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Erotika
Adesso Guardaci Scopare · Cap. 1
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Capitolo 1 di 2 22 min di lettura

Quattro anni a scopare in segreto

Tommaso e Marta hanno condiviso la prima volta e continuano a tradire tutti nel silenzio. Quando Camilla li sorprende ancora avvinghiati, il loro segreto diventa finalmente un’arma.

Giovy22
2 mesi fa · 1.9k letture · 1

Pensavamo di potercela fare. Per mesi mantenemmo la parola. Lei iniziò l'università, io feci i miei giri. Ma a Natale, dopo una serata al pub in cui Andrea ci aveva lasciati soli, ci ritrovammo chiusi nella mia macchina. «Ci pensi mai?» mi chiese lei. «No.» «Nemmeno io.» Tre minuti dopo le stavo strappando la camicia sul sedile del passeggero.

Quella seconda volta cambiò le regole del gioco. Non c'era inesperienza a scusarci, non era un errore. Era fame. E da allora, non abbiamo mai davvero smesso. Abbiamo funzionato a cicli: interrompevamo tutto se uno iniziava a uscire con qualcuno, per poi ricaderci la sera stessa in cui ci si lasciava. Abbiamo scopato dopo litigi furibondi, dopo feste noiose, durante le vacanze estive quando Andrea si addormentava. Abbiamo costruito intere relazioni vere sopra la base marcia della nostra bugia.

Non siamo mai stati una coppia clandestina. Siamo solo due persone che, da quattro anni, non riescono a chiudere la porta che hanno aperto a diciotto.

L’aria era ancora carica e densa. Guardai Marta, che stava cercando di rimettere insieme i pezzi della sua razionalità fasciata nella mia t-shirt.

«Non doveva succedere nemmeno la seconda,» le dissi, la voce bassa, rompendo il silenzio. Marta si voltò di scatto, afferrò uno dei cuscini dal letto e me lo tirò dritto in faccia con forza. «Stai zitto, Tommy,» sbottò, ma l'angolo della sua bocca tradiva un accenno di sorriso. Schivai il colpo ridendo. La tirai per un braccio, facendola cadere di nuovo sul materasso accanto a me. Lei sbuffò, cercando di divincolarsi, ma finimmo per aggrovigliarci in una lotta giocosa. Per qualche secondo tornammo leggeri. Eravamo solo io e lei, i due stronzi di sempre, capaci di prendersi in giro e di stare bene insieme senza bisogno di difese.

Ma la leggerezza durò poco. Mentre cercavo di bloccarle i polsi sopra la testa, i nostri sguardi si incrociarono. Il suo sorriso si spense, sostituito da quel guizzo scuro e affamato che conoscevo fin troppo bene. Il respiro le si spezzò nel petto, sollevando il tessuto leggero della mia maglietta. Non ci fu bisogno di dire nulla. Mollai la presa sui suoi polsi e le afferrai il viso, baciandola con un'urgenza improvvisa, rabbiosa. Lei mi rispose con la stessa foga, schiudendo le labbra per accogliere la mia lingua, le sue mani che scivolavano frenetiche dietro la mia nuca per tirarmi ancora più vicino.

Fu un incendio istantaneo. La spinsi con la schiena contro le lenzuola stropicciate, scendendo con la bocca lungo il suo collo, mordicchiando la pelle sensibile fino a farla sussultare. Le sfilai la t-shirt in un unico movimento fluido, gettandola sul pavimento. Il suo petto nudo si sollevava a un ritmo frenetico. Le mie mani tornarono a esplorare ogni centimetro del suo corpo morbido e compatto, stringendo i suoi seni, accarezzando la curva piena dei fianchi. Marta inarcò la schiena, un gemito roco le sfuggì dalle labbra quando le mie dita tracciarono l'elastico dei suoi slip prima di liberarsene del tutto. La pelle era bollente, sudata, carica di un'elettricità palpabile. I nostri corpi si scontrarono di nuovo, cercandosi con una fisicità spietata, un ritmo serrato e profondo che ci fece perdere del tutto la cognizione del tempo e dello spazio. Il suono dei nostri respiri affannosi e dei nostri gemiti riempiva la stanza, cancellando il resto del mondo.

Eravamo così persi nel nostro caos che non sentimmo nulla. Non sentimmo la porta d'ingresso aprirsi, sbloccata dal codice che Andrea, nella sua infinita ingenuità, le aveva sicuramente dato.

L'avrei ricostruito solo dopo. Camilla era tornata con la scusa di aver dimenticato il bracciale, ma la verità era che aveva percepito il cambiamento nell'aria. Voleva controllare. Avrebbe trovato il soggiorno vuoto. Avrebbe notato i bicchieri usati sul tavolo, la borsa di Marta abbandonata sul divano, i miei vestiti sparsi sul pavimento e il telefono dimenticato. Avrebbe colto quel silenzio innaturale, prima di iniziare a camminare lentamente lungo il corridoio, seguendo il suono inequivocabile dei nostri gemiti.

Non chiudemmo mai la porta della camera. Non l'avevamo mai fatto. Il culmine del nostro piacere si spezzò in un istante. Mi ero appena sollevato sulle braccia per guardare il viso di Marta, stravolto dal piacere, quando un'ombra si allungò sulla soglia illuminata della stanza.

Mi bloccai. Marta aprì gli occhi, seguendo il mio sguardo. Camilla era lì. Perfettamente immobile. Aveva visto abbastanza da non poter essere ingannata. Ci aveva sorpresi esattamente nel mezzo, circondati dalle lenzuola sfatte, nudi e sudati.

Per un secondo infinito, nessuno respirò. Il volto di Camilla era una maschera di autentico shock. Il disgusto e la ferita le tremarono negli occhi. Stava pensando ad Andrea. Alla fiducia cieca, alle difese che lui aveva eretto per proteggerci. Poi, lo shock scivolò via, lasciando spazio a un calcolo gelido. Non ci fu nessuna scenata isterica. Nessun urlo. Guardò direttamente Marta.

«Tu con Leonardo non lo fai.» Fu la sua prima, letale frase. Non le importava che stessimo scopando. La colpiva il potere, la contraddizione feroce: la fidanzata perfetta che faceva aspettare il suo ragazzo, ma si faceva spogliare dal migliore amico.

Marta, pallida come un lenzuolo, cercò di tirarsi su il lenzuolo sul petto. «Camilla…» «Non dire il mio nome,» sibilò lei, la voce tagliente come vetro.

Feci per scendere dal letto, avanzando verso di lei con un gesto istintivo per fermarla. «Ascolta, non è come—» Camilla alzò la mano. Stringeva il suo smartphone. La vidi cambiare. La ragazza ferita scomparve. Aveva appena capito di avere tra le mani l'arma definitiva, il potere assoluto sul nostro intoccabile trio. Non chiamò Andrea. Non scappò piangendo. Fece un passo indietro nel corridoio, afferrò la maniglia e, con una lentezza calcolata e spaventosamente minacciosa, tirò la porta verso di sé, senza chiuderla del tutto.

«Dammi il telefono,» ringhiai, la voce carica di rabbia fredda. Camilla mi fissò, poi spostò lo sguardo su Marta. «Perché?» domandò, la voce calma e velenosa. «Avete paura che faccia una foto?» Marta fece per scattare in avanti, ma era troppo tardi. Camilla sollevò lo schermo all'altezza del viso, attivando la fotocamera. «Non vi muovete.» Il flash illuminò la stanza per una frazione di secondo. Un lampo bianco e spietato.

Camilla abbassò il telefono, osservò l'immagine sullo schermo e sorrise. Fu il primo sorriso della serata, ma era completamente privo di allegria. Era il sorriso di chi ha appena vinto una guerra che noi non sapevamo nemmeno di stare combattendo. «Andrea deve proprio vedere questa,» mormorò. Poi, chiuse la porta.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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Giovy22

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