Una bella famiglia 4
Dei quattro, la più determinata era Livia che andava scoprendo, coscientemente, facce dell’amore, che prima le erano apparse oscure se non peccaminose; prendersi, fisicamente, il corpo vivo del figlio dell’uomo che amava ormai al di là di ogni limite le parve quasi di completare un sentimento già enorme; come Roberta aveva commentato, aveva la sensazione di prendersi nel corpo il ramo migliore della quercia che era il suo compagno; lo amò e sentì la sua passione invadere il ragazzo.
Gianluigi, da sempre adoratore e imitatore di suo padre che era stato unico riferimento nella vita, sentiva, per la pressione ormonale dell’età, il corpo prefetto della donna cedere lentamente e dolcemente alle sue cariche sessuali che si alimentavano di quelle di lei che avvertiva in ogni gesto; ma, al tempo stesso, si sentiva ancor più legato a suo padre che quel corpo possedeva ogni giorno, sempre con amore infinito, da quel che vedeva.
Quando lei si abbassò a prendere in bocca il cazzo, partendo dai coglioni e leccando tutta l’asta per raggiungere la cappella e farsela entrare fin oltre l’ugola, ebbe quasi l’idea di sprofondare in un mare di miele che lo avvolgeva e non lo soffocava ma lo incitava a dare di più e a prendersi tutto quello che poteva riempire la sua voglia di passione, di libidine, di gioia di vivere; le accarezzò la testa e lasciò che succhiasse fino a farsi dolere le mascelle.
Lei non si stancava di leccare, carezzare, mordicchiare quella mazza che raccoglieva il senso stesso della vita e se la godeva voluttuosamente tra le mani, tra le labbra, nella bocca fino alla gola; non si lasciava travolgere dal piacere e riusciva a masturbare la parte enorme che non poteva fare entrare in gola, a succhiare la cappella che la inondava e, mentre la spingeva in fondo, guidarla con la lingua e leccarla; i brividi che scuotevano il corpo del ragazzo erano il segno della gioia che si scambiavano.
Qualcosa di analogo si svolgeva intanto nell’altra casa, dove Alfredo si trovava a dominare con la sua esperienza un corpo giovane e nervoso che, per tanti aspetti, gli ricordava quello più maturo e pieno della madre che possedeva quasi ogni sera con infinito piacere; le mani che passavano sul corpo, dappertutto, ricavavano scosse elettriche non spiegabili se non con la passione che lo prendeva e con le sensazioni identiche che riceveva dalle mani di lei sul corpo.
Quando Roberta si sedette sul bordo del letto e prese a due mani, una sui coglioni, il cazzo in tutta la sua possanza, a lei venne immediatamente in mente quello di Gianluigi che trattava spesso con tanto amore; ma, nel contempo, provò una sensazione di novità, di maturità; avvertì un afrore intenso che segnava la differenza profonda, nella similitudine; questo cazzo che si sforzava di fare entrare fino alla gola sembrava possedere un marcia in più per titillarle le papille e farla sborrare, come fece più volte.
Dall’altra parte, i ruoli si erano invertiti ed era stato Gianluigi a far distendere Livia a cosce spalancate per fiondarsi sulla figa già grondante con bocca vogliosa e ansiosa di leccare, bere, mangiare quell’amore, quella passione; lei si sentì invasa di piacere e si abbandonò alla lussuria della stimolazione che le procurava piccoli orgasmi, in attesa di quello ultimo che avrebbe sparato in faccia al ragazzo lo squirt più violento e abbondante che ricordasse.
La stessa cosa, quasi per un copione scritto, avveniva nella camera da letto di Alfredo, dove Roberta si era spalancata davanti a lui che aveva messo tutta la sua esperienza a leccarle grandi e piccole labbra, a titillare il clitoride e a prenderlo in bocca per succhiarlo fino alle urla di lei nell’orgasmo più sazio della sua vita; le carezzò ventre e figa, le passò la lingua sul perineo e la infilò nell’ano, nel quale inserì poi due dita per saggiarne la duttilità.
Venne il momento vero della scopata; la prima fu alla missionaria; Livia si stese supina, ritirò le ginocchia, le aprì a compasso e invitò Gianluigi a penetrarla; lui si inginocchiò, appoggiò la cappella alla vagina ed entrò centimetro per centimetro, guidato da lei che voleva sentire la mazza penetrarle fino all’utero, godendosi ad ogni passaggio la forzatura dei muscoli vaginali; voleva quel cazzo dappertutto e in ogni modo, ma sapeva che avevano tempo e poteva soddisfare tutte le sue voglie.
Anche Alfredo portò la ragazza alla scopata con molto garbo; lei però era molto ansiosa di sentirsi posseduta da quel ramo duro e voleva confrontarlo a quello del figlio che prendeva ogni giorno; non sentì molta differenza, se non che Alfredo, abituato forse a penetrazioni più lente, le fece sentire ad ogni passo i muscoli che si aprivano per fare spazio al manganello che sarebbe arrivato quasi a sfondare l’utero, se non fosse stato controllato.
Quando il ragazzo esplose in vagina la sua enorme sborrata, Livia decise che si poteva interrompere per cenare; corse in bagno a sciacquarsi, indossò una vestaglia e lo portò per mano in cucina dove era apparecchiato per due; mangiarono come se titillassero un sentimento d’amore profondo, tra vezzi e bacetti, bocconi scambiati e carinerie; nemmeno per un attimo lei ebbe la sensazione di tradire il suo uomo o sua figlia, anche se l’amore si tagliava col coltello, fra loro.
Gianluigi era troppo preso nel ruolo di sostituto di suo padre per rendersi conto che comunque tradiva la sua ragazza; l’idea che l’amore era padrone e signore del momento lo gratificava e lo induceva a cercarlo in ogni gesto, in ogni particolare; l’indomani sarebbero tornati alla quotidianità, ma quei momenti sarebbero rimasti impressi nella memoria di tutti, per sempre, e li avrebbero rivissuti con infinita gioia.
Anche l’altra coppia si era fermata per cena; ma la tensione amorosa era un po’ più diluita, per un maggiore cinismo della ragazza, che viveva quel momento come l’apice di un bisogno di comunicazione e di compenetrazione con sua madre; e per il disincanto di Alfredo, meno disposto a lasciarsi andare a svenevolezze; ma, loro malgrado, si sentivano comunque avvolti in un’aura che li prendeva e rendeva giuste le osservazioni di Roberta sul valore assoluto dell’amore.
Subito dopo cena, Livia trascinò quasi Gianluigi a letto e volle ricominciare la loro sessione di sesso e d’amore; riprese tutto dall’inizio; gli succhiò il cazzo dalle palle alla punta e gli fece un pompino irresistibile; lui reagì facendola sistemare carponi sui bordo del letto; stando in piedi dietro d lei, leccò assai lungamente il sesso, dall’osso sacro al monte di venere, e perlustrò attentamente, fino assai dentro, il culo e la figa.
Quando si rese conto che aveva sborrato moltissimo, si sollevò in piedi e la penetrò a pecorina, facendole sentire tutto il ventre contro il culo meraviglioso; le artigliò i lombi e sbatteva contro il pube; le prese le tette a due mani e le usava per imporre il ritmo al cazzo; lo stesso fece afferrandola per i capelli; all’apice della scopata, unse per bene il retto e il cazzo e la inculò fino alla radice, facendola godere da pazzi.
Livia accolse la scopata come un gesto di grande amore dal ramo di quella quercia a cui era profondamente attaccata, non sentì nessun senso di colpa e godette molto più di lui; poi decise di cambiare posizione e si sdraiò supina al centro del letto, fece montare lui seduto sul ventre e gli praticò un spagnola da sogno; Gianluigi pareva stordito dall’intraprendenza della donna ma si abbandonava alla libidine che gli scatenava e partecipava con la passione dei giovani anni alla lussuria di lei.
Quando si trovarono languidamente abbandonati sul letto, dopo la terza sborrata del giovane, in figa stavolta, dopo che aveva goduto in bocca e nel culo, lei diede il segnale del time out e si rilassarono fino a pisolare per una mezz’oretta; ripresero ancora e per tutta la notte la donna non diede scampo al giovane che la scopò in tutte le posizioni, i tutti i modi, da ogni prospettiva, quasi che, dopo quella, non ci sarebbero state occasioni per dirsi quanto amore provavano.
