sotto di noi. Non c'era dolcezza, non c'erano le carezze timide di una prima volta. C'era l'urgenza di anni passati a guardarsi, a punzecchiarsi, riversata tutta in quella fisicità brutale e carnale.
«Più forte...» implorò lei, buttando la testa all'indietro, i capelli castani incollati alla fronte sudata. Accelerai il ritmo, il battito del mio cuore che rimbombava nelle orecchie come un tamburo. La sentivo fremere intorno a me, le sue pareti interne che iniziavano a pulsare e contrarsi spasmodicamente, stringendomi fino a farmi mancare il respiro. Marta mi afferrò i capelli, tirandomi verso il suo viso per divorarmi la bocca. L'orgasmo la investì come un'onda d'urto, il suo corpo che si tendeva come una corda di violino mentre gridava il mio nome contro le mie labbra. La sua stretta disperata fu la spinta finale. Cedetti, sprofondando dentro di lei un'ultima, lunghissima volta, svuotandomi completamente mentre il mio respiro si rompeva in un grugnito rauco contro il suo collo bagnato di sudore. Rimanemmo così, i petti che si alzavano e si abbassavano all'unisono, il rumore del nostro respiro che riempiva lentamente la stanza ormai silenziosa.
L'aria nella stanza si stava raffreddando, portandosi via l'odore acre e dolciastro del nostro sesso. Marta fu la prima a muoversi. Si alzò dal letto con quella sua improvvisa, spietata efficienza che seguiva sempre i nostri crolli. Recuperò i vestiti sparsi sul pavimento, ma, per comodità o per pura abitudine, afferrò una mia t-shirt pulita dalla sedia e se la infilò al posto del suo top.
Io rimasi sdraiato supino, le braccia dietro la testa, il respiro ancora corto. La guardavo muoversi per la stanza, osservando come la razionalità le stesse ricadendo addosso come un'armatura.
Il display del suo telefono, abbandonato sul comodino, si illuminò. Lo schermo era rivolto verso di me, impossibile non leggere.
Mi dispiace per prima. Non voglio metterti pressione. Scrivimi quando torni a casa.
Marta finì di allacciarsi i jeans. Lo sguardo le cadde sullo schermo. La vidi fermarsi, le spalle che si abbassavano di un millimetro sotto il peso improvviso del senso di colpa. Poi, con un gesto fluido e distaccato, prese il telefono, lo girò a faccia in giù e lo rimise al suo posto.
«Gli rispondi?» chiesi, la voce ancora roca. «Dopo.» Non si voltò a guardarmi. «Quando?» «Non iniziare, Tommy.»
Strinsi i denti. Avrei voluto chiederle se avesse intenzione di lasciarlo. Avrei voluto urlarle che quella situazione stava diventando grottesca. Ma tacqui. Sapevo benissimo che quella domanda avrebbe violato la regola centrale del nostro rapporto clandestino.
