Un lampo brilla un paio di volte a qualche chilometro da noi, il tuono ride alle mie parole. Solo un pollice di cielo è ancora libero dalle nuvole nere. Non ce la faremo ad arrivare alla macchina bagnati solo di sudore.
Il limite superiore del bosco di pini si profila a qualche chilometro da qui, i loro rami a formare delle tettoie sotto le quali salvarci dalla pioggia. Forse. «Andiamo.»
Pochi passi e il pascolo si abbassa in una breve discesa prima di passare nei pressi di un paio di edifici in pietra circondati da una palizzata. Oggetti in legno e ferro sono appoggiati alla rinfusa contro i muri. Una finestra è illuminata e le folate di vento schiaffeggiano e disperdono il fumo che esce dal camino.
Alberto si ferma accanto a me. Piega la testa su una spalla e l’altra. «Non ricordavo ci fosse una malga in esercizio.»
Durante la salita eravamo passati accanto a due ruderi con le pietre di muri rotolate nel prato e i tetti crollati. Al bivio dovevo prendere l’altra strada. «Chiediamo se ci fanno passare a tetto il temporale»
Il mio ragazzo si ferma, un sopracciglio alzato, le labbra piegate in quel suo sorrisetto ironico. «Sai che sembra l’inizio di un film splatter, vero?» Il tono è leggero, ma i suoi occhi scrutano la malga con diffidenza.
***
Le scarpe affondano nella fanghiglia attorno alla malga, la mota non vuole lasciare le suole. Il recinto è un groviglio disordinato di rami presi ad accettate e legati con corde sfilacciate, i muri sono di sasso, tenuti insieme da malta grigiastra e ragnatele che si scuotono nelle raffiche della tempesta. Lastre di pietra chiazzate di licheni gialli e verdi appoggiate a travi di legno spiovono sopra di noi. Il riparo perfetto per qualsiasi cosa il cielo abbia deciso di riversarci addosso.
Mi fermo, una folata di vento mi fa sbattere la maglietta. Le dita gelide e umide dell’aria afferrano i miei seni e mi fanno tremare. Indico ad Alberto il tetto.
Lui lo studia. «Cosa?»
«Non ci sono pannelli solari e parabole.»
Il lampo che illumina la valle ha per lui maggiore interesse. Solleva le spalle. «Chissene frega se non hanno la televisione. Guarderemo i fulmini, da sotto un tetto hanno un fascino particolare.»
Si avvicina alla porta, una serie di assi screpolate di legno nero su cui campeggiano delle grosse teste di chiodo piramidali arrugginiti. Bussa: il suono sembra quello di quando si picchia il pugno su un castagno.
Non riesco a spiegarmi come possano vivere senza elettricità o una televisione. Come le passano le sere? Leggendo? Giocando a Monopoli? Raccontandosi storie di fantasmi?
Al muro è appoggiata una carriola in legno che dà l’impressione che possa cadere a pezzi da un momento all’altro, con la ruota che vibra ogni volta che si alza il vento in un cigolio che sembra un’implorazione alla pietà, e accanto una grossa conca di rame con un buco abbastanza grande da infilarci un pugno. Poco oltre, a terra sotto una finestra, c’è una falce con il manico in legno e la lama storta.
Ma dove cazzo siamo finiti? Al bivio non ho sbagliato strada, ho sbagliato secolo.
I vetri della finestra sono piccoli e luridi, e l’interno della malga è solo un alone arancione con… mi si blocca il fiato… un’ombra si stacca dalle altre e si muove verso la porta! Un brivido mi attraversa la schiena e azzanna gli intestini. Le gambe perdono ogni stanchezza e sono cariche come mai lo .
Afferro la maglietta bagnata di sudore di Alberto. Lui ha la mano alzata per bussare di nuovo. Volta la testa verso di me.
Ho il cuore in gola. «Andiamocene,» sussurro.
Il vento sibila, qualche goccia di pioggia mi punge il viso come aghi gelidi.
Lui scuote la testa. «Sei impazzita? Sta per diluviare.»
Il cuore mi batte nelle orecchie, tutto il sangue affluisce alle gambe. Devo correre, correre lontano da qui, anche sotto la pioggia. Anche sotto i fulmini. «Ti prego, andiamo via!»
Alberto mi scocca un’occhiataccia e bussa. Un colpo, due, tr—
La porta si spalanca con un cigolio, una bestemmia silenziosa e uno strattone la trascinano con una punta in un solco nel pavimento. Balza fuori un ors— un vecchio alto quanto la porta. Indossa un abito lercio, consunto e rattoppato. Ci fissa. La punta della barba bianca all’altezza dell’ombelico si scuote nelle folate d’aria e un cappello a cono verde e macchie gli pende da una parte. La fascia di volto visibile è rossa e screpolata per la continua esposizione alla luce del sole di montagna e due occhi azzurri slavati ci puntano circondati da rughe profonde. Una zaffata di sporco, bestiame e latte cotto per ore tracima dalla porta e mi strizza lo stomaco.
Il vecchio fa un cenno verso di noi con il mento, come a scacciarci. «Cosa volete?» I denti sono gialli, affilati come lame, il fiato è un pugno nello stomaco.
Alberto è immobile, come gli erbivori quando si trovano davanti un predatore. La sua mano si stringe sulla mia. Apre la bocca ma è come se avesse dimenticato come si parla. «Noi… noi vorremmo chiederle se…»
Gli tiro la mano. Un lampo si scarica su una cima, dietro a una cortina di pioggia. Una goccia corre lungo la colonna vertebrale, ma non è sudore né pioggia. Andiamocene, ti prego…
Il mio ragazzo si spinge di qualche centimetro indietro con il busto. «No… niente…» Fa mezzo passo indietro. «Volevamo sapere se questo… questo sentiero arriva a valle.»
Il vecchio si protende fuori quanto basta per vedere il cielo ardesia. «Non ci arrivate a valle.» La sua voce sembra quella delle campane che suonano per richiamare ai funerali. «È meglio se restate qui.»
La mano di Alberto mi stringe forte quasi quanto la mia morsa. «No, meglio se…»
Non aggiunge altro: si volta e si allontana dalla porta irrigidito. Lancio un’ultima occhiata al vecchio; nella baita, un altro anziano è seduto accanto al camino nero di fuliggine, illuminato dalle fiamme di un fuoco fumoso in cui sta gettando un ciocco di legno. Accenno una smorfia di saluto al vecchio e raggiungo Alberto con un paio di lunghi passi. Il fango sotto le suole mi fa slittare.
Mi metto davanti ad Alberto, come se possa farmi da scudo dallo sguardo di quel gigante con la barba e la puzza di capra.
Un fulmine lampeggia dall’altra parte della valle e una folata di vento gelida scuote le punte dei larici. La porta cigola alle mie spalle e sbatte.
Tre ore sotto l’acqua e i fulmini mi sembrano più sicure di entrare in quella baita…
***
La pioggia cade a secchiate. Mi soffoca come un’onda, impregna i miei abiti, mi gela, mi abbatte. Schizza da sotto le mie scarpe, mi inzacchera le gambe. Il sasso che affiora è scivoloso, slitto, una saetta di dolore esplode da una caviglia, resto in piedi per miracolo.
Alberto è davanti a me, corre a perdifiato, ad ogni balzo barcolla nel fango del sentiero. Indica avanti. «Arriviamo laggiù!»
Il pascolo alla mia destra è un prato in pendenza, il burrone alla mia sinistra cade nella nebbia senza fine. C’è un pino solitario in mezzo al nulla, come ad aspettarci.
Un granello bianco colpisce un masso, esplode in schegge di ghiaccio. Un altro cade più avanti in una pozzanghera. Grandine, merda!
