la mia Ragazza & sua Cugina - Extra

Capitolo 1 - Come ho conosciuto colei che ha ispirato il personaggio di Giada

Alessia
19 hours ago

pero con tutto il cuore che questo viaggio vi abbia tenuti incollati alle pagine, che vi abbia fatto arrabbiare, sospirare e, forse, vi abbia fatto sentire un po' complici del disastro meraviglioso che ho provato a raccontarvi.

Sono profondamente legata a questo mio primo racconto. Aver messo la parola "fine" mi lascia addosso una strana vertigine, perché per me non è stata solo una stesura creativa, ma una vera e propria catarsi. E ora che il sipario è calato su Franci ed Erika, sento di dovervi confessare un segreto che custodisco dalla primissima riga.

"Giada" non è nata per caso, e non è frutto della mia fantasia.

Giada, la chiameremo così tra queste righe, anche se il suo vero nome lo custodisco solo per me, esiste davvero. Ed è il mio grande amore.

Tutto ciò che avete letto di lei, l'essenza stessa che l'ha resa così magnetica e crudele, è reale. Ho rubato i suoi occhi neri, quelli che ti sfidano e ti spogliano prima ancora che tu te ne accorga. Ho rubato il suo profumo, quel sentore di vaniglia e pelle calda che ti entra nel cervello e non ti lascia più dormire. Ho preso il suo atteggiamento da regina intoccabile, quella corazza di ironia e dominazione che usa per tenere il mondo a distanza, e l'ho messa su carta.

La storia del tradimento, della villa, di Erika e della povera Giulia è ovviamente finzione narrativa. Un palcoscenico oscuro e drammatico che ho costruito su misura per far muovere i miei personaggi. Ma l'intensità di quell'amore, l'urgenza viscerale, la passione che ti brucia le vene e ti fa sentire vivo solo quando l'altra persona è nella stanza... quello è tutto nostro

Voglio raccontarvi come è iniziata per davvero. Niente ville sperdute in montagna, niente tempeste di neve o giochi di potere al buio, ma un incontro casuale in un normale pomeriggio universitario che mi ha cambiato la vita.

Io frequento Lettere. Il mio mondo è fatto di romanzi, biblioteche silenziose e aule in cui si respira inchiostro. Era raro, quasi impossibile, che mi trovassi a passare dalle parti di Giurisprudenza. Eppure, quel giorno, il destino o chi per lui, ha deciso di farmi allungare la strada.

Proprio davanti all'ingresso della facoltà, incrociai un mio caro amico. E, guardate un po' i casi della vita (e le ironie che poi finiscono dritte nei romanzi), stava chiacchierando proprio con la cugina della sua fidanzata.

Me la presentò. Ed è stato lì, in quel preciso istante, incrociando il suo sguardo, che il mio mondo ha fatto un giro a vuoto.

C'è stata un'intesa immediata, una scintilla di quelle che ti lasciano l'elettricità sottopelle. Quando il nostro amico in comune ci ha salutate in fretta perché doveva scappare a un appuntamento, io e lei ci siamo ritrovate da sole. Ci siamo incamminate insieme verso la fermata della metro, e quella semplice passeggiata è stata la mia rovina,  nel senso più bello del termine.

Era sexy da morire. Bellissima, fiera, con quell'aura da ragazza forte e intoccabile che le ho poi cucito addosso nel libro. Ma la verità? Quello che mi ha colpita davvero, quello che mi ha letteralmente stesa, è stata la sua mente. Un'intelligenza acuta, rapida, che ti schiacciava e ti affascinava allo stesso tempo. Era una "dolce giurista", e mentre camminavamo, vederla così gioiosa, così accesa e felice di parlare delle cose che amava, con gli occhi che le brillavano per la passione che metteva in ogni parola... mi ha fatto capire che ero già fottuta.

Non riuscivo a smettere di guardarla. Non volevo che quella camminata finisse.

Siamo arrivate ai tornelli della metro e le nostre strade, fisicamente, dovevano separarsi. Ci siamo guardate per un secondo di troppo, in bilico tra l'imbarazzo e la voglia di non perdersi di vista. Ci siamo salutate, ma prima di scendere le scale ci siamo scambiate i profili Instagram, con una mezza scusa e un sorriso complice.

Quello scambio di contatti è stato il vero prologo di tutto. Il momento esatto in cui la mia vita reale ha iniziato a scriversi da sola, molto prima che io decidessi di metterla su carta.

Così iniziammo a sentirci su Instagram, scambiandoci i primi messaggi con quella cautela che nasconde sempre un interesse bruciante.

Era un incontro di due mondi che sulla carta non c'entravano nulla l'uno con l'altro. Io mi sono sempre definita un po' punk: perennemente vestita di nero sciatto, anfibi distrutti, un po' di sano caos in testa. Lei, invece, mi spiazzava. Era l'eleganza fatta persona, la quintessenza della clean girl: formale, curata fino all'ultimo capello, apparentemente inarrivabile.

Eppure, in chat i filtri crollavano. Ridevamo come due cretine fino a tarda notte. Scoprimmo di avere un'assurda, meravigliosa passione in comune per le cose stupide, per l'umorismo no-sense che ci faceva lacrimare gli occhi davanti allo schermo del telefono. Era un contrasto che mi mandava fuori di testa: l'impeccabile studentessa di giurisprudenza che mi mandava meme idioti alle due di notte.

Alla fine, dopo settimane di messaggi, decidiamo di fare il passo successivo: andare a mangiare qualcosa insieme dopo l'università.

L'aspettavo all'uscita, preparandomi mentalmente ad accogliere la sua solita aura di perfezione formale. E invece, mi stupì. Di nuovo. Mi venne incontro indossando semplicemente un paio di leggings neri aderentissimi e una felpa bordeaux bella calda, i capelli un po' arruffati e zero assolutamente zero trucco sul viso. Se la prima volta avevo pensato che la sua bellezza potesse essere un caso isolato o il frutto di un outfit indovinato, in quel momento capii di essere fregata. Era semplicemente e fottutamente perfetta così. Al naturale.

E a questo punto, lettori miei, sarò estremamente sincera con voi. Mettiamo da parte per un attimo le parole dolci, perché non ho intenzione di fare solo la poetessa innamorata dell'intelletto. C'è un dettaglio fondamentale che ha ispirato molte delle scene più roventi che avete letto.

Giada ha un culo così bello che fa passare letteralmente tutto il resto in secondo piano.

Non so come spiegarvelo senza sembrare una maniaca, ma è una delle sette meraviglie del mondo. Quei leggings neri non facevano altro che esaltare un capolavoro di genetica e palestra. Era tondo, alto, sodo da far male al cervello. Scolpito in un modo che ti resettava i pensieri e ti faceva dimenticare come si coniugano i verbi. Vi giuro, mentre mi camminava davanti per entrare nel locale, poteva anche starmi spiegando i massimi sistemi della filosofia o le leggi del diritto penale, ma io ero in fissa totale, completamente ipnotizzata da come quel tessuto le fasciava i fianchi e le chiappe a ogni passo. Una roba illegale.

È stato in quel momento, divisa tra la voglia di ascoltare la sua mente brillante e l'impulso animalesco di morderle quel fondoschiena perfetto, che ho capito che non ne sarei mai più uscita viva.

Ci sedemmo a mangiare e il contrasto tra noi non era mai stato così evidente. Io, col mio casino in testa, i miei anfibi e le mie insicurezze croniche; lei, che persino con una felpa oversize e zero trucco riusciva a sembrare la padrona assoluta della situazione.

Fu durante quel pranzo che iniziò a chiamarmi "piccolina". Lo faceva sorridendo, addentando il suo cibo con naturalezza. Era un vezzeggiativo dolcissimo, ma che, sotto sotto, tracciava un confine netto e metteva in chiaro le gerarchie: lei era la donna adulta, risolta, indipendente, con la vita in pugno. Io ero la ragazzina caotica e affascinata in balia degli eventi. Mi piaceva da impazzire quando me lo diceva, ma mi faceva anche sentire costantemente disarmata.

Il tempo volò. Quando uscimmo e mi accompagnò verso la metro, il cuore mi batteva così forte nel petto che temevo potesse sentirlo. Mi appoggiai alla portiera, torturandomi le mani, farfugliando in modo patetico qualcosa su quanto fossi stata bene e su come dovessimo rifarlo.

Lei non disse una parola. Non mi chiese il permesso. Non fece giri di parole.

Fece un passo avanti, azzerando la distanza tra noi. Mi afferrò il viso con entrambe le mani, i pollici che mi premevano dolcemente ma con fermezza sulle guance, bloccandomi sul posto. E mi baciò.

Dio, quel bacio.

Non fu un bacio a stampo, né il tentativo timido di un primo appuntamento. Le sue labbra si schiantarono sulle mie, calde, morbide e assolute. Dischiuse la mia bocca con una padronanza che mi fece mancare la terra sotto i piedi. La sua lingua trovò la mia, possessiva, lenta ed esperta, accarezzandomi con un ritmo che mi mandò letteralmente in fiamme il sangue. C'era qualcosa di incredibilmente rassicurante e allo stesso tempo eccitante nel suo modo di baciarmi, come se mi stesse dicendo senza parlare: Zitta, ci penso io a te, so io come si fa.

Mi aggrappai alla sua felpa bordeaux, tirandola disperatamente contro di me, le ginocchia che mi tremavano. Lei rispose schiacciandomi leggermente contro la carrozzeria fredda dell'auto. Sentii il calore del suo corpo contro il mio, un contatto elettrico, deciso, sufficiente a farmi scattare una scossa dritta in mezzo alle gambe che mi fece sfuggire un piccolo gemito contro la sua bocca.

Poi, proprio quando stavo per perdere del tutto la testa e la lucidità, si staccò. Lentamente, senza fretta.

Mi guardò negli occhi. Il suo respiro era leggermente più corto, le labbra gonfie e lucide per la nostra pomiciata, ma sul viso aveva stampato un sorriso malizioso, quasi crudele nella sua perfezione. Mi accarezzò la guancia nuda con il pollice.

"A presto, piccolina," sussurrò, con quella voce roca che mi fece vibrare l'anima.

Si voltò e se ne andò verso la sua auto, con quella camminata perfetta e quei leggings neri che mi ipnotizzavano, lasciandomi lì. Sola, appoggiata a una portiera, con il fiato corto, il cervello in tilt e una voglia disperata, quasi violenta, di averla.

Mi lasciò a cuocere nel mio brodo per un bel po' di giorni prima di concedermi di vederla e di fare altro. E vi assicuro che è stato proprio in quell'attesa estenuante, in quella frustrazione deliziosa e terribile in cui controllavo il telefono ogni cinque secondi, che è nata l'ispirazione per la mia Giada di carta. Perché il mio grande amore sapeva esattamente come farti impazzire, e godeva ogni singolo secondo nel vederti cadere ai suoi piedi.

L'attesa fu estenuante, un vero e proprio sadismo calcolato che mi logorava in modo delizioso.

Ci scrivevamo tutti i giorni, dalla mattina fino a notte fonda. Ogni volta che riuscivamo a incrociarci dopo le lezioni, il mondo intorno spariva. Rubavamo baci nei vicoli dietro l'università, contro i muri freddi dei palazzi storici. Lei mi stringeva i fianchi, mi divorava la bocca e poi, proprio quando stavo per perdere ogni cognizione logica, si staccava, mi sistemava la giacca con una cura maniacale e mi sussurrava: "Fai la brava, piccolina." Mi trattava letteralmente come la sua piccola, con quella superiorità affettuosa e sicura di sé che mi faceva mancare l'aria.

Vivevamo a trenta minuti di treno l'una dall'altra, quindi le occasioni per vederci fuori dal centro universitario erano rare. Fino a quando, un venerdì sera, il mio telefono si illuminò. «I miei domani partono per il weekend. Prendi il treno delle 10. Ti aspetto a casa mia.»

Non chiusi occhio. La mattina dopo, presi quel treno con il cuore che mi martellava in gola. Ovviamente, fedele al mio stile, mi presentai alla sua porta vestita come una pezza: anfibi consumati, jeans strappati, una maglietta oversize di una band che aveva visto giorni migliori e i capelli perennemente in disordine. Sembravo una scappata di casa.

Schiaccio il pulsante del citofono. Sento lo scatto della serratura, spingo il portone e salgo le scale col cuore che mi martella contro le costole.

Arrivata al suo piano, lei è già lì, sulla soglia, con la porta mezza aperta. Mi si azzera la salivazione all'istante. Dimenticate la ragazza formale dell'università, dimenticate i completini perfetti. Indossa solo una maglia grigia oversize, talmente grande che le scivola da una spalla, e nient'altro sotto se non un paio di slip di cotone bianco. Le sue gambe lunghe e toniche sono completamente nude. È vestita da casa, i capelli scuri raccolti in una pinza con qualche ciocca ribelle che le ricade sul collo. È lavata, profuma di bagnoschiuma buono e di lenzuola pulite, ma è disordinata. È fottutamente, deliziosamente naturale.

Mi guarda da capo a piedi, appoggiata allo stipite della porta. Un sorriso predatorio, che ormai ho imparato a riconoscere e a temere, le incurva le labbra. "Sei un disastro, piccolina," mormora, la voce roca e bassa, gli occhi neri fissi sui miei anfibi. "E tu sei un fottuto schianto," balbetto, incapace di formulare frasi più intelligenti.

Non mi fa nemmeno finire di entrare del tutto. Mi afferra per il colletto della mia maglietta stropicciata, mi tira dentro e chiude la porta con un calcio. Mi sbatte contro il muro dell'ingresso. Le sue labbra si schiantano sulle mie con una fame che cancella in un istante tutta l'attesa estenuante delle settimane precedenti.

"Ti ho fatta aspettare troppo, vero?" ansima contro la mia bocca, le sue mani che scivolano già sotto la mia maglietta, le dita calde che mi tracciano i fianchi, facendomi tremare. "Da impazzire," gemo, aggrappandomi alla sua maglia grigia, sentendo il calore del suo corpo attraverso il tessuto sottile.

Mi guida verso la sua camera da letto senza smettere di baciarmi, facendomi inciampare nei miei stessi piedi. Mi spinge sul bordo del materasso disfatto e si mette in ginocchio tra le mie gambe, guardandomi dall'alto in basso con un'intensità che mi brucia.

"Oggi non vai da nessuna parte," ordina, sfilandomi la maglietta con un gesto secco e gettandola a terra. "Oggi sei solo mia."

E lo fui. Quella giornata fu una discesa vertiginosa e meravigliosa nella lussuria. Facemmo sesso fino a non avere più fiato, fino a perdere la cognizione del tempo.

Mi spogliò lentamente, con una cura che mi fece impazzire, baciando ogni centimetro di pelle che scopriva. Quando la sua bocca scese sul mio ventre, e poi più giù, il mio respiro si spezzò. La sua lingua era esperta, implacabile, conosceva i ritmi e i punti giusti con una precisione spietata. "Giada... ti prego..." piagnucolai, le dita intrecciate nei suoi capelli scuri, inarcando la schiena mentre la sua bocca mi divorava e due dita si facevano strada dentro di me, profonde e possessive. "Lasciati andare, piccolina. Ci sono io," sussurrò contro la mia pelle bagnata, prima di farmi esplodere in un orgasmo accecante che mi lasciò tremante e svuotata contro le lenzuola, la testa buttata all'indietro.

Ma non volevo essere solo la sua preda. Volevo sporcare quell'aura di controllo assoluto che cercava di mantenere anche nuda.

La ribaltai sul letto, bloccandole i polsi sopra la testa. La maglia grigia le si era arrotolata fin sotto il seno. La guardai: il respiro corto, il petto che si alzava e si abbassava velocemente, le labbra gonfie per i miei baci. Sfilai via gli slip di cotone. Quando mi chinai su di lei, assaporando ogni curva di quel corpo che avevo sognato e idealizzato per settimane, la "ragazza perfetta" perse finalmente il controllo.

Scesi a baciarle l'interno coscia, le mani che stringevano saldamente i suoi fianchi. La sentii sussultare, inarcare la schiena, gemere il mio nome con una disperazione che mi riempì di un orgoglio feroce. La mia lingua la esplorò senza fretta, portandola al limite, mentre le mie dita affondavano in lei, caldissima e umida, seguendo il ritmo dei suoi respiri spezzati.

"Sì... cazzo, Ale, sì," ansimava, le mani liberate che mi afferravano le spalle, le unghie che mi graffiavano la schiena nuda. "Non ti fermare... ti prego..."

Vederla cedere, vederla completamente in balia del piacere che le stavo dando, con gli occhi chiusi e il viso contratto in una smorfia bellissima, fu la cosa più eccitante della mia vita. Quando venne, stringendomi la testa con le cosce in una morsa di pura estasi, tremò violentemente sotto di me, gridando contro il cuscino.

Passammo l'intero sabato così. Aggrovigliate tra le coperte disfatte, la stanza impregnata del nostro odore. Ordinammo delle pizze a metà pomeriggio, mangiandole a letto in mutande, sporcandoci le mani d'olio, ridendo fino alle lacrime per le nostre solite battute stupide, per poi ritrovarci di nuovo a baciarci con la bocca che sapeva di pomodoro e di voglia di ricominciare.

Fu una giornata bellissima, perfetta. L'inizio reale, sporco e meraviglioso della nostra storia. E fu lì, sdraiata sul suo petto, con il sudore che si asciugava sulla pelle e il suo respiro regolare tra i miei capelli, che capii che quella ragazza, con la sua maglia grigia oversize e il suo sorriso crudele, aveva appena preso la mia vita e l'aveva capovolta per sempre.

La nostra relazione durò poco più di un anno. I fine settimana erano il nostro rifugio perfetto: spesso dormivo da lei, approfittando del fatto che i suoi genitori non c'erano quasi mai. Sua madre lavorava fuori città e il padre, ogni volta che poteva, la raggiungeva nel weekend. Quella casa diventava il nostro mondo privato.

Ero innamorata persa di Giada. Studiavamo insieme sul tappeto del salotto, andavamo al cinema tenendoci per mano nel buio della sala, ed essendo entrambe avide lettrici ci scambiavamo continuamente libri, sottolineando le frasi che ci facevano pensare all'altra. Era un sogno. Una relazione bellissima, intensa, intrisa di una sensualità che mi toglieva il fiato, ma anche di una dolcezza disarmante.

Certo, c'era un enorme elefante nella stanza che prima o poi ci avrebbe travolte, ma a quello ci arriviamo dopo.

L'episodio che più di tutti racchiude l'essenza di quello che eravamo, quello che mi torna in mente quando chiudo gli occhi, risale a un sabato di piena estate. Nel primo pomeriggio, sfiancate dal caldo, avevamo fatto l'amore e ci eravamo addormentate. Ormai da lei ero completamente a mio agio: quando non c'erano i suoi giravo e dormivo tranquillamente in slip e top. Giada, invece, era una delle poche persone che conosco ad amare dormire in topless assoluto e in questa occasione anche senza slip, vista l’intensa sessione pre riposo. (al massimo, nel cuore dell'inverno, cedeva a una maglia larga e agli slip, ma d'estate la pelle nuda era un obbligo).

Mi svegliai che erano circa le 17. Aprii gli occhi a fatica, cullata dalla luce dorata del tardo pomeriggio che filtrava dalle tapparelle abbassate. E la vidi.

Era sdraiata accanto a me, la schiena appoggiata al cuscino contro la testiera. Stava leggendo un libro. Indossava quegli occhiali dalla montatura scura, un po' da secchiona, che metteva solo per leggere e che le davano un'aria incredibilmente seria, adulta e concentrata. E aveva le tette completamente scoperte, la pelle chiara e perfetta illuminata da quel taglio di luce obliquo.

Wow. Era stupenda. Un'opera d'arte in bilico tra la serietà accademica e la tentazione carnale.

Rimasi a fissarla per non so quanto tempo, in silenzio, incantata dal modo in cui si mordicchiava il labbro inferiore mentre scorreva le righe, respirando piano.

"Se continui a fissarmi le tette in quel modo, mi farai perdere il segno," mormorò all'improvviso, senza nemmeno alzare gli occhi dalla pagina. Un sorrisetto compiaciuto le increspò l'angolo della bocca.

Soffocai una risata, strisciando sulle lenzuola verso di lei fino a posare la guancia sulla sua coscia nuda. "È impossibile non fissarle. Sei un fottuto quadro, Giada. Occhiali da lettrice severa e topless... è una combinazione letale per il mio povero cuore punk."

Giada chiuse il libro, posandolo sul comodino con un gesto elegante, e si sfilò gli occhiali. Abbassò lo sguardo su di me, gli occhi neri resi incredibilmente dolci dalla luce del tramonto e dall'affetto. Iniziò ad accarezzarmi i capelli disordinati con una mano, districando i nodi con le dita.

"Dormito bene, piccolina?" mi chiese, la voce bassa e vellutata.

"Adesso che mi sono svegliata con questa vista, decisamente sì," risposi. Mi sollevai un po', sfiorandole la pancia piatta con i polpastrelli, risalendo lentamente lungo il torace fino a tracciare il solco tra i suoi seni. La sentii fare un respiro leggermente più profondo sotto il mio tocco.

Mi alzai sui gomiti, azzerando la distanza tra i nostri visi. Le baciai prima la linea del collo, respirando a pieni polmoni il suo profumo di pelle calda e sonno, poi scesi a sfiorare la curva del suo seno con la punta della lingua. Giada chiuse gli occhi, lasciando cadere la testa all'indietro contro il muro, un sospiro roco e vulnerabile che le sfuggì dalle labbra dischiuse.

"Ale..." mormorò, le dita che si stringevano tra le mie ciocche per tirarmi delicatamente verso l'alto, verso il suo viso. "Vieni qui."

Catturò la mia bocca con una fame improvvisa, pigra ma esigente. Il bacio sapeva di afa estiva e di una lussuria morbida che si riaccende in un istante. Mi tirò su di sé con forza, facendomi mettere a cavalcioni sulle sue cosce. Il tessuto leggero del mio slip sfregò contro la sua intimità bagnata e nuda, strappando a entrambe un gemito soffocato che vibrò contro le nostre labbra unite.

Le mie mani andarono istintivamente a stringere i suoi seni, massaggiandoli dolcemente, i pollici che stuzzicavano i capezzoli già turgidi e sensibili sotto le mie carezze. Lei inarcò la schiena, offrendosi al mio tocco, mentre le sue mani scivolavano sicure sotto il bordo del mio top, accarezzandomi la schiena con un calore che mi faceva sciogliere le ossa.

Era un sesso profondamente diverso da quello rabbioso o punitivo che vi ho raccontato nel libro. Era un fare l'amore fatto di luce pomeridiana, di sospiri lenti, di sguardi incatenati e di una confidenza totale. Sfilai il mio top buttandolo a terra alla cieca, premendo il mio petto nudo contro il suo. Pelle contro pelle, cuore contro cuore. Il contrasto tra i nostri corpi uniti mi fece chiudere gli occhi per la pura perfezione del momento.

Le accarezzai il viso madido di sudore, baciandole la punta del naso prima di scendere di nuovo a divorarle la bocca. "Sei la cosa più bella che mi sia mai successa," le sussurrai, la voce che mi tremava per l'emozione, mentre scivolavo con una mano verso il basso. La trovai caldissima, umida e pronta ad accogliermi, abbandonandosi completamente a me nel silenzio di quel sabato pomeriggio in cui, per noi, il resto del mondo aveva semplicemente smesso di esistere.

Il libro scivolò definitivamente sul tappeto, dimenticato, mentre la stanza si riempiva solo del suono dei nostri respiri spezzati e del caldo asfissiante che rendeva la nostra pelle appiccicosa, sigillandoci l'una all'altra.

Giada non si limitò a baciarmi. Mi prese. Con un movimento fluido e deciso mi spinse indietro sul materasso, i miei slip volarono via in un attimo. Si posizionò tra le mie gambe aperte, inginocchiata, guardandomi dall'alto con quegli occhi neri resi ancora più intensi dalla lussuria.

"Ti porto via, piccolina," sussurrò, la voce roca, una promessa che mi fece tremare le viscere.

Si chinò su di me e la sua bocca divenne il mio intero universo. La sua lingua, calda, bagnata ed incredibilmente esperta, iniziò a tracciare percorsi lenti e tormentosi lungo l'interno delle mie cosce, risalendo fino a lambire il mio centro. Gridai il suo nome, inarcando la schiena contro il materasso, le dita intrecciate nei suoi capelli scuri per spingerla contro di me, o forse per cercare di frenare quell'ondata di piacere troppo intenso.

"Giada... mio Dio, sì... lì..." ansimai, perdendo ogni controllo.

Lei non mi diede tregua. Mi divorò con una fame insaziabile, alternando leccate lunghe e decise a suzioni ritmiche che mi portarono sull'orlo del precipizio. La sentivo sorridere contro la mia pelle bagnata ogni volta che il mio corpo sussultava violentemente, completamente in balia della sua bocca sacra e profana.

Quando sentì che ero vicina all'esplosione, si rialzò rapidamente, strisciando sul mio corpo sudato. Mi afferrò i fianchi, tirandomi verso di sé. Ci incastrammo perfettamente, bacino contro bacino, pelle contro pelle, in una sforbiciata selvaggia e disperata.

Il contatto tra le nostre intimità nude, calde ed umide, fu una scossa elettrica che ci attraversò entrambe. Iniziammo a muoverci con un ritmo frenetico, animalesco, uno sfregamento violento e delizioso che cercava l'attrito perfetto. I nostri gemiti si fusero in un unico coro di lussuria nel silenzio della casa vuota.

"Sei mia, Ale... tutta mia," ansimò Giada contro il mio collo, mordendomi la pelle, mentre aumentava la velocità dei colpi, le sue gambe strette intorno alle mie in una morsa d'estasi.

"Sì... sì, sono tua... scopami, Giada!" ringhiai, completamente persa, spingendo il mio bacino contro il suo con una foga che non credevo di possedere.

Il piacere era una tortura dolcissima, un incendio che ci consumava. Volevamo di più. Volevamo toccare il fondo.

Con un respiro strozzato, Giada si allungò verso il cassetto del comodino. Lo aprì con uno scatto e tirò fuori il nostro segreto, quel piccolo dildo di silicone che avevamo battezzato scherzosamente "Pipo". Lo guardammo per un istante, lucido di lubrificante, un sorriso complice che ci passò tra gli occhi spalancati dal desiderio.

Mi fece stendere sulla schiena, sollevandomi le gambe e appoggiandole sulle sue spalle. Si posizionò sopra di me, tenendo Pipo con una mano, allineandolo con la mia entrata bollente e spalancata.

"Pronta, piccolina?" chiese, il respiro roco contro le mie labbra.

Non risposi, la guardai e basta, implorandola con gli occhi.

Entrò in me con una spinta decisa e profonda. Un grido lacerante mi scappò dalla gola, un suono di puro piacere che risuonò tra le pareti della stanza. Era strettissimo, caldo, totale. Giada iniziò a muovere Pipo dentro di me con un ritmo spietato, su e giù, su e giù, mentre con l'altra mano mi massaggiava furiosamente il clitoride. Allo stesso tempo, si piegò in avanti, schiacciando il suo bacino nudo e bagnato contro la mia coscia, iniziando a sfregarsi disperatamente contro la mia pelle per cercare il suo stesso piacere.

"Oh cazzo... Giada... mi uccidi... sì, così!" urlai, le lacrime agli angoli degli occhi, la testa che sbatteva contro il cuscino, aggrappandomi alle sue spalle nude come se fossero l'unica cosa solida in un mondo che stava crollando.

La guardavo dal basso: il viso contratto in una smorfia d'estasi, i capelli spettinati, il seno perfetto che si alzava e si abbassava velocemente a pochi centimetri dal mio viso. Era una dea della distruzione e del piacere.

"Vieni con me, Ale! Vieni per me!" mi ordinò, aumentando ancora la velocità della mano, mentre il suo bacino premeva e scattava contro la mia gamba con una fame cieca.

L'orgasmo mi travolse come uno tsunami. Fu un'esplosione accecante che partì dalle viscere e mi scosse tutto il corpo. Gridai il suo nome, inarcandomi violentemente, mentre le pareti della mia figa si contraevano ritmicamente intorno a Pipo e alle sue dita.

Giada non si fermò. Continuò a pompare dentro di me, cavalcando l'onda del mio orgasmo, strofinando il suo centro contro la mia gamba con una foga ormai incontenibile. Un gemito profondo, primordiale, le uscì dalla gola nel momento esatto in cui l'attrito la fece crollare nell'estasi, il suo corpo che tremava convulsamente sopra il mio inondandomi la pelle con i suoi umori.

Rimanemmo incastrate l'una sull'altra per un tempo infinito, ansimanti, i cuori che battevano all'unisono un tamburo selvaggio. Il sudore ci colava lungo i corpi, mescolandosi al lubrificante e ai nostri baci. Pipo era ancora dentro di me, un legame fisico che sigillava quella nostra unione perfetta, sporca e meravigliosa.

Non c'erano parole, solo il silenzio dorato del pomeriggio estivo e la consapevolezza di aver appena toccato il cielo insieme.

Rimanemmo incastrate l'una sull'altra per un tempo infinito, ansimanti, i cuori che battevano all'unisono un tamburo selvaggio. Il sudore ci colava lungo i corpi, mescolandosi al lubrificante e ai nostri baci. Pipo era ancora dentro di me, un legame fisico che sigillava quella nostra unione perfetta, sporca e meravigliosa.

Non c'erano parole, solo il silenzio dorato del pomeriggio estivo e la consapevolezza di aver appena toccato il cielo insieme.

Quando finalmente ritrovammo la forza di muoverci, Giada si sfilò da me con una dolcezza infinita. Si sdraiò al mio fianco, tirandomi contro il suo petto ancora madido di sudore. Ci coccolammo per ore, scambiandoci baci pigri e sussurrandoci frasi sconnesse, le dita intrecciate sotto il lenzuolo leggero. In quel momento, chiusa nel bozzolo delle sue braccia, ero convinta che niente avrebbe mai potuto scalfirci.

Ma la memoria è una cosa crudele.

Mentre vi scrivo queste righe, e l'immagine di quel pomeriggio mi brucia ancora dietro le palpebre, mi rendo conto che questo è uno dei miei ricordi più belli e dolorosi. Perché quel sabato perfetto, quell'istante di felicità assoluta in cui eravamo solo "Ale e Giada", è avvenuto esattamente un mese prima che lei mi lasciasse.

E qui arriviamo al famoso elefante nella stanza.

Ahimè, a Giada non andava più bene il mio stile di vita. La ragazza forte, risolta e ambiziosa che mi aveva conquistata non riusciva più a tollerare la mia perenne irresponsabilità. Il mio essere sempre in balia degli eventi, il fatto che non avessi obiettivi precisi, che vivessi alla giornata senza impegnarmi davvero in nulla... tutto questo, per lei, era diventato un macigno insostenibile.

Tra di noi finì così. Non per mancanza di amore, ma per un pragmatismo che mi ha spezzato il cuore. Per Giada, la progettualità e l'ambizione contavano troppo. Stava male per me, mi diceva, ma sosteneva che non ci fosse più compatibilità tra i nostri mondi. La ragazzina punk e la giurista impeccabile non potevano costruire un futuro insieme se una delle due si rifiutava di crescere.

Inutile dire che mi ha distrutta.

Io la amavo ancora così tanto. L'ho amata mentre chiudeva la porta dietro di sé, l'ho amata mentre piangevo per mesi interi, e, se devo essere brutalmente onesta con me stessa e con voi... tutt'oggi non so se l'ho superata al cento per cento. Se domani dovesse scrivermi, se il mio telefono si illuminasse con il suo nome, forse ci cadrei sotto di nuovo in un millisecondo. Annullerei ogni mio finto progresso solo per risentire il suo profumo di vaniglia e farmi chiamare "piccolina" ancora una volta.

Ma la vita non è un romanzo, e i finali perfetti a volte si scrivono solo su carta.

Spero che questo piccolo scorcio di vita personale vi sia piaciuto. Ho voluto regalarvi il cuore vero che batteva dietro la finzione narrativa di Franci ed Erika, per farvi capire quanto amore ci fosse dietro quelle pagine così torbide e intense.

Ma non disperate, non vi lascio con l'amaro in bocca! La storia non finisce qui. Pubblicherò altri due extra del racconto: uno sarà un gustoso What if, in cui esploreremo cosa sarebbe successo se l'ultima sera in montagna Erika avesse accettato il threesome... e l'altro? Beh, il secondo extra è top secret!

Spero che abbiate apprezzato sia questa confessione personale che la storia originale. Aspetto i vostri feedback nei commenti, voglio sapere cosa ne pensate di Giada, di Franci e di tutti i disastri meravigliosi che abbiamo vissuto insieme.

A presto, Alessia