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Erotika
Sudore e Labbra Proibite · Cap. 3
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Capitolo 3 di 3 31 min di lettura

la festa e il palliativo

un palliativo, un giocattolo utilizzato per placare l'eccitazione che ross mi procurava

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6 mesi fa · 895 letture · 9

Il tonfo fu sordo. La grossa brocca di vetro, mezza piena di cocktail ghiacciato alla vodka e mirtillo, tremò sul bordo per una frazione di secondo prima di ribaltarsi. L'onda gelida e appiccicosa non colpì loro. Si abbatté esattamente su di me, che ero seduta sul tappeto lì sotto.

«Cazzo!» urlò Marco, ritraendo le gambe. Io trasalii. Il liquido ghiacciato mi inzuppò completamente la pancia e le cosce, scivolando sotto la gonna e colpendo la mia pelle nuda e febbricitante con la violenza di uno schiaffo. Lo shock termico fu totale, spegnendo il fuoco dell'eccitazione in un secondo e lasciandomi solo con l'imbarazzo e il freddo.

«Oddio, scusate! Sono un fottuto disastro!» urlò Rob, spingendo via Ross per alzarsi in piedi, mortificato, correndo verso la cucina.

L'atmosfera erotica era morta. Sepolta sotto i cubetti di ghiaccio e il succo di mirtillo. Ross mi guardò dall'alto del divano, i capelli scarmigliati e il fiato corto, mentre io rimanevo rannicchiata sul pavimento. La mia gonna aderiva in modo rivelatore e disastroso alla mia pelle, umida non solo di alcol.

«Chiara, tutto bene?» chiese Marco, piegandosi per aiutarmi. «Non mi toccare!» scattai, la voce incrinata, le mani premute contro il cavallo della gonna. L'umiliazione e la tristezza mi avevano travolta. «Vado... vado in bagno.»

Mi alzai tenendo la gonna incollata alle gambe per non far vedere a tutti che non indossavo l'intimo, e fuggii verso il bagno, chiudendomi la porta alle spalle e scivolando a terra, finalmente libera di piangere.

Ero seduta sul coperchio del water, rannicchiata su me stessa, con la gonna fradicia che mi gelava la pelle. Le lacrime mi rigavano il viso non per l'imbarazzo del drink, ma per la devastante, squallida consapevolezza di non poter avere l'unica cosa che desideravo al mondo.

Due minuti dopo, bussarono dolcemente alla porta. «Pulcino... apri, sono io.» La voce di Ross era impastata dall'alcol, ma addolcita da un tono materno e preoccupato.

Tirai su col naso e girai la chiave. Ross scivolò dentro e richiuse subito la porta, isolandoci di nuovo. Aveva in mano un mucchietto di stoffa nera. Quando mi vide con gli occhi rossi e le guance bagnate, la sua espressione sfrontata crollò. Si inginocchiò davanti a me, incurante del pavimento del bagno, e mi prese il viso tra le mani calde. Il suo profumo di vaniglia e vodka mi investì.

«Ehi... ma stai piangendo?» sussurrò, accarezzandomi gli zigomi con i pollici. «Oh, Chiara, mi dispiace da morire. Rob è un fottuto idiota, l'ho appena cazziato a dovere. Non fare così, dai... era solo un po' di succo di mirtillo.»

Chiusi gli occhi, appoggiando per un secondo la guancia contro il suo palmo. Non piango per il mirtillo, Ross. Piango perché ti amo e tu stavi cavalcando lui davanti a me. Ma non dissi nulla. Annuii debolmente, deglutendo il nodo che avevo in gola.

«Tieni,» disse lei, sorridendo e porgendomi i vestiti. «Ti ho portato un cambio. Sono i miei, quindi ti staranno un po' fasciati, ma almeno sarai asciutta. Cambiati, datti una sciacquata e torna di là quando te la senti. Tanto la festa è finita, stanno andando tutti via.»

Si alzò e mi diede un bacio affettuoso sulla fronte, per poi uscire dal bagno.

Rimasta sola, mi tolsi la gonna zuppa e la maglietta appiccicosa. Asciugai la pelle infreddolita con un asciugamano e presi i vestiti di Ross. Erano un paio di leggings neri lucidi e un top sportivo incrociato sulla schiena. Quando li infilai, mi mancò l'aria. Io ero magra, ma Ross aveva curve molto più esplosive, quindi i suoi leggings erano pensati per comprimere. Su di me, risultarono oscenamente attillati. Ma il dettaglio che mi fece impazzire fu un altro: non avevo le mutande.

Tirando su i leggings lucidi, la cucitura centrale si piazzò esattamente in mezzo alle mie piccole labbra nude e sensibili. Ogni minimo passo era un attrito diretto, una frizione che mi ricordava costantemente che stavo letteralmente indossando l'odore e i vestiti della donna che mi ossessionava.

Quando tornai in salotto, l'atmosfera era di smobilitazione. Rob mi venne incontro con la faccia di un cane bastonato. «Chiara, scusami ancora. Sono un coglione, ho rovinato tutto.» «Tranquillo, Rob. Cose che succedono,» risposi, fredda.

Marco si alzò dal divano, infilandosi il giubbotto di pelle. I suoi occhi scesero immediatamente sul mio corpo fasciato dalla lycra lucida. «Però,» commentò con un fischio d'apprezzamento, «bisogna ammettere che il guardaroba di Ross ti sta da dio. Sei un'altra persona così.» Rob annuì, cercando di sdrammatizzare. «Eh sì, la mia ragazza ha ottimi gusti. Dai, andate a casa ragazzi, scusate ancora per il disagio.»

Ci salutammo velocemente. Ross mi strinse in un ultimo abbraccio, le sue mani che scivolavano sulla schiena nuda lasciata scoperta dal suo top. «Scrivimi quando arrivi, occhi blu.»

Uscimmo nell'aria fresca della notte e salimmo nell'auto di Marco. Il viaggio iniziò in silenzio, ma percepivo la sua agitazione. Marco tamburellava le dita sul volante, lanciandomi sguardi infuocati ogni volta che passavamo sotto un lampione.

«Cazzo, Chiara,» esordì, la voce roca. «Non riesco a smettere di guardarti in quei leggings. Sembra che te li abbiano cuciti addosso. Sei così... aggressiva stasera.» Non risposi. Guardavo fuori dal finestrino, lo stomaco chiuso.

Invece di prendere la strada per casa mia, Marco svoltò bruscamente, imboccando una stradina buia che portava verso un parcheggio isolato vicino al parco cittadino. Spense il motore e si slacciò la cintura di sicurezza con urgenza. «Vieni qui,» mormorò, allungandosi verso di me.

Di norma, quello era il momento in cui spegnevo il cervello. Quello era il momento in cui chiudevo gli occhi, lo lasciavo fare e lo usavo per sfogare le mie fantasie su Ross. Ma stasera era diverso.

Marco mi afferrò la coscia, la sua mano grande che stringeva la lycra dei leggings. «La serata è stata... intensa,» sussurrò, baciandomi il collo con irruenza, il respiro pesante. «E vederti con la roba di Ross addosso mi sta facendo impazzire. Sei così fottutamente sexy...»

La sua mano scivolò più in alto, insinuandosi verso il mio inguine. Sentì l'assenza di biancheria intima attraverso la stoffa tesa e gemette di sorpresa. «Cristo... non hai niente sotto. Lo sapevo che facevi la finta tonta stasera...»

La nausea mi travolse. Non mi stava toccando perché ero Chiara. Si era eccitato guardando Ross strusciarsi su Rob per tutta la sera. Si era eccitato guardando la mia bocca sfiorare il seno di Ross. E ora, non potendo avere lei, voleva scopare me, esaltato dal fatto che indossassi i vestiti della donna che in realtà bramava lui stesso. Eravamo due squallidi rimpiazzi l'uno per l'altra.

Una rabbia cieca, bollente e inarrestabile mi esplose nel petto. Mentre lui cercava di baciarmi la bocca, alzai le mani e gli mollai due schiaffi violenti e sonori ai lati della testa, uno dopo l'altro.

Paff! Paff!

Marco si ritrasse di scatto, sbattendo la schiena contro il volante, gli occhi sgranati per lo shock. «Ma che cazzo fai?! Sei impazzita?!»

«Toglimi le mani di dosso!» urlai, la voce che tremava di pura isteria, spingendolo via per il petto. Il mio respiro era affannoso, il cuore mi martellava in gola. «Fai schifo, Marco! Fai fottutamente schifo!»

«Ma di che cazzo parli? Fino a ieri mi saltavi addosso prima ancora di entrare in casa!» sbottò lui, massaggiandosi la guancia arrossata.

«Non azzardarti a toccarmi!» sibilai, puntandogli un dito contro il viso. «Credi che non me ne sia accorta? Ti sei fatto il sangue amaro per tutta la cazzo di sera guardando Ross! Ti sei eccitato vedendo lei che si strusciava su Rob, e ora vuoi usare me per scaricarti! Ti fa impazzire che io abbia i suoi vestiti addosso, vero? Vuoi scopare me chiudendo gli occhi e immaginando che ci sia lei dentro questi fottuti leggings?!»

Marco sbiancò. La mia accusa, così cruda e diretta, gli tolse le parole di bocca. Forse perché era vero, o forse perché la mia reazione era spaventosamente feroce. Aprì la bocca per balbettare una scusa, ma lo interruppi brutalmente.

«Sei un pezzo di merda. Non farti illusioni, tu non vuoi me, vuoi lei. E io non sono il fottuto premio di consolazione di nessuno. Tra noi è finita. Accendi la macchina e portami a casa, adesso. E non rivolgermi più la parola.»

Mi schiacciai contro la portiera, incrociando le braccia al petto, tremante di rabbia e di disgusto verso lui e verso me stessa. Marco non disse una parola. Inghiottì a vuoto, l'ego completamente a pezzi. Girò la chiave nel quadro e mise in moto.

Il tragitto fino a casa mia fu un silenzio di tomba. Scesi dall'auto sbattendo la portiera con tutta la forza che avevo. Ero finalmente sola. Non avevo più il mio palliativo. Ed ero appena sprofondata nell'abisso senza vie di fuga.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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