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Erotika
La malga nella tempesta · Cap. 1
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Capitolo 1 di 2 16 min di lettura

Prima parte

Prima parte

William Kasanova
1 anno fa · 494 letture · 0

«Qui sotto, presto!» Alberto solleva il ramo del pino, dagli aghi cadono goccioloni di acqua. Si porta un braccio sopra la testa per proteggersela.

Inciampo su un sasso al lato del sentiero, finisco sulle mani, una pigna rimane sotto un mio palmo, un paio di scaglie mi azzannano la pelle. Gattono sugli aghi di pino asciutti sotto il ramo. L’odore della resina mi riempie i polmoni in debito di ossigeno. Mi giro e mi getto a sedere a terra. Respiro a grosse boccate, sono accaldata sebbene sia stata sotto la pioggia per nemmeno cinque minuti.

Non abbiamo fatto in tempo ad allontanarci dalla baita che uno scroscio di pioggia ci è crollato addosso, dando inizio al temporale.

Alberto butta dentro il suo zaino e mi raggiunge. Si siede accanto a me, le maniche della maglietta rossa che gocciolano, i capelli fradici. Ansima.

La pioggia diminuisce di intensità, granelli di ghiaccio la sostituiscono. Le montagne dall’altra parte sono state inghiottite da coltri di pioggia e grandine, il mondo è una gelida sfera di colori smorti circondata da un muro grigio sferzata dal vento.

Sembra di essere delle formiche contro le quali qualcuno scaglia manciate di sale grosso.

Il mio ragazzo si controlla un braccio: un chicco di grandine l’ha colpito e una goccia di sangue esce dal taglio. Poteva andarci peggio, se fossimo rimasti un minuto in più senza un riparo.

Se fossimo entrati nella baita…

Deglutisco, sono sotto un temporale ma non ho saliva in bocca. È solo colpa mia se non siamo rimasti alla baita, se siamo andati a prendere pioggia e grandine in mezzo ai pascoli invece di accettare il riparo che ci ha offerto il…

I muscoli si tendono al ricordo del malgaro, della sua puzza, di… di qualcosa di oscuro che non riesco a riconoscere. Forse… forse è meglio restare qui.

Mi sfilo lo zaino e lo apro. «Aspetta, Alberto…» Non ho portato con me il kit di pronto soccorso, questa volta. Come abbiamo fatto a organizzarci così male per questa escursione? Frugo tra le cose che ho dimenticato di togliere dopo il giro al lago della settimana scorsa e prendo una bandana, quella che mi era stata data ad una qualche gara di corsa campestre. Stringo le labbra: non è un cerotto sterile, ma dovremo arrangiarci con della medicina da campo.

Mi metto in ginocchio, gli aghi del ramo si infilano tra i miei capelli. Spero non ci siano insetti nascosti…

Passo la bandana sotto il braccio di Alberto.

Lui la osserva. «Non ce n’è bisogno, Ilaria.»

Il fiato mi entra a tratti, ogni espirazione rischia di essere l’inizio di un pianto. «Invece sì.» Faccio un nodo, stringo quanto basta per tenere su il fazzoletto ma senza far male ad Alberto.

«Grazie, amore.» Il mio ragazzo si appoggia con la schiena al tronco del pino.

Mi stringo a lui. I brividi mi scuotono la schiena, gli occhi mi bruciano come quando sta arrivando la febbre, ma so – spero – che non è febbre. Devo cambiarmi, ma dove? È come essere sotto una doccia.

I chicchi di grandine s’infrangono sulle rocce, rimbalzano come proiettili. Schizzi di acqua gelida mi colpiscono il viso. Appoggio il capo sulla spalla umida di Alberto, l’odore acre del suo sudore copre il profumo di resina, ma il calore del suo corpo combatte l’ululare del vento.

Lui mi accarezza i capelli, mi sfila un ago rimasto in una ciocca. Sospira, il suo sguardo perso nella nebbia che sta salendo.

Stritolo il suo braccio e avvicino i piedi al sedere per non lasciare le scarpe sotto l’acqua che gocciola dal pino.

La grandinata aumenta, sembra sparata con le mitragliatrici. Essere all’aperto sarebbe un suicidio o quasi. I rami si scuotono nelle folate e fanno cadere su di noi goccioloni gelati. Uno schiocco sopra di noi mi fa sollevare la testa, ma è tutta una coltre verde impenetrabile alla vista. Il pino reggerà… vero?

Un lampo illumina la valle, il tuono ha lo stesso suono di centinaia di tubi di ferro che cadono su un pavimento, ma mille volte più forte.

Sposto lo sguardo verso Alberto, lui mi guarda di sottecchi e continua ad accarezzarmi i capelli. Lo stringo più forte. Perché l’ho fatto finire in questo casino? Solo perché volevo vedere una miniera di cui mi raccontava la mia bisnonna? I tre saggi governavano sugli uomini durante la loro presenza nel regno delle creature magiche, e quando chiedevo come punissero, Mariellina si zittiva, e mi guardava. Nel suo sguardo leggevo, anche a quattro anni, che era meglio non indagare sulle pene che affliggevano a chi contravveniva alle regole. Altroché i fantasy che piacciono ad Alberto, questo è più un racconto dell’orrore…

La grandine viene sostituita dalla pioggia. Il mio ragazzo si sporge fuori dal pino. «Sembra stia diminuendo di intensità.»

«Pensi che non grandinerà più?» I fili d’erba del pascolo spuntano da un tappeto di chicchi di ghiaccio. Un ramo del pino si è spezzato e pende dietro di noi. Nelle pozzanghere del sentiero sembrano congelate come in inverno. Non basterebbe un ombrello per proteggersi da una mitragliata simile…

Alberto torna sotto il tetto verde. «Non lo so… potrebbe essere solo una pausa momentanea.»

Oltre le sue spalle, il bosco in cui confidavamo di trovare rifugio durante la discesa sembra essersi allontanato rispetto a prima, nulla se non pascoli dove rischiare di prendersi un altro bombardamento di ghiaccio per chilometri. E non so nemmeno dove arrivi davvero il sentiero: magari giunge a valle, davanti ad un bar con della cioccolata fumante… magari si perde in una radura che nessuno visita da mezzo secolo.

Alle mie, di spalle, a meno di cinque minuti, sorge la malga, con l’inquietante montanaro, il suo compare, la puzza di stalla. Il fuoco fumoso.

Un vero tetto di ardesia.

Il calore per asciugarsi.

Mi volto verso Alberto, il suo viso lascia trasparire il dubbio su cosa fare. Se non l’avessi trascinato con me, in questa stupida avventura per onorare le storielle che mi raccontava Mariellina, saremmo a casa, seduti sul divano, a rimpiangere internet che non funziona e la tv che non prende. Sopprimo uno scoppio di risa: non mi lamenterò più di nulla, finché sarò all’asciutto.

Afferro lo zaino e mi trascino fuori dalla protezione del pino. Molti rami sono in una posizione innaturale, vittime della potenza della grandine. Non reggerà un altro giro di tempesta, non voglio che ci troveremo qui sotto quando tutto crollerà. Un paio di flash mi accecano. Il tuono brontola nelle mie ossa. «Andiamo, Alberto. Chiediamo a quelli della malga di farci passare la notte da loro.»

Lui si appoggia su un gomito e mi guarda da sotto la pianta. «Sei sicura?»

Mi si stringe lo stomaco all’idea di tornare lì, ma il pino è la versione vegetale di un edificio usato come bersaglio dall’artiglieria. «Sì.»

Prima di andare avanti…

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Un giorno sarò un grande scrittore, ma al momento sono solo un erotomane con una tastiera, molta fantasia, qualche libro di narratologia letto di troppo e un eccesso di autostima. Scene di sesso molto esplicite prossime alla pornografia, politically correct non rilevato.

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