Quando dalle mie finestre vidi mia moglie con un giovane collega, mi mossi per andare all’appuntamento; nell’uscire dal portone, quasi mi scontrai con un gruppo d’impiegati della banca che sciamava verso il bar adiacente; solo una ragazza si diresse verso quello dal lato opposto; la salutarono e la chiamarono per nome; capii che si trattava della quarta invitata; non potei fare a meno di ammirarne la figura armoniosa.
Non era molto alta, soprattutto rispetto al mio metro e ottanta; e forse le sue misure erano la metà di quelle di Franca; seno piccolo e raccolto, quasi verginale; fianchi stretti disegnati a pennello; viso vivace con occhi profondi; un caschetto bruno che le conferiva un’aria da ragazza che desidera andare in vacanza; la agganciai.
“Scusa, sei Elisa?”
Mi guardò con sospetto.
“Perché?”
“Io sono Antonio, il marito di Franca, la collega di tuo marito che ci aspetta lì al bar.”
“Allora abbiamo un appuntamento!”
“Io ci sono già; tu anche; è giusto dire che avevamo un appuntamento … Posso dirti che sei bellissima?”
“Per certi incontri non è obbligatorio fare il lumacone.”
“Scusami; non volevo adularti; esprimevo un pensiero sincero e leale. Sono colpito dalla tua bellezza.”
“Scusami tu; sono tesa e ho risposto male; ma tu non sei l’imprenditore che ha gli uffici sulla banca?”
“Sì; e sono anche vostro cliente … “
“… ed anche uno di quelli importanti. Per questo ti ho riconosciuto. Hai solo l’ufficio o ci abiti?”
“L’appartamento in cui viviamo è da un’altra parte; qui ho acquistato il mini a fianco all’ufficio; ma lo sai solo tu.”
“Perché me lo dici?”
“M’ispiri fiducia, dolcezza e, scusami, anche amore.”
“Perdonami, ma … tu lo sai che l’incontro serve a decidere di fare sesso in quattro?”
“Se ti rispondo che non so fare sesso bruto, ma solo l’amore, ti sconvolgo?”
“No; anch’io alla brutalità che sceglie mio marito preferisco di gran lungo la dolcezza.”
“Mia moglie credo che sia ammalata di sesso duro; se non voglio distruggere il matrimonio, devo assecondarla.”
Avevamo raggiunto gli altri che fecero le presentazioni, del marito al collega e della moglie alla collega; Rinaldo fu lapidario.
“Beh, dovevamo incontrarci per verificare la compatibilità; mi pare che ci sia; noi abbiamo già preso il caffè e in ufficio ci aspetta un duro lavoro da sbrigare; voi avete tempo per pranzo e caffè; ci vediamo per la cena.”
Si allontanarono insieme e non sembravano solo colleghi.
“Hai capito dove vanno?”
“In ufficio … “
“Nei bagni dell’ufficio, dove da due mesi copulano come mandrilli; tua moglie pare che sia insaziabile e mio marito so che è praticamente instancabile … Che ti succede? oh, dio, tu non sapevi? Scusami; non pensavo di farti soffrire … “
“No, Elisa, non sei tu che mi fai soffrire; e neppure le copule di due bestie; mi fa soffrire il pensiero di avere dato fiducia a una persona che si era impegnata alla lealtà, al buonsenso e all’equilibrio; mi fa star male vedere la mia fede buttata in una pattumiera, il mio amore calpestato come escrementi di vacca sulla strada.”
“Allora è proprio vero che sei un ‘cornuto tardoromantico’, come ti etichetta mio marito. Parlavi sul serio quando dicevi che non vuoi fare sesso ma solo amore?”
“Elisa, non so se saremo amici o per quanto lo saremo; sappi che non dico mai niente di diverso da quello che penso, da quello che provo; l’inganno mi dà l’orticaria, sia se lo subisco sia se lo metto in pratica; qualunque cosa ti dica, è la mia verità.”
“Andiamo a mangiare qualcosa?”
“Lì c’è una tavola calda; i gestori sono amici miei; ci vado ormai tutti i giorni … “
“Ci vai anche per cena?”
“No, per cena ho un’alternativa tra pizzeria e trattoria, sempre di amici; però, se telefono alla tavola calda, mi portano la cena fino in ufficio; succede, quando ho molto lavoro.”
“Preparano solo cose essenziali e semplici?”
“No, hanno uno chef buono; volendo si può ordinare come per un catering … Perché me lo chiedi?”
“Antonio, non fraintendere; non voglio vendette; non voglio rendere pan per focaccia; visto che quei due ci hanno incastrati e se ne vanno a copulare, t’ispiro abbastanza amore da darmene stasera?”
“Non ironizzavo quando ti ho detto che sono ammirato di te, non solo per la bellezza fisica, ma per quel senso di candore, che non è candore, non devi dirmelo tu; ho detto ‘senso’ di candore, per quell’aura giovanile e fresca; te l’ho già detto che m’ispiri amore, se dici che vuoi provare a fare l’amore, noi due, si sta poco a farci portare una cena da innamorati non in studio ma nell’appartamentino; lì verifichiamo se ci sono le condizioni e, nel caso, ci amiamo.”
“Alla chiusura della banca, salgo da te; ceniamo e ci guardiamo negli occhi; se qualcosa scatta, io non mi fermo … credi ai colpi di fulmine? Sei superstizioso?”
“Hai sentito dall’inflessione che vengo dal profondo sud? Mi porto dietro tutta la mitologia che abbiamo radicato nei secoli; credo al destino e sono certo che lui ci ha messo su questa strada, prima che incontrassimo gli altri; è la sorte che ci ha fatto dire le frasi giuste. E’ un colpo di fulmine? Non lo so; però so che, da quando ti ho incrociato, ho sentito un trasporto vero. Ci sto!”
Pranzammo velocemente, chiesi a Salvo di mandarmi alle otto la cena per due, ‘da innamorati’ sottolineai, e tornammo, lei in banca ed io al mio ufficio; alle sei e mezzo, puntualmente, Elisa bussò allo studio; la feci entrare e provai a indicarle una poltroncina; mi strinse nella vita e appoggiò la testa sul petto.
“E’ da mezzogiorno che voglio farlo! Sapessi quanto bisogno ho di starmene così, protetta, coccolata, amata … ”
“Che fai? Piangi?!?! Ma così ci roviniamo la nostra prima cena da innamorati!”
“Antonio, posso dirti una cosa? … “
“A patto che mi chiami Totò o al massimo Toto, secondo come ti viene; mia madre mi chiama così e dice che è la formula più bella per dare affetto … “
“Allora tu mi chiami Eli, come mia madre; così siamo pari, amore mio; questo volevo dirti che sto scoprendo che ti amo, non basta l’affetto e neppure gli affettati; è amore, quello che voglio da te e che voglio darti. Ti sta bene?”
“Io voglio che ce lo diamo anche fisicamente, l’amore. Vuoi che passiamo nella ‘nostra’ casetta o aspettiamo che ci portino la cena?”
“Hai chiesto per le otto e non verranno prima; fino ad allora ce ne stiamo nella nostra casetta e tu mi coccoli come una bambina; dopo cena, si salvi chi può … “
“Adesso posso dirti anch’io che ti amo!”
Nell’ora e mezza scarsa che aspettammo la cena, riuscimmo finalmente a baciarci e ad assaporare lo strano batticuore che ci prendeva, anche se eravamo assuefatti a copule e comportamenti sessuali sopra le righe; ci scambiammo le affettuosità più dolci e stupide del mondo, come ragazzini in piena tempesta ormonale, sulle spiagge d’estate; ci dicemmo, in quei pochi minuti di tempo, più cose di quante ce ne eravamo dette con i coniugi in anni di convivenza.
Mi trovai seduto a cenare con Eli, non più Elisa, la ragazza di cui mi ero innamorato e alla quale dovevo chiedere di fare l’amore, perché il sesso mi bolliva nel boxer; avevo bisogno di sentire la tenerezza della sua vagina accarezzarmelo; ed esitavo ad azzardare così tanto con una ‘sprovveduta’ come me che desideravo con tutte le mie forze; continuavo a comunicarlo accarezzandole le mani, le braccia quasi a sfiorare il seno dolcissimo che non osavo afferrare per non spezzare l’incanto.
Poi decisi; andai dietro di lei, le sbottonai la camicetta e gliela sfilai, le slacciai il reggiseno e feci venire alla luce due globi perfetti, che non stavano in una coppa da champagne ma perfettamente nella mia mano; prelevai dal dolce un poco di crema e la spalmai su un capezzolo già gonfio; mi abbassai sulle ginocchia e lo presi in bocca, succhiando insieme crema e seno; la sentii vibrare e tremare tutta mentre quasi mi urlava.
“Sì, sì, amore … mi fai godere … oh dio … mi bagno tutta … godo. Amore, godo; non ti fermare … ti amo davvero … tanto!”
Mi spostai sull’altro seno e ripetei l’operazione; esplose ancora in piccoli orgasmi dolcissimi; mi obbligò ad alzarmi in piedi, mi aprì la cerniera dei pantaloni, tirò fuori il sesso duro come l’acciaio, lo spalmò di crema dal bignè e prese a leccarlo, dalla punta alla radice, divorò la crema e lo inondò di saliva che lo rendeva più scivoloso; se lo spinse sull’ugola, fino a soffocarsi.
Contrassi tutti i muscoli del corpo nella tensione della libidine e m’imposi mentalmente di non eiaculare; le sfilai con delicatezza e decisione l’asta dalla bocca, la costrinsi in piedi e la baciai ingaggiando con la sua lingua un duello senza vinti; intanto, le sganciavo la gonna e la facevo cadere a terra; abbassai il perizoma ormai da buttare e diressi il sesso tra le cosce, rasente le grandi labbra che ne erano sollecitate; afferrai tra le mani i glutei che cedettero volentieri.
