pero con tutto il cuore che questo viaggio vi abbia tenuti incollati alle pagine, che vi abbia fatto arrabbiare, sospirare e, forse, vi abbia fatto sentire un po' complici del disastro meraviglioso che ho provato a raccontarvi.
Sono profondamente legata a questo mio primo racconto. Aver messo la parola "fine" mi lascia addosso una strana vertigine, perché per me non è stata solo una stesura creativa, ma una vera e propria catarsi. E ora che il sipario è calato su Franci ed Erika, sento di dovervi confessare un segreto che custodisco dalla primissima riga.
"Giada" non è nata per caso, e non è frutto della mia fantasia.
Giada, la chiameremo così tra queste righe, anche se il suo vero nome lo custodisco solo per me, esiste davvero. Ed è il mio grande amore.
Tutto ciò che avete letto di lei, l'essenza stessa che l'ha resa così magnetica e crudele, è reale. Ho rubato i suoi occhi neri, quelli che ti sfidano e ti spogliano prima ancora che tu te ne accorga. Ho rubato il suo profumo, quel sentore di vaniglia e pelle calda che ti entra nel cervello e non ti lascia più dormire. Ho preso il suo atteggiamento da regina intoccabile, quella corazza di ironia e dominazione che usa per tenere il mondo a distanza, e l'ho messa su carta.
La storia del tradimento, della villa, di Erika e della povera Giulia è ovviamente finzione narrativa. Un palcoscenico oscuro e drammatico che ho costruito su misura per far muovere i miei personaggi. Ma l'intensità di quell'amore, l'urgenza viscerale, la passione che ti brucia le vene e ti fa sentire vivo solo quando l'altra persona è nella stanza... quello è tutto nostro
Voglio raccontarvi come è iniziata per davvero. Niente ville sperdute in montagna, niente tempeste di neve o giochi di potere al buio, ma un incontro casuale in un normale pomeriggio universitario che mi ha cambiato la vita.
Io frequento Lettere. Il mio mondo è fatto di romanzi, biblioteche silenziose e aule in cui si respira inchiostro. Era raro, quasi impossibile, che mi trovassi a passare dalle parti di Giurisprudenza. Eppure, quel giorno, il destino o chi per lui, ha deciso di farmi allungare la strada.
Proprio davanti all'ingresso della facoltà, incrociai un mio caro amico. E, guardate un po' i casi della vita (e le ironie che poi finiscono dritte nei romanzi), stava chiacchierando proprio con la cugina della sua fidanzata.
Me la presentò. Ed è stato lì, in quel preciso istante, incrociando il suo sguardo, che il mio mondo ha fatto un giro a vuoto.
C'è stata un'intesa immediata, una scintilla di quelle che ti lasciano l'elettricità sottopelle. Quando il nostro amico in comune ci ha salutate in fretta perché doveva scappare a un appuntamento, io e lei ci siamo ritrovate da sole. Ci siamo incamminate insieme verso la fermata della metro, e quella semplice passeggiata è stata la mia rovina, nel senso più bello del termine.
Era sexy da morire. Bellissima, fiera, con quell'aura da ragazza forte e intoccabile che le ho poi cucito addosso nel libro. Ma la verità? Quello che mi ha colpita davvero, quello che mi ha letteralmente stesa, è stata la sua mente. Un'intelligenza acuta, rapida, che ti schiacciava e ti affascinava allo stesso tempo. Era una "dolce giurista", e mentre camminavamo, vederla così gioiosa, così accesa e felice di parlare delle cose che amava, con gli occhi che le brillavano per la passione che metteva in ogni parola... mi ha fatto capire che ero già fottuta.
Non riuscivo a smettere di guardarla. Non volevo che quella camminata finisse.
Siamo arrivate ai tornelli della metro e le nostre strade, fisicamente, dovevano separarsi. Ci siamo guardate per un secondo di troppo, in bilico tra l'imbarazzo e la voglia di non perdersi di vista. Ci siamo salutate, ma prima di scendere le scale ci siamo scambiate i profili Instagram, con una mezza scusa e un sorriso complice.
Quello scambio di contatti è stato il vero prologo di tutto. Il momento esatto in cui la mia vita reale ha iniziato a scriversi da sola, molto prima che io decidessi di metterla su carta.
Così iniziammo a sentirci su Instagram, scambiandoci i primi messaggi con quella cautela che nasconde sempre un interesse bruciante.
Era un incontro di due mondi che sulla carta non c'entravano nulla l'uno con l'altro. Io mi sono sempre definita un po' punk: perennemente vestita di nero sciatto, anfibi distrutti, un po' di sano caos in testa. Lei, invece, mi spiazzava. Era l'eleganza fatta persona, la quintessenza della clean girl: formale, curata fino all'ultimo capello, apparentemente inarrivabile.
Eppure, in chat i filtri crollavano. Ridevamo come due cretine fino a tarda notte. Scoprimmo di avere un'assurda, meravigliosa passione in comune per le cose stupide, per l'umorismo no-sense che ci faceva lacrimare gli occhi davanti allo schermo del telefono. Era un contrasto che mi mandava fuori di testa: l'impeccabile studentessa di giurisprudenza che mi mandava meme idioti alle due di notte.
Alla fine, dopo settimane di messaggi, decidiamo di fare il passo successivo: andare a mangiare qualcosa insieme dopo l'università.
L'aspettavo all'uscita, preparandomi mentalmente ad accogliere la sua solita aura di perfezione formale. E invece, mi stupì. Di nuovo. Mi venne incontro indossando semplicemente un paio di leggings neri aderentissimi e una felpa bordeaux bella calda, i capelli un po' arruffati e zero assolutamente zero trucco sul viso. Se la prima volta avevo pensato che la sua bellezza potesse essere un caso isolato o il frutto di un outfit indovinato, in quel momento capii di essere fregata. Era semplicemente e fottutamente perfetta così. Al naturale.
E a questo punto, lettori miei, sarò estremamente sincera con voi. Mettiamo da parte per un attimo le parole dolci, perché non ho intenzione di fare solo la poetessa innamorata dell'intelletto. C'è un dettaglio fondamentale che ha ispirato molte delle scene più roventi che avete letto.
Giada ha un culo così bello che fa passare letteralmente tutto il resto in secondo piano.
Non so come spiegarvelo senza sembrare una maniaca, ma è una delle sette meraviglie del mondo. Quei leggings neri non facevano altro che esaltare un capolavoro di genetica e palestra. Era tondo, alto, sodo da far male al cervello. Scolpito in un modo che ti resettava i pensieri e ti faceva dimenticare come si coniugano i verbi. Vi giuro, mentre mi camminava davanti per entrare nel locale, poteva anche starmi spiegando i massimi sistemi della filosofia o le leggi del diritto penale, ma io ero in fissa totale, completamente ipnotizzata da come quel tessuto le fasciava i fianchi e le chiappe a ogni passo. Una roba illegale.
È stato in quel momento, divisa tra la voglia di ascoltare la sua mente brillante e l'impulso animalesco di morderle quel fondoschiena perfetto, che ho capito che non ne sarei mai più uscita viva.
Ci sedemmo a mangiare e il contrasto tra noi non era mai stato così evidente. Io, col mio casino in testa, i miei anfibi e le mie insicurezze croniche; lei, che persino con una felpa oversize e zero trucco riusciva a sembrare la padrona assoluta della situazione.
Fu durante quel pranzo che iniziò a chiamarmi "piccolina". Lo faceva sorridendo, addentando il suo cibo con naturalezza. Era un vezzeggiativo dolcissimo, ma che, sotto sotto, tracciava un confine netto e metteva in chiaro le gerarchie: lei era la donna adulta, risolta, indipendente, con la vita in pugno. Io ero la ragazzina caotica e affascinata in balia degli eventi. Mi piaceva da impazzire quando me lo diceva, ma mi faceva anche sentire costantemente disarmata.
Il tempo volò. Quando uscimmo e mi accompagnò verso la metro, il cuore mi batteva così forte nel petto che temevo potesse sentirlo. Mi appoggiai alla portiera, torturandomi le mani, farfugliando in modo patetico qualcosa su quanto fossi stata bene e su come dovessimo rifarlo.
